Lavoro nero tollerato e ben pagato nell'Urss di Breznev
INGRAO Pietro ROSSANDA Rossana, saggi di Marco REVELLI Isodoro Davide MORTELLARO K.S. KAROL, Appuntamenti di fine secolo. MANIFESTO-LIBRI. ROMA. 1995 pag 284 8°  premessa note; collana Transizioni. ['«È impossibile sperare nell'iniziativa di base in Russia, le masse lavoratrici sono talmente abituate all'obbedienza che non sono in grado di costringere i gruppi dirigenti a eseguire i compiti tracciati da Lenin per la società sovietica», scriveva nel 'Testamento' del 1964 l'economista comunista Eugenio Varga. A trent'anni di distanza la scarsità delle reazioni operaie di fronte alla restaurazione del capitalismo sembra confermare il giudizio. E tuttavia nella produzione la disciplina dei lavoratori era sempre stata relativa. L'indisciplina e l'assenteismo nel lavoro causavano perdite incontrollabili all'economia, e neppure il regime repressivo di Breznev riusciva a venirne a capo. Alla fine degli anni Settanta avveniva una ulteriore alterazione del codice del lavoro sovietico. Nel Sud della Russia diversi lavoratori dei kolkoz, in sovrannumero, e operai che stavano passando da un'azienda all'altra, organizzavano le brigate degli 'shabashniki'. 'Shabash' in russo vuol dire «è finito»; costoro, che in linea di principio chiudevano con il loro normale impiego, proponevano alle imprese interessate di farne un altro ma a condizioni che non avevano nulla a che vedere con i livelli salariali nazionali. (...) Non occorreva essere un genio per capire la ragione dell'imbarazzata tolleranza: a Mosca si calcolava che gli 'shabashniki' garantivano più della metà delle costruzioni fuori dei grandi centri urbani e che il 75% dei cantieri in Siberia non avrebbero potuto compiere il loro piano senza il loro concorso. L'effetto del giudizio salomonico del Cremlino non si fece attendere: molti 'shabashniki' cessarono di rispettare le apparenze e divennero contrattisti a tempo pieno, caramente pagati fuori dell'economia ufficiale. Nella sinistra occidentale qualcuno ha creduto di vedere in questo settore indipendente del mercato del lavoro il segnale di rinascita d'un vero movimento operaio in Russia. Pareva che questo, appena si fosse rimesso in cammino, sarebbe stato in grado di imporre le sue condizioni al «padronato sovietico». Ma era un'interpretazione, ahimè, sbagliata. Il fenomeno testimoniava soltanto dell'estendersi di un'economia sotterranea, che sfuggiva a ogni controllo, non pagava tasse, e viveva secondo sue proprie leggi. In essa già si stavano arricchendo, fungendo già da intermediari fra 'shabashniki' e datori di lavoro, i futuri «nuovi russi», oggi milionari, insieme speculatori, corruttori e corrotti. D'altra parte appariva per la prima volta una categoria di operai certo meglio pagati, ma senza alcuna copertura sociale, che dovevano curarsi a proprie spese dai medici privati e rinunciare agli altri vantaggi collettivi (le case di vacanze ai sindacati, gli asili, le agevolazioni nell'alloggio e nei trasporti, ecc.). Vantaggi che sacrificavano perché la qualità dei servizi sociali era diventata pessima, e nessuna organizzazione permetteva loro una vera forza contrattuale: il regime non tollerava la benché minima organizzazione di base in azienda, neppure sotto forma di un circolo di mutua solidarietà; tutto quel che si abbozzava in questo senso si faceva contro il regime; e sempre sotto forma di «lotta di classe individuale». Nel libro citato, Eugenio Varga scriveva che i lavoratori sovietici vivevano «in un deserto di indifferenza e solitudine». Il lavoro nelle fabbriche giganti non sviluppò in loro alcuna coscienza di classe, neppure tradeunionista e solidarista. Eppure allora gli operai dell'industria rappresentavano il 60% della popolazione attiva. Curiosamente negli archivi del Pcus, studiati da storici come Nicolas Werth, nulla si trova sulle migrazioni operaie e sugli 'shabashniki'. Gli ispettori del partito, che all'inizio degli anni Sessanta, dopo lo sciopero di Novocerkask represso  nel sangue, ancora si preoccupavano degli umori nelle fabbriche e nelle città operaie, nel periodo brezneviano non ne parlarono più affatto, riservando i loro rapporti alle manifestazioni di dissidenza tra gli intellettuali. Nell'ambiente operaio praticamente non ce n'erano' (pag 267-270) [dal saggio di K.S. Karol 'Un conflitto occulto'] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]