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L'accordo Arabia Saudita-Aramco (1950): «uno spartiacque economico e politico» PDF Stampa E-mail
"L'accordo Arabia Saudita-Aramco del dicembre 1950 venne a ragione descritto come una «rivoluzione» da uno storico del tramonto dell'impero britannico. «uno spartiacque economico e politico non meno significativo che il trasferimento dei poteri all'India e al Pakistan». Per quanto riguardava il governo USA soddisfaceva la necessità urgente e improrogabile di aumentare le entrate dell'Arabia Saudita e di altri governi al fine di mantenere l'ordine petrolifero postbellico e quei governi amici al potere. Le poste in gioco e i rischi erano enormi. In un momento in cui ogni dollaro della Dottrina Truman e del Piano Marshall suscitava battaglie al Congresso USA. un accordo che consentisse ai governi mediorientali di tassare i profitti delle compagnie petrolifere era più praticabile che tentare di ottenere stanziamenti per ulteriore assistenza a Paesi stranieri. Inoltre il concetto fifty-fifty era psicologicamente bene accetto e svolgeva la sua funzione politica e simbolica. Molti anni dopo, nel 1974. quando la politica petrolifera internazionale divenne assai combattuta, a George McGhee, la cui mediazione aveva contribuito alla formulazione dell'accordo del 1950. venne chiesto in Senato se il principio della deduzione fiscale «non fosse stato un modo ingegnoso di trasferire molti milioni di dollari per decisione dell'esecutivo del pubblico erario a un governo straniero senza ottenere direttive o autorizzazioni dal Congresso». McGhee non fu d'accordo. Non si era trattato di un gioco di prestigio ma di decisioni assunte di concerto con il dipartimento di Stato e il Congresso; non fu una decisione segreta e del resto il principio fifty-fifty vigeva già da sette anni in Venezuela prima di essere adottato in Arabia. L'altra faccia della medaglia, sostenne McGhee, sarebbe stata la perdita della concessione, un rischio che non si poteva correre. Era vero, ma a sei mesi di distanza dalla firma della concessione Aramco, gli avvenimenti nel vicino Iran avrebbero di mostrato che il rapporlo locatore/locatario non era stato affatto risolto" [LEGGERE IN: Daniel Yergin, 'Il premio', Milano, 1991 (Tit.orig.: The Prize)] [ECOI-025-FL, pdf, pag 383]  [Versione digitale su richiesta] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT
 
Conoscere le leggi degli eventi e trovare in queste leggi il proprio posto, questo è il primo dovere PDF Stampa E-mail
"Salvo gli anni della guerra civile, ho dedicato la mia vita agli scritti e al partito. La Libreria di Stato cominciò la pubblicazione delle mie opere nel 1923 e fece in tempo a stampare 13 volumi, a prescindere dai 5 volumi su argomenti militari. Nel '27 la pubblicazione fu sospesa, quando la caccia al «trotzkismo» assunse un particolare accanimento. Nel gennaio 1928 l'odierno Governo dei Soviet mi mandò in esilio. Vissi un anno ai confini della Cina. Nel febbraio 1929 fui espulso e mandato in Turchia. Scrivo queste pagine a Costantinopoli. Non si può dire, già da questi brevissimi cenni, che la mia vita sia stata monotona. Al contrario, in base al numero delle peripezie improvvise, dei gravi conflitti, degli alti e bassi, si può dire che la mia vita è «avventurosa». Eppure mi permetto di affermare che, per mia inclinazione, non ho nulla a che fare con le avventure. Io sono piuttosto pedante e conservatore nelle mie abitudini. Io amo e apprezzo la disciplina e l'ordine sistematico. Non per amor di paradossi, ma perchè è la pura verità, dico che non posso soffrire il disordine e la distruzione. Sono sempre stato uno scolaro diligentissimo e preciso: due qualità che ho conservate per tutta la vita. Negli anni della guerra civile, quando il mio treno fece un percorso pari a varie volte la lunghezza dell'equatore, ogni nuovo steccato di fresche assi d'abete mi dava gioia. Lenin che conosceva questa mia passione, mi prendeva amichevolmente in giro. Un buon libro in cui si trovino dei pensieri buoni, e una buona penna capace di comunicare i propri pensieri agli altri, sono sempre stati per me (e lo sono ancora) le conquiste più preziose e per me più familiari della cultura. La voglia d'imparare non m'ha abbandonato mai, e spesse volte ho avuto la sensazione che la Rivoluzione mi impedisse di darmi a un lavoro sistematico. Eppure quasi un terzo di secolo della mia vita cosciente è pieno di battaglie rivoluzionarie. E se dovessi cominciar da capo batterei senza esitare la stessa strada. Sono costretto a scrivere queste righe all'estero, fuoruscito per la terza volta, mentre i miei amici, quelli che ebbero parte decisiva nella creazione della Repubblica dei Soviet, sono in esilio o in prigione. Alcuni di loro vacillano, si ritirano, si piegano dinanzi all'avversario. Gli uni, perchè sono moralmente logori; gli altri perchè non sanno trovar da soli una via d'uscita dal labirinto delle circostanze; altri ancora, perchè premuti da rappresaglie materiali. Ho visto due volte una tale diserzione in massa: quando fu soffocata la Rivoluzione del 1905 e allo scoppio della guerra mondiale. Conosco per mia esperienza, fin troppo bene, coteste alte e basse maree. Seguono una certa regolarità. L'impazienza non ne può accelerare la vicenda. Nè io sono avvezzo a considerare le prospettive della storia dalla visuale del destino individuale. Conoscere le leggi degli eventi e trovare in queste leggi il proprio posto, questo è il primo dovere di un rivoluzionario. Ed anche la massima soddisfazione per un uomo che non lega i propri compiti alle contingenze della giornata" L. Trotzki, Prinkipo, 14 settembre 1929" [LEGGERE IN: Leon Trotsky, La mia vita. (Tentativo di autobiografia), Mondadori, Milano, 1933, seconda edizione)] [TROD-037-B, pdf, (pag XIV-XV, prefazione)] [Versione digitale su richiesta] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT
 
L'antagonismo tra Europa e Stati Uniti negli anni Venti PDF Stampa E-mail
"Le plan des Etats-Unis: mettre l'Europe à la portion congrue. Que veut le capital américain? A quoi tend-il? Il cherche, dit-on, la stabilité. Il veut rétablir le marché européen dans son intérêt, il veut rendre à l'Europe sa capacité d'achat. De quelle façon? Dans quelles limites? En effet, le capital américain ne peut vouloir se faire de l'Europe un concurrent. Il ne peut admettre que l'Angleterre et, à plus forte raison, l'Allemagne et la France recouvrent leurs marchés mondiaux, parce que lui-même il est à l'étroit, parce qu'il exporte des produits et s'exporte lui-même. Il vise à la maîtrise du monde, il veut instaurer la suprématie de l'Amérique sur notre planète. Que doit-il faire à l'égard de l'Europe? Il doit, dit-on, la pacifier. Comment? Sous son hégémonie. Qu'est-ce que cela signifie? Qu'il doit permettre à l'Europe de se relever, mais dans des limites bien déterminées, lui accorder des secteurs déterminés, restreints, du marché mondial. Le capital américain commande maintenant aux diplomates. Il se prépare à commander également aux banques et aux trusts européens, à toute la bourgeoisie européenne. C'est ce à quoi il tend. Il assignera aux financiers et aux industriels européens des secteur déterminés du marché. Il réglera leur activité. En un mot, il veut réduire l'Europe capitaliste à la portion congrue, autrement dit, lui indiquer combien de tonnes, de litres ou de kilogrammes de telle ou telle matière elle a le droit d'acheter ou de vendre. Déjà, dans les thèses pour le 3* congrès de l'IC, nous écrivions que l'Europe est balkanisée. Cette balkanisation se poursuit maintenant. Les Etats des Balkans ont toujours eu des protecteurs dans la personne de la Russie tsariste ou de l'Autriche-Hongrie, qui leur imposaient le changement de leur politique, de leurs gouvernants, ou même de leurs dynasties (Serbie). Maintenant, l'Europe se trouve dans une situation analogue à l'égard des Etats-Unis et, en partie, de la Grande-Bretagne. Au fur et à mesure que se développeront leurs antagonismes, les gouvernements européens iront chercher aide et protection à Washington et à Londres; (...)" [LEGGERE IN: Leon Trotsky, 'Europe et Amerique', Librairie de l'Humanité, Paris, 1926] [TROD-085, pdf, (pag 26-27)] [Versione digitale su richiesta] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT
 
Trotsky: la schiacciante maggioranza dell'esercito appoggiava i bolscevichi PDF Stampa E-mail
"Nella nostra qualità di marxisti, noi non fummo mai idolatri della democrazia formale. Nella società di classi le istituzioni democratiche non solo non tolgono di mezzo la lotta di classe, ma danno agli interessi di classe una espressione sommamente imperfetta. Le classi dominanti continuano pur sempre ad avere a loro disposizione innumerevoli mezzi per falsificare, distogliere e violentare la volontà delle masse popolari lavoratrici. Un apparato ancora più imperfetto per esprimere la lotta di classe, sono, nel trambusto della rivoluzione, le istituzioni della democrazia. Marx disse che la rivoluzione è la «locomotiva della storia». Grazie alla lotta aperta e diretta per conquistare il potere governativo le masse lavoratrici accumulano nel minor tempo una quantità di esperienza poUtica, e nella loro evoluzione salgono rapidamente da un gradino all'altro. Il lento meccanismo delle istituzioni democratiche può tanto meno seguire questa evoluzione, quanto più grande è il paese e quanto più imperfetto è il suo apparato tecnico. Nell'Assemblea Costituente ebbero la maggioranza i social-rivoluzionari di destra. Conformemente al meccanismo parlamentare spettava a loro il potere governativo. Ma già in tutti i mesi, che precedettero gli eventi di ottobre, il partito dei social-rivoluzionari di destra aveva avuto la possibilità di prendere nelle sue mani il potere governativo. Con tutto ciò, però, quel partito si sottrasse al governo, cedendo la parte del leone alla borghesia liberale; e poiché ciò avveniva proprio nell'istante, in cui la composizione numerica della Costituente l'obbligava formalmente a comporre il gabinetto, esso perdette, anche per questi fatti, l'ultimo resto di considerazione che ancora gli era rimasto presso i settori rivoluzionari del popolo. La classe operaia, e insieme con essa, la Guardia Rossa erano profondamente ostili al partito dei socialrivoluzionari di destra. La schiacciante maggioranza dell'esercito appoggiava i bolscevichi. Gli elementi rivoluzionari nella campagna dividevano le loro simpatie fra social-rivoluzionari di sinistra e bolscevichi. I marinai, che, negli sviluppi della rivoluzione, avevano avuto una parte così importante, seguivano quasi esclusivamente i l nostro partito. I social-rivoluzionari di destra erano costretti a uscire da quei Sovieti, che, già nell'ottobre, cioè prima della convocazione della Costituente, avevano afferrato il potere. Su chi, dunque, poteva basarsi un ministero, che fosse composto di elementi della maggioranza della Costituente? Dietro ai social-rivoluzionari di destra si sarebbero trovate le « cime » della popolazione rurale, degli intellettuali e degli impiegati; a destra avrebbero avuto intanto un appoggio da parte della borghesia. Ma a un tale governo sarebbe venuto a mancare completamente l'apparato governativo. Nei punti centrali della vita politica, come Pietrogrado, un simile governo si sarebbe imbattuto, subito ai primi passi, in ostacoli insuperabili" [LEGGERE IN: Leone Trotsky,'Dalla rivoluzione d'ottobre al trattato di pace di Brest-Litowsk', Roma, 1945] [TROD-111, pdf, pag 126-128] [Versione digitale su richiesta] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT
 
Non si può chiamare la storia delle idee, la coscienza che gli uomini hanno di sé 'storia dell'uomo' PDF Stampa E-mail
"Nous pouvons dévoiler maintenant pourquoi saint Max [Stirner] a donné à toute sa première partie [l'Unique]  le titre: « L'homme » et a fait passer toute son histoire de sorciers, de revenants et de chevaliers pour l'histoire « de 'l''homme ». Les idées et les pensées des hommes étaient naturellement des idées et des pensées relatives à eux-mêmes et à leurs conditions, leur conscience d'eux-mêmes, de 'l''homme, car c'était une conscience non seulement de la personne individuelle, mais de la personne individuelle en connexion avec toute la société, et de toute la société où ils vivaient. Les conditions, indépendantes d'eux, où ils produisaient leur vie, les formes de commerce qui les accompagnaient nécessairement, les relations sociales et personnelles ainsi données, devaient, pour autant qu'elles étaient exprimées en pensées, prendre la forme de conditions idéales et de rapports nécessaires, c'est-à-dire trouver dans la conscience leur expression en tant que déterminations découlant de la notion de 'l''homme, de l'être humain, de la nature de l'homme, de 'l''homme. Ce que les hommes étaient, ce que leurs conditions étaient, apparaissait dans la conscience comme la représentation de 'l''homme, de ses manières d'être ou de ses définitions plus précises. Après que les idéologues eurent ainsi présupposé que les idées et les pensées dominaient l'histoire passée, que leur histoire était toute l'histoire passée, après qu'ils se furent imaginé que les conditions réelles s'étaient modelées sur 'l''homme et ses conditions idéales, c'est-à-dire d'après ses définitions, après qu'ils eurent fait en somme de l'histoire de la conscience que les hommes ont de soi le fondement de leur histoire réelle, rien n'était plus facile que d'appeler l'histoire de la conscience, des idées, du saint, des représentations fixées - l'histoire « de l'homme » et de substituer celle-ci à l'histoire réelle. Saint Max ne se distingue de tous ses prédécesseurs que parce que, de ces représentations, même dans leur isolement arbitraire de la vie réelle dont ils étaient les produits, il ne sait rien et il limite sa création futile à constater, dans sa copie de l'idéologie hégélienne qu'il ne connaît pas même ce qu'il copie" [LEGGERE IN: Karl Marx, 'Ouvres philosophiques. Traduit par J. Molitor. Tome VII. Idéologie allemande (suite) publiée par S. Landshut et J.P. Mayer', Alfred Costes, Editeur, Paris, 1938] [MAD-640, pdf, pag 164-165] [Versione digitale su richiesta] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT  
 
La distinzione di Henri De Man tra dominio del capitalismo e dominio della classe dei capitalisti PDF Stampa E-mail
'I capitalisti, cioè, secondo la concezione marxista, la gente che vive dell'appropriazione del plusvalore prodotto dai salariati, sono un'infima minoranza della popolazione. Possiamo benissimo raffigurarci un ordine sociale capitalistico senza classe capitalistica dominante nonché l'esistenza di una classe capitalistica in una società non capitalistica. Una società per azioni con un capitale esclusivamente in mano di una quantità di piccoli azionisti, i propri operai ad esempio, potrebbe fare a meno di capitalisti, poiché il possedere alcune azioni non trasforma ancora in capitalisti delle persone il cui pane quotidiano dipende da un salario o da un piccolo commercio. Eppure, un'azienda simile sarebbe indiscutibilmente capitalistica per il fatto che si propone di ottenere un guadagno sotto forma di un profitto spettante al capitale. Ciò che è vero di questa intrapresa isolata può applicarsi a tutta l'organizzazione sociale; si può benissimo immaginare una forma cooperativa della produzione con un capitale talmente sparpagliato da non esserci più una classe di capitalisti, pur continuando questa società ad essere capitalistica e le diverse cooperative in concorrenza tra loro per un fine di lucro. Inversamente, organizzando un'industria in servizio pubblico, come ad esempio il progetto Plumb prevede per l'amministrazione tripartita delle ferrovie americane tra gli azionisti, il personale e il pubblico, non si eliminerebbero affatto i capitalisti da quell'industria, in quanto essi continuerebbero ad esercitare il diritto di proprietà di incassare dividendi e di essere rappresentati nell'amministrazione del servizio. Però questa azienda cesserebbe di essere capitalistica dal momento in cui la maggioranza dei due terzi, detenuta dal personale e dai consumatori decidesse di trasformarla da un'azienda per accumular capitale in una corporazione pubblica a servizio della circolazione. Il carattere di un ordine sociale dipende non già dal modo in cui la potenza politica e sociale è ripartita a un dato momento tra le varie classi, ma dal movente di lavoro, dal principio giuridico e dal fine morale che determina l'atteggiamento di tutte le classi. Il dominio del capitalismo significa ben altra cosa che il dominio della classe dei capitalisti, la quale poggia sul desiderio che ognuno ha di diventare capitalista. In altre parole, alla base della società borghese, c'è la civiltà borghese. Se fosse altrimenti, è un bel pezzetto che il capitalismo avrebbe finito di esistere, dati, da una parte, il numero relativamente piccolo dei capitalisti, e, dall'altra, la potenza che la democrazia del suffragio universale accorda al grande numero' (pag 228-229) [LEGGERE IN: Henri De Man, 'Il superamento del marxismo', a cura di Alessandro Schiavi, Gius. Laterza & figli, Bari, 1929]  [Versione digitale su richiesta] [ISC Newsletter N° 77] ISCNS77DIGIT [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
I seguaci di Fourier non hanno del tutto accettato le sue teorie PDF Stampa E-mail
'Après sa mort, lorsque Fourier eut été enseveli dans un coin paisible du cimetière Montmartre près duquel s'élève maintenant sa statue, ses disciples de la Phalange prophétisèrent que le jour proche où la Théorie régnerait sur l'univers, la dépouille de son auteur aurait une place d'honneur vénérée de l'humanité tout entière. Ce jour n'est pas venu, et il est douteux qu'il vienne maintenant. Aussitôt après la mort de son fondateur, le fouriérisme, à la tête duquel fut placé Considérant, prit une extension rapide. Il fit des adeptes, eut une littérature abondante, s'exprima dans des revues et des journaux. En réalité, la doctrine n'était plus acceptée intégralement. Les disciples, même les plus convaincus, n'exposaient pas la cosmogonie du maître, ni ses théories sur l'amour. Peut-être les gardaient-ils par devers eux comme un enseignement ésothérique, dispensé à quelques rares, mais sans les désavouer, ils les taisaient. Le fouriérisme se réduisit bientôt à la théorie du phalanstère, organisation coopérative fondée sur le triple accord du capital, du travail et du talent. Bientôt même ses partisans ne parlèrent guère plus de l'analyse des passions, mais leurs efforts pour expurger un système confus furent rendus inutiles par les événements de 1848 et de 1851. Le système phalanstérien subit le sort de tous les systèmes utopistes. Il disparut en tant que parti s'il conserva quelques fidèles, comme Considérant qui, proscrit par le coup d'Etat de Décembre, mit au service de la cause une persévérance louable et des efforts dignes d'un meilleur résultat, et chercha vainement à réaliser le rêve de son maître et le sien. Quand ce saint Paul du nouveau Rédempteur mourut en 1894, on s'étonna qu'il vécut encore. Il était profondément oublié. Pourtant, si le fouriérisme n'existe plus comme doctrine, il a exercé une influence énorme, et l'on peut revendiquer pour la mémoire de Fourier une part considérable dans le mouvement social' (pag 189-190) [LEGGERE IN: Maurice Harmel, 'Charles Fourier'. Portraits d'Hier', Paris, 1910]  [Versione digitale su richiesta] [ISC Newsletter N° 77] ISCNS77DIGIT  [Visit the 'News' and 'Biblioteca digitale' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
'Gli intellettuali piccolo-borghesi nella rivoluzione' PDF Stampa E-mail
"La guerra assegnò all'esercito la parte decisiva negli eventi della rivoluzione. L'antico esercito significa lo stesso che classe contadina. Se la rivoluzione si fosse svolta in maniera più normale, cioè nelle condizioni dei tempi di pace - così come aveva già cominciato nel 1912 -  il proletariato avrebbe assolutamente preso una posizione direttiva. Le masse rurali sarebbero state, a poco a poco, rimorchiate dal proletariato e trascinate nel vortice della rivoluzione. La guerra però ha recato tutt'altra meccanica negli eventi. I contadini furono uniti dall'esercito, non politicamente, ma soltanto militarmente. Prima ancora che precise idee e postulati rivoluzionari avessero unito le masse dei contadini, questi erano già incorporati nelle file dei reggimenti, delle divisioni, dei corpi, delle armate. Gli elementi della democrazia piccolo-borghese, che erano sparsi in quell'esercito, e che, tanto nei rapporti militari quanto ideali, rappresentavano la parte principale, avevano quasi tutti delle tendenze piccolo-borghesi-rivoluzionarie. Il profondo malcontento sociale delle masse si inasprì e cercò uno sfogo, specialmente in seguito allo sfacelo militare dello zarismo. Non appena la rivoluzione potè spiegarsi, l'avanguardia del proletariato fece rivivere la tradizione del 1905 e radunò le masse popolari, per organizzare istituzioni rappresentative in forma di Sovieti di deputati. L'esercito si trovò a dover mandare rappresentanti nelle istituzioni rivoluzionarie, prima ancora che la sua coscienza politica potesse, foss'anco per poco, raggiungere il livello degli eventi rivoluzionari, che si andavano compiendo. Chi mai potevano mandare i soldati, come loro deputati? Evidentemente, soltanto quelli fra loro, che rappresentavano l'intellighenzia e la semi-intellighenzia, che possedevano una riserva, magari minima di cognizioni politiche, e che queste cognizioni erano in grado di esprimere. In questo modo gli intellettuali piccolo-borghesi furono improvvisamente sollevati a enorme altezza dalla volontà dell'esercito ridestantesi. Medici, ingegneri, avvocati, giornalisti, volontari d'un anno, che, avanti lo scoppio della guerra, menavano una comunissima esistenza borghese e non avevano mai preteso di avere una parte direttiva, fecero ad un tratto la loro comparsa come rappresentanti di interi corpi di eserciti, e improvvisamente si sentirono « duci » della rivoluzione. La nebulosità della loro ideologia politica, corrispondeva perfettamente all'aspetto amorfo della coscienza delle masse rivoluzionarie. Per codesti elementi noi eravamo dei « settari »: noi, che avevamo sostenuto in tutta la loro chiarezza e irreconciliabilità i postulati sociali degli operai e contadini. E ci trattavano con la massima alterigia. Nello stesso tempo la democrazia piccolo-borghese nascondeva, sotto l'altezzosità del parvenu rivoluzionario, la più profonda diffidenza contro le sue proprie forze, come pure contro quella massa che l'aveva innalzata a quella insperata altezza. Sebbene gl'intellettuali si chiamassero socialisti e volessero passare per tali, stavano a guardare con mal celata venerazione l'onnipotenza politica della borghesia liberale, le sue cognizioni e i suoi metodi. Indi l'aspirazione dei capi della piccola borghesia a ottenere, a ogni costo, la collaborazione, l'alleanza, la coalizione con la borghesia liberale. Il programma del partito dei socialisti-rivoluzionari (il quale è, da cima a fondo, costruito su nebulose formule umanitarie che sostituiscono i metodi di classe con sentimentali luoghi comuni e con costruzioni morali) parve essere il più adatto paramento intellettuale per questa sorta di duci ad hoc. La loro aspirazione a mettere al sicuro la propria impotenza intellettuale e politica nella scienza e nella politica borghese, che incuteva loro tanto rispetto, trovò giustificazione teoretica nella dottrina dei menscevichi" (pag 34-36) [LEGGERE IN: Leone Trotsky,'Dalla rivoluzione d'ottobre al trattato di pace di Brest-Litowsk', Roma, 1945] [scritto dall'autore nei momenti di riposo, durante le trattative di pace con gl'Imperi Centrali] [Versione digitale su richiesta] [ISC Newsletter N° 77] ISCNS77DIGIT  [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
L'oppressione dei contadini russi e la mancata riforma di Pietro il Grande PDF Stampa E-mail
"Il est indiscutable que la réforme de Pierre ne pouvait avoir en vue l'européanisation des paysans. Bien au contraire. L'époque pétersbourgeoise a conduit, ainsi que nous l'avons vu, jusqu'à ses extrêmes conséquences leur asservissement à l'État et aux propriétaires fonciers. Durant la longue période qui va de Pierre le Grand jusqu'au général Kisélev, la condition du paysan russe s'est de plus en plus rapprochée de celle de la classe asservie des despotes orientaux. Le travail imposé aux paysans au profit des seigneurs ou de l'Etat devenait de plus en plus pénible. Déjà sous Pierre le Grand la condition du paysan avait empiré considérablement. Milioukov, en comparant les chiffres généraux de la population imposée de la Russie d'après les recensements de 1678 et de 1710, a démontré que cette population avait non augmenté, comme on aurait pu s'y attendre, mais diminué d'un cinquième. «Encore, ajoute-t-il, ne faudrait-il pas oublier que ce chiffre est déjà, pour ainsi dire, la résultante de la diminution réelle et de l'augmentation naturelle qui aurait pu quelque peu la masquer (1)». C'est là la terrible rançon que la population imposée de la Russie paya pour la réforme de Pierre. Milioukov, non sans quelque naïveté, remarque que, «si l'on excepte les mesures prises dans les dernières années en faveur de la classe urbaine, sous l'influence des idées de mercantilisme, Pierre le Grand ne fut pas un réformateur social (2)». On peut en convenir sans peine. Une réforme sociale a en vue l'amélioration du sort de la classe inférieure, et Pierre n'y songeait guère. En ce qui concerne les travailleurs, sa politique économique demeura fidèle aux traditions de l'État moscovite, qui n'avait jamais songé à aucune « réforme sociale»" [(1) L'économie nationale en Russie dans le premier quart du XVIIIe siècle et la réforme de Pierre le Grand, Saint-Pétersbourg, 1892, pp. 268-269; (2) D'après S. F. Platonov, Pierre payait un tribut aux idées de son siècle qui avaient suscité en Occident le système connu du protectionnisme mercantile {Cours, 6e édit., pp. 488-489). Mais Pierre payait surtout tribut à la vieille Moscou contre laquelle il luttait si cruellement en d'autres cas] (pag 139-140) [LEGGERE IN: Georges Plechanov, 'Introduction a l'histoire sociale de la Russie', Paris, 1926] [Versione digitale su richiesta] [ISC Newsletter N° 76] ISCNS76DIGIT  [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
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