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L'èra della supremazia della potenza industriale e degli interessi materiali PDF Stampa E-mail
ARE Giuseppe, Il problema dello sviluppo industriale nell'età della Destra. NISTRI-LISCHI. PISA. 1965 pag 358 8°  introduzione indice nomi. ['C'era, questi dati, la sostanziale stagnazione dell'economia italiana; e c'erano le esperienze, i tentativi, le indicazioni, i confronti che ho esposto nel capitolo precedente ['I trattati di commercio e i loro effetti sull'interscambio con l'estero', ndr]. Ma si erano aggiunti; e con importanza non certo secondaria, anche fatti di altra natura, che sembravano rimandare puntualmente alle valutazioni e alle previsioni che erano state prospettate dagli industrialisti, inculcare con drammatica evidenza la suprema importanza di una potente organizzazione tecnico-industriale nella vita delle nazioni moderne, ai fini della stessa capacità di affermazione nella spietata palestra internazionale, fugare, infine, tutte le illusioni, che solevano incorniciare gli schemi liberoscambisti, di un'èra di pace e di fraterna collaborazione tra i popoli, di una graduale estinzione degli egoismi nazionali, per virtù della divisione internazionale del lavoro. La guerra del 1866 doveva fornire ampia materia a ripensamenti  di questo genere. La guerra moderna dimostra ormai non solo chi è più eroico ma chi è più civile, scriveva Pasquale Villari all'indomani del '66 in quella prima, amara autocritica della classe dirigente italiana che fu il famoso articolo 'Di chi la colpa?'. I mezzi bellici, gli approvvigionamenti, egli proseguiva, suppongono «una grandissima forza industriale». All'Esposizione di Londra la Prussia si è piazzata d'un balzo accanto all'Inghilterra e alla Francia. Noi ci siamo nascosti la dura lezione, ed ora mietiamo miserabili insuccessi. Ma potrà mai essere altrimenti «finché il nostro operaio sarà vinto in tutte le Esposizioni?». Noi abbiamo reso povero un paese dalla natura fatto ricco, mentre la Prussia «con la sua industria e le sua ammirabile amministrazione» ha fatto ricchissimo un paese povero. «Noi dobbiamo chiedere allo straniero rotaie, cannoni, fucili, navi e qualche volta anche i macchinisti delle navi. E non son queste le forze che vincono la guerra?» (17). Era l'ombra del germanesimo che, anche per questo verso, andava profilandosi all'orizzonte, proponendo nuovi metri di valore, nuovi modelli di sviluppo economico e di organizzazione sociale. Le esposizioni avevano rivelato gli imponenti risultati del potente coordinamento di forze e del volontarismo produttivistico che caratterizzava la sua struttura economica. La guerra ne manifestava ora la inarrestabile forza politica e, come qualcuno cominciò a rilevare anche prima della grande svolta del '70, ammoniva che, con l'imporsi di esso sulla scena della storia, l'èra della supremazia della potenza industriale e degli interessi materiali era ormai inaugurata (18). La lezione era destinata ad essere tanto più suggestiva in quanto essa fu parallela al rapido e irrimediabile esautoramento della formula liberista, nelle estreme applicazioni che ne furono fatte con gli ultimi trattati di commercio che completarono e chiusero la serie aperta dal trattato italo-francese del '63. Il trattato commerciale con l'Austria, concluso nel '67, non trovò alla Camera un solo difensore, se si eccettua la poco convinta difesa d'ufficio del relatore Cappellari della Colomba, il quale del resto, attirandosi i fulmini del Ferrara, in una sua opera dell'anno precedente era già apparso acquisito all'idea di una sostanziale revisione dei criteri che avevano ispirato la politica economica italiana in relazione alle industrie (19). «Sventuratamente per noi - aveva osservato un oratore - quando noi facciamo un trattato di commercio, o contempliamo un trattato d'alleanza, o contempliamo la questione romana, o qualche altra cosa; non mai o quasi mai consideriamo l'utilità economica del paese (20)" (pag 216-217) [Capitolo 16. 'Cause e aspetti dell'inerzia economica del paese'] [(17) Pasquale Villari, 'Di chi la colpa? O sia la pace e la guerra in P. (Parte letterario-scientifica), serie V, vol. II, settembre 1866, pp. 260-261; (18) V. Giulio Robecchi, 'L'industria del ferro in Italia e l'officina Glisenti a Carcina' in P. (Parte letterario-scientifica), serie V, vol. VI, settembre 1868. Su questo «insegnamento della Prussia» v. il bellissimo quadro che ne fa lo Chabod in 'Storia della politica estera italiana', cit., pp. 4-26 (...); (19) V. Giovanni Cappellari della Colomba, 'Le imposte di confine e i monopoli governativi e i dazi di consumo in Italia, Firenze, 1866. (...); (20) Civinini, ivi, p. 1772] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  


 
'Una gran trovata del sistema: lasciar dire le cose importanti, l'informazione seria, ai buffoni ..' PDF Stampa E-mail
BOCCA Giorgio, Il dio denaro. Ricchezza per pochi, povertà per molti. MONDADORI. MILANO. 2001 pag 124 8°  indice nomi; I libri di Giorgio Bocca. ['Mentre si alza nel mondo il coro privatistico il capitalismo ha realizzato nel 1999 fusioni per 3160 miliardi di dollari, la Vodafone ha comperato Mannesman, la Total dei petroli ha inghiottito la Elf, la Daimler Benz si è presa la Chrysler, perché intrinseco al capitalismo non è, come si dice, il libero mercato ma il controllo del mercato, il cliente prigioniero, il consumatore ingabbiato. (...) E' un capitalismo che si affida ai trasferimenti più che agli investimenti, una nube di miliardi che viaggia in continuo per i duecentocinquanta paradisi fiscali. Nel granducato del Lussemburgo c'è una banca specializzata in trasferimenti «coperti» di nome Clearstream. Il denaro ci arriva per «scomparire», diventa un ago in un pagliaio, pare vi abbia un normalissimo conto corrente anche la nostra Banca d'Italia. Non c'è azienda che non sia articolata in decine di holding che si ramificano in mille combinazioni. A che scopo? Nel migliore dei casi per frodare il fisco, il che nel sistema è considerato ordinaria amministrazione. I trasferimenti avvengono in uno spazio in cui il risparmiatore comune non deve mettere piede. Avvengono e non si discutono. Mai nella storia le manovre del grande capitale sono state così esenti da controlli e critiche. Questo è il vero tallone di Achille di una sinistra che invece di tener d'occhio il sistema lo accetta e vi compete. Nessuno ha capito in quale misura i governi di sinistra abbiano favorito le privatizzazioni per ricavarne profitti, di certo nessuna delle 'authorities' preposte all'operazione ha mai né voluto né saputo dirci quale sia stato il profitto sociale che ne è derivato, che cosa ci abbia guadagnato il paese dalla privatizzazione dei telefoni, dell'elettricità, dell'energia. Nessuno in Parlamento si è seriamente occupato di questi enormi spostamenti di denaro e di potere, di queste appropriazioni dei beni pubblici, salvo il comico Grillo che è diventato una sorta di buffone di corte che più dice il vero e più fa schiattare dalle risate i cortigiani. Questa è davvero una gran trovata del sistema: lasciar dire le cose importanti, l'informazione seria, ai buffoni e ai satirici. Perché le fusioni sono così gradite al sistema? Perché sono gradite a chi lo dirige, ai manager che hanno emarginato nelle aziende le famiglie proprietarie e che fanno ciò che vogliono degli azionisti di cui Ernesto Rossi diceva: «contano come un cane nella società di protezione degli animali»' (pag 10-11)] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  

 
Ultimo quarto del XIX secolo: minacce di guerra in Europa PDF Stampa E-mail
DE-RYSKY  Carlo, Il Dramma delle Nazioni. 1914. (Il Prologo). EDITO DALLA TIPOGRAFIA BODONIANA. CHIETI. 1915 pag 172 16°  prefazione. ['Una ininterrotta campagna antifrancese, fatta sui principali giornali, teneva il paese sotto l'incubo di una immediata minaccia, tanto che nel 1875, in seguito ad alcuni insignificanti incidenti sorti tra i due paesi, si giunse quasi alla guerra; lo squillo minaccioso se ne diffuse per l'Europa da un articolo apparso sul 'Times' il 5 Maggio 1875, ove il Blowitz (1) diceva: «Finirla con la Francia non è soltanto cosa da farsi all'occasione; ma è un dovere verso la Germania e verso l'Umanità. L'Europa non sarà mai tranquilla fino a che la lotta sarà possibile, e la lotta sarà possibile fino a che l'errore del trattato di Francoforte non sarà stato riparato giacché esso lascia la Francia in condizioni di sopravvivere e ritentare la lotta». Ma l' Europa aveva ormai compreso quale minaccia rappresentava la giovine Germania e quale errore fosse stato il suo assistere inerte alla disfatta francese, e quando il Bismarck agitò nuovamente il fantasma della guerra, la Russia fece chiaramente comprendere che non sarebbe restata semplice spettatrice' (pag 23-24)] [(1) cit. in 'Théophile Delcassé and the Making of the Entente Cordiale: A Reappraisal of French Foreign Policy 1898-1905', C. Andrew, Springer, 1968 - 330 pag, ndr] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
 
La seconda guerra mondiale e la nascita del calcolatore elettronico PDF Stampa E-mail
MANACORDA Paola M., Il calcolatore del capitale. Un'analisi marxista dell'informatica. FELTRINELLI. MILANO. 1976 pag 210 8° (F)  introduzione tabelle grafici note; Collana Scienza e politica a cura di Marcello CINI e Giulio A. MACCACARO. ['Se la rivoluzione industriale segna, con Babbage, la nascita del concetto di calcolatore automatico, la seconda guerra mondiale segna la nascita fisica del calcolatore elettronico automatico. La coincidenza non è casuale, né ha molto senso "incolpare" il calcolatore della sua origine bellica. Il fatto è che la guerra, come fase estrema di difesa di un sistema economico e politico, rappresenta la condizione ideale per la mobilitazione di tutte le risorse umane e materiali in direzione del rafforzamento e del mantenimento del sistema, come ben dimostra la mole di risultati "scientifici" raggiunti dagli americani durante la guerra del Vietnam. L'origine bellica del calcolatore non sta dunque tanto nell'essere stato costruito per il calcolo delle tavole di tiro, quanto nel fatto di costituire il punto di arrivo e di fusione di una serie di sviluppi scientifici e tecnologici motivati dalle esigenze di razionalizzazione della condotta bellica prima, del controllo del capitale poi. Ad esempio, negli anni Quaranta le esigenze di difesa contraerea conducono gli inglesi alla progettazione di un sistema autoregolantesi, lo M-9, in cui per la prima volta furono utilizzate le valvole termoioniche, che costituiranno sino agli anni Cinquanta il componente dei calcolatori elettronici. Più in generale, l'intreccio tra scopi difensivi, ricerca applicata e ricerca pura si fa più stretto: colpire e abbattere gli aerei nemici diventa lo "scopo" per eccellenza dell'attività di ricerca, ed è proprio estendendo questo concetto di "scopo" che Aiken, Von Neumann e Norbert Wiener fondano la Società teleologica per studiare "come venga perseguito uno scopo nel comportamento umano e animale (...) e come questo scopo possa essere simulato da apparati meccanici ed elettronici". Lo stesso Wiener afferma che in quell'occasione "ritenni che si potessero ottenere dei risultati nello studio delle relazioni umane nelle catene di controllo, considerandole come parti di un sistema a retroazione", e che il suo principale contributo consistette nel fondere due linee di ricerca fino ad allora separate: le serie statistiche e l'ingegneria delle comunicazioni. A sua volta questo approccio statistico alla teoria dei controlli influenzò Shannon nello sviluppo della sua teoria dell'informazione, pubblicata nel 1948. Sempre in questi anni, e sempre per scopi bellici, Skinner utilizzò le sue teorie comportamentistiche per un sistema di puntamento delle bombe fondato, abbastanza singolarmente, sul comportamento a retroazione dei piccioni. La matematica applicata, a sua volta, risente del clima generale che vede gli sforzi di ricerca orientati all'ottimizzazione della condotta bellica. Dalla simulazione della battaglia tra un sottomarino e un guastatore nasce in Von Neumann lo stimolo a elaborare la "teoria dei giochi" che, con Morgensten, applicherà più tardi ai fenomeni economici" (pag 32-33)][ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
 
 
'Gli equivoci e gli errori si susseguirono per tutta la giornata in maniera tuttora inspiegabile' PDF Stampa E-mail
PETACCO Arrigo, Le battaglie navali del Mediterraneo nella seconda guerra mondiale. ARNOLDO MONDADORI EDITORE. MILANO. 1976 pag 250 8°  note illustrazioni, 'Le navi e gli uomini che non tornarono' (le perdite subite nel Mediterraneo dalla marina italiana), foto ringraziamenti indice nomi indice cartine.  Angelo Petacco è nato nel 1929 a Castelnuovo Magra (La Spezia). E' morto nel 2018. Giornalista, inviato speciale, responsabile dei servizi speciali del TG1, saggista, storico e divulgatore, ha pubblicato diverse opere tra cui 'Dal Gran Consiglio al Gran Sasso' (con Sergio Zavoli) (1974). ['Il bombardamento di Genova. La Luftwaffe estese (...) la sua attività su tutto il Mediterraneo orientale attaccando i convogli e minacciando il Canale di Suez col lancio di speciali mine acustiche che sfuggivano al dragaggio ed esplodevano improvvisamente sotto i piroscafi. Queste mine provocarono l'ostruzione del canale. (...) Per reagire a questi fatti nuovi che minacciavano di risollevare il già infiacchito morale degli italiani (sul decadimento del quale gli inglesi contavano nella speranza di poter indurre il governo di Roma a una pace separata), il Gabinetto di guerra britannico progettò un'ardita operazione navale con obiettivi essenzialmente psicologici. La flotta sarebbe andata a colpire al cuore l'Italia per dare una dimostrazione clamorosa della propria superiorità. Il bombardamento di Genova fu deciso proprio per questo motivo (1). L'«Operazione Genova», affidata all'ammiraglio Somerville, comandante della Forza H, presentava ovviamente enormi difficoltà e anche poche probabilità di successo. Si trattava di spingere una grossa forza navale per oltre 700 miglia in un mare ristretto, fino a sfiorare le coste nazionali dell'Italia. Era dunque una sfida audacissima che poteva concludersi con un disastro. Gli inglesi la tentarono ugualmente. Le corazzate 'Renown' e 'Malaya', la portaerei 'Ark Royal', l'incrociatore 'Sheffield' e 10 cacciatorpediniere lasciarono Gibilterra il 6 febbraio. Ordinando rapide inversioni di rotta, dividendo in gruppi la squadra e fingendo di avere altri obiettivi, Somerville riuscì a confondere completamente il nostro servizio di informazioni. Supermarina, pur avendo notizia della squadra in mare, sbagliò a interpretare le sue intenzioni. Si pensò che scortasse un convoglio, oppure che si accingesse a eseguire il solito lancio di aerei per Malta, e ancora che intendesse attaccare il bacino di Tirso in Sardegna. A nessuno venne in mente che la Forza H potesse dirigersi verso l'Alto Tirreno. Per questa serie di errori, mentre le navi già si trovavano a nord delle Baleari, nessun velivolo e nessun sommergibile sorvegliavano quelle acque. Anche la nostra flotta fu inspiegabilmente trattenuta nei porti. Soltanto il giorno 8 la 'Vittorio Veneto', la 'Giulio Cesare' e la 'Doria' salparono dalla Spezia dirigendo verso la Sardegna. La convinzione errata che non esistesse alcuna minaccia per il territorio nazionale, indusse i nostri comandi a non predisporre la ricognizione aerea sull'Alto Tirreno neppure per il giorno 9. Così, praticamente di sorpresa, le navi inglesi giunsero davanti a Genova alle 8.15 di domenica 9 febbraio 1941 e vi si trattennero sino alle 9.45 sparando contro la città, il porto e gli stabilimenti industriali. A questo punto era comunque logico attendersi una decisa reazione da parte italiana. La flotta nemica aveva fin troppo clamorosamente denunciato la propria presenza e ora doveva navigare per centinaia di miglia in una zona di mare a essa decisamente sfavorevole. Si trattava dunque di attaccarla a fondo per farle pagar cara la sua audacia. Invece non accadde nulla di tutto questo. Gli equivoci e gli errori si susseguirono per tutta la giornata in maniera tuttora inspiegabile. La flotta di mare, al comando dell'ammiraglio Iachino, risentì enormemente di questa confusione. Girò a vuoto seguendo ordini e segnalazioni errate. Soltanto verso le 15, la notizia che era stata avvistata la forza navale nemica indusse il nostro comandante in mare a prepararsi per il combattimento decisivo. Ma si trattava ancora di un errore: dopo un lungo inseguimento, si scoprì che la «flotta nemica» era in realtà un modesto convoglio di piccole navi francesi diretto in Algeria. Intanto l'ammiraglio Somerville navigava indisturbato al largo delle Baleari puntando su Gibilterra, dove giunse la mattina dell'11 febbraio' (pag 68-71); 'Le navi e gli uomini che non tornarono. Perdite subite nel Mediterraneo dalla marina italiana dal 10 giugno 1940 al 6 settembre 1943: - Naviglio da guerra 290.000 tonnellate - Marinai caduti 28.937 - Naviglio mercantile 2.916.000 tonnellate - Marittimi caduti 3.520. Nota. I dati a disposizione non ci permettono di fare un raffronto completo con le perdite subite dagli inglesi nello stesso periodo di tempo. Il solo elemento noto è questo: le navi da guerra britanniche affondate nel Mediterraneo ammontano a 412.000 tonnellate, ossia 122.000 tonnellate in più del naviglio italiano colato a picco. Per quanto riguarda le perdite subite dalla nostra marina mercantile, il bilancio fu disastroso. Due milioni e 916.000 tonnellate di navi perdute significa infatti l'83 per cento della flotta mercantile preesistente, ossia 672 piroscafi affondati su 786' (pag 239)][(1) Gli inglesi ritenevano dapprima che a Genova si trovassero in riparazione le corazzate 'Littorio' e 'Giulio Cesare'. Tuttavia eseguirono l'azione navale anche quando fu accertato che le due unità si trovavano altrove] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
 
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