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La regolamentazione del lavoro subordinato nelle cittą italiane nel Medioevo PDF Stampa E-mail
FRANCESCHI Franco TADDEI Ilaria, Le città italiane nel Medioevo, XII-XIV secolo. SOCIETA' EDITRICE IL MULINO. BOLOGNA. 2012 pag 334 8°  premessa, note, bibliografia, indice nomi; Collana Le vie della civiltà. Franco Franceschi insegna Storia medievale nell'Università di Siena. Tra il suoi libri ''Tumulto'. I lavoratori fiorentini dell'Arte della Lana fra Tre e Quattrocento' (Olschki, 1995). Ilaria Taddei insegna Storia medievale all'Università di Grenoble II. Tra i suoi libri 'Fête, jeunesse et pouvoir' (Université de Lausanne, 1991) e 'Fanciulli e giovani. Crescere a Firenze nel Rinascimento' (Olschki, 2001). Lavoro salariato nelle città italiane. "Indubbiamente il fenomeno (rapporti salariali, ndr) non interessava tutti i contratti, si manifestava con un'intensità differente  nelle diverse realtà urbane, in una medesima città contraddistingueva soltanto (o in prevalenza) alcuni settori. Ma ciò non toglie valore alla tendenza generale, riscontrabile a partire dalla metà del Duecento a Venezia e Genova e dagli ultimi decenni del secolo a Bologna, Piacenza, Firenze. In quest'ultima città l'apprendista venne esplicitamente definito «discepolo a salario». L'espansione del lavoro subordinato manifestò i suoi effetti, in modi diversi, sulle strutture familiari, sull'organizzazione corporativa, sull'insieme del corpo sociale. Con lo sviluppo dei rapporti basati sul lavoro dipendente aumentò il numero di famiglie la cui sopravvivenza era legata al salario del capofamiglia e questo modificò anche il contesto generale in cui s'inscriveva l'attività economica degli altri componenti il 'ménage'. La necessità di introiti supplementari e la nuova fisionomia del mercato della manodopera, infatti, costituivano per tutti un incentivo a ricercare occasioni di lavoro retribuito. Le stesse compagnie degli artigiani, le cui aziende ricorrevano ora maggiormente a personale esterno alla famiglia, erano più disponibili per occupazioni diverse da quelle dei mariti, anche se - come abbiamo già notato - finivano per svolgere spesso attività non inquadrate dalle corporazioni. Quanto a queste ultime è evidente che l'aumento del peso dei 'laboratores' ne alterò l'originaria fisionomia paritaria facendone delle strutture sempre più gerarchizzate. Soprattutto  nelle arti in cui il salariato era più diffuso, infatti, emerse con forza il problema del controllo e del disciplinamento dei lavoratori sottoposti, che venne affrontato con i poteri coercitivi di cui gli organismi corporativi disponevano e che abbiamo visto operanti nel caso degli operai tessili fiorentini. Anche le autorità comunali erano impegnate su questo fronte, come dimostra, fra gli altri, il fatto che nella seconda metà del XIII secolo (ma a Padova fin dal 1236) negli ordinamenti cittadini compaiano norme che fissavano i massimi salariali, regolamentavano la giornata lavorativa, stabilivano principi di comportamento. Magari autorizzando i maestri, come gli statuti ferraresi del 1287, a battere i 'manoales' che avessero interrotto il lavoro dei compagni: l'unica limitazione era che lo facessero 'moderate', senza cioè uccidere, mutilare o causare fratture (44)" (pag 115-116) [(46) 'Statuto di Viterbo del 1251', in 'Cronache e statuti della città di Viterbo', pubblicati e illustrati da I. Ciampi, Firenze, 1872, pp. 449-599; sect. IV, rub. 17, p. 560; 'Statuta Ferrariae anno MCCLXXXVII, trascriz. introduz. e glossario di W. Montorsi, Ferrara, 1955, libro II, rub. CCCLXXXI, pp. 194-195] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]    I regolamenti per il lavoro subordinato nelle cittą italiane: i 'maestri' potevano 'battere' i lavoratori dipendenti in base al loro comportamento
 
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