Le azioni partigiane piemontesi sono diventate un'ossessione nelle memorie di un federale milanese
BARBERO Alessandro, Storia del Piemonte. Dalla preistoria alla globalizzazione. GIULIO EINAUDI EDITORE. TORINO. 2022 pag XIV 539 8°  introduzione, orientamento bibliografico, indice nomi, indice luoghi; Collana Einaudi Storia. Alessandro Barbero (Torino, 1959) è uno fra i più noti storici italiani. Insegna Storia medievale presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale. Ha scritto pure alcuni contributi al volume II della 'Storia di Torino' (1977). [La Resistenza piemontese vista da Salò. 'Nel giugno 1944 Mussolini tuona: «il centro della Vandea monarchica, reazionaria, bolscevica è il Piemonte», e dà l'ordine perentorio di domarlo. La raffica di rappresaglie che ne consegue, con impiccagioni di civili per le strade di Torino, produce secondo i rapporti di polizia «penosissima impressione nella massa che ha assistito a esse allibita e raccapricciata». Inevitabilmente, a novembre l'ispezione del sottosegretario agli Interni Pini dipinge un quadro vieppiù deteriorato, non soltanto a Cuneo che già da tempo la stampa fascista descrive come «la vergogna d'Italia» e dove prevedibilmente il clima è «di umore antifascista pesante» ma anche nei due principali centri repubblichini piemontesi: Vercelli, dove il governo controlla soltanto la città, sede di una numerosa guarnigione, ma le risaie sono in mano ai partigiani, e Novara, dove il capo della provincia Vezzalini spadroneggia mediante una «formazione di torturatori criminali» (così lo stesso Pini), ma l'amministrazione è in bancarotta, la polizia regolare si è praticamente dissolta e gli attentati partigiani sono continui. «I partigiani piemontesi» affiorano a più riprese come un'ossessione nelle memorie del federale milanese Costa, soprattutto dopo che nel novembre 1944 la 4ª Brigata nera «Resega» fu trasferita da Milano a Dronero per integrare la vacillante divisione «Littorio», una delle tre divisioni dell'esercito regolare di Salò schierate sulle Alpi liguri-piemontesi per la lotta antipartigiana. Nella sua persuasione di stare dalla parte giusta il federale non può capacitarsi che i Piemontesi comincino subito a sparare e ad ammazzare «i fascisti milanesi», andati laggiù, secondo lui, animati da «sentimento di fratellanza». Lo «stillicidio di morti tra le file della Resega» crea a Milano un malessere rafforzato dalla sensazione sempre crescente che i partigiani possano interrompere quando vogliono le comunicazioni fra le due regioni. Se n'era già avuto un esempio che a Milano aveva suscitato enorme impressione quando, a settembre 1944, uno dei più famigerati elementi dello squadrismo fiorentino, Raffaele Manganiello, fuggito dalla sua città ormai occupata dagli Alleati, era stato nominato da Mussolini capo della provincia di Torino. Salito in macchina una sera per raggiungere la sua nuova sede, il dottor Manganiello non c'era mai arrivato, perché appena entrato in Piemonte i partigiani l'avevano intercettato a Rondissone e fucilato. Nei giorni della Liberazione il virtuale isolamento del Piemonte rappresentò per il governo di Salò un ulteriore motivo di angoscia. Le formazioni che combattevano laggiù avrebbero voluto mettersi in salvo in Lombardia, ma ebbero ordine di asserragliarsi sul posto e cercare di arrendersi agli angloamericani, perché il rientro era troppo pericoloso"  (pag 485-486)] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]