Turati, Salvemini e la solidarietà nazionale
DE-CARO Gaspare, Gaetano Salvemini. UTET - UNIONE TIPOGRAFICA EDITRICE TORINESE. TORINO. 1970 pag 461 8°  foto, illustrazioni, bibliografia ragionata, indice nomi; Collana 'La vita sociale della nuova Italia', diretta da Nino VALERI. ['Già Turati nel 1901, aveva avanzato una analoga esigenza "revisionistica" ("la lotta di classe - sentenziava nella 'Critica sociale' - non è affatto nel pensiero marxista... l'esclusivo fattore del movimento sociale, è fattore salientissimo... ma coesiste ed impera con esso una immanente 'solidarietà delle classi', senza cui la società non reggerebbe un istante... Han due campi delimitati; nella produzione la 'solidarietà' prevale; nella distribuzione si scatena la 'lotta'"). Però il rispettivo richiamo a Marx ed a Mazzini indicava chiaramente le divergenti intenzioni dei due accidentali ideologi. Quello del 'leader' milanese era il tentativo di giustificare la alleanza del movimento operaio con le forze della nuova iniziativa economica: per quanto goffa e mistificante (e ovviamente senza alcun riscontro in Marx), per quanto introducesse ad una politica di inerte subordinazione all'intraprendenza capitalistica, la formula turatiana cercava pur sempre il confronto con i movimenti reali della società, con i termini effettivi dello sviluppo economico. Salvemini invece inclinava a tutt'altro ordine di preoccupazioni, coronava nel riferimento a Mazzini la sua lunga ricerca di una dimensione politica che eludesse la realtà dilaniante della lotta di classe, risolvendo gli antagonismi sociali in una superiore unità: approdava insomma all'idea di nazione. Solo che, naturalmente, anche questo mito mazziniano andava epurato dai suoi «fattori mistici ed extrascientifici»: al nebuloso spiritualismo della nazione di Mazzini l'oggettivismo salveminiano sostituisce appunto una definizione economica, la tesi che la solidarietà nazionale trova il suo principale fondamento nel comune interesse delle classi ad una «produzione intensificata». Secondo Salvemini infatti tra «le condizioni propizie alla produzione» il controllo del mercato internazionale è quella essenziale, ed è appunto la nazione a rappresentare in questa sede le forze produttive. Così i momenti dialettici di dissociazione e associazione corrispondono rispettivamente alla politica interna - dove il proletariato disputa alla borghesia una quota «sempre meno scarsa» dei profitti - ed alla politica estera: dove cioè la nazione, dimenticando le sue lacerazioni interne, si presenta come un nucleo compatto di interessi e di fini, pretendendo unanime, di fronte e contro agli altri «aggregati etnici e politici», «un sistema di rapporti internazionali che assicurino favorevoli mercati di consumo alle nostre merci»' (pag 112-113)]  [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]