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Ungheria 1956. Trent'anni dopo... l'autocritica. PDF Stampa E-mail
NAPOLITANO Giorgio, Dal Pci, al socialismo europeo. Un'autobiografia politica. LATERZA. BARI ROMA. 2005 pag 346 8°  premessa indice nomi; Collana Storia e società. Giorgio Napolitano (Napoli, 1925) ha assolto molti incarichi nel Pci fino al suo scioglimento nel 1991. Presidente della Camera dei deputati dal 1992 al 1994, ministro dell'interno dal 1996 al 1998, Presidente della Commissione affari costituzionali dal 1999 al 2004. ['La giustificazione del sanguinoso intervento militare sovietico per soffocare un moto popolare bollato come controrivoluzionario è divenuta e rimane - per diversi dirigenti comunisti di allora, giovani e meno giovani (penso a Pietro Ingrao) - motivo grave di riconoscimento e tormento autocritico. Anche per me: trent'anni dopo - quando si aprì una riflessione critica su quella vicenda - volli dare pubblicamente atto ad Antonio Giolitti di avere avuto ragione. Aveva pronunciato il solo discorso di netto e sostanziale dissenso dalla tribuna dell'VIII Congresso, e tra i primi interventi polemici nei suoi confronti c'era stato il mio. Mi mosse allora, ritengo, anche un certo zelo conformistico: ma la spiegazione, per l'atteggiamento mio e di altri che hanno poi ammesso la gravità dell'errore, richiede un discorse ben più complesso. (...) Del terribile travaglio di quei mesi desidero egualmente citare la testimonianza di Antonio Giolitti (nel suo bel libro autobiografico 'Lettere a Marta'): esemplare per la serenità, che contraddistinse d'altronde il suo distacco dal Pci e il suo successivo rapporto col Pci. E' di Giolitti, tra l'altro, il ricordo, impressionante nella sua asciuttezza, di Di Vittorio che non trattiene l'emozione per la repressione in Ungheria: «un macigno che singhiozzava». Di Vittorio fu l'unico esponente della Direzione del Pci che si schierò, e schierò la Cgil, contro i giudizi espressi da Togliatti. All'VIII Congresso egli giunse, peraltro, isolato al punto da pronunciare un discorso quasi acritico" (pag 40-41) ["Il trauma dell'autunno 1956. Le radici della posizione del Pci'] [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

 
'Un errore tremendo, che porta a sottovalutare pericolosamente la crisi attuale' PDF Stampa E-mail
RAMPINI Federico, Dall'euforia al crollo. La seconda vita della New Economy. EDITORI LATERZA. ROMA BARI. 2001 pag VII 163 8°  premessa appendice: 'Intervista a Manuel Castells', note; Collana I Robinson, Letture.  Federico Rampini, giornalista editorialista di 'Repubblica' e corrispondente dagli Stati Uniti. ['Il ciclo economico - una creazione dell'era industriale - potrebbe diventare un anacronismo": così scriveva il "Wall Street Journal" il 31 dicembre del 1999 nell'euforia ubriacante della New Economy. Mai profezia fu così brutalmente smentita dai fatti. Ora dilaga la tesi opposta: la New Economy è stata fasulla, solo bolla speculativa e niente sostanza. Anche questo è un errore tremendo, che porta a sottovalutare pericolosamente la crisi attuale. Ecco un'altra analogia con il 1929. Anche allora non si capì che quella crisi era più grave perché diversa. Ed era diversa perché era la crisi ciclica di un nuovo modello di capitalismo. Come ha ricordato Michael Mandel (1), proprio gli anni Venti segnarono la nascita di un modello di capitalismo americano che gli europei cominciarono a studiare, ammirare, o contestare: così oggi accade con la New Economy. Nel 1926 il direttore di "The Economist", Walter Layton, aveva scritto: «Nessun europeo può visitare l'America senza rendersi conto che al di là dell'Atlantico stanno avvenendo cambiamenti che equivalgono a una rivoluzione economica. Decine di milioni di persone hanno raggiunto livelli di benessere e di cultura molto più alti che in ogni altro paese del mondo di oggi e di gran lunga superiori a quanto sia mai avvenuto nella storia del mondo, mentre il ritmo del progresso materiale è accelerato a folle velocità». Parole familiari? Anche negli anni Venti si era diffusa l'illusione che il ciclo congiunturale fosse morto: il trionfo della grande industria fordista e taylorista sembrava rendere molto più prevedibile l'andamento della produzione e dei consumi rispetto ai tempi passati, in cui boom e recessioni erano legati al clima (nelle economie prevalentemente agricole, alle guerre, o alla conquiste coloniali. Invece il ciclo si sarebbe preso una rivincita crudele. Anche la forza dirompente del processo di innovazione tecnologica, lungi dall'aver stabilizzato la crescita, ha amplificato i ritmi normali dell'intera economia" (pag 7-8) [(1) Michael Mandel, 'Internet Depression', Fazi Editore - Business International, Roma, 2001] [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]                                                                                                                                                                                                                                                           
 
'Non aiutare i deboli comporterebbe un deterioramento della parte nobile e umana della nostra natura PDF Stampa E-mail
ROSSI Paolo, Immagini della scienza. EDITORI RIUNITI. ROMA. 1977 pag 326 8°  premessa avvertenza note indice nomi; Collana Nuova biblioteca di cultura, a cura di Ignazio AMBROGIO. ['Si generavano difficili domande. Che tipo di rapporto esiste (o deve esistere) tra la dura lotta per la esistenza che si svolge nella natura e la libera, dura concorrenza che caratterizza la vita della società? E' vero - come aveva scritto Darwin nel '71 - che «se l'uomo deve progredire ed elevarsi ancora di più deve rimanere soggetto ad una dura lotta»? (56). E' vero - come aveva sostenuto Spencer già nel 1850 - che la durezza della competizione è essa stessa garanzia di progresso e di sviluppo di forme superiori di vita umana? (57). Gli ostacoli posti dalla civiltà ai processi di selezione naturale (per esempio la medicina preventiva, i ricoveri per i malati e i disadattati) costituiscono fattori di degenerazione per la specie? Il sentimento che ci spinge ad aiutare i deboli - aveva ancora scritto Darwin - non può essere ostacolato senza che ciò comporti un deterioramento della parte più nobile e più veramente umana della nostra natura (58). Ma questa «moralità superiore» in nome della quale gli uomini mantengono in vita i disadattati in che rapporto si pone con il progresso? E la diminuzione della lotta competitiva è di ostacolo al progredire della società? Darwin aveva descritto la libera concorrenza e la lotta per l'esistenza come lo «stato normale del regno animale». Non era questa descrizione - si chiedeva Engels - anche «un'amara satira degli uomini e della società inglese contemporanea?». Quel regime di libera concorrenza «che gli economisti esaltano come il più alto prodotto storico» non è allora caratteristico dell''animalità' e della 'parte animale' dell'uomo? Non si apre allora il problema di una «organizzazione cosciente della produzione sociale» per la quale gli uomini possano, sotto l'aspetto sociale, «essere sollevati al di sopra del restante mondo animale di tanto quanto la produzione in generale lo ha fatto per la specie»? (59)" (pag 205-206) [(56) C. Darwin, 'L'origine dell'uomo', Roma, 1966, p. 242; (57) H. Spencer, 'Social Statics: or the conditions essential to human happiness specified', London, 1850, p. 36; (58) C. Darwin, 'L'origine dell'uomo', cit., pp. 162-163; (59) F. Engels, 'Dialettica della natura', Roma, 1967, p. 51. Cfr. anche le lettere di Marx ed Engels, in 'Carteggio Marx-Engels', Roma, 1951, III, pp. 372, 477; IV, p. 103. Per altre indicazioni cfr. V. Gerratana, 'Marxismo e darwinismo', cit., pp. 86-88. Andrebbero comunque approfondite le considerazioni svolte da Labriola (...) [in] A. Labriola 'La concezione materialistica della storia', a cura di E. Garin, Bari, 1965, pp. 73, 74, 76 (...)] [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
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L'incontro tra Moses Hess e il giovane Friedrich Engels nel 1842: la 'conversione' al comunismo PDF Stampa E-mail
CORNU Auguste, Moses Hess et la gauche hégélienne. LIBRAIRIE FELIX ALCAN. PARIS. 1934 pag VIII 120 8° (F)  introduzione note bibliografia; appendice: M. Hess, 'Pariser Deutsche Zeitschrift. Frage und Antwort - Von der Arbeit and dem Genus', (Vorwärts, n. 202, 21. Dez. 1844); 'Fragen und Antworten. Von dem Gelde und der Knechtschaft' (Vorwärts, n. 109, 28 Dez. 1844). Dedica dell'autore ai suoi maestri Henri Lichtenberger e J.E. Spenlé. Sul rapporto tra M. Hess e  K. Marx si veda in particolare il capitolo VI: 'M. Hess et K. Marx. Le socialisme «vrai» et le socialisme «scientifique»' (pag 86-108). ['Le premier adepte que Hess gagna à cette doctrine fut F. Engels qui, allant de Berlin en Angleterrre, s'arrêta quelques jours à Cologne, à la fin d'octobre 1842. Reçu assez fraîchement par K. Marx à cause des ses attaches avec les Jeunes Hégéliens de Berlin, il trouva auprès de Hess un accueil cordial. Porté par tempérament à l'action, Engels ne pouvait pas se satisfaire de la critique stérile de B. Bauer et des ses amis et, comme il partageait les idées de Hess sur l'insuffisance du libéralisme et des réformes politiques, en lui montrant qu'il était la conséquence nécessaire de la doctrine de Feuerbach, et que seul il apportait une solution satisfaisante à la question sociale (140). Quelques mois plus tard, le 19 juillet 1843, M. Hess tout fier encore d'avoir fait une telle recrue, écrivait Auerbach: «L'année dernière, alors que j'étais sur le point d'aller à Paris, Engels, qui est maintenant en Angleterre où il écrit un gros ouvrage sur ce pays, arriva à Cologne, venant de Berlin; nous parlâmes des questions du jour, et lui est un révolutionnaire de l'an I, me quitta entièrement converti au communisme. C'est ainsi que j'exerce mes ravages»' (pag 64-65) [(140) Cf. Marx, 'Engels 'Gesamtausgabe, B, II, New-Moral World, 18 nov. 1843'. F. Engels, 'Progress of social Reform on the Continent', p. 448. «As early as autumn 1842, some of the party contented for the insufficiency of political change, and declared their opinion to be, that a social Revolution based upon common property, was the only state of mankind agreeing with their abstract principles. But even the leader of the party, such as Dr Bauer, Dr Feuerbach and Dr Ruge, were not the prepared for this decided step. The political paper of the party the 'Rhenisch Gazette', published some papers advocating communism, but without the wished for effect. Communism, however, was such a necessary consequence of New Hegelian philosophy, that no opposition could keep it down, and in the course of this present year the originators of it had the satisfaction of seeing one republican after the other join their ranks. Beside Dr Hess... who was in fact the first communist in the party, there are now a great many others»]  [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
 
Georges Bernanos, il caso Dreyfus e l'antisemitismo in Francia PDF Stampa E-mail
FAVI Dolcino, Bernanos e Dreyfus. (prima parte) ESTRATTO DA "STORIA CONTEMPORANEA". ROMA. N.2 APRILE 1995 pag 227-254 8°  note; 'Note e discussioni'. ['Henry Guillemin, che fu amico personale di Bernanos, ricorda di averlo udito sostenere, nel 1946 a Ginevra, la colpevolezza di Dreyfus: convinto da sempre «che l'ebreo era un criminale», Bernanos vegliava a mostrarsi intrattabile sull'affare Dreyfus molti anni dopo averne dato ne 'La Grande Peur' «una presentazione rigorosamente contraria alla verità» (9). Joseph Jurt, che ha studiato 'les attitudes politiques' di Bernanos fino alla pubblicazione de 'La Grand Peur', riconosce il carattere originario dell' antidreyfusismo dello scrittore, influenzato dalle convinzioni cattoliche e realiste del padre e confermato dalla lettura quotidiana de "La Libre Parole" di Edouard Drumont" (10) (pag 229); "Senza alcun dubbio per il giovane Bernanos la condanna di Dreyfus colpevole di tradimento, era stata giusta" (pag 233); "Bernanos sa bene, come risulta dalla seguente citazione da Drumont medesimo, che v'era stato un giorno «nel quale Parigi tutta intera, la Parigi degli operai e la Parigi dei borghesi, la Parigi rivoluzionaria e la Parigi patriota gridava: "Viva Drumont! Abbasso gli Ebrei!" (177). A motivo della univocità delle sue fonti non era probabilmente in grado di discernere fino a che punto la campagna antisemita fosse stata orchestrata dagli uffici dello Stato Maggiore (178), ma temi quali la fatalità della razza o la tara ereditaria degli ebrei, l'atavismo del tradimento e la maledizione del deicidio, pane quotidiano per la schiacciante maggioranza dei giornali, erano stati di certo familiari al 'milieu' originario dello scrittore. Se il torrente di assurdità, insulti, menzogne e minacce contro Dreyfus, la famiglia, le personalità ebraiche o meno che lo Stato Maggiore lasciava credere lo proteggessero scompare senza lasciare traccia, è perché lo scrittore non ha ritenuto quanto gli è parso incompatibile con lo stile cavalleresco e magnanimo di cui fa credito senza ragione al leader inconcusso del movimento. Bernanos si riconosce nell'antisemitismo come eversione eroica di un sistema sociale fondato sulla degenerazione dei principi dell'89 nella religione borghese dell'oro, ma sembra non riesca ad accettare tutte le conseguenze del fatto che gli ebrei fossero diventati il capro espiatorio dell'odio sociale destinato a nutrire questa lotta rivoluzionaria. 'La Grand Peur' esalta la violenza irresistibile del sentimento popolare (179) ma conforme al modello di censura preventiva e globale inaugurato da Dutrait-Crozon, ignora l'intera matrice evenimentale dell'affare (...)' (pag 249-250)] [(9) H. Guillemin, 'Regards sur Bernanos', Paris; 1976, pp. 76 e 185; (10) J. Jurt, 'Les attitudes politiques de George Bernanos jusqu'en 1931', Fribourg, 1968, pp. 40 ss.; (...) (177) G.P., p. 65; (178) J. Reinach, Histoire, I, p. 233 (...); (179) G.P., p. 144 (...)] [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
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