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"Ciò che distingue Vladimir Ilitch è stata la mancanza di qualsiasi manifestazione di esteriorità" PDF Stampa E-mail
"Parfois, dans l'histoire de l’humanité, apparaissent des hommes qui, tels des flambeaux, éclairent pour leurs semblables le chemin de la vie; nous disons d’eux qu'ils sont des génies, mais nous demeurons souvent impuissants à expliquer pourquoi ils le sont. Rappelons à ce propos quelques définitions du génie. En voici une: le génie, c'est l'heureux amalgame de caractères positifs, réalisé chez un être humain. C'est l'exemple concret d'une conversion de la quantité en qualité. Prenons un homme bon, capable, doué, sans plus. Ajoutons-lui relativement peu de chose, mais qui, dans ladite combinaison de qualités, constitue un élément d'importance, et notre homme sera non plus simplement doué, mais génial. Cependant, donner une définition aussi générale équivaut à ne rien dire. Le mystère du génie ne se trouve pas pour autant éclairci. Et voici une autre définition: le génie est une forme particulière de l'aptitude à l'effort; c'est presque toujours le résultat d'une prodigieuse puissance de travail. Cependant, nous nous rappelons aussitôt que nous connaissons beaucoup de grands travailleurs qui n'ont rien de génial. Force nous est donc de reconnaître que donner une définition générale du génie, c’est mal poser le problème; que celui-ci ne peut être résolu que par rapport à un cas tout à fait précis et que les solutions varieront selon les individus. Si nous adoptons ce point de vue, nous devons convenir qu'il est particulièrement difficile de donner une idée exacte de cette grande figure qu'était Vladimir Ilitch. Mais je n’ai pas l'ambition d'y parvenir; je me borne simplement à rassembler quelques matériaux. Cette tâche est ardue et délicate: « C'est un portrait inachevé, et, de toute évidence, ce sont les siècles qui l'achèveront». A première vue, il n'en imposait pas. Mais rappelez-vous ce que Marx disait à propos des caractères distinctifs des révolutions prolétariennes comparées aux révolutions bourgeoises. S'il est vrai que l'essence même du mouvement prolétarien exclut tout procédé spectaculaire, tout art dramatique de parade dans le comportement de la masse populaire, - héros principal de ces révolutions, - ne sommes-nous pas en droit d'attendre une simplicité toute particulière des hommes auxquels échoit le grand rôle historique de véritables chefs du prolétariat? De toute façon, ce qui distinguait Vladimir Ilitch, c'était justement l'absence de tout éclat de façade" [LEGGERE IN: G. Krjijanovski, "Vladimir Ilitch", in: 'Lenine, tel qu'il fut. Souvenirs des contemporains', Editions en Langues Etrangères, Moscou, 1958 (LENS-184, pag 204-205)]
 
'Distinguere quali conseguenze siano contingenti e quali siano necessarie, pecca d'indeterminatezza' PDF Stampa E-mail
'II fatto può essere imputato soltanto in quanto colpa della volontà; - il diritto del sapere. [§ 117]. La volontà ha dinanzi a sè un'esistenza sulla quale agisce; ma, per fare ciò, deve avere una rappresentazione di essa; c'è vera colpa in me, soltanto quando l'esistenza in questione si trovava nella mia consapevolezza. La volontà, poiché ha un tale presupposto, è finita; o piuttosto, poiché è finita, ha un tale presupposto. In quanto io penso e voglio razionalmente, non sono nel punto di vista della finità, poiché l'oggetto, sul quale agisco, non è un'altra cosa rispetto a me, ma la finità ha in sè confini fissi e limitatezza. Io ho di fronte un'altra cosa, che è soltanto accidentale, un che di necessario solo esteriormente, il quale può coincidere con me o distinguersene. Ma io sono, soltanto, ciò che è in rapporto con la mia libertà; e il fatto è soltanto colpa della mia volontà, in quello che ne conosco. Edipo, che uccise suo padre senza saperlo, non è imputabile di parricidio; ma nelle antiche legislazioni non si è dato all'elemento soggettivo, nell'imputazione, tanto valore quanto oggi. Perciò, presso gli antichi, esistevano gli asili affinchè chi fuggiva alla vendetta fosse protetto e accolto. [A], L'azione, inoltre, tradotta nell'esistenza esterna, la quale si sviluppa da tutti i lati, nell'esterna necessità secondo la sua connessione, ha conseguenze molteplici. Le conseguenze, come la forma la cui anima è il fine dell'azione, sono sue (ciò che appartiene all'azione) - ma nello stesso tempo essa, come fine tradotto nell'esteriorità, è data in balìa alle forze esterne, le quali vi aggruppano intorno un che di interamente diverso da ciò che l'azione è per sè, e la trascinano a conseguenze remote, estranee. E' appunto diritto della volontà di imputare a sè soltanto le prime conseguenze, poiché soltanto quelle stanno nel suo proposito. [§ 118]. Il distinguere quali conseguenze siano contingenti e quali siano necessarie, pecca d'indeterminatezza, per ciò che la necessità interna, nel finito, esiste quale necessità esterna, quale rapporto di cose singole tra loro; le quali, in quanto indipendenti, interferiscono indifferentemente ed estrinsecamente l'una con l'altra. La massima : «nelle azioni dispregiare le conseguenze» e l'altra «giudicare le azioni dalle conseguenze, e farle misura di ciò che è giusto e buono» sono entrambe proprie dell'intelletto astratto. Le conseguenze, in quanto peculiare formazione immanente dell'azione, ne manifestano soltanto la natura e sono null'altro che l'azione stessa; l'azione non le può, quindi, negare o dispregiare. Ma viceversa, è compreso in essa ciò che viene da fuori; e ciò che sopraggiunge accidentalmente non riguarda per nulla la natura dell'azione stessa. - Lo sviluppo della contraddizione, contenuta nella necessità del finito, è, nell'esistenza, appunto il rovesciamento della necessità nell'accidentalità e viceversa. Agire, significa, quindi, da questo lato, darsi in balia a una tale legge. Proviene da ciò che, se l'azione del delinquente ha meno cattive conseguenze, la cosa è contata a suo beneficio; così come si deve tollerare il fatto che l'azione buona abbia avuto nessuna o poche conseguenze, e che al delitto, dal quale si sono sviluppate le piene conseguenze, si imputino queste. - L'autocoscienza eroica (come nelle tragedie degli antichi, Edipo, ecc.), non si è ancora elevata dalla sua grossolanità alla discriminazione tra fatto e azione, tra l'avvenimento esterno e l'intuizione e la conoscenza delle circostanze. nè all'analisi delle conseguenze; ma addossa la colpa in tutta l'estensione del fatto. [N]'  [LEGGERE IN: Hegel, 'Filosofia del diritto. Estratti', Vallecchi, Firenze, 1925] [FIL-151 (pag 78-79)] [Versione digitale su richiesta] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT
 
Fichte: l'Austria non può avere un impero, la Prussia è sulla via di un impero tedesco PDF Stampa E-mail
"Inoltre da ciò che si è detto si spiegano ancora due fenomeni che possono essere soltanto accennati: primieramente il motivo per cui soltanto i popoli giunti alla più alta libertà possono assimilarsene degli altri che a questo riguardo stan più in basso e non son capaci di procacciarsi da sè la libertà e perchè in ciò, come non ha guari io ho dimostrato brevemente altrove, è da scorgere un giusto progresso (1). Secondariamente - la cagione di quel sentimento istintivo e profondamente caratteristico di mancanza di sicurezza che ora a buon dritto fa fremere la Germania. Noi stiamo fra due paesi, dei quali l'uno, la Russia, nonostante ogni apparente rinunzia, è destinato a volersi dilatare violentemente fino a tanto che rovini sotto la sua forma attuale; l'altro, la Francia, a dir vero non soggiace completamente ad una tale legge, ma col suo presente regime è costretta a cercare beghe esterne. Posto fra due vicini così potenti, chiusi e sospinti verso l'esterno, il nostro popolo trema giustamente per 'questo' istinto, che persino la nostra esistenza puramente nazionale non sia assicurata finchè non siasi giunti alla libertà all'interno, e che, quindi sia compromessa perfino '!a nostra esistenza in genere', se noi non sappiamo svilupparla fino 'a quel punto in cui si garantisce da sè!'. Ma torniamo a Fichte. «Questo conduce» - egli ritorna di nuovo al suo punto di partenza - «al concetto della vera guerra: della guerra del popolo a differenza della guerra del sovrano. Quella è indirizzata assolutamente alla vittoria ed alla piena restaurazione; tutto il popolo lotta e nessuna parte di esso può perdersi, nè può essere ceduta. Quando tutti la pensano così, allora non c'è niente da conquistare se non un paese vuoto. - L'altra è guerra per la 'sovranità territoriale' e per la conseguente signoria sui sudditi. È una guerra d'interessi, del 'mio' e del 'tuo' (Signore territoriale e principe sono due cose diverse: il principe è il capo, il duce dei liberi. Dove c'è un vero signore, non esiste popolo. Ma quando gli 'stessi' principi diventano schiavi, essi imparano ad onorare la libertà)». «Se poi» - egli conclude più avanti - « il principe soggiogato fa appello 'al suo' popolo, significa ciò: resistete affinchè siate solo 'miei' servi e non servi di uno straniero? Essi sarebbero 'stolti'. lo porto i miei sacchi, dice la favola (Certamente il segreto della · guerra presente è che il fardello era troppo pesante, e noi ci siamo infiammati solo per 'alleggerirci')». «Infiammati solo per 'alleggerire'» il fardello, non per la libertà! Questa confessione ha qualcosa di impressionante in bocca all'uomo che allora chiuse l'Università di Berlino e spinse la gioventù da lui entusiasmata fuori delle aule, nella lotta; in bocca all'uomo che desiderava di potere accompagnare nella guerra l'armata come oratore dell'esercito! Questa confessione che egli si fa in una stanza solitaria, colla crudeltà fredda del pensiero, nel momento della sua attività piena della più alta passione - come tristemente è stata giustificata più tardi da una storia di cinquant'anni! E non appaiono puerili al confronto i nostri patrioti della sesta giornata, che ancora oggi, ed oggi quasi più che mai, scambiano la propria condizione servile colla libertà? «Dunque nella vera guerra popolare" - egli riassume-  "il popolo lotta per ciò che gli sembra la 'propria' meta, non per l'interesse o per la 'fantasia' di chi nasce e muore 'separato' da lui, di chi assolutamente non è dei 'suoi'». Ad un tratto, vibrando un colpo breve e rimbombante col suo martello di Thor, esclama nel suo potente stile lapidario: «Principio generale: - Un imperatore tedesco, che ha un 'interesse' dinastico, ha parimenti interesse ad usare la forza 'tedesca' pei suoi scopi personali. Ha l'Austria un simile interesse, lo ha la Prussia?». E con due tocchi egualmente brevi e decisi, si risponde : «L'Austria senza dubbio": l''Italia', i Paesi Bassi, le sue Provincie verso la Turchia la traggono in 'conflitti stranieri', non tedeschi» [Avviso per le nostre scimmie patriottiche dell'anno 1859, che riguardavano come un compito tedesco di metterci sotto al giogo austriaco per l'assoggettamento dell'Italia! Certo, accanto ad un Venedey, un Fröbel ed agli uomini politici della "Augsburger Allgemeine Zeitung" persino l'autore dei "Discorsi alla nazione tedesca" si abbassa alla condizione di "traditore della patria!"]. «'In Italia' - continua Fichte - il suo interesse vuole piccoli Stati deboli; la rivalità della Francia vigila còlà, - I Paesi Bassi; - questa 'pietra dello scandalo, deve assolutamente venir rimossa'» [Fichte voleva dunque fin d'allora, come lo dimostrano queste parole, la separazione di questi paesi dall'Austria]. «Dunque» - egli si riassume - «l'Austria non può avere l'Impero».  «E la Prussia?» - si domanda egli più avanti. E dà la risposta profetica: «Essa è uno Stato propriamente 'tedesco'; non ha assolutamente 'alcun interesse' di sottomettere, con autorità imperiale, d'essere ingiusta; supposto che le vengano restituite colla pace futura le Provincie della stessa stirpe, a lei collegate anche dal protestantesimo. Lo spirito della sua storia vìssuta fin qui, la costringe però a progredire nella libertà, nella via dell'impero» [Egli intende con ciò, come mostra quello che segue, l'instaurazione d'un impero tedesco unico ed indivisibile, non 'federativo']; «soltanto cosi essa può continuare ad esistere! Altrimenti essa va in rovina!'»" [(1) V. il mio opuscolo 'La guerra d'Italia ed il compito della Prussia', Berlino, Franz Duncker, 2° ediz., p. 8 e segg.] [LEGGERE IN: Ferdinand Lassalle, 'Il "legato" politico di Fichte e l'attuale momento. Lettera di Ferdinando Lassalle (1860)'. Luigi Mongini Editore, Roma, 1907] [LAS-039, (pag 8-9)] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT
 
Senza Jones 'la gente si troverà di nuovo in pieno sbandamento, ancor più accodata ai borghesi" PDF Stampa E-mail
"La faccenda di Basilea è molto carina. In generale le cose marciano bene in Svizzera. Certo, la faccenda ha solo il significato che colà tutto si manifesta alla luce del sole, mentre nel resto del continente tutto viene più o meno represso. Ma è già cosa ottima. Anche la legislazione diretta del popolo significa là che nei consigli legislativi ci si oppone al dominio diretto o indiretto dei borghesi. Siccome gli operai svizzeri non esistevano quasi affatto come proprio partito politico fino al momento dello sciopero di Ginevra, ma erano solo la coda della borghesia radicale, elessero nei consigli solo borghesi radicali, mentre d'altro canto i contadini eletti si lasciavano a loro volta maneggiare facilmente dai borghesi istruiti. Per cantoni piccoli una cosa simile può essere abbastanza buona, diventa naturalmente subito superflua e agisce da ostacolo non appena il proletariato entra in massa nel movimento e comincia a dominarlo. Cosa buona nello 'strike' di Basilea i contributi giunti dall'Austria fino giù a Temesvar. È imperdonabile che il vecchio Becker abbia fatto arenare tutta la faccenda con le sue orribili declamazioni. Ho appena dato un'occhiata all'opuscolo di Vogt (1); e ho visto che fa discendere i cavalli dalle pulci. Se è così, da che cosa mai ha origine quell'asino che ha scritto questo opuscolo? Oggi ti rimando i numeri del 'Social-Demokrat', ecc., insieme con alcuni numeri della 'Zukunft'. È ottima cosa che ci siano ancora 50 esemplari dello 'Herr Vogt' presso Kugelmann. Se Vogt terrà di nuovo un corso a Berlino, K[ugelmann] dovrà mandarvi una parte e farlo annunciare nei giornali. Scommetto che questo lo farebbe scappare. Sam Moore sta studiando ora molto seriamente il tuo primo fascicolo di Duncker, lo capisce abbastanza bene. Ha afferrato completamente le cose dialettiche nella teoria del denaro e dichiara che sono il meglio di tutto il libro, 'theoretically speaking'. Con il mio bravo Gottfried le cose andranno ancora molto per le lunghe. Ma se in qualche modo mi sarà possibile, verrò a Londra giovedì sera e mi tratterrò fino a domenica sera. La fotografia mi è piaciuta molto. Il Büchner lo ha Gumpert, uno di questi giorni andrò a prenderlo; ho una certa timidezza dinanzi alla moglie che si fa sempre più filistea. Bisogna dire che i lassalliani se ne intendono assai meglio in fatto di agitazione che non il nostro bravo Wilhelm con i suoi bufali del partito popolare. Ed è un fatto molto spiacevole perché sembrano sorpassare in pieno W[ilhelm] e Bebel, e perché le masse sono così orrendamente stupide e i capi sono tutti quanti farabutti. Domani, con un corteo enorme, Jones sarà sepolto nel cimitero dove sta Lupus. È davvero peccato che costui se ne sia andato. Le sue frasi borghesi erano in fondo solo finzioni, e qui a Manchester non c'è nessuno che possa sostituirlo presso gli operai. La gente si troverà di nuovo in pieno sbandamento e ancor maggiormente accodata ai borghesi. Per giunta Jones era pur sempre, fra gli uomini politici, l'unico inglese colto che 'au fond' fosse completamente dalla nostra parte" [Lettera di Engels a Marx, Manchester, 29 gennaio 1869] [(1) 'Memorie sur les microcéphales ou hommes-singes', Ginevra, 1867] [LEGGERE IN: 'Carteggio Marx-Engels, Volume V, 1867-1869', Edizioni Rinascita, Roma, 1951] [MAED-372 (pag 318-319-320)] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT
 
I coniugi Webb: l'idea dell’abolizione del lavoro salariato abbandonata dai socialisti riformisti, PDF Stampa E-mail
"Nel frattempo il movimento socialista aveva cominciato il suo cammino, dando luminose speranze ai salariati del mondo intero. I discepoli entusiasti di Carlo Marx predicavano ai lavoratori il nuovo vangelo: il regime socialista realizzerebbe finalmente l’abolizione del salariato; i lavoratori riceverebbero il prodotto integrale del loro lavoro; per la prima volta nella storia del mondo, il proletariato sarebbe definitivamente emancipato dalla dominazione di un’altra classe. Sul modo preciso in cui la comunità socialista dovrebbe essere organizzata, non si davano che indicazioni vaghe; come pure non si formulava con precisione il modo del passaggio dalia società attuale a quella di domani. I primi socialisti credevano generalmente che la trasformazione della società sarebbe avvenuta per il sollevamento più o meno tumultuoso della classe operaia; e ammettevano come cosa sicura che tale cambiamento di regime sarebbe stato nel medesimo tempo subitaneo e completo. Ma gli anni passavano senza che alcun segno annunciasse la rivoluzione sociale, quantunque ognuno d’essi segnasse un grande progresso della democrazia politica e per quanto gli operai arrivassero in molti paesi a costituire la maggioranza del corpo elettorale. Una insurrezione della intera classe operaia contro un governo uscito dai suffragi della stessa, apparve allora assurdo. L’urna del suffragio universale aveva tolto ogni valore alla teoria della barricata. Inoltre gli operai non avevano solo il diritto di voto, ma in alcune città essi partecipavano direttamente, come consiglieri municipali, alle pubbliche amministrazioni; il numero ognor crescente dei deputati socialisti o del lavoro nei Parlamenti dei vari Stati, faceva intravedere non molto lontano il tempo in cui i socialisti sarebbero andati al potere. Fu per questo che i socialisti - o quelli almeno fra essi che possedevano abbastanza senso pratico per guardar in faccia le necessità della situazione e sufficiente buona fede per dichiararlo -  ripresero lo studio del problema sociale alla luce della loro esperienza e di quella sindacale e cooperativa, prendendosi la loro parte di responsabilità amministrativa, venendo a poco a poco a riconoscere che socialismo non voleva dire altro che la sostituzione della comunità ai privati per la proprietà e per il controllo della produzione. Lo sforzo socialista si concentrò sempre più sulla creazione del regime collettivista, le argomentazioni socialiste si fondarono sempre più sulla concentrazione industriale che si manifestava col crescente sviluppo delle società anonime e dei trusts; i socialisti si abituarono sempre più a salutare come tappe raggiunte ogni nuova conquista nel campo industriale, ogni allargamento del controllo collettivo su quelle industrie ancora in mano ai capitalisti. Infine, preoccupati di formulare un programma immediatamente realizzabile, i socialisti reclamarono il trapasso dei mezzi di produzione (in quelle industrie divenute mature per questa trasformazione) dalla proprietà privata a quella sociale, dagli individui privilegiati ai rappresentanti eletti dalla comunità locale e nazionale, in modo che primeggiasse il pubblico interesse e che tutti i profitti della produzione venissero devoluti alla collettività. Tale è la versione « riveduta» per così dire, del socialismo, tanto in Inghilterra quanto in Germania, Francia, Belgio, Svizzera, Italia e America. Che questa revisione abbia avuto per risultato di guadagnare al socialismo l’adesione di molti aventi il senso della realtà ed il desiderio di agire, è fuor di dubbio; ma precisando il loro ideale e il loro programma e portando tutto il loro sforzo su delle riforme realizzabili, i socialisti hanno lasciato cadere due punti che nell'antica dottrina esercitavano una grande attrattiva sui lavoratori coscienti: il carattere pronto e drammatico della rivoluzione che doveva instaurare lo Stato ideale da un lato, e, dall'altro, l'idea dell’abolizione del salariato, che doveva servire di fondamento alla nuova società. La nazionalizzazione delle ferrovie, delle poste e dei telegrafi, la creazione del monopolio di Stato del tabacco e dei fiammiferi, la costruzione delle navi nei Cantieri dello Stato, così come la municipalizzazione del servizio dell’acqua, del gas o delle tramvie, potevano significare il trasporto di questi differenti servizi dal dominio privato a quello pubblico; ma in tutto questo nulla rammentava la trasformazione catastrofica del regime del lavoro, che l’antica propaganda socialista aveva fatto sperare più o meno vagamente ai lavoratori. Inoltre onde poter controllare le industrie nazionalizzate o municipalizzate, e assai più per salvaguardare gli interessi immediati degli operai durante le diverse trasformazioni sociali, i socialisti furono obbligati a ricorrere alla tattica prosaica consistente nel far eleggere nelle assemblee legislative e municipali degli operai o dei socialisti. I candidati socialisti dovettero domandare i voti alla totalità degli elettori, fossero o non fossero questi dei socialisti, dei sindacati e dei lavoratori coscienti. Una volta eletti essi erano obbligati ad uniformarsi alle necessità della loro carica e quindi costretti a subire l’influenza morale del Parlamento o del Consiglio municipale in cui si svolgeva la loro maggiore attività. Il lavoratore cosciente, che dall'esterno sorvegliava il suo rappresentante, fu ben presto esasperato dalla lentezza con la quale le riforme progredivano; d’altra parte, come amministratori e come legislatori, gli eletti, operai e socialisti, si accorsero che per poter essere relativamente sicuri del buon funzionamento dei servizi pubblici, era imperiosamente necessario organizzare una direzione tecnica competente il più possibile e mantenere disciplinato tutto il personale. Così quando il socialismo arrivò a concretare la sostituzione della proprietà pubblica alla proprietà privata, in materia industriale, apparì chiaramente che il socialismo non si proponeva di mettere direttamente nelle mani dei lavoratori il capitale industriale. La proprietà ed il controllo avrebbero dovuto passare alla intera collettività dei cittadini, fra i quali i salariati dì uno stabilimento, o anche quelli di tutta un’industria, non costituivano, come cittadini, che una insignificante minoranza, mentre come lavoratori essi avrebbero ricevuto un salario e avrebbero dovuto obbedire agli ordini di un superiore, esattamente come per l’addietro. E non appariva ai sindacalisti che questa specie di socialismo, sviluppandosi, doveva condurre naturalmente ad un differente stato di cose. Essi ritengono tuttora che la natura stessa del socialismo induca i lavoratori manuali a confidare nelle promesse dei politicanti i quali, per la forza delle cose, non appartengono, in generale, alla classe operaia; in quanto agli eletti venuti veramente da essa, il grande cambiamento che si produce nella loro vita, fa 'loro perdere ben presto la piena coscienza di classe, coscienza che nasce tanto dall'incertezza e penuria delle risorse finanziarie, quanto dall'obbligo dell’obbedienza agli ordini di superiori, che caratterizzano appunto la vita del salariato" [LEGGERE IN: Sydney e Beatrice Webb, "Esame della dottrina sindacalista", Milano, 1914] [MUK-008 (pag 14-17)] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT 
 
Su Wellington: 'Tutte le sue imprese sono dei modelli, nessuna è un capolavoro' PDF Stampa E-mail
"Engels a Marx. 11 aprile 1851. Caro Marx, pensavo che oggi avrei finalmente finito la mia grandiosa trattazione strategica. In parte impedito dal lavorarci, in parte costretto a fare ricerche di dettaglio, in parte perché la cosa diventa più lunga di quanto pensassi, ne arriverò a capo sì e no stasera tardi. Del resto è assolutamente 'unfit' [inadatta] per la stampa, ma buona solo come 'private Information' ed una specie di esercitazione per me. Anche su Wellington comincio a poco a poco ad avere idee chiare. Un inglese ostinato, tenace, caparbio, con tutto il 'bon-sens' e con tutto il talento per sfruttare tutte le risorse che è proprio della sua nazione; lento nel riflettere, prudente, e che non contava mai sul caso malgrado la sua enorme fortuna; sarebbe un 'genie', se il 'common sense' non fosse incapace di elevarsi fino alle vette del genio. Tutte le sue imprese sono dei modelli, nessuna è un capolavoro. Un generale come lui, è proprio fatto apposta per l'esercito inglese, in cui ogni soldato, ogni sottotenente è un piccolo Wellington nel suo campo d'azione. E lui conosce il suo esercito, la sua 'doggedness' [ostinatezza] difensiva, che ogni inglese porta in sé dalla boxe, e che lo mette in condizione di fare ancora un attacco imponente, nel quale la scarsa vivacità viene compensata dalla uniformità e dalla costanza, dopo otto ore di una estenuante difesa. Nella difesa di Waterloo, fino all'arrivo dei prussiani, nessun esercito avrebbe resistito senza il nerbo di 35.000 inglesi. Del resto nella guerra spagnuola Wellington aveva conosciuto l'arte militare di Napoleone meglio che le nazioni a cui Napoleone aveva scritto sul dorso la propria superiorità in quest'arte militare. Mentre gli austriaci perdettero del tutto la testa, e i prussiani, poiché il loro intelletto 'n'y voyait que du feu', dichiararono che la stupidità e la genialità erano la stessa cosa, Wellington seppe comportarsi molto accortamente e guardarsi dagli errori che fecero gli austriaci e i prussiani. Non imitò nessuna manovra napoleonica, ma rese infinitamente difficile ai francesi di applicare con lui le loro manovre. Non fece nemmeno un errore, se non fu costretto a farne per riguardi politici; ma in cambio non ho ancora scoperto la minima cosa in cui lui abbia mostrato una sola scintilla di genio. Lo stesso Napier gli mostra occasioni in cui avrebbe potuto fare mosse geniali di effetto decisivo e non ci pensò. Non ha mai saputo - per quanto sia a mia conoscenza - sfruttare una simile occasione. E' grande nel suo genere, e precisamente tanto grande quanto lo si può essere senza cessare di essere mediocre. Ha tutte le qualità del soldato, esse sono tutte sviluppate ugualmente e in modo stranamente armonico; ma proprio questa armonia impedisce uno sviluppo veramente geniale a ciascuna di queste qualità. 'Tel soldat, tei politique'. Il suo amico del cuore in politica, Peel, è in certo qual modo il suo cliché (...)'"  [LEGGERE IN: Karl Marx, Friedrich Engels, 'Carteggio Marx-Engels. I (1844-1851)', Roma, 1950] [MAED-368 (pag 219-220)] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT
 
L'accordo Arabia Saudita-Aramco (1950): «uno spartiacque economico e politico» PDF Stampa E-mail
"L'accordo Arabia Saudita-Aramco del dicembre 1950 venne a ragione descritto come una «rivoluzione» da uno storico del tramonto dell'impero britannico. «uno spartiacque economico e politico non meno significativo che il trasferimento dei poteri all'India e al Pakistan». Per quanto riguardava il governo USA soddisfaceva la necessità urgente e improrogabile di aumentare le entrate dell'Arabia Saudita e di altri governi al fine di mantenere l'ordine petrolifero postbellico e quei governi amici al potere. Le poste in gioco e i rischi erano enormi. In un momento in cui ogni dollaro della Dottrina Truman e del Piano Marshall suscitava battaglie al Congresso USA. un accordo che consentisse ai governi mediorientali di tassare i profitti delle compagnie petrolifere era più praticabile che tentare di ottenere stanziamenti per ulteriore assistenza a Paesi stranieri. Inoltre il concetto fifty-fifty era psicologicamente bene accetto e svolgeva la sua funzione politica e simbolica. Molti anni dopo, nel 1974. quando la politica petrolifera internazionale divenne assai combattuta, a George McGhee, la cui mediazione aveva contribuito alla formulazione dell'accordo del 1950. venne chiesto in Senato se il principio della deduzione fiscale «non fosse stato un modo ingegnoso di trasferire molti milioni di dollari per decisione dell'esecutivo del pubblico erario a un governo straniero senza ottenere direttive o autorizzazioni dal Congresso». McGhee non fu d'accordo. Non si era trattato di un gioco di prestigio ma di decisioni assunte di concerto con il dipartimento di Stato e il Congresso; non fu una decisione segreta e del resto il principio fifty-fifty vigeva già da sette anni in Venezuela prima di essere adottato in Arabia. L'altra faccia della medaglia, sostenne McGhee, sarebbe stata la perdita della concessione, un rischio che non si poteva correre. Era vero, ma a sei mesi di distanza dalla firma della concessione Aramco, gli avvenimenti nel vicino Iran avrebbero di mostrato che il rapporlo locatore/locatario non era stato affatto risolto" [LEGGERE IN: Daniel Yergin, 'Il premio', Milano, 1991 (Tit.orig.: The Prize)] [ECOI-025-FL, pdf, pag 383]  [Versione digitale su richiesta] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT
 
Conoscere le leggi degli eventi e trovare in queste leggi il proprio posto, questo è il primo dovere PDF Stampa E-mail
"Salvo gli anni della guerra civile, ho dedicato la mia vita agli scritti e al partito. La Libreria di Stato cominciò la pubblicazione delle mie opere nel 1923 e fece in tempo a stampare 13 volumi, a prescindere dai 5 volumi su argomenti militari. Nel '27 la pubblicazione fu sospesa, quando la caccia al «trotzkismo» assunse un particolare accanimento. Nel gennaio 1928 l'odierno Governo dei Soviet mi mandò in esilio. Vissi un anno ai confini della Cina. Nel febbraio 1929 fui espulso e mandato in Turchia. Scrivo queste pagine a Costantinopoli. Non si può dire, già da questi brevissimi cenni, che la mia vita sia stata monotona. Al contrario, in base al numero delle peripezie improvvise, dei gravi conflitti, degli alti e bassi, si può dire che la mia vita è «avventurosa». Eppure mi permetto di affermare che, per mia inclinazione, non ho nulla a che fare con le avventure. Io sono piuttosto pedante e conservatore nelle mie abitudini. Io amo e apprezzo la disciplina e l'ordine sistematico. Non per amor di paradossi, ma perchè è la pura verità, dico che non posso soffrire il disordine e la distruzione. Sono sempre stato uno scolaro diligentissimo e preciso: due qualità che ho conservate per tutta la vita. Negli anni della guerra civile, quando il mio treno fece un percorso pari a varie volte la lunghezza dell'equatore, ogni nuovo steccato di fresche assi d'abete mi dava gioia. Lenin che conosceva questa mia passione, mi prendeva amichevolmente in giro. Un buon libro in cui si trovino dei pensieri buoni, e una buona penna capace di comunicare i propri pensieri agli altri, sono sempre stati per me (e lo sono ancora) le conquiste più preziose e per me più familiari della cultura. La voglia d'imparare non m'ha abbandonato mai, e spesse volte ho avuto la sensazione che la Rivoluzione mi impedisse di darmi a un lavoro sistematico. Eppure quasi un terzo di secolo della mia vita cosciente è pieno di battaglie rivoluzionarie. E se dovessi cominciar da capo batterei senza esitare la stessa strada. Sono costretto a scrivere queste righe all'estero, fuoruscito per la terza volta, mentre i miei amici, quelli che ebbero parte decisiva nella creazione della Repubblica dei Soviet, sono in esilio o in prigione. Alcuni di loro vacillano, si ritirano, si piegano dinanzi all'avversario. Gli uni, perchè sono moralmente logori; gli altri perchè non sanno trovar da soli una via d'uscita dal labirinto delle circostanze; altri ancora, perchè premuti da rappresaglie materiali. Ho visto due volte una tale diserzione in massa: quando fu soffocata la Rivoluzione del 1905 e allo scoppio della guerra mondiale. Conosco per mia esperienza, fin troppo bene, coteste alte e basse maree. Seguono una certa regolarità. L'impazienza non ne può accelerare la vicenda. Nè io sono avvezzo a considerare le prospettive della storia dalla visuale del destino individuale. Conoscere le leggi degli eventi e trovare in queste leggi il proprio posto, questo è il primo dovere di un rivoluzionario. Ed anche la massima soddisfazione per un uomo che non lega i propri compiti alle contingenze della giornata" L. Trotzki, Prinkipo, 14 settembre 1929" [LEGGERE IN: Leon Trotsky, La mia vita. (Tentativo di autobiografia), Mondadori, Milano, 1933, seconda edizione)] [TROD-037-B, pdf, (pag XIV-XV, prefazione)] [Versione digitale su richiesta] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT
 
L'antagonismo tra Europa e Stati Uniti negli anni Venti PDF Stampa E-mail
"Le plan des Etats-Unis: mettre l'Europe à la portion congrue. Que veut le capital américain? A quoi tend-il? Il cherche, dit-on, la stabilité. Il veut rétablir le marché européen dans son intérêt, il veut rendre à l'Europe sa capacité d'achat. De quelle façon? Dans quelles limites? En effet, le capital américain ne peut vouloir se faire de l'Europe un concurrent. Il ne peut admettre que l'Angleterre et, à plus forte raison, l'Allemagne et la France recouvrent leurs marchés mondiaux, parce que lui-même il est à l'étroit, parce qu'il exporte des produits et s'exporte lui-même. Il vise à la maîtrise du monde, il veut instaurer la suprématie de l'Amérique sur notre planète. Que doit-il faire à l'égard de l'Europe? Il doit, dit-on, la pacifier. Comment? Sous son hégémonie. Qu'est-ce que cela signifie? Qu'il doit permettre à l'Europe de se relever, mais dans des limites bien déterminées, lui accorder des secteurs déterminés, restreints, du marché mondial. Le capital américain commande maintenant aux diplomates. Il se prépare à commander également aux banques et aux trusts européens, à toute la bourgeoisie européenne. C'est ce à quoi il tend. Il assignera aux financiers et aux industriels européens des secteur déterminés du marché. Il réglera leur activité. En un mot, il veut réduire l'Europe capitaliste à la portion congrue, autrement dit, lui indiquer combien de tonnes, de litres ou de kilogrammes de telle ou telle matière elle a le droit d'acheter ou de vendre. Déjà, dans les thèses pour le 3* congrès de l'IC, nous écrivions que l'Europe est balkanisée. Cette balkanisation se poursuit maintenant. Les Etats des Balkans ont toujours eu des protecteurs dans la personne de la Russie tsariste ou de l'Autriche-Hongrie, qui leur imposaient le changement de leur politique, de leurs gouvernants, ou même de leurs dynasties (Serbie). Maintenant, l'Europe se trouve dans une situation analogue à l'égard des Etats-Unis et, en partie, de la Grande-Bretagne. Au fur et à mesure que se développeront leurs antagonismes, les gouvernements européens iront chercher aide et protection à Washington et à Londres; (...)" [LEGGERE IN: Leon Trotsky, 'Europe et Amerique', Librairie de l'Humanité, Paris, 1926] [TROD-085, pdf, (pag 26-27)] [Versione digitale su richiesta] [ISC Newsletter N° 80] ISCNS80DIGIT
 
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