Una valutazione della composizione sociale delle formazioni partigiane
OLIVA Gianni, La grande storia della Resistenza, 1943-1948. CORRIERE DELLA SERA. MILANO. 2020 pag 469 8°  introduzione, note, indice nomi; Serie: 'Le guerre degli italiani', a cura di Nicola LABANCA, 11. Sezione II. La seconda guerra mondiale. ['Quanti sono, dunque, i militanti del movimento resistenziale nel momento di maggior affluenza nelle bande e quale è la loro estrazione sociale? Il numero più accreditato dalla storiografia (e confortato dai risultati della Commissione per i riconoscimenti delle qualifiche partigiane) (23) è quello di circa 250.000, cifra che può essere accolta con l'avvertenza che si tratta di un dato assolutamente relativo, all'interno del quale andrebbero individuati i periodi e i modelli di effettiva militanza, così da poter costruire un grafico delle presenze. Non è facile d'altra parte, stabilire  i requisiti necessari alla qualifica di partigiano. Le formazioni sono realtà composite: c'è il combattente che rimane alla macchia per tutto il periodo, c'è il partigiano che alterna periodi di clandestinità con altri in cui torna alla propria abitazione (magari in occasione dei raccolti o dell'aratura), c'è chi ha contatti stretti con le bande e talora partecipa alle azioni militari pur conservando il proprio inserimento nella vita civile, c'è chi, per stanchezza psicologica o per contingenze diverse, abbandona temporaneamente la formazione per poi farvi rientro; e c'è, naturalmente una varietà di ruoli che spazia dal combattente, al collaboratore, alla staffetta, all'informatore, al propagandista. La fluidità del fenomeno guerrigliero, che ha la sua caratteristica peculiare nell'intercambiabilità dei ruoli, pregiudica di per sé gli sforzi di quantificazione. All'assenza di dati definitivi corrisponde la mancanza di analisi sulla composizione sociale del partigianato. Uno studio condotto su 6181 partigiani delle formazioni "GL" piemontesi offre uno spaccato significativo, ma ovviamente parziale: 30 per cento operai, 20 per cento contadini, 11,7 per cento artigiani, 11,2 per cento studenti, 10 per cento impiegati, 5,3 per cento professionisti, 3,3 per cento ufficiali e soldati regolari, 1,6 per cento casalinghe, i restanti non identificati. Un analogo studio su una casistica di 7270 partigiani del ravennate indica il 44,5 per cento contadini, 31,9 per cento artigiani, 3,5 impiegati, 3,4 per cento studenti, 2,2 per cento casalinghe, 1.6 per cento ufficiali e soldati regolari. Le differenze tra le due griglie di dati rinviano alla diversa composizione sociale dei territori, ma altri elementi andrebbero analizzati: è verosimile, per esempio, ce la percentuale di operai sia più alta nelle formazioni garibaldine, e quella di ufficiali nelle formazioni autonome. Anche le indicazioni sui caratteri regionali della Resistenza riflettono i limiti di studi analitici ancora da compiere: se ci sono conferme alla tesi di una partecipazione preminente dei contadini alle formazione partigiane dell'Emilia Romagna, di una forte presenza operaia in Liguria, di una maggiore eterogeneità nelle altre regioni del nord, restano comunque da documentare i termini dei rapporti' (pag 291-292) [(23) (...) Il decreto stabilisce che per ottenere l'attestato di "partigiano combattente" bisogna dimostrare di aver militato almeno per tre mesi inuna formazione e aver partecipato ad almeno tre azioni ad altro rischio (...)] [dal capitolo III. La dimensione militare della Resistenza (pag 281-308)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]