Fichte: l'Austria non puņ avere un impero, la Prussia č sulla via di un impero tedesco
"Inoltre da ciò che si è detto si spiegano ancora due fenomeni che possono essere soltanto accennati: primieramente il motivo per cui soltanto i popoli giunti alla più alta libertà possono assimilarsene degli altri che a questo riguardo stan più in basso e non son capaci di procacciarsi da sè la libertà e perchè in ciò, come non ha guari io ho dimostrato brevemente altrove, è da scorgere un giusto progresso (1). Secondariamente - la cagione di quel sentimento istintivo e profondamente caratteristico di mancanza di sicurezza che ora a buon dritto fa fremere la Germania. Noi stiamo fra due paesi, dei quali l'uno, la Russia, nonostante ogni apparente rinunzia, è destinato a volersi dilatare violentemente fino a tanto che rovini sotto la sua forma attuale; l'altro, la Francia, a dir vero non soggiace completamente ad una tale legge, ma col suo presente regime è costretta a cercare beghe esterne. Posto fra due vicini così potenti, chiusi e sospinti verso l'esterno, il nostro popolo trema giustamente per 'questo' istinto, che persino la nostra esistenza puramente nazionale non sia assicurata finchè non siasi giunti alla libertà all'interno, e che, quindi sia compromessa perfino '!a nostra esistenza in genere', se noi non sappiamo svilupparla fino 'a quel punto in cui si garantisce da sè!'. Ma torniamo a Fichte. «Questo conduce» - egli ritorna di nuovo al suo punto di partenza - «al concetto della vera guerra: della guerra del popolo a differenza della guerra del sovrano. Quella è indirizzata assolutamente alla vittoria ed alla piena restaurazione; tutto il popolo lotta e nessuna parte di esso può perdersi, nè può essere ceduta. Quando tutti la pensano così, allora non c'è niente da conquistare se non un paese vuoto. - L'altra è guerra per la 'sovranità territoriale' e per la conseguente signoria sui sudditi. È una guerra d'interessi, del 'mio' e del 'tuo' (Signore territoriale e principe sono due cose diverse: il principe è il capo, il duce dei liberi. Dove c'è un vero signore, non esiste popolo. Ma quando gli 'stessi' principi diventano schiavi, essi imparano ad onorare la libertà)». «Se poi» - egli conclude più avanti - « il principe soggiogato fa appello 'al suo' popolo, significa ciò: resistete affinchè siate solo 'miei' servi e non servi di uno straniero? Essi sarebbero 'stolti'. lo porto i miei sacchi, dice la favola (Certamente il segreto della · guerra presente è che il fardello era troppo pesante, e noi ci siamo infiammati solo per 'alleggerirci')». «Infiammati solo per 'alleggerire'» il fardello, non per la libertà! Questa confessione ha qualcosa di impressionante in bocca all'uomo che allora chiuse l'Università di Berlino e spinse la gioventù da lui entusiasmata fuori delle aule, nella lotta; in bocca all'uomo che desiderava di potere accompagnare nella guerra l'armata come oratore dell'esercito! Questa confessione che egli si fa in una stanza solitaria, colla crudeltà fredda del pensiero, nel momento della sua attività piena della più alta passione - come tristemente è stata giustificata più tardi da una storia di cinquant'anni! E non appaiono puerili al confronto i nostri patrioti della sesta giornata, che ancora oggi, ed oggi quasi più che mai, scambiano la propria condizione servile colla libertà? «Dunque nella vera guerra popolare" - egli riassume-  "il popolo lotta per ciò che gli sembra la 'propria' meta, non per l'interesse o per la 'fantasia' di chi nasce e muore 'separato' da lui, di chi assolutamente non è dei 'suoi'». Ad un tratto, vibrando un colpo breve e rimbombante col suo martello di Thor, esclama nel suo potente stile lapidario: «Principio generale: - Un imperatore tedesco, che ha un 'interesse' dinastico, ha parimenti interesse ad usare la forza 'tedesca' pei suoi scopi personali. Ha l'Austria un simile interesse, lo ha la Prussia?». E con due tocchi egualmente brevi e decisi, si risponde : «L'Austria senza dubbio": l''Italia', i Paesi Bassi, le sue Provincie verso la Turchia la traggono in 'conflitti stranieri', non tedeschi» [Avviso per le nostre scimmie patriottiche dell'anno 1859, che riguardavano come un compito tedesco di metterci sotto al giogo austriaco per l'assoggettamento dell'Italia! Certo, accanto ad un Venedey, un Fröbel ed agli uomini politici della "Augsburger Allgemeine Zeitung" persino l'autore dei "Discorsi alla nazione tedesca" si abbassa alla condizione di "traditore della patria!"]. «'In Italia' - continua Fichte - il suo interesse vuole piccoli Stati deboli; la rivalità della Francia vigila còlà, - I Paesi Bassi; - questa 'pietra dello scandalo, deve assolutamente venir rimossa'» [Fichte voleva dunque fin d'allora, come lo dimostrano queste parole, la separazione di questi paesi dall'Austria]. «Dunque» - egli si riassume - «l'Austria non può avere l'Impero».  «E la Prussia?» - si domanda egli più avanti. E dà la risposta profetica: «Essa è uno Stato propriamente 'tedesco'; non ha assolutamente 'alcun interesse' di sottomettere, con autorità imperiale, d'essere ingiusta; supposto che le vengano restituite colla pace futura le Provincie della stessa stirpe, a lei collegate anche dal protestantesimo. Lo spirito della sua storia vìssuta fin qui, la costringe però a progredire nella libertà, nella via dell'impero» [Egli intende con ciò, come mostra quello che segue, l'instaurazione d'un impero tedesco unico ed indivisibile, non 'federativo']; «soltanto cosi essa può continuare ad esistere! Altrimenti essa va in rovina!'»" [(1) V. il mio opuscolo 'La guerra d'Italia ed il compito della Prussia', Berlino, Franz Duncker, 2° ediz., p. 8 e segg.] [LEGGERE IN: Ferdinand Lassalle, 'Il "legato" politico di Fichte e l'attuale momento. Lettera di Ferdinando Lassalle (1860)'. Luigi Mongini Editore, Roma, 1907] [LAS-039, (pag 8-9)] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT