Gramsci accusava il socialismo di «non avere avuto una ideologia, non averla diffusa tra le masse»
TURI Gabriele, Il fascismo e il consenso degli intellettuali. EDIZIONE CLUB DEL LIBRO. MILANO. 1981 pag 394 8°  introduzione (ringraziamenti), note, indice nomi. Gabriele Turi, insegna a Firenze Storia dell'Italia contemporanea alla facoltà di Lettere e Filosofia. Ha studiato il periodo delle riforme settecentesche e dell'occupazione francese in Italia, pubblicando nel 1968 il volume 'Viva Maria: la reazione alle riforme leopoldine, 1790-1799'. Da alcuni anni si occupa della cultura italiana del Novecento. Collabora a Studi storici, Movimento operaio e socialista e Italia contemporanea. (1981). ['Nel 1923, quando si aprì fra questi intellettuali (liberali e socialisti, ndr) un vasto dibattito sulla sconfitta dello Stato liberale e del movimento operaio, mentre Gramsci accusava il socialismo di «non avere avuto una ideologia, non averla diffusa tra le masse» (15), quasi con le stesse parole Gobetti affermava che «i partiti d'opposizione non hanno alimentato alcuna grande ideologia, il socialismo non ha trapiantato Marx in Italia», per cui «il trionfo fascista si connette a queste condizioni di impreparazione» (16), e Ugo Guido Mondolfo sosteneva che «da una ripresa di idealismo il nostro movimento non può che trarre nuova forza e nuovo impulso», o cercava di dimostrare che poteva «essere morale e vantaggiosa (....) quella che si chiama la 'collaborazione di classe'» (17); più in generale, la discussione sul marxismo che si svolse nel 1923-26 su «Critica sociale», «Rivoluzione liberale» e «Quarto stato», rimase «condizionata più che mai dall'idealismo dominante, e non poco ancora, da quello più accentratamente soggettivistico, l'attualismo gentiliano» (18). Così, se ancora nel marzo del 1925 «Il Mondo» , dopo aver negato l'esistenza di un «nesso tra le riforme gentiliane e le ideologie fasciste», poteva registrare il fallimento del fascismo nel tentativo «di attrarre nella sua orbita uomini di studio e di dottrina, di circondarsi della così detta classe intellettuale» (19), nell'ottobre dello stesso anno - dopo il Manifesto degli intellettuali fascisti del 21 aprile - Croce, pur osservando che il fascismo «non solo è indifferente alla letteratura e alla cultura, ma intimamente ostile, sentendo che dalla cultura e dal pensiero sono venuti i pericoli (...) all'ordine sociale», era costretto a notare gli 'affaccendamenti inutili e mal graditi' di «un certo numero» di intellettuali - e fra questi «parecchi nostri ex-compagni di studi ed ex-amici» - che si erano messi al servizio del fascismo in una situazione di «assoggettamento a ferrea disciplina» (20). A Croce sfuggiva tuttavia l'ampiezza e la qualità del fenomeno, in quanto era e rimarrà convinto che tra fascismo e cultura ci fosse un'opposizione in termini' (pag 16-18)] [note: (15) A. Gramsci, 'Che fare?' (1923), in 'Per la verità. Scritti 1913-1926', a cura di R. Martinelli, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 269; (16) P. Gobetti, 'La nostra cultura politica' (1923), in 'Scritti politici' a cura di P. Spriano, Torino, Einaudi, 1969, pp. 457, 459; (17) U.G. Mondolfo, 'Una battaglia per il socialismo', a cura di E. Bassi, Bologna, Tamari, 1971, pp. 177, 185; (18) C. Luporini, 'Il marxismo e la cultura italiana del Novecento', in 'Storia d'Italia, vol. V, I documenti, t. 2, Torino, Einaudi, 1973, p. 1604; (19) 'Il fascismo e la cultura', in 'Il Mondo', 6 marzo 1925 (anonimo); (20) B. Croce, 'Pagine sparse', Bari, Laterza, 1960, vol. II, pp. 498, 500-502] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]