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'Nessuna tirannia ha mai fortificato i propri sistemi di controllo ad una grado cosý compiuto' PDF Stampa E-mail
PALLA Marco, Fascismo e Stato corporativo. Un'inchiesta della diplomazia britannica. FRANCO ANGELI. MILANO. 1991 pag 136 8°  avvertenza, note, indice nomi; Collana La società moderna e contemporanea, diretta da Marino BERENGO Franco DELLA-PERUTA e Lucio GAMBI. Marco Palla (Pietrasanta, 1949) è ricercatore presso il Dipartimento di storia dell'Università di Firenze. Fa parte della direzione di 'Passato e presente'. Ha al suo attivo numerosi volumi tra cui 'Storia d'Italia' (Bompiani, 1989). ['Anche se l'«antifascismo» di questo settimanale ['The Economist', ndr] derivava, secondo noi, da credo liberoscambista e dalla difesa del patrimonio dottrinario dell'economia classica più che da una consapevole e coerente scelta di battaglia politica, occorre rilevare che un atteggiamento critico fu mantenuto, pur fra oscillazioni e incertezze, non certo a scapito di un'informazione notevole per qualità e quantità. Già prima della frisi economica mondiale, il giudizio sul sistema corporativo («uno dei più notevoli esperimenti politici della storia») si era saldato con una precisa individuazione dei caratteri repressivi della dittatura fascista: "Il nuovo sistema opera a pieno ritmo. Esso rappresenta l'asservimento finale e completo dell'intera vita lavorativa della nazione italiana e di ogni singolo individuo al controllo dell'organizzazione fascista. I sindacati e le corporazioni sono controllati da fascisti e chiunque sia per qualsiasi ragione 'persona non grata' (in italiano nel testo) al fascismo non è solo messo in condizione di non poter ottenere voce in capitolo nel controllo degli affari, ma può essere  privato dell'opportunità stessa di guadagnarsi da vivere (...). Ci sono state altre tirannie e altre oligarchie ma nessuna ha mai fortificato i propri sistemi di controllo ad una grado così compiuto e comprensivo di organizzazione moderna". L'articolo concludeva con un nota di grave perplessità, ricordando che i sentimenti di amicizia per l'Italia e il riconoscimento per l'opera ideale di Mussolini si mescolavano ormai, tra gli inglesi, ad interrogativi inquietanti: "Nessuno studioso di storia contemporanea, e nessuno che operi per la stabilità e la sicurezza del mondo, può liberare la mente da cattivi presentimenti quando osservi l'evoluzione di un meccanismo che nessuna nazione civile ha fino ad oggi subito" (15). Le preoccupazione per la soppressione della libertà in Italia - ribadite in occasione delle prime conseguenze della crisi americana, considerate fra l'altro come del tutto sfavorevoli per tentare nuovi esperimenti corporativi (16) - tradivano tuttavia un'intima solidarietà con la classe imprenditoriale italiana e le sue remore ad accogliere una più massiccia pressione interventista dello Stato (17)' (pag 66-67) [(15) 'The Corporative State in Italy', The Economist, 23.6.1928 (...); (16) 'Industrial Developments in Italy', ivi, 4.1.1930, sosteneva che "la situazione economica attuale non è davvero favorevole a nuovi esperimenti. Le ripercussioni della crisi americana sono serie e le condizioni dei mercati del Sud America, del Levante, della Cina e dell'India non sono promettenti. Il numero dei disoccupati alla fine di ottobre, 297.382, non una grossa cifra, è tuttavia più alto di quello della fine di ottobre 1928, che era di 282.379. Sembra che circolino voci di scontento fra le masse lavoratrici"; (17) 'Economics of Fascism', ivi, 17.5.1930, osservava con preoccupazione la "subordinazione dell'individuo al presunto bene della comunità" e affermava che "è impossibile non simpatizzare coi datori di lavoro italiani per le loro ansie riguardo al futuro (...)"] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]     

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Il patriottismo degli italiani era, come quello degli antichi greci, amore per una singola cittÓ PDF Stampa E-mail
MACK-SMITH Denis, Storia d'Italia dal 1861 al 1969. 1. EUROCLUB. MILANO. 1985 pag VIII 191 8°  presentazione dell'autore (pag 3-53), antologia documenti testimonianze, foto illustrazioni iconografia cartine, traduzione di Alberto AQUARONE e Giovanni FERRARA, ristampa edizione 1984. Denis Mack Smith è nato a Londra nel 1920 ed è morto nel 2017. Ha studiato a Cambridge, dove è stato discepolo dello storico George Macaulay Trevelyan. Ha trascorso un periodo di studio anche all'Istituto italiano di studi storici di Napoli, al tempo di Benedetto Croce. È stato Senior Research Fellow presso l'All Souls College di Oxford. È autore di numerose opere sulla storia d'Italia, tra le quali Cavour e Garibaldi nel 1860, Storia d'Italia dal 1861 al 1969, Il Risorgimento italiano, Storia della Sicilia medievale e moderna, Vittorio Emanuele II, Le guerre del duce, è stato protagonista di una vivace polemica, con un confronto diretto in televisione, con Renzo De-Felice sui temi dell'interpretazione del fascismo data da quest'ultimo sopratutto nella sua notissima Intervista sul fascismo, Laterza 1976. ['Un altro importante fattore geografico è dato dalla posizione strategica dell'Italia. La politica estera dello Stato unitario era destinata a preoccuparsi principalmente di quei paesi che confinavano con esso, la Francia, l'Austria e la Serbia. Ognuno di questi era potenzialmente pericoloso, ma di ciascuno ci si poteva servire contro gli altri. D'altra parte la lunghezza delle coste dell'Italia, circa 6.500 chilometri in confronto ai 1.900 della frontiera settentrionale, non solo la rendeva assai sensibile nei confronti di altre potenze mediterranee come la Francia e la Gran Bretagna, ma fece anche di essa una potenza marittima e, talora, imperiale. Quasi tutte le sue importazioni venivano dal mare. Ad oriente c'era il ricordo del dominio veneziano sulla Dalmazia e sul Levante. La terraferma balcanica dista soltanto ottanta chilometri dall'Italia nel punto più stretto del canale di Otranto, mentre l'Africa settentrionale è a sole tre ore di navigazione dalla Sicilia. Non fa meraviglia, pertanto che Cavour e i suoi discepoli avessero di quando in quando delle visioni geopolitiche, in quanto l'Italia era l'unico grande paese europeo tutto proteso nel Mediterraneo, quasi che fosse un promontorio «che unisce l'Europa all'Africa». Sin da quando l'influenza della Turchia e dei corsari barbareschi cominciò a declinare, e specialmente da quando il canale di Suez divenne un fatto compiuto, vi furono alcuni che cominciarono a chiedersi se non fosse possibile ricostituire nell'Africa settentrionale l'antico impero romano.  C'erano dei vantaggi ad essere un'espressione geografica. L'impero centro-europeo di Metternich non era neppure questa, e l'Austria-Ungheria era destinata a essere fatta a pezzi dai nuovi Stati nazionali, fra cui l'Italia doveva essere uno dei maggiori e dei più pericolosi. L'idea di unità nazionale. L'Italia aveva sempre costituito un'unità geografica. Anche da punto di vista religioso essa aveva formato praticamente un tutto omogeneo sin dai tempi di Gregorio Magno e una lingua e una cultura italiana comuni erano esistite da Dante in poi. Fino al 1861, tuttavia, non era mai stata un'entità politica e si può dire che lo fosse a malapena anche allora. Come lo storico napoletano Luigi Blanch aveva osservato dieci anni prima, il patriottismo degli italiani era analogo a quello degli antichi greci, era cioè amore per una singola città, e non per un paese, era un sentimento tribale, e non nazionale. Soltanto in seguito a conquiste straniere essi si erano trovati uniti; ma una volta abbandonati a loro stessi tornavano a scindersi in tanti frammenti. Una certa coscienza nazionale era stata senza dubbio presente intermittentemente durante i secoli, ma si era sempre trattato di qualcosa di vago e incerto, che si esprimeva soltanto attraverso le ardite speculazioni di un Dante o di un Machiavelli; mentre molti altri avevano anzi sostenuto che l'unità nazionale sarebbe stata disastrosa anziché benefica; e oltre tutto moralmente ingiusta. In effetti, prima del secolo decimonono il sentimento nazionale era stato ben scarso e persino una unione doganale simile allo 'Zollverein' tedesco non poté essere attuata finché il Piemonte non fu in grado di imporla. L'Italia settentrionale e quella meridionale praticamente non si erano mai trovate unite sotto lo stesso governo; la sovranità era stata spezzettata per secoli fra città che godevano di un regime di autonomia e dinastie straniere, interessate le une come le altre a contrastare ogni movimento patriottico di cui non fossero alla testa e ad impedire che i loro vicini diventassero troppo potenti. Con l'andar del tempo tuttavia tutti gli invasori si erano amalgamati con l'ambiente circostante ed erano stati assorbiti dal 'genius loci', finché nel 1861 tutte queste numerose città e regioni, a eccezione soltanto di Venezia e Roma, si trovarono ad essere riunite in un unico Stato. Certamente, esistevano ancora delle divisioni interne profonde, e l'avvenire avrebbe visto più di una lotta intestina. È pure certo che l'unificazione venne raggiunta con metodi che non pochi italiani detestavano. Ciononostante, molti sarebbero stati disposti a convenire che nel 1861 le cinque grandi potenze d'Europa erano divenute sei, e in ogni paese libero l'opinione pubblica guardava con simpatia e ammirazione alla rinascita dell'Italia. Come e perché ciò avvenne costituisce uno dei temi più appassionanti della storia moderna'  (pag 11-15)] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
Aprile 1945: impedita la distruzione del porto di Genova da parte delle forze germaniche PDF Stampa E-mail
MASSOBRIO Alessandro, Storia della Chiesa a Genova. Dalla fine della Repubblica aristocratica ai giorni nostri. DE-FERRARI EDITORE. GENOVA. 1999 pag 217 8°  prefazione, foto illustrazioni; Collana Sestante, Storie, memorie, documenti. Alessandro Massobrio, insegnante e giornalista, vive e lavora a Genova. Ha al suo attivo una 'Storia della Chiesa' pubblicata da Newton Compton e alcuni romanzi. ['Ecco, è proprio nel corso degli ultimi anni di guerra che rifulge in modo tutto particolare l'opera mediatrice e pacificatrice non soltanto del cardinale Boetto ma dell'intera Chiesa genovese. Basti pensare al ruolo (...) svolto dal vicario generale Giuseppe Siri nella smobilitazione delle truppe tedesche da Genova e al sostegno che monsignor Francesco Repetto, segretario del cardinale, prestò agli ebrei cittadini. Sostegno che gli meritò, a conflitto concluso, l'onore di essere annoverato tra i "giusti d'Israele". Quanto a Pietro Boetto, la nomina a "cittadino onorario" che il consiglio comunale all'unanimità gli volle conferire, l'8 dicembre 1945, all'indomani quindi della liberazione, la dice lunga sull'importanza determinante che questo uomo di preghiera ebbe per la salvezza di Genova e di non pochi genovesi. Sventare rappresaglie, liberare vittime, sollevare dalle strettezze economiche e morali i più infelici sembrano infatti , azioni di poco conto se paragonate a quanto l'arcivescovo riuscì ad ottenere, per via diplomatica e con la forza della persuasione, nei giorni immediatamente antecedenti il 25 aprile '45. Data in cui le truppe di occupazione tedesca, prima di abbandonare la città, avevano già stabilito la distruzione del porto e degli impianti industriali ed il cannoneggiamento degli insediamenti civili. Ma a questo punto l'uomo di preghiera lasciò spazio all'uomo di azione. O meglio, trasse dalla preghiera quelle forze, che il solo esercizio della volontà mai avrebbe potuto fornirgli. Già nell'ottobre del '44, il cardinale aveva appreso dalla viva voce del generale Vitulli il pericolo che incombeva su Genova. Quello cioè della distruzione totale da parte dei tedeschi in ritirata. Anzi, lo stesso alto ufficiale aveva invitato l'arcivescovo a indurre la Santa Sede a farsi mediatrice tra le due parti. Boetto si rende subito conto dell'impossibilità di trattare direttamente con Roma e concepisce così insieme con il proprio vicario, monsignor Siri (del cui ruolo nella resa tedesca, ci occuperemo nel prossimo capitolo) un piano d'azione, articolato in momenti diversi. Innanzi tutto, presenta alle autorità germaniche della Liguria, un memoriale redatto dallo stesso Vitulli, ma il tentativo non ottiene alcun successo. Il cardinale viene, infatti, informato dal console germanico aggiunto, Alfredo Schmid, che la distruzione del porto di Genova dipende esclusivamente dal Führer, che si è avocato la decisione finale. Sembrerebbe la fine d'ogni speranza, ma la speranza di chi crede in Cristo è Cristo e dunque Pietro Boetto non si dà per vinto. Oltretutto, numerosi avvicendamenti, nell'ambito della gerarchia militare e diplomatica tedesca, giocano in favore della salvezza della città. Si tratta, per lo più, di alti ufficiali, che nutrono sentimenti non ostili verso l'Italia e gli Italiani, ad incominciare da Wittinghof-Scheel, comandante supremo delle forze di occupazione, per finire al generale Meinhold, comandante della piazza ed al nuovo console generale a Genova, von Etzdorf' (pag 174-175); 'A suo luogo, daremo conto delle polemiche divampate tra curia arcivescovile (il cardinale Siri) ed esponenti della resistenza cittadina (il senatore Paolo Emilio Taviani) sugli inutili spargimenti di sangue che la scelta insurrezionale avrebbe provocato. Certo è che dalla sera del 23 aprile 1945 al 26 successivo, la città è preda di violentissimi scontri a fuoco tra reparti tedeschi e le Sap, le Squadre di Azione Partigiana, il cui scopo è impadronirsi dei punti strategici del territorio metropolitano, prima dell'arrivo degli Americani, che avanzano da La Spezia a marce forzate. (...) La battaglia divampa subito nel cuore della notte del 23, in quattro settori della città: Sestri Ponente, Val Polcevera, Genova Centro, Albaro e Nervi. Quanto al porto, esso è per ora presidiato saldamente dai fascisti della 'Decima Mas'. Ma non è certo per mare che tentano il ripiegamento le colonne tedesche. Il generale Meinhold prova ad utilizzare la strada ferrata, ma i ferrovieri smontano bielle e valvole delle locomotive per impedire anche la trazione a vapore. Quanto alla camionale, è del tutto impraticabile. Le colonne nemiche, bloccate nelle gallerie, tentano inutili sortite. La sera del 24 aprile, la guerriglia in città può ormai dirsi terminata. Dopo i gravi fatti di sangue di piazza De Ferrari, ai Tedeschi restano ancora pochi punti strategici: l'Istituto idrografico della Marina a Principe, via Giordano Bruno in Albaro, lo spiazzo antistante la camionale e monte Moro, dalla cui sommità il generale Meinhold minaccia di bombardare il centro abitato, se le truppe non verranno lasciate uscire, incolumi, dalla città. Ma l'alba del 25 è foriera di importanti novità. Mentre le 'Sap' conquistano piazza Acquaverde, la caserma di Sturla e l'ospedale di Rivarolo, il dottor Romanzi giunge a Savignone, sede del comando tedesco, recando con sé due lettere, una scritta di pugno dal cardinal Boetto, l'altra espressione di un CLN, all'interno del quale la coesione delle varie forze politiche è spesso precaria. Tutto ci lascia infatti credere che sul generale tedesco produca un effetto determinante soprattutto la missiva dell'arcivescovo. Fatto sta che Meinhold decide di recarsi a Genova, accettando come sede della trattativa quella Villa Migone che Boetto ha scelto come residenza provvisoria' (pag 180-181)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

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'Per la vittoria della libertÓ sul dominio, dell'indipendenza sulla cupidigia' PDF Stampa E-mail
LA-BOÉTIE Étienne de, a cura di Enrico DONAGGIO, interventi di Miguel BENASAYAG e Miguel ABENSOUR, Discorso della servitù volontaria. FELTRINELLI EDITORE. MILANO. 2020 pag 125 8°  introduzione e nuova traduzione dal francese di Enrico DONAGGIO, bibliografia, appendice: 'Affinità e divergenze tra noi e il compagno La Boétie': 'Resistere in un'epoca oscura. Conversazione con Miguel Benasayag' - 'Del buon uso dell'ipotesi della servitù volontaria' di Miguel Abensour', note, fonti; Collana Universale Economica. Etienne de La Boétie (Sarlat, Dordogna 1530 - Germignan, Gironda 1563), filosofo, poeta, umanista, fu molto vicino al pensiero stoico. Consigliere al Parlamento di Bordeaux, tra i protagonisti nei tentativi di riconciliazione ai tempi delle guerre di religione in Francia, morì giovanissimo tra le braccia dell'amico Montaigne, che lo definì "il più grande uomo del suo tempo". Enrico Donaggio insegna filosofia della storia all'Università di Torino e all'Università di Aix-Marseille. Ha scritto la postfazione ai 'Colloqui con Marx ed Engels', a cura di H.S. Enzensberger, Feltrinelli, 2019. Miguel Benasayag (1953) filosofo e psicanalista di origine argentina, rifugiatosi in Francia, è atorie di molti libri tra cui 'Elogio del conflitto' (2008) con Angélique del Rey. Miguel Abensour (1939-2017) ha insegnato Filosofia politica all'Università di Paris VII e diretto il Collège International de philosophie. E' considerato un raffinato interprete del pensiero utopico. Tra i suoi libri in italiano: 'L'utopia da Thomas More a Walter Benjamin' (2015, Inschibboleth). ['Nelle battaglie tanto famose di Milziade, di Leonida, di Temistocle, avvenute duemila anni orsono, ma ancora oggi così vive nella memoria dei libri e degli uomini cose se si fossero svolte l'altro ieri, avvenute in Grecia per il bene dei Greci e per esempio al mondo intero, cosa si pensa abbia dato a un numero di persone tanto esiguo quali erano i Greci non il potere, ma l'animo di resistere alla forza di flotte in grado di oscurare la superficie del mare? Di sbaragliare nazioni in numero talmente grande che la truppa greca non sarebbe stata capace di fornire, all'occasione, neppure i capitani alle armate nemiche? Il fatto che in quei giorni gloriosi non si svolgesse tanto la battaglia dei Greci contro i Persiani, quanto la vittoria della libertà sul dominio, dell'indipendenza sulla cupidigia. È straordinario sentire parlare del valore che la libertà infonde nel cuore di quanti la difendono; ma quel che accade in tutti i paesi, a tutti gli uomini, tutti i giorni, ossia che un uomo solo ne maltratti centomila e li privi della loro libertà, chi mai lo crederebbe se ne avesse soltanto sentito dire, invece di averlo visto di persona? E se ciò accadesse solamente in paesi stranieri e in terre lontane, e ci venisse poi raccontato, chi non penserebbe a menzogna e invenzione, piuttosto che a qualcosa di vero? Si aggiunga, per di più, che non è necessario combattere questo tiranno, non è necessario levarlo di mezzo: si leva di mezzo da sé, a patto che il paese non acconsenta alla propria servitù; non bisogna togliergli nulla, bisogna non regalargli nulla; non è necessario che il paese si dia pena di fare qualcosa per sé, a patto che non faccia nulla contro di sé. Sono infatti i popoli che si lasciano o, piuttosto, si fanno maltrattare, dal momento che, smettendo di servire, sarebbero liberi; è il popolo che si fa servo, che si taglia da solo la gola, che avendo la scelta tra essere servo o essere libero rinuncia all'indipendenza e prende il giogo: che acconsente al proprio male o piuttosto lo persegue. (...) Per conquistare il bene che desiderano, i coraggiosi non temono alcun pericolo, i saggi non rifuggono alcuna pena; i vigliacchi e gli ingordi non sanno invece sopportare il male, né riconquistare il bene. Si limitano a bramarlo, con la viltà a fare da intralcio a questa loro virtù (...)' (pag 33-35)]  [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
Si Ŕ prestata poca attenzione all'omicidio dei disabili e degli zingari durante il nazismo PDF Stampa E-mail
FRIEDLANDER Henry, Le origini del genocidio nazista. EDITORI RIUNITI. ROMA. 1997 pag XXIV 540 8°  prefazione, ringraziamenti, abbreviazioni, nota terminologica, tabelle, note, bibliografia, indice nomi; Collana Biblioteca di storia. Henry Friedlander, nato a Berlino nel 1930, fu internato durante la seconda guerra mondiale in vari lager, fra cui Auschwitz. Emigrò negli Stati Uniti nel 1947. È stato professore di storia del dipartimento di studi ebraici del Brooklyn College della City University di New York. È autore di 'The Olocaust: Ideology, Bureaucracy and Genocide'. ['Due esempi, uno per gli zingari e uno per gli ebrei ed entrambi concernenti bambini, testimoniano la determinazione dei burocrati e degli scienziati tedeschi a distruggere tutti i membri delle razze aliene. Sin dalla fine degli anni Trenta, gli enti governativi responsabili dell'assistenza pubblica dei bambini avevano cercato di ostracizzare, o almeno, isolare, i bambini ebrei e zingari. Questi bambini erano minorenni posti sotto tutela dello stato da tribunali o enti governativi. Le ragioni della loro tutela, a volte fabbricate, erano, tra le altre, la delinquenza giovanile, l'impossibilità per un singolo genitore di occuparsi del figlio, o la reclusione dei genitori in un campo di concentramento. (...) Non conosciamo l'esatto numero dei ragazzi ebrei trasferiti a Hadamar durante il 1943 e il 1944, ma sappiamo che per lo più erano sani e che vennero spediti nel centro di uccisione solo perché erano ibridi ebrei. Poiché le linee guida sulla deportazione esentavano tali ragazzi, la burocrazia dell' RMdl, e non dell'RSHA, decise di distruggere almeno qui ragazzi ibridi ebrei sui quali esercitava il proprio controllo in quanto posti sotto la tutela dello stato. Ad Hadamar questi ragazzi sani vennero uccisi con delle iniezioni. Abbiamo visto finora, come si ripresenti continuamente il collegamento tra le operazioni di uccisione contro i disabili, gli ebrei e gli zingari. Le interpretazioni sulle tre operazioni sono mutate negli anni. All'epoca, l'omicidio dei disabili scatenò una forte opposizione, mentre l'omicidio degli ebrei e ancor più degli zingari non suscitò reazioni nell'opinione pubblica. Dopo la guerra, tuttavia, l'interesse pubblico si è concentrato sull'omicidio degli ebrei, mentre si è prestata poca attenzione all'omicidio dei disabili e degli zingari fino a tempi recenti. Ma non si può spiegare nessuna di queste operazioni di sterminio senza spiegarne le altre. Il genocidio nazista scaturisce dalla somma di tutte e tre. Il collegamento tra le tre operazioni di sterminio fu, come abbiamo visto, di natura ideologica, basato sulla credenza nell'ineguaglianza umana e sulla volontà di ripulire il patrimonio genetico della nazione tedesca. Vi fu, però, anche un collegamento dovuto alla collaborazione tra differenti segmenti della burocrazia. Sebbene fosse la KdF a dirigere le uccisioni per eutanasia in collaborazione con l'RMdI, le SS e la polizia fornirono il supporto logistico senza assumersi responsabilità dirette. Le SS fornirono aiuto tecnico e personale di rango inferiore nel Reich, oltre alle unità che commisero gli omicidi ai confini orientali della Germania. Ma la collaborazione si spinse oltre. L'opera dei burocrati della sanità e della polizia, per esempio, si combinò per prendere in trappola individui che altrimenti sarebbero forse riusciti a sfuggire. Così ad esempio, le SS si assicurarono che il dipartimento della sanità cittadino obbligasse Maria Wlach, una vagabonda mezzo cieca che aveva il marito in campo di concentramento, a farsi ricoverare presso l'ospedale Am Steinhof. La Wlach era sposata con un ebreo' (pag 414-417)] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  


 
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