'Distinguere quali conseguenze siano contingenti e quali siano necessarie, pecca d'indeterminatezza'
'II fatto può essere imputato soltanto in quanto colpa della volontà; - il diritto del sapere. [§ 117]. La volontà ha dinanzi a sè un'esistenza sulla quale agisce; ma, per fare ciò, deve avere una rappresentazione di essa; c'è vera colpa in me, soltanto quando l'esistenza in questione si trovava nella mia consapevolezza. La volontà, poiché ha un tale presupposto, è finita; o piuttosto, poiché è finita, ha un tale presupposto. In quanto io penso e voglio razionalmente, non sono nel punto di vista della finità, poiché l'oggetto, sul quale agisco, non è un'altra cosa rispetto a me, ma la finità ha in sè confini fissi e limitatezza. Io ho di fronte un'altra cosa, che è soltanto accidentale, un che di necessario solo esteriormente, il quale può coincidere con me o distinguersene. Ma io sono, soltanto, ciò che è in rapporto con la mia libertà; e il fatto è soltanto colpa della mia volontà, in quello che ne conosco. Edipo, che uccise suo padre senza saperlo, non è imputabile di parricidio; ma nelle antiche legislazioni non si è dato all'elemento soggettivo, nell'imputazione, tanto valore quanto oggi. Perciò, presso gli antichi, esistevano gli asili affinchè chi fuggiva alla vendetta fosse protetto e accolto. [A], L'azione, inoltre, tradotta nell'esistenza esterna, la quale si sviluppa da tutti i lati, nell'esterna necessità secondo la sua connessione, ha conseguenze molteplici. Le conseguenze, come la forma la cui anima è il fine dell'azione, sono sue (ciò che appartiene all'azione) - ma nello stesso tempo essa, come fine tradotto nell'esteriorità, è data in balìa alle forze esterne, le quali vi aggruppano intorno un che di interamente diverso da ciò che l'azione è per sè, e la trascinano a conseguenze remote, estranee. E' appunto diritto della volontà di imputare a sè soltanto le prime conseguenze, poiché soltanto quelle stanno nel suo proposito. [§ 118]. Il distinguere quali conseguenze siano contingenti e quali siano necessarie, pecca d'indeterminatezza, per ciò che la necessità interna, nel finito, esiste quale necessità esterna, quale rapporto di cose singole tra loro; le quali, in quanto indipendenti, interferiscono indifferentemente ed estrinsecamente l'una con l'altra. La massima : «nelle azioni dispregiare le conseguenze» e l'altra «giudicare le azioni dalle conseguenze, e farle misura di ciò che è giusto e buono» sono entrambe proprie dell'intelletto astratto. Le conseguenze, in quanto peculiare formazione immanente dell'azione, ne manifestano soltanto la natura e sono null'altro che l'azione stessa; l'azione non le può, quindi, negare o dispregiare. Ma viceversa, è compreso in essa ciò che viene da fuori; e ciò che sopraggiunge accidentalmente non riguarda per nulla la natura dell'azione stessa. - Lo sviluppo della contraddizione, contenuta nella necessità del finito, è, nell'esistenza, appunto il rovesciamento della necessità nell'accidentalità e viceversa. Agire, significa, quindi, da questo lato, darsi in balia a una tale legge. Proviene da ciò che, se l'azione del delinquente ha meno cattive conseguenze, la cosa è contata a suo beneficio; così come si deve tollerare il fatto che l'azione buona abbia avuto nessuna o poche conseguenze, e che al delitto, dal quale si sono sviluppate le piene conseguenze, si imputino queste. - L'autocoscienza eroica (come nelle tragedie degli antichi, Edipo, ecc.), non si è ancora elevata dalla sua grossolanità alla discriminazione tra fatto e azione, tra l'avvenimento esterno e l'intuizione e la conoscenza delle circostanze. nè all'analisi delle conseguenze; ma addossa la colpa in tutta l'estensione del fatto. [N]'  [LEGGERE IN: Hegel, 'Filosofia del diritto. Estratti', Vallecchi, Firenze, 1925] [FIL-151 (pag 78-79)] [Versione digitale su richiesta] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT