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Rabelais e Balzac, due celebri turennesi PDF Stampa E-mail
"Sono dozzine e dozzine le allusioni e gli omaggi a Rabelais che si possono incontrare nella 'Commedia Umana'. Sia in 'Pelle di Zigrino' o nella 'Fisiologia del matrimonio', nel 'Giglio della valle' o nel 'Cugino Pons'. Rabelais è sempre presente, e continuamente onorato come un maestro di pensiero. (...) Non contento di averlo posto al primo rango tra i grandi geni dell'umanità («è il più gran genio della Francia nel Medio Evo, il solo poeta che possiamo opporre a Dante», Balzac si è sforzato di entrare così totalmente nell'universo rabelesiano, da potere, senza alcuno sforzo, parlare la lingua stessa di Maître François. Fin dalla sua prima giovinezza, Balzac ha imitato Rabelais, in seguito gli ha preso a prestito, senza alcuna esitazione, decine e decine di espressioni di suo gusto, trovandole immaginifiche e degne di sopravvivere. Alcuni pazienti studiosi hanno stilato un catalogo di questi prestiti o, come potremmo anche definirli, di questi "furti" che onorano al tempo stesso chi li ha compiuti e chi li ha subiti. Ma è evidentemente nei 'Racconti Ameni' (Contes drôlatiques) che Balzac si identifica più strettamente con Rabelais, parla con le sue parole, ha i suoi tic, colleziona i suoi giochi di parole, si abbandona, infine, alle stesse elencazioni di termini avvicinati soltanto per il loro effetto comico: «Questo è un libro di alta digestione, pieno di amenità di gusto piccante, imbandite per quei famosissimi ghiottoni e bevitori preziosissimi ai quali si rivolgeva il nostro più illustre compaesano, François Rabelais». E Balzac è arrivato a una tale perfezione in questo «alla maniera di Rabelais» che, in certi passaggi, ci si chiede seriamente quale dei due celebri turennesi li abbia scritti' (pag 134)] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
La teoria di Copernico si fa strada negli ambienti scientifici con difficoltà PDF Stampa E-mail
KUHN Thomas S., La rivoluzione copernicana. L'astronomia planetaria nello sviluppo del pensiero occidentale. EINAUDI. TORINO. 1972 pag XIX 363 16°  introduzione di James B. CONANT, prefazione dell'autore, note, illustrazioni, appendice tecnica, indice nomi; Collana PBE, Piccola Biblioteca Einaudi. Thomas S. Kuhn è professore di storia della scienza all'Università di Princeton. Einaudi ha pubblicato pure il suo libro: 'Struttura delle rivoluzioni scientifiche'. ['(...) la grande diffusione assicurò al libro un piccolo ma crescente numero di lettori in grado di scoprire le armonie del sistema copernicano e disposti a riconoscerle come prove di verità. Ci fu dunque un modesto numero di convertiti e la loro opera contribuì, in diversi modi, a diffondere la conoscenza del sistema copernicano. La 'Narratio Prima' del più antico discepolo di Copernico, Giorgio Giacchino Retico (1514-76), rimase, per molti anni dopo la prima edizione del 1540, la migliore descrizione tecnica riassuntiva dei nuovi principi astronomici. La popolare e semplice difese delle dottrine copernicane pubblicata nel 1576 dall'astronomo inglese Thomas Digges (circa 1546-95) contribuì parecchio a diffondere il concetto del moto della Terra oltre la cerchia ristretti degli astronomi. Anche l'insegnamento e le ricerche di Michael Maestlin (1550-1631), professo di astronomia all'Università di Tubinga, convertirono alla nuova astronomia un piccolo numero di adepti, fra i quali Kepler. Grazie dunque all'insegnamento, agli scritti e alle ricerche di uomini come questi, la dottrina copernicana guadagnò inevitabilmente terreno, sebbene gli astronomi che ammettevano la loro adesione al concetto di una Terra in movimento rimanessero una modesta minoranza. Tuttavia il numero dei copernicani dichiarati non costituisce un indice adeguato del successo ottenuto dai principi innovatori di Copernico. Molti astronomi ritennero possibile sfruttare il sistema matematico copernicano e contribuire al successo della nuova astronomia, pur negando il moto della Terra o non pronunciandosi. L'astronomia ellenistica forniva loro un precedente. (...)' (pag 239)] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

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A proposito della parola d'ordine del disarmo PDF Stampa E-mail
TROTSKY Leon D., La rivoluzione tradita. SAMONA' E SAVELLI. ROMA. 1972 ediz orig 1936 pag XXII 266 16°  prefazione di Livio MAITAN, note, bibliografia. ['I gruppi cambiano, gli appetiti sussistono. Il compito dei partigiani dello statu quo consiste in realtà nel trovare nella SDN la combinazione della prossima guerra. Chi la comincerà e quando? Ciò dipenderà da circostanze secondarie, ma bisognerà pure che qualcuno cominci perché lo statu quo non é che una vasta polveriera. Il programma del «disarmo» non è che una finzione delle più nefaste finché sussistono gli antagonismi imperialisti. Anche se venisse realizzato con convenzioni - ipotesi veramente fantastica! - non sarebbe un impedimento alla guerra. Non è perché hanno le armi che gli imperialisti fanno la guerra; forgiano al contrario le armi quando hanno bisogno di fare la guerra. La tecnica moderna crea la possibilità di un riarmo estremamente rapido. Tutte le convenzioni di disarmo o di limitazione degli armamenti, non impediranno alla industrie belliche, ai laboratori, alle industrie capitaliste nel loro insieme di conservare il loro potenziale. La Germania disarmata sotto il controllo attento dei suoi vincitori (sola forma reale di «disarmo», sia detto di passata) ridiviene così, grazie alla sua potente industria, la cittadella del militarismo europeo. Essa si prepara a «disarmare» a sua volta taluni dei suoi vicini. L'idea del «disarmo progressivo» si riduce a un tentativo di diluire in tempo di pace spese militari esagerate; si tratta della cassa e non dell'amore della pace. E questa idea pure si dimostra irrealizzabile! In seguito a diversità di posizioni geografiche, di potenza economica e di saturazione coloniale, qualsiasi norma di disarmo comporterebbe una modificazione dei rapporti di forza in favore degli uni e a detrimento degli altri. Di qui la sterilità dei tentativi ginevrini. In circa vent'anni, i negoziati e le conversazioni sui disarmi hanno portato solo a una nuova rivalità negli armamenti, che supera di gran lunga tutto quello che si era visto finora. Fondare la politica rivoluzionaria del proletariato sul programma del disarmo, non è neppure costruirla sulla sabbia, è tentare di fondarla sulla cortina fumogena del militarismo' (pag 184-185) [L. Trotsky 'La politica estera e l'esercito' in: L. Trotsky, 'La rivoluzione tradita', Samonà e Savelli, Roma, 1968] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Il catalogo degli stereotipi nazionali sosteneva che i nuovi immigrati erano carenti in intelligenza PDF Stampa E-mail
GOULD Stephen J., Quando i cavalli avevano le dita. Misteri e stranezze della natura. FELTRINELLI. MILANO. 1989 pag 415 8°  prologo, note, foto, illustrazioni, bibliografia, indice nomi argomenti; Collana Universale Economica Feltrinelli. Stephen Jay Gould, professore di geologia, biologia e storia della scienza ad Harvard, unisce la preparazione scientifica di prim'ordine a un'eccezionale capacità di divulgazione. E' stato nominato scienziato dell'anno dalla rivista 'Discover'. Ha già pubblicato in Italia con Feltrinelli: 'Il sorriso del fenicottero' (1987), 'La freccia del tempo, il ciclo del tempo' (1989) e 'La vita meravigliosa' (1990). ['Nell'aprile del 1925, C.B. Davenport, uno fra i principali genetisti d'America, scrisse a Madison Grant, autore del libro 'The Passing of the Great Race' e il più famigerato razzista americano della bennata tradizione 'yankee': "I nostri avi incalzarono i battisti dalla Massachusetts Bay nel Rhode Island, ma noi non abbiamo un posto dove scacciare gli ebrei". Se l'America era diventata troppo piena per fornire posti dove relegare gli indesiderabili, essi dovevano essere tenuti fuori. Davenport aveva scritto a Grant per discutere un pressante problema politico del tempo: l'istituzione di quote di immigrazione negli Stati Uniti. Gli ebrei rappresentavano un potenziale problema per i sostenitori più accesi di restrizioni all'immigrazione. Dopo il 1890 il carattere dell'immigrazione americana era mutato marcatamente. Gli immigrati più simpatici, gli inglesi, i tedeschi e gli scandinavi, che avevano predominato in precedenza, erano stati sostituiti da orde di immigrati più poveri, più scuri e meno familiari, provenienti dall'Europa meridionale e orientale. Il catalogo degli stereotipi nazionali proclamava che tutti questi popoli - primariamente gli italiani, i greci, i turchi e gli slavi - erano carenti per natura sia in intelligenza sia in moralità. Gli argomenti a favore della loro esclusione potevano essere motivati dal desiderio di preservare incontaminato il ceppo americano che essi minacciavano. Gli ebrei presentavano però un dilemma. Lo stesso catalogo razzista attribuiva loro vari tratti indesiderabili, comprese l'avarizia e l'incapacità di assimilarsi, ma non li accusava di stupidità. Se un'ottusità innata doveva essere la giustificazione scientifica "ufficiale" per escludere gli immigranti provenienti dall'Europa orientale e meridionale, come si potevano tener fuori dall'America gli ebrei? La possibilità vista con maggior favore consisteva nel sostenere che il vecchio catalogo era stato troppo generoso e che, contrariamente al suo stereotipo popolare, l'ebreo dopo tutto era stupido. Vari studi "scientifici" condotti fra il 1910 e il 1930, quando la grande controversia sull'immigrazione raggiunse il suo culmine, pervennero a questa conclusione ferventemente desiderata. Come esempi di deformazione dei fatti per farli corrispondere alle attese, o di cecità di fronte ad alternative evidenti, questi studi sono unici. Questo saggio è la storia di due studi famosi, compiuti in nazioni diverse che esercitarono una diversa influenza (...) (studi di H.H. Goddard negli Usa e Karl Pearson, in Inghilterra, ndr)' (pag 293) ['Scienza e immigrazione ebraica']] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

  

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Il Giappone entra nel 2° conflitto mondiale con una economia già in sintonia con la macchina bellica PDF Stampa E-mail
FREDDUZZI Carlo, Il Giappone negli anni Settanta. CRITICA MARXISTA. ROMA. N. 5-6, SETTEMBRE-DICEMBRE 1971 pag 89-105 8°  note. ['Con la firma dell'atto di capitolazione a bordo dell'incrociatore 'Missouri' nel golfo del Tonchino si chiude una pagina di storia del Giappone e se ne apre un'altra. La firma dell'atto di capitolazione è però solo il suggello formale di una fine che si chiama Hiroshima e Nagasaki. Il carico atomico di due B-52 dell'Usaf non ha infatti solo seppellito sotto un cumulo di rovine due tra le più fiorenti città nipponiche, ma ha definitivamente chiuso il capitolo dell'impero del Sol Levante, di un'epoca le cui origini risalivano alla 'restaurazione Meiji' del 1868, cioè a quel possente moto di rinnovamento che aveva saldato il cerchio delle rivoluzioni borghesi che avevano fatto del capitalismo un sistema abbracciante ormai tutto il mondo (1). Il Giappone entra nel sistema capitalistico mondiale non certo come oggetto destinato a giocare una parte di terz'ordine. Uscito dal suo isolamento feudale, il paese si inserisce subito con autorità nel campo imperialista, come dimostra la sua intensissima storia dell'ultimo secolo contrassegnata da una lunga teoria di guerra di conquista che si snoda fino alle soglie della seconda guerra mondiale e porta il Giappone a dominare Formosa (1894), scontrarsi con la Cina (fine novecento) e la Russia (1904-1905), a conquistare la Corea (1910) e invadere la Manciuria (1931). Le mire espansionistiche dell'imperialismo nipponico lasciano inoltre profonde tracce in Indocina, Malaysia, Birmania, Thailandia, Indonesia, Filippine e Singapore. La casta militare sfrutta le difficoltà dell'economia giapponese all'indomani del primo conflitto mondiale (2) per portare a termine negli anni trenta la "fascistizzazione" della nazione come sbocco dell'alleanza tra grandi agrari e capitale finanziario attraverso la mediazione degli 'zaibatsu', le potentissime 'trading house' che affondavano le loro radici nell''era Meiji (3). Il Giappone entra così nel secondo conflitto mondiale con un meccanismo economico già in sintonia con una macchina bellica che sembra travolgere tutto e che trova resistenza solo davanti all'esercito di liberazione cinese. Dopo i primi facili successi il risveglio finale alla realtà è tragico e amaro: 2 milioni di caduti sui fronti di guerra; 4 milioni e mezzo di invalidi; oltre 8 milioni di sfollati; decine di miliardi di yen di danni per i bombardamenti Usa; l'industria pesante è esausta per la costrizione violenta alla produzione bellica che non ha risparmiato neppure aziende medie e piccole e addirittura fabbrichette artigianali; l'agricoltura è da anni in crisi per la massiccia chiamata alle armi di giovani e anziani e perché è tutta diretta a mantenere gli operai dell'industria militare (4). Più ancora dell'attività economica interna ha un crollo pauroso il commercio estero a causa della liquidazione degli 'zaibatsu', della perdita di Formosa e della Corea, in seguito alla costituzione della Rpc, paesi verso i quali si svolgeva il 40 per cento degli scambi prebellici giapponesi. Nel 1946 le esportazioni sono pari al 7.5 per cento e le importazioni al 18 per cento del livello prebellico (1934-1936). Tutto ciò sta ad indicare il prezzo che il paese è stato costretto a pagare a conclusione del conflitto' (pag 89-90) [note: (1) N.I. Konrad, "Stoletie japonskiej revoljucii', Narody Azii i Afriki', n. 4, 1968; (2) La riconversione dell'industria di guerra avrebbe provocato una recessione e un ritorno all'economia arcaica, per cui le classi dirigenti rifiutarono questa soluzione e scelsero quella di andarsi a prendere le materie prime dove si trovavano, cioè sul continente, dando pieni poteri alle forze militariste. Cfr. Paul Akamasu, 'Au Japon: l'armée et le prince Konoe', Annales Esc, n. 1 1964; (3) Kaoru Kataghiri, 'Il fascismo nel Giappone degli anni trenta', Critica marxista, n. 6 1969; (4) B.G. Sapoznikov, 'Japonija i uroki vtoroj mirovoj vojny', Nadory Azii i Afriki, n. 5, 1970] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]



 
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