I coniugi Webb: l'idea dell’abolizione del lavoro salariato abbandonata dai socialisti riformisti,
"Nel frattempo il movimento socialista aveva cominciato il suo cammino, dando luminose speranze ai salariati del mondo intero. I discepoli entusiasti di Carlo Marx predicavano ai lavoratori il nuovo vangelo: il regime socialista realizzerebbe finalmente l’abolizione del salariato; i lavoratori riceverebbero il prodotto integrale del loro lavoro; per la prima volta nella storia del mondo, il proletariato sarebbe definitivamente emancipato dalla dominazione di un’altra classe. Sul modo preciso in cui la comunità socialista dovrebbe essere organizzata, non si davano che indicazioni vaghe; come pure non si formulava con precisione il modo del passaggio dalia società attuale a quella di domani. I primi socialisti credevano generalmente che la trasformazione della società sarebbe avvenuta per il sollevamento più o meno tumultuoso della classe operaia; e ammettevano come cosa sicura che tale cambiamento di regime sarebbe stato nel medesimo tempo subitaneo e completo. Ma gli anni passavano senza che alcun segno annunciasse la rivoluzione sociale, quantunque ognuno d’essi segnasse un grande progresso della democrazia politica e per quanto gli operai arrivassero in molti paesi a costituire la maggioranza del corpo elettorale. Una insurrezione della intera classe operaia contro un governo uscito dai suffragi della stessa, apparve allora assurdo. L’urna del suffragio universale aveva tolto ogni valore alla teoria della barricata. Inoltre gli operai non avevano solo il diritto di voto, ma in alcune città essi partecipavano direttamente, come consiglieri municipali, alle pubbliche amministrazioni; il numero ognor crescente dei deputati socialisti o del lavoro nei Parlamenti dei vari Stati, faceva intravedere non molto lontano il tempo in cui i socialisti sarebbero andati al potere. Fu per questo che i socialisti - o quelli almeno fra essi che possedevano abbastanza senso pratico per guardar in faccia le necessità della situazione e sufficiente buona fede per dichiararlo -  ripresero lo studio del problema sociale alla luce della loro esperienza e di quella sindacale e cooperativa, prendendosi la loro parte di responsabilità amministrativa, venendo a poco a poco a riconoscere che socialismo non voleva dire altro che la sostituzione della comunità ai privati per la proprietà e per il controllo della produzione. Lo sforzo socialista si concentrò sempre più sulla creazione del regime collettivista, le argomentazioni socialiste si fondarono sempre più sulla concentrazione industriale che si manifestava col crescente sviluppo delle società anonime e dei trusts; i socialisti si abituarono sempre più a salutare come tappe raggiunte ogni nuova conquista nel campo industriale, ogni allargamento del controllo collettivo su quelle industrie ancora in mano ai capitalisti. Infine, preoccupati di formulare un programma immediatamente realizzabile, i socialisti reclamarono il trapasso dei mezzi di produzione (in quelle industrie divenute mature per questa trasformazione) dalla proprietà privata a quella sociale, dagli individui privilegiati ai rappresentanti eletti dalla comunità locale e nazionale, in modo che primeggiasse il pubblico interesse e che tutti i profitti della produzione venissero devoluti alla collettività. Tale è la versione « riveduta» per così dire, del socialismo, tanto in Inghilterra quanto in Germania, Francia, Belgio, Svizzera, Italia e America. Che questa revisione abbia avuto per risultato di guadagnare al socialismo l’adesione di molti aventi il senso della realtà ed il desiderio di agire, è fuor di dubbio; ma precisando il loro ideale e il loro programma e portando tutto il loro sforzo su delle riforme realizzabili, i socialisti hanno lasciato cadere due punti che nell'antica dottrina esercitavano una grande attrattiva sui lavoratori coscienti: il carattere pronto e drammatico della rivoluzione che doveva instaurare lo Stato ideale da un lato, e, dall'altro, l'idea dell’abolizione del salariato, che doveva servire di fondamento alla nuova società. La nazionalizzazione delle ferrovie, delle poste e dei telegrafi, la creazione del monopolio di Stato del tabacco e dei fiammiferi, la costruzione delle navi nei Cantieri dello Stato, così come la municipalizzazione del servizio dell’acqua, del gas o delle tramvie, potevano significare il trasporto di questi differenti servizi dal dominio privato a quello pubblico; ma in tutto questo nulla rammentava la trasformazione catastrofica del regime del lavoro, che l’antica propaganda socialista aveva fatto sperare più o meno vagamente ai lavoratori. Inoltre onde poter controllare le industrie nazionalizzate o municipalizzate, e assai più per salvaguardare gli interessi immediati degli operai durante le diverse trasformazioni sociali, i socialisti furono obbligati a ricorrere alla tattica prosaica consistente nel far eleggere nelle assemblee legislative e municipali degli operai o dei socialisti. I candidati socialisti dovettero domandare i voti alla totalità degli elettori, fossero o non fossero questi dei socialisti, dei sindacati e dei lavoratori coscienti. Una volta eletti essi erano obbligati ad uniformarsi alle necessità della loro carica e quindi costretti a subire l’influenza morale del Parlamento o del Consiglio municipale in cui si svolgeva la loro maggiore attività. Il lavoratore cosciente, che dall'esterno sorvegliava il suo rappresentante, fu ben presto esasperato dalla lentezza con la quale le riforme progredivano; d’altra parte, come amministratori e come legislatori, gli eletti, operai e socialisti, si accorsero che per poter essere relativamente sicuri del buon funzionamento dei servizi pubblici, era imperiosamente necessario organizzare una direzione tecnica competente il più possibile e mantenere disciplinato tutto il personale. Così quando il socialismo arrivò a concretare la sostituzione della proprietà pubblica alla proprietà privata, in materia industriale, apparì chiaramente che il socialismo non si proponeva di mettere direttamente nelle mani dei lavoratori il capitale industriale. La proprietà ed il controllo avrebbero dovuto passare alla intera collettività dei cittadini, fra i quali i salariati dì uno stabilimento, o anche quelli di tutta un’industria, non costituivano, come cittadini, che una insignificante minoranza, mentre come lavoratori essi avrebbero ricevuto un salario e avrebbero dovuto obbedire agli ordini di un superiore, esattamente come per l’addietro. E non appariva ai sindacalisti che questa specie di socialismo, sviluppandosi, doveva condurre naturalmente ad un differente stato di cose. Essi ritengono tuttora che la natura stessa del socialismo induca i lavoratori manuali a confidare nelle promesse dei politicanti i quali, per la forza delle cose, non appartengono, in generale, alla classe operaia; in quanto agli eletti venuti veramente da essa, il grande cambiamento che si produce nella loro vita, fa 'loro perdere ben presto la piena coscienza di classe, coscienza che nasce tanto dall'incertezza e penuria delle risorse finanziarie, quanto dall'obbligo dell’obbedienza agli ordini di superiori, che caratterizzano appunto la vita del salariato" [LEGGERE IN: Sydney e Beatrice Webb, "Esame della dottrina sindacalista", Milano, 1914] [MUK-008 (pag 14-17)] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT