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Piombino: 'Il Partito popolare si schierò nel blocco fascista al momento dell'attacco finale' PDF Stampa E-mail
BERTINI Fabio, Fascismo, Antifascismo, Resistenza in una città operaia. Vol. I. Piombino dalla guerra al crollo del fascismo (1918-1943) (by Ivan Tognarini). (A Z libri) IL PONTE, LA NUOVA ITALIA FIRENZE, N° 7-8, 31 LUGLIO - 31 AGOSTO 1981, pag 770-773. ['Piombino si trova al centro di una «sacca di resistenza» che impedisce, anche per l'attiva rete organizzativa degli arditi del popolo ed il "Comitato di difesa proletaria", l'occupazione fascista della città. Ma la crisi industriale opportunamente orchestrata, influisce, sul finire del 1921, sulla tensione del movimento operaio, nonostante la crescita e il lavoro dei comunisti. A metà giugno del 1922 l'assalto può compiersi , anche per le saldature politiche che i fascisti operano con altre forze antioperaie. Anzi, proprio l'uccisione misteriosa di un fascista e cattolico fervente, Salvestrini, consente la connessione con i popolari e scatena l'assalto, cui seguono l'espulsione di decine di dirigenti operai e, dunque, la distruzione del reticolo antifascista. Cresce la violenza e, parallelamente, triplicano le iscrizioni al fascio, le alleanze si consolidano. Alla conquista dello stato, le alleanze vacillano ed entra in crisi la stessa compattezza del partito fascista, sia per le contraddizioni interne tra gli interessi della grande industria, nel fascio piombinese della «prima ora», e quelli degli agrari, acquisiti dal fascismo pisano nel 1923, sia per i riflessi della crisi del fascismo pisano stesso, dilaniato da lotte di fazione. Raggiunto lo scopo del controllo operaio, la grande industria avvia nel 1924, il rinnovamento tecnologico con cui spera di uscire dalla crisi (cfr. G. Mori, 'Materiali, temi e ipotesi per una storia dell'industria nella regione toscana durante il fascismo, 1923-1939', in 'La Toscana nel regime fascista (1922-1939), vol I. Firenze, Olschki, 1971, pp. 136-137), mentre quà e là resistono forme di lotta operaia sempre più sporadiche e perdenti, come lo sciopero di minatori elbani del 1924 e quello delle lavoratrici di Campiglia del 1926. (...) Dunque, il fascismo viene sempre più a configurarsi come l'esito di una situazione in cui la borghesia, stretta da una parte con le spalle al muro dalla crisi economica seguita alla guerra mondiale, non è capace di arginare con i modelli tradizionali, senza saperne "inventare" di riformistici, un movimento proletario forte delle sue organizzazioni e per di più galvanizzato dagli echi della rivoluzione sovietica. Sceglie perciò la via più rabbiosa e violenta, trova soldati di ventura nella piccola borghesia frustrata e li rovescia addosso a quel movimento, garantendo le necessarie rivalse e impunità, complice il benevolo atteggiamento dello stato. Una parte delle forze anche sindacali, anche socialiste o pseudo-socialiste, delle liberali, è costretta, in questa radicalizzazione, a gettare la maschera. Come afferma Tognarini, a fare da «levatrici» al fascismo piombinese sono il «cosiddetto Partito socialista riformista, ed il Partito liberale democratico, mentre la componente repubblicana confluì nel fascismo per il tramite dell'interventismo, poi delle organizzazioni combattentistiche» (I. Tognarini, pp. 109-110). Ma non furono neppure le sole levatrici, se il Partito popolare si schierò nel blocco fascista al momento dell'attacco finale (cfr., I. Tognarini, p. 111). Lo stato assiste con interessata asetticità allo sviluppo degli avvenimenti. Se non bastassero le diffuse forme di copertura delle forze dell'ordine alle spedizioni punitive, quando  non la partecipazione diretta; i materiali che il libro fornisce danno ulteriori elementi esemplari'  (pag 770-772)]  [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
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