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L'ostinazione di Calvino nel mantenere il capitolo nono de 'Il sentiero dei nidi di ragno' PDF Stampa E-mail
LUZZATTO Sergio, La crisi dell'antifascismo. GIULIO EINAUDI EDITORE. TORINO. 2004 pag 105 16°  nota bibliografica, Collana Vele. Sergo Luzzatto (Genova; 1963) insegna Storia moderna all'Università di Torino. Da Einaudi ha pubblicato fra l'altro 'Il corpo del duce' (1998), 'Il Terrore ricordato' (2000). Con Victoria De Grazia ha curato i due volumi del 'Dizionario del fascismo' (2002-2003). ['"Il mito più duro a morire _ perché il più funzionale sia alla legittimazione della politica della Repubblica, sia all'impianto civile della ricostruzione - è quello di un legame necessario tra antifascismo e Resistenza: è il mito di un'assoluta continuità biografica, ideologica, organizzativa tra i refrattari del Ventennio e i partigiani dei venti mesi. (...) Se pure i capi militari e i commissari politici delle brigate partigiane furono spesso - anche per anagrafe - uomini dell'antifascismo "tradizionale", che nella guerra civile trasferirono l'armamentario di una presa di coscienza e di una militanza pregresse, la stragrande maggioranza dei combattenti furono ragazzi fra i diciotto e i vent'anni che salirono in montagna senza l'idea di compiere una scelta di vita: più che altro,  volendo sottrarsi alla leva militare di Salò. I resistenti erano innanzitutto dei renitenti.A posteriori la retorica antifascista ha voluto, anzi da dovuto cantarne l'epopea proprio per rimediare a questo inconveniente originario: per dissimulare l'evidenza che rende degli imboscati improbabili come eroi. Oggi , liberi dall'obbligo di portare acqua al mulino del mito, gli storici vanno riconoscendo il fascismo della Repubblica precisamente nel suo carattere di esperienza storica 'non lineare'. «Mio bisnonno mazziniano, mio nonno garibaldino, mio padre antifascista, io comunista»: la lignée' familiare sfoggiata da un organizzatore tra i principali della guerra partigiana, Giorgio Amendola, era troppo belle per essere vera per tutti. Molto più che lo sbocco naturale di una tradizione, la banda fu il luogo sorprendente di un'acculturazione. Nel 1947, quando l'ex partigiano Italo Calvino si apprestava a pubblicare 'Il sentiero dei nidi di ragno', i suoi amici lo sconsigliavano di includere nel romanzo il capitolo nono, quello dove il commissario politico Kim indottrina i componenti della strana brigata del comandante Dritto. «Troppo didascalico», obiettavano. Forse, il disagio dell'intellighenzia einaudiana e comunista davanti al contrasto fra le ragioni politiche di Kim e le ragioni impolitiche del Dritto e del suo pugno di sbandati rifletteva la consapevolezza di quanto nella Resistenza vi fosse stato di irriducibile al mito antifascista: quanto di confuso, di personale, di disordinato, di furbesco, di fanciullesco, di picaresco... Mentre l'ostinazione di Calvino nel mantenere il capitolo rifletteva l'intuizione che il sugo di tutta la storia si nascondesse proprio lì. Nel fatto che tanti ragazzi erano divenuti partigiani senza capirne le ragioni, anzi, quasi senza chiedersele; che avevano ascoltato in montagna parole adatte per 'attribuire senso' alla loro condizione, così da trasformare un'avventura in cultura; che erano stati eroi nella più anti-eroica delle maniere, limitandosi a riconoscere che un futuro degno aveva bisogno di un presente rischioso, e che i rischi del presente andavano corsi in prima persona' (pag 70-73)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
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