La 'rivolta dei curati' del XVIII secolo: le lotte intestine tra alto e basso clero
DAN Cristiano  a cura, Rousseau. ARNOLDO MONDADORI EDITORE. VERONA. 1974 pag 124 8°  cronologia, foto, illustrazioni, iconografia, riquadri, fonti iconografiche; Collana I grandi contestatori. ['Circa centoventimila persone fra sacerdoti secolari, religiosi e religiose: questa la forza numerica del clero nella Francia del XVIII secolo. Un «esercito della pace» di notevole entità e consapevole della propria importanza, tanto da definirsi da solo «il primo corpo del Regno». Un "corpo" separato e indipendente, con organi amministrativi e giudiziari propri non soggetti a controlli e interferenze da parte dello Stato. Per sostentarsi, ovviamente, un corpo dalle membra tanto vaste aveva bisogno di notevoli proventi, che trovava facendo appello a varie fonti. La proprietà fondiaria (circa il dieci per cento di tutto il territorio nazionale) forniva al clero 130 milioni di lire-tornesi all'anno (*); le "decime" davano un gettito di poco inferiore (100-120 milioni dall'anno); infine le "varie" (fra cui importantissima la "voce" riguardante le proprietà urbane della Chiesa) facevano toccare agevolmente il tetto complessivo di circa 350 milioni all'anno. Una cifra notevolissima, che certo poteva essere superata soltanto dall'intero bilancio dello Stato francese. Naturalmente, poiché nel corso della storia nulla è mai stato dato in cambio di nulla, lo Stato concedeva questi preziosi benefici alla Chiesa richiedendo al clero servigi che, almeno in una concezione moderna, avrebbero dovuto essere di sua competenza, quali l'aggiornamento dei registri di stato civile, l'insegnamento e l'assistenza. Servigi che la Chiesa concedeva di buon grado, vedendo in essi alcuni dei caposaldi principali del proprio potere. Anzi, per dar prova di ulteriore buona volontà nei confronti del potere pubblico, il clero versava annualmente nelle casse dello Stato circa tre milioni e mezzo di lire-tornesi a titolo di 'dono gratuito': cifra non disprezzabile, ma «simbolica» se riferita agli introiti complessivi della Chiesa. Tuttavia, va rilevato che tanta ricchezza «rastrellata» da parte del clero non veniva poi ridistribuita in giusta misura a tutti i suoi componenti. Le alte gerarchie; i cui esponenti apparteneva quasi sempre alla nobiltà, facevano la parte del leone; e mentre un vescovo poteva giungere a contare su una rendita di 400 mila lire-tornesi all'anno, un curato doveva accontentarsi di 750 lire-tornesi e un vicario solo di 300; "stipendio" quest'ultimo, che spesso non permetteva neppure di raggiungere il semplice livello di sopravvivenza. Le stesse cose valevano per i conventi, i cui benefici andavano a religiosi o a laici che neppure vi ponevano piede, mentre i monaci erano costretti a vivere mendicando. Data la situazione, era inevitabile che anche nel clero, apparentemente così unito e monolitico, si contrapponessero forze contrastanti: alto e basso clero, nobiltà e borghesia. In un simile stato di tensione, aggravato in molti casi da un comportamento morale per nulla conforme ai dettami evangelici, anche la Chiesa dovette subire vere e proprie "lotte intestine" che, originate da rivendicazioni di tipo sociale e temporale, spesso scivolavano nel campo dei principi teologici. Significativo, a questo proposito è la "rivolta dei curati" avvenuta nella provincia del Delfinato nella seconda metà del XVIII secolo: una rivolta dettata da richieste temporali e teologiche insieme , che trovarono la dura ostilità della gerarchia e legarono sempre più strettamente il basso clero a quel Terzo Stato in cui si andavano sempre più affermando i pròdromi di una futura rivoluzione. La Chiesa ufficiale, attraverso la voce delle sue alte gerarchie, non seppe o non volle interpretare correttamente questi nuovi "segni dei tempi" e si strinse sempre più nel suo ghetto, ove la gloria di Dio troppo spesso si confondeva con la gloria terrena. La spaccatura fra la Chiesa e la sempre più potente borghesia si andava così aggravando e gli alti esponenti del clero venivano sempre più identificati con l'aristocrazia 'tout court'. Una aristocrazia legata al passato, improduttiva, ormai ingiustificata nei suoi privilegi nati come riconoscimento per servigi resi allo Stato o alla Chiesa in anni lontani; un'aristocrazia sempre più avulsa dalle forze autenticamente vitali della nazione' (pag 123-124)] [(*) La lira tornese fu la moneta ufficiale della Francia fino alla rivoluzione del 1789, durante la quale venne sostituita con il franco germinale] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]