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«Garibardo» e l'intreccio risorgimental-malavitoso PDF Print E-mail
BOCCA Giorgio, L'inferno. Profondo Sud, male oscuro. ARNOLDO MONDADORI. MILANO. 1992 pag 289 8°  indice nomi; collana Oscar Mondadori, Saggi. ['Elizabeth Gaskell scrittrice inglese trovatasi a passare l'Italia meridionale nell'anno dell'Unità racconta: «All'arrivo a Napoli di Garibaldi la camorra prese l'intero contrabbando sotto la sua speciale protezione. Pasquale Menotte, il capo mafia, si occupava dei dazi. Non appena arrivava un carico di vino o di grano  si presentava con i suoi armati alle guardie gridando: "Lasciate passere, è roba di Garibaldi". Una cooptazione dell'eroe dei due mondi il quale ha lasciato un segno così forte nella immaginazione meridionale che anche la 'ndrangheta calabrese ne ha fatto un suo padre fondatore, un suo eroe. «Garibardo», mi dice lo storico Gaetano Cingari, «è il grado più alto della 'ndrangheta, per primo se ne è insignito Santo Aramiti poi è toccato a Mommo Piromalli e a Paolino Di Stefano». Gli studiosi come Cingari, sono dei calabresi esiliati nelle loro belle case, conservano con la ragione e la loro gente un rapporto culturale, di rado fanno sortite nell'inferno che li circonda, stanno come monaci in convento nello loro stanze piene di libri, di quadri, con mogli amorose in attesa che la barbarie sia finita, se finirà. La casa di Cingari, autore della 'Storia della Calabria dall'Unità a oggi', è sopra Villa San Giovanni, a Campo Calabro, e di sera si vedono le luci di Messina al di là di un «braccio di mare che è largo come un oceano» come dice il biologo Enzo Mutolo, palermitano. (...) Cingari è un bel signore magro a cui le molte letture hanno insegnato a padroneggiare la parola, a regolarla come un corso d'acqua limpida, ora impetuoso ora placato nella riflessione. «Vedi, prima dell'Unità d'Italia la mafia non era l'antistato, era una faccenda popolare che viveva fuori dallo stato, in parte banditismo, in parte gestione rurale della giustizia. Come organizzazione malavitosa che ha rapporti con lo stato di conflitto  e di complicità si forma lentamente, i prefetti piemontesi che pure tendono a raccontare il sud a tinte fosche non se ne accorgono, nelle loro relazioni insistono a parlare di criminalità spicciola, non di un controllo mafioso del territorio. Quando poi la mafia, che allora non si chiamava 'ndrangheta, afferma la sua presenza, quando non è più possibile ignorare che nelle campagne è un potere, viene scambiata dagli scrittori socialisti per una società di mutuo soccorso. Francesco Arca, sindacalista rivoluzionario di Civitanova ne dà una immagine populista, Giovanni De Nava la racconta come la buona società che riscatta i poveri dalla miseria e dal lupanare. E così deve essere vissuta dai suoi fondatori se il primo nome della associazione è la Fratellanza». Cingari è uno storico scientifico, come usa dire, uno che scrive in base ai documenti di archivio, ma è anche uomo di fantasia, gli piace avventurarsi per me in questo intrico risorgimental malavitoso. «La prima mafia si chiamava la Fratellanza o anche la Santa e la leggenda ripresa da tutti i capitolari mafiosi è che a fondarla furono i tre Giuseppe arrivati dalla Sicilia, Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, Giuseppe La Marmora. Forse questo confuso intreccio massonico, carbonaro, risorgimentale nacque nelle prigioni del Borbone dove i malavitosi dividevano le celle con i ribelli, i fratelli Romeo carbonari si fecero anche banditi contro il Borbone». E' andata lontano questa immagine di mafia liberale, è arrivata sino a Hobsbawm, lo studioso dei movimenti popolari, per lui è «la sola rivoluzione borghese possibile nel sud italiano»' (pag 60-62)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
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