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'Il razzismo è solo una manifestazione particolare di una sindrome più vasta, la xenofobia' PDF Stampa E-mail
CAVALLI-SFORZA Luca e Francesco, Chi siamo. Storia della diversità umana. MONDADORI. MILANO. 1995 pag 405 8°  prefazione note bibliografiche cartine tabelle illustrazioni ringraziamenti; Collana Oscar Mondadori. Luca Cavalli Sforza (Genova, 1922) medico e ricercatore, docente di genetica all'Università di Stanford, California, è autore di numerose pubblicazioni scientifiche e diversi libri. Francesco Cavalli Sforza (Cambridge, 1950) ha studiato a Berkeley, Trento e Milano dove si è laureato in filosofia. Lavora come regista cinematografico e televisivo. Dei due autori Mondadori ha pubblicato pure: 'La scienza della felicità'. ['Vari elementi congiurano a rendere il razzismo una deviazione tutt'altro che inattesa. Il razzismo è solo una manifestazione particolare di una sindrome più vasta, la xenofobia: la paura o l'odio per gli stranieri e più in generale per chi è diverso. Quest'ultima accezione comprende anche la misoginia; per indicare le donne che odiano i maschi bisognerà coniare una parola che designi la fobia opposta alla misoginia, la misoandria; per non parlare poi della fobia per gli omosessuali, per i preti, i negri, gli ebrei e di altre ancora. Il gruppo sociale cui la persona appartiene gioca un ruolo molto importante nella vita dell'individuo, e sembra ragionevole pensare che vi sia una sostanziale pulsione a sentire e agire in modo da essere in accordo con il proprio gruppo, per ottenerne l'appoggio e per fornirlo, se necessario. Il fatto che sia ragionevole pensarlo non significa che questa pulsione esista, ed è difficile fornire prove solide della sua esistenza. Ma permettiamoci di fare l'ipotesi che vi sia realmente una pulsione, cioè una tendenza innata, a considerare il gruppo cui noi apparteniamo come una entità, che chiameremo Noi, definita in opposizione a coloro che al gruppo non appartengono, che sono gli altri, Loro. Se accettiamo questa ipotesi dobbiamo anche riconoscere che la definizione del Noi varia secondo le circostanze. Può essere che il Noi sia la famiglia; o magari la famiglia con l'esclusione di qualche membro che riteniamo non meriti il nostro appoggio e fiducia. (...) Molti di questi Noi possono essere in antitesi con altri Noi: la famiglia può non volere che noi frequentiamo certi amici o compagni, creando così conflitti che possono essere importanti nella vita di un individuo. (...) Questi diversi Noi che influenzano tanta parte della nostra vita sono di enorme importanza emotiva come fonte di gioie e di preoccupazioni, di senso di lealtà e di appartenenza (in certi casi possiamo parlare di identità, come per il patriottismo nelle sue varie forme, campanilismo incluso), di gelosie, rabbie, sensi di colpa. La loro importanza nella vita di ogni giorno fa pensare che vi sia una tendenza innata a fabbricare questi Noi, che sono una estensione del nostro Io e ci aiutano formando una cintura di protezione intorno a noi stessi. Questa tendenza può essere in alcuni più forte che in altri. Se alcuni di questi Noi acquistano un'importanza speciale, perché ci aiutano a rimpiazzare altri Noi (per esempio la famiglia) che, a torto o a ragione, non ci danno le soddisfazioni desiderate, possono generarsi situazioni di grave conflitto. Tuttavia, da sola questa spiegazione non basta per capire il razzismo. Vi sono altri elementi importanti che aiutano a determinarlo. Uno di essi è la forza del pregiudizio, che può raggiungere il livello di una nevrosi grave. Non sappiamo bene per quali motivi, ma spesso assistiamo a prese di posizione così decise e così stupide, a volte anche da parte di persone molto intelligenti, che talora sembra necessario catalogarle come nevrosi' (pag 351-353) ['Razza e razzismo'. Capitolo IX] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
Il 1905 "fu veramente una grande rivoluzione e non un caos" PDF Stampa E-mail
MAYNARD John, Russia in evoluzione. MONDADORI. VERONA. 1947 pag 335 8°  prefazione introduzione traduzione dall'inglese di Puccio RUSSO, titolo originale 'Russia in flux'. ['Anche se Lenin fosse stato in Russia alla fondazione del Soviet di Pietroburgo, vi sono ragioni per dubitare che lo avrebbe accolto calorosamente. Ma, come sempre, egli imparò dai fatti, e avendo visto come il Soviet di Pietroburgo e quelli delle altre numerose città che lo imitarono servissero praticamente ad incorporare la volontà dei lavoratori, li riconobbe come «organismi di potere, malgrado la loro costituzione ed il loro funzionamento embrionale, inorganizzato, irregolare». Nell'ottobre 1915 parla ancora con qualche riserbo sul valore di questa istituzione. I Soviet devono essere considerati come «organi di potere insurrezionali e rivoluzionari. Ma solo in relazione con scioperi generali di natura politica o con le insurrezioni, queste istituzioni possono avere un valore duraturo». Le caratteristiche dei Soviet sono: esso non rappresenta una entità geografica ma è il microcosmo di una classe particolare; è un corpo di lavoratori che compiono un comune lavoro e che si conoscono intimamente: in esso vi è la possibilità del rimprovero come quella dell'elezione; la funzione dell'eletto è amministrativa e legislativa, e assomiglia più ad un consiglio di contea che a un Parlamento. Ma forse la caratteristica più importante del Soviet è che esso ha provocato la creazione di una serie di gerarchie amministrative, la più bassa delle quali viene scelta direttamente dai lavoratori mentre le altre vengono scelte dalla gerarchia immediatamente inferiore. In questo modo si portano i lavoratori, od i loro rappresentanti, in contatto immediato con l'esecuzione di ogni tipo di affare pubblico, dal più umile che riguarda fatti quotidiani, al più elevato che concerne la condotta dello Stato. Queste caratteristiche si adattano meglio di un Parlamento ad una situazione che cambia rapidamente, ma i Soviet del 1905 e del 1917 erano lontani dal procedere di pari passo con l'impazienza dei rivoluzionari e rappresentavano l'uomo moderato piuttosto che l'estremista. Il primo presidente, Krustalev Nosar, era un oratore più che un capo. Trotzki, che gli succedette, venne criticato perché si occupava di questioni economiche, invece di assicurarsi il potere dello Stato. (...) Nel maggio del 1901 [Lenin] (...) propose di preparare l'insurrezione armata in seguito ai massacri delle officine Obukov. Nel novembre 1904 scrisse che la classe lavoratrice doveva estendere e rafforzare la sua organizzazione e preparare l'insurrezione. Nel maggio 1905, dopo aver detto che il popolo non poteva battere l'esercito, aggiunse: «che il popolo possa sollevarsi assieme ad una piccola parte dell'esercito contro i governanti dispotici, è una realtà del domani». E dopo l'ammutinamento della nave di battaglia «Potemkin» nel giugno 1905, fece notare che era giunto il momento dell'insurrezione e spinse i socialdemocratici a studiare le questioni militari. Dopo che la rivoluzione del 1905 fu repressa, disse ai menscevichi che «fu veramente una grande rivoluzione e non un caos... non perché lo zar fu obbligato a proclamare una costituzione, non perché la borghesia cominciò a dare segni di vita, ma soprattutto perché, anche se fu senza successo, vi fu una sommossa armata da parte dei lavoratori di Mosca e perché il proletariato mondiale aveva da un mese lo sguardo rivolto ai Soviet dei deputati dei lavoratori di Pietroburgo. Qualificò la sommossa «il più grande movimento storico del 1905 e l'antesignano della futura vittoria»" (pag 311-313)] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
Il capo delle folle disorientate PDF Stampa E-mail
WEIL Eric, a cura di Livio SICHIROLLO, Masse e individui storici. FELTRINELLI. MILANO. 1980 pag 142 16°  presentazione di Francesco ALBERONI, prefazione: 'Eric Weil: la vita e la sua opera oggi' di Livio SICHIROLLO (pag 13-52) introduzione traduzione dal francese di Massimo VENTURI FERRIOLO; note Collana Feltrinelli Economica, I nuovi testi. Eric Weill nato a Parchim, Meclemburgo, nel 1904 è morto a Nizza nel 1977. Tra le sue opere 'Hegel et l'Etat' (Vrin, 1950) (Hegel e lo Stato, in 'Filosofia politica', Vallecchi, 1965); Luigi Sichirollo ha studiato a Milano con Banfi e Barié: dopo un lungo soggiorno all'Università di Urbino (con A. Massolo), è ora (1980) ordinario di Filosofia morale alla Statale di Milano. Ha pubblicato tra l'altro: 'Dialettica' (Isedi, 1977). ['Questi capi prendono il potere quando gli strati e i gruppi che avevano tratto vantaggio dall'evoluzione economica e dalla crescente potenza del paese si trovano immersi bruscamente in quell'insicurezza in precedenza riservata alle masse da loro disprezzate: i valori tradizionali e moderni crollano dinanzi a loro e vedono se stessi diventare come la massa. Di fatto erano già vicini ad essa per il duplice movimento dell'ascesa della massa e della loro perdita d'importanza tecnica ed economica; ma, collocati tra gli operai e i grandi capitalisti, si erano schierati con i potenti: la loro parte del reddito globale era diminuita più lentamente della crescita del prodotto sociale e avevano potuto conservare la convinzione di una superiorità in realtà passata. La catastrofe li colpisce doppiamente dal momento che per loro non è soltanto economica. Gli strati inferiori resistono più a lungo alla parola del nuovo capo: perdono fiducia nella riconciliazione attraverso la competizione, che ora appare una trappola, ma in un primo momento ritornano all'idea della rivoluzione sociale. Solo più tardi si staccano da dirigenti che non sanno né scatenare la rivoluzione né imporre una riorganizzazione razionale della società, non recano alcun sollievo e non osano nemmeno promettere un miglioramento. In queste condizioni il capo parlerà di giustizia, di razionalizzazione, di progresso: concetti che non potrebbe evitare perché fanno parte del pensiero di una massa evoluta e soprattutto di quelli che stanno per cadere nella massa. Ciò non è tuttavia sufficiente. Al razionale e allo storico bisogna sovrapporre una spiegazione degli avvenimenti passati, bisogna denunciare colpevoli visibili e noti a tutti, ricostruire tutta la storia della nazione su nuove basi: le interpretazioni prima accreditate sono fallite e quindi non hanno più credito tutti i programmi che avevano voluto giustificarsi riferendosi ad esse. Un ritorno alle origini, l'identificazione con un passato eroico sepolto da molto tempo o grossolanamente inventato devono ispirare ad una massa disorganizzata, emotiva e agitata da passioni negative la fiducia in sé, una cieca fede nel capo, l'odio verso i colpevoli interni o stranieri' (pag 135-136)]  [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  
  
 
"Una analisi chiara ed esatta della grandezza di valore delle merci" PDF Stampa E-mail
TARANTO Domenico, Abilità del politico e meccanismo economico. Saggio sulla «Favola delle Api». ESI - EDIZIONI SCIENTIFICHE ITALIANE. NAPOLI. 1982 pag 142 8°  nota introduttiva, note; Pubblicazioni dell'Università degli Studi di Salerno, Sezione di Studi filosofici, Commissione scientifica Alfredo SABETTI Valentino GERRATANA Vincenzo VITIELLO Roberto RACINARO Vittorio DINI. ['Già nel 'Trattato delle imposte e dei tributi', Petty - come ricorda Marx - fornisce «una analisi chiara ed esatta della grandezza di valore delle merci» (69), riducendo la loro fenomenica diversità (ad esempio quella tra metalli nobili e grano) ad una eguaglianza di valore fondata sulla stessa quantità di lavoro: «Ma una ulteriore, sebbene collaterale, questione può essere quella di sapere quanto vale in moneta inglese questo grano o rendita; rispondo quanto la moneta che un altro singolo uomo può risparmiare nello stesso tempo oltre alle sue spese, se egli si dedica interamente a produrre e a fare ciò» (70). Quello del lavoro («se 100 uomini lavorano per dieci anni per produrre grano, e lo stesso numero di uomini lavora per un eguale periodo per produrre argento, io dico che il prodotto netto in argento è il prezzo dell'interno prodotto netto in grano, e parti eguali dell'uno il prezzo di parti eguali dell'altro» (71)) è ciò che Petty chiama, «il fondamento dell'equiparazione e della ponderazione dei valori» (72). Il lavoro, lavoro astratto, si intende, lavoro formalizzato e perciò eguale e in grado di misurare eguaglianze, emerge come protagonista dello sviluppo economico gettando una luce anche se di sfuggita su quella realtà della manifattura che ne rende possibile la stessa pensabilità. Non diversamente da Petty, Locke avrà parole chiare sull'origine della ricchezza e nel tormentato (73) cap. V del secondo dei Trattati sul governo arriverà a scrivere «E' dunque il lavoro che conferisce alla terra la maggior parte del valore, e, senza di esso, quella appena giungerebbe a valere qualcosa: è ad esso che dobbiamo la maggior parte di tutti i prodotti utili della terra» (74)' (pag 78-79)] [(69) F. Engels, 'Anti-Dühring', in Marx-Engels, Opere complete, vol. XXV, Roma, 1974; si ricordi che il capitolo X della sez. seconda da cui è tratto il giudizio da noi sopra riportato è stato scritto interamente da Marx; (70) W. Petty, ivi, p. 43 (trad. it., cit., pag. 84); (71) Ibidem; (72) «Questo, io dico, è il fondamento dell'equiparazione e della ponderazione dei valori, tuttavia confesso che nelle sovrastrutture e nella sua applicazione pratica c'è molta varietà e complessità, di cui parleremo in seguito». W. Petty, op. cit., pag 44 (trad. it., pag 85); (73) Quando qualifichiamo come tormentato il V capitolo del Secondo dei Trattati del Governo non intendiamo riferirci alle vicende della sua composizione bensì a quelle della sua valenza teorica, per un approfondimento del tema rimandiamo al libro di G. Zarone, 'John Locke', cit. e all'importante capitolo "La teoria della proprietà-lavoro e le sue antinomie", pagg. 93-108; (74) John Locke, 'Two treatises of Government", trad. it., Due trattati sul Governo, a cura di L. Pareyson, Torino, 1960, pag. 272] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  
 
La polemica di Gramsci vs Trotsky. L'"irruzione catastrofica" della struttura nella sovrastruttura PDF Stampa E-mail
MANCINA Claudia, Le (presunte) antinomie di Gramsci. (in) CRITICA MARXISTA. ROMA. N. 1 GENNAIO-FEBBRAIO 1979 pag 71-86; 105-112; 181-184 8°  note; 'Schede critiche'. ['Anderson (1) (...) sottovaluta la polemica condotta contro le posizioni di Trotsky, una polemica costante e sempre presente proprio quando c'è da parte di Gramsci il tentativo di sistemare retrospettivamente gli ultimi anni di attività di Lenin, quindi il periodo della propria milizia internazionale e dell'appannarsi delle prospettive rivoluzionarie in Europa; una polemica che non è certamente mai «antitrotskista», ma attribuisce tuttavia a Trotsky l'incapacità di comprendere la novità e la differenza del problema strategico in occidente. Non si può certo ascrivere a conformismo (sapendo quanto siano spregiudicate le riflessioni gramsciane in carcere) né a trascuratezza la scarsità di riconoscimenti verso Lev Davidovic, a meno di rimuovere il giudizio netto e costante con cui Gramsci lo mette nel grande filone dell'economismo: caratterizzato dal misconoscimento del rapporto fra Stato e società civile e attraverso di esso dallo stravolgimento del rapporto fra struttura e sovrastruttura. L'idea della guerra di movimento - alla quale Gramsci riporta (anche qui nel contesto di una riflessione che risale sino al 1848 e ai giacobini) la formula della «rivoluzione permanente» - è da lui inequivocabilmente collegata alla presunzione di una «irruzione catastrofica» della struttura, attraverso la crisi economica, nella sovrastruttura. Tale contatto, tale corto circuito non è invece, per Gramsci, possibile, proprio per l'articolazione più complessa che dà al rapporto struttura-sovrastruttura lo sdoppiamento del politico in Stato-società civile, dove questa fa da filtro, da cuscinetto, da assorbimento degli urti. Ecco perché non vale rimpiangere che Gramsci, perdendo la strada «nel labirinto dei 'Quaderni'», abbia mancato di chiarire il «corretto ordine teorico e temporale» tra guerra di movimento e guerra di posizione (p. 129): che sarebbe, naturalmente, nelle intenzioni di Anderson, 'prima' la guerra di posizione (prima il consenso, l'egemonia, la conquista della società civile), 'poi' la guerra di movimento, l'attacco definitivo allo Stato, la presa del Palazzo d'inverno: ma, questa volta, forti del consenso delle masse" (pag 182) [(1) P. Anderson, 'Ambiguità di Gramsci, Bari,Laterza, 1978, tit. orig. 'The antinomies of Antonio Gramsci', London, 1977] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

  
 
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