L'Italia in Libia: 'la distinzione fra colonialismo giolittiano e fascista solo di comodo...'
HOLMBOE Knud, Incontro nel deserto. Un danese convertito all'Islam attraversa nel 1930 il Nord Africa scoprendo il vero volto del colonialismo italiano. LONGANESI. MILANO. 2005 pag 330 8°  premessa dell'autore, cartina, postfazione di Alessandro SPINA, traduzione e note di Eva KAMPMANN; Il Cammeo. Knud Holmboe (1902-1931) nacque in una famiglia della borghesia danese. Cominciò giovanissimo a scrivere resoconti di viaggio per un quotidiano di Copenaghen: nel giornalismo vide un'opportunità per fuggire dalla grigia monotonia di un ambiente che la sua indole non sopportava. Dal 1924 viaggiò in Africa, Persia, Iraq, Turchia e nei Balcani. Affascinato dalla civiltà araba, si convertì all'Islam assumendo il nome di Ali Ahmed. Nel 1931 fu assassinato mentre si trovava in Arabia. ['Chi conosce la letteratura coloniale potrebbe citare mille altri esempi. Ebbene il Croce, nella sua 'Storia d'Italia dal 1871 al 1915', pubblicata nel 1928, testo di riferimento per tanta parte dell'antifascismo italiano, dopo aver sommariamente spiegato perché nell'11 l'Italia 'andava a Tripoli', se la sbrigava così, di quel cumulo di morti: «...queste ragioni fecero sentire la loro forza a un uomo come Giolitti, punto fantasioso e retore, ma che comprese quel che l'Italia desiderava, come un padre che si avvede che la figliola ormai è innamorata e provvede a darle, dopo le debite informazioni e con le debite cautele, lo sposo che il suo cuore ha scelto». Scritto bene? Senza dubbio, però la metafora è di una banalità agghiacciante, anzi repellente. Un altro esempio? Il conte Sforza, ministro degli Esteri (...). Il lettore avrà notato che siamo andati a scegliere due esempi (Croce e Sforza) in zona per così dire alta. Lasciamo andare i gazzettieri, i viaggiatori, i letterati eccetera. Una curiosità della letteratura coloniale è che i libri migliori li hanno scritti i militari, come il colonnello De Agostini col suo fondamentale studio sulle tribù della Cirenaica: altro che i nostri intrepidi giornalisti (la guerra di Libia cominciò nell'11, ben prima dell'avvento del fascismo, e acutamente Eugenio Garin ha indicato in quella letteratura l'annunzio dei tempi funesti che difatti seguirono a distanza di un decennio). Ancora più in alto potremmo ricordare uno scritto di Giovanni Pascoli, addirittura imbarazzante nella sua formulazione, proprio il poeta che si inteneriva su tutto e che i cannoni invece esaltavano (suggerendo una soluzione per 'la grande proletaria'; il problema demografico che spinge avventurati popoli ad accettare emigrando ogni umiliazione per un tozzo di pane, passa da una nazione all'altra, precedente che oggidì si trascura in saccenti e altezzosi articoli sul drammatico stato demografico mondiale); per non parlare di D'Annunzio che invece aveva l'esaltazione facile e che scrisse tanti versi (brutti in verità, persino quell'invidiabile talento si afflosciava in questa disgraziata bisogna). Mi chiedevo che mai avrebbe scritto Giosuè Carducci se fosse stato vivo, lui romano di ispirazione o restauratore della romanità. Ma qualche volta si è felicemente smentiti. Trovai una sua dichiarazione, al tempo di Crispi, in cui diceva, cito a memoria, che non era possibile che l'Italia del Risorgimento si imbarcasse in una guerra coloniale, dichiarazione che gli fa onore. Abbiamo detto che la distinzione fra colonialismo giolittiano e fascista è solo di comodo. Così pure fa sorridere la generosità di certi circoli oggi nella condanna della guerra etiopica mentre si sorvola sulla Libia, forse per non rendere involontariamente un servizio al mondo arabo. C'è un razzismo più abominevole di tutti, che si esercita sui morti, gli esempi sarebbero imbarazzanti. Come ricorda E.E. Evans-Pritchard, Badoglio, nel 1928, quindi in un anno vicino a quello del viaggio del Nostro, avuta la direzione riunita delle due province della colonia «marked his appointment with a flamboyant proclamation offering the Arabs the choice between unconditional surrender and extermination». Come volontà di 'civilizzazione' va riconosciuta un'indefettibile determinazione (di cui la Memoria farebbe bene a occuparsi, certo). Poco più avanti (queste citazioni possono servire a facilitare la lettura del libro), siamo nel 1929, si osserva che in nove anni di «'constant fighting' 'Cirenaica verde di piante' had, as Mussolini wrote, became 'rossa di sangue'». Lasciamo la citazione in inglese, palese trucco per ricordare al lettore che parla non una voce 'orientale' ma un rappresentante nobile della nazione che negli anni Quaranta liberò insieme entrambi i paesi, l'Italia e la Libia, dalla tirannia' [Alessandro Spina: Postfazione] (Alessandro Spina (Bengasi, 1927 - Rovato, 11 luglio 2013) è stato uno scrittore siriano naturalizzato italiano) (pag 324-325-326-327) [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]