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La strategia di politica estera a lunga scadenza di Stalin PDF Stampa E-mail
Andreas HILLGRUBER, 'Stalin und Hitler. Die sowietische Aussenpolitik 1930 bis 1941, di Sven Allard', STORIA CONTEMPORANEA. ROMA, N. 2 GIUGNO 1976. ['Sul ruolo dell'Unione sovietica nella politica internazionale degli anni trenta e specialmente sull'atteggiamento sovietico nei confronti della Germania nazionalsocialista di quel periodo esiste già una pubblicistica piuttosto vasta. Per l'interpretazione vale, in poche parole, la convinzione che Stalin - nonostante gli errori nell'analisi della situazione interna della Germania durante la fase finale della Repubblica di Weimar - dopo la salita al potere di Hitler abbia riconosciuto ben presto l'incombente minaccia sull'Unione Sovietica da parte del «Terzo Reich» e che abbia reagito a ciò sia con la svolta in politica estera in direzione delle potenze europee occidentali (adesione dell'Unione Sovietica alla Società delle Nazioni nel 1934) sia sul piano della politica del Komintern (cessazione della lotta contro i partiti socialisti e socialdemocratici come «socialfascisti» e creazione del «fronte popolare»). Il suo obbiettivo sarebbe stato di impedire, insieme con la Francia e la Gran Bretagna, che il Reich realizzasse l'espansione in Europa già programmata e in via di preparazione. Ma la politica di 'appeasement' britannica (alla quale la Francia doveva associarsi volente o nolente), con «Monaco» 1938 come punto culminante, avrebbe contribuito non alla collaborazione ma all'isolamento dell'Unione Sovietica e con ciò - almeno dal punto di vista di Stalin - avrebbe provocato un attacco all'Unione Sovietica da parte della Germania hitleriana di fronte al quale le potenze europee occidentale non sarebbero intervenute. Soltanto per questo pericolo Stalin avrebbe introdotto cautamente un adeguamento nella politica estera sovietica che comprendeva un accordo temporaneo con Hitler e che doveva condurre, attraverso varie tappe intermedie che continuavano a lasciare in una luce ambigua la politica delle potenze occidentali, al patto di non-aggressione tedesco-sovietico del 23 agosto 1939. In sintesi ciò significava che il patto Hitler-Stalin era una reazione dell'Unione Sovietica ad una situazione che contraddiceva ai suoi obiettivi originali nell'estate del 1939 ed era, perciò conseguenza di una politica sbagliata delle potenze occidentali tanto quanto, in seguito, la costellazione delle potenze in Europa, tanto sfavorevole ad esse, nella prima fase della guerra 1939-41. A questa interpretazione l'autore del presente libro, versione ampliata di un'opera pubblicata nel 1970 in Svezia, contrappone la tesi che proprio questa situazione degli anni 1939-41 era conseguenza di una strategia di politica estera a lunga scadenza i cui assiomi, in una congiunzione fra ideologia marxista-leninista e calcolo di potere, Stalin aveva sviluppato fin dalla metà degli anni venti. Dopo una iniziale incertezza sulla posizione di Hitler nella politica tedesca egli avrebbe cercato di realizzare tale politica a partire dal 1934, con flessibilità tattica e ricchezza di varianti, comunque, 'in nuce', razionalmente impostata su questi assiomi. L'ex-ambasciatore Sven Allard, oggi in pensione, uno dei diplomatici più preparati della Svezia, portava a questo studio premesse straordinariamente favorevoli sotto tre aspetti. Come ambasciatore a Bruxelles, l'Aja, Varsavia, Roma, Parigi, Atene, Ankara e Sofia negli anni Trenta e nella prima fase della guerra e poi in Cina, egli ha potuto seguire l'acuirsi della crisi europea e l'estensione della guerra da importanti punti di osservazione. Come diplomatico a Budapest e a Sofia, dopo il 1949, a Praga dal 1951 e soprattutto a Vienna dopo il 1954, poté acquisire una profonda conoscenza della strategia e della tattica politica sovietica, che poté utilizzare in connessone con la preparazione del Trattato di Stato austriaco nonché negli affari diplomatici (come riferisce nel suo libro 'Diplomat in Wien pubblicato nel 1965). Inoltre, da decenni Allard si dedicava intensamente all'approfondimento del marxismo leninismo e della funzione di questa ideologia nella politica estera sovietica. Infine, date le sue conoscenze linguistiche, gli è stato possibile studiare a fondo e in modo sistematico le grandi raccolte di documenti e pubblicazioni internazionali specializzate. Nella fusione di questi tre elementi sta il fascino di quest'opera che non cade mai nella narrazione prolissa e analizza con vivacità' (pag 382-384)] [ISC Newsletter N° 82] ISCNS82TEC [Visit the 'News' of the website: 

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Claudio Treves, la neutralitą e l'intervento in guerra degli Stati Uniti PDF Stampa E-mail
RIOSA Alceo, Treves e la grande guerra. ESTRATTO DA 'RICERCHE STORICHE' - EDIZIONI SCIENTIFICHE ITALIANE. NAPOLI. N. 2-3 MAGGIO-DICEMBRE 1984 pag 575-599 8° (F)  note. ['Indubbiamente Wilson rappresenta agli occhi di [Claudio] Treves l'incarnazione del capitalismo che preferisce «tesser la gran rete della conquista pacifica», la conferma della tesi di origine kautskiana dell' «ultraimperialismo». Insomma Wilson rappresenta «il nuovo imperialismo anti-annessionista che penetra fra gli imperialismi annessionisti e necessariamente ne limita, ne modera la tensione e avvia alla pace sulla linea della loro mortificazione» (75). Sicché non c'è da stupirsi delle speranze che nel 'leader' riformista suscitano i principi wilsoniani, specialmente quando ancora non è messa in discussione, o non sembra messa in discussione, la neutralità degli Stati Uniti. L'atteggiamento di Wilson in quelle circostanze sembra rispecchiare alla perfezione la condotta del socialismo neutralista, fermo nella convinzione che la «pace sicura e senza turbamento non è quella della Vittoria», giacché a quel fine non si perviene attraverso le vie della guerra. Piana, coerente emerge allora la conclusione che «la Vittoria sia dei neutri, che la Vittoria sia nostra» (76). Il dopo, l'intervento americano, genera qualche turbamento; ma viene alla fine anch'esso spiegato, compreso alla luce dell'altro grande avvenimento di Russia. Tutto fa intendere, secondo Treves, che l'ingresso in guerra di Wilson sia stato deciso anche per affiancare al tavolo della pace futura, ed ancor prima di preparare la pace, la Russia rivoluzionaria e democratica. I conti sembrano tornare anche troppo perfettamente; ma al di là delle speranze eccessive, delle ingenuità anche troppo scoperte, la sostanza degli avvenimenti sembrano proprio corrispondere alle attese del socialismo neutralista'(pag 595)] [(75) Treves, 'La crisi dell'Intesa', Critica sociale; (76) Id., Il discorso di caprai, art. cit.] [ISC Newsletter N° 82] ISCNS82TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

 
Polemica di Volpe con Croce su nazionalismo e fascismo PDF Stampa E-mail
CICALESE Maria Luisa, La luce della storia. Gioacchino Volpe a Milano tra religione e politica. FRANCO ANGELI. MILANO. 2001 pag 158 8°  premessa, foto, note indice dei nomi, Collana Temi di storia. Maria Luisa Cicalese insegna storia delle dottrine politiche all'Università degli Studi di Milano ed è coordinatore del Dottorato di ricerca in Società europea e vita internazionale nell'età moderna e contemporanea. Oltre a numerosi volumi tra i quali La formazione del pensiero politico di Giovanni Gentile, Note per un profilo di Pasquale Villari, Dai carteggi di Pasquale Villari, Corrispondenze con Capponi, Mill, Fiorentino, Chamberlain, nelle nostre edizioni ha pubblicato Democrazia in cammino, Il dialogo politico fra Stuart Mill e Tocqueville. ['La 'Storia d'Italia' «contro il pessimismo dei contemporanei di allora, contro certi superbi dispregi dei moderni è quasi l'elogio del giovane Stato», e a Volpe che deve guardarsi da chi vorrebbe una "storia fascista" questo piace perché consentaneo con la sua ispirazione di sempre, ma rimprovera a Croce che, a suo avviso rimane uomo di parte più che storico, certe simpatie e antipatie: troppa indulgenza per la politica estera italiana attorno all'1880 e per Di Rudinì, troppa incomprensione per lo sforzo di Crispi di avviare una politica estera autonoma ed elevare il sentire della vita italiana, troppa simpatia per il «liberalismo assai spurio di Giolitti», portato come modello, con effetto di malinconica comicità (in un libro scritto dopo la guerra e dopo l'affermazione del fascismo), infine, troppa avversione per il nazionalismo, la cui responsabilità viene scaricata «tutta in quel malo modo che offende il lettore sulle spalle di Giovanni Gentile!» (44). E questo rilievo, molto più indiretto e sfumato nella famosa 'Prefazione' alla terza edizione del 1928 dell''Italia in cammino', suggerisce al lettore d'oggi il gran motivo del contendere: l'attribuzione anche a Croce della paternità del nazionalismo e, poi del fascismo, che aveva indotto Gentile a definire un fascista senza camicia nera l'antico amico il quale rifiutava recisamente, ora, la comune responsabilità. Da qui partiva, poi, la questione scientifica che divideva Croce e Volpe sul modo di intendere la storia. Un'anticipazione chiara della 'querelle' si trova in una lettera di Croce a Volpe dell'estate del '27, ancora legata alle memorie della lunga amicizia, dell'interessamento vivissimo per i lavori del giovanissimo storico che pure ormai in un articolo aveva sostenuto che Croce aveva «civettato col fascismo. E voi sapete che questo non è vero - gli scriveva Croce -, che io non ho mai carezzato, o adulato o in qualsiasi modo mi sono mai offerto al fascismo, e anzi ho lasciato sempre cadere le 'avances' a me fatte. Ho bensì per certo tempo sperato e creduto che esso non si sarebbe sostanzialmente allontanato dalla via liberale dell'Italia, e questo, se mai, è amore (che mal si direbbe civettamento) per l'Italia della quale sono devoto figliuolo» (45). A questa ricostruzione si legava il rimprovero a Volpe di avere da giovane accettato il materialismo storico senza critica filosofica (per la quale confessava di non essere attrezzato), seppure con lo sforzo originale che a Croce "piaceva", di aggregarvi nuovi elementi, e, in seguito, di non aver raggiunto la sostituzione critica del materialismo storico con una filosofia veramente rinnovatrice come l'idealismo. Nella lettera Croce ricordava d'aver già sostenuto nel 1926 sulla "Critica" che Volpe era pervenuto alla «storia concepita col criterio dello "Stato", alla storia in fondo dei Treitschke e degli altri nazionalisti tedeschi (...) cioè a un concetto altresì materiale ed economico, che è l'opposto correlativo dell'altro». Così nella maturità aveva cercato una via d'uscita dal materialismo storico sbagliata, come Salvemini l'aveva cercata nell'astratto moralismo' (pag 148-149) [(44) G. Volpe, 'Storia d'Italia dal 1871 al 1915', in 'Corriere della Sera', 17 febbraio 1928. Sul "Corriere della Sera" l'8 ottobre 1927, a proposito di una raccolta delle più belle pagine di Giuseppe Ferrari, Volpe maliziosamente attribuiva le critiche mosse dal Croce alla storiografia ferrariana alla irritazione per «non poterlo cacciare né tra i neoguelfi, né tra i neoghibellini». Con grande apertura Maturi si riferiva al Volpe ricordandolo come «uno dei più autorevoli nostri storici» e se ne serviva per ridimensionare la critica crociana, di cui pure condivideva la preoccupazione, per un tipo di storia fortemente sintetica e poco curante della disciplina (cfr. W. Maturi, op. cit., p. 165); (45) B. Croce, 'Lettera' del 28 agosto 1927 a Gioacchino Volpe in 'Epistolario I, Scelta di lettere a cura dell'autore, 1914-1935', Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1957, pp. 140-141; (46) Ibidem] [ISC Newsletter N° 82] ISCNS82TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
'E' difficile additare i salari monetari come causa dell'inflazione' PDF Stampa E-mail
LEVINSON Charles, Capitale, inflazione e imprese multinazionali. ETAS KOMPASS. MILANO. 1973 pag 250 8° introduzione tabelle grafici appendice: tabelle; Nuovi saggi. ['I lavoratori stanno perdendo la corsa contro l'inflazione. Nella maggior parte dei paesi i salari reali hanno subito un ristagno o sono aumentati molto lentamente. Il Department of Labor degli USA ha dichiarato che dal 1966 non vi è stato quasi nessun aumento nei salari reali dei lavoratori statunitensi. Il salario medio statunitense settimanale nel 1957-59 era di 98 dollari. Nel periodo di nove anni iniziato nel 1961 tali salari sono aumentati in misura minore dell'11 per cento, vale a dire poco più dell'1 per cento all'anno. A questo saggio di incremento, il mitico «lavoratore medio» statunitense potrebbe attendersi di raddoppiare il suo livello di vita una volta ogni cento anni. Durante il 1969 e la prima metà del 1970 gli aumenti dei prezzi hanno registrato una accelerazione in undici dei diciassette paesi dell'OCSE, ad un saggio annuo di più del 5 per cento. In Germania, in Italia, in Norvegia e in Svezia il saggio di incremento è più che raddoppiato. Ma verso la metà dell'anno il culmine degli aumenti dei prezzi venne superato e durante la seconda parte del 1970 i sette principali paesi videro una diminuzione degli aumenti dei prezzi fino a meno del 5 per cento, e a meno del 2 per cento in Canada e in Germania. Al contrario dei prezzi, i salari sono aumentati notevolmente meno nel 1969 e nella prima metà del 1970 che non nella seconda metà. Quattordici dei diciassette paesi dell'OCSE hanno registrato aumenti maggiori verso la fine del 1970 che non nel 1969. Queste tendenze opposte confermano la tesi che i maggiori incrementi dei salari registrati nel 1970 e nel 1971 furono, in linea di massima, un recupero dei salari reali che erano diminuiti durante l'ondata di aumenti dei prezzi del 1968, 1969 e dell'inizio del 1970. I prezzi francesi delle automobili, ad esempio, hanno sensibilmente superato l'aumento dei costi salariali diretti di tale industria, durante gli ultimi tre anni. Dal 1968, infatti, essi sono aumentati di circa il 30 per cento, mentre i salari nominali sono aumentati di circa il 35 per cento. ed i salari reali dei lavoratori, nelle industria automobilistiche francesi del 18 per cento. Tuttavia, dato che i costi salariali unitari costituiscono meno del 25 per cento del prezzo totale al dettaglio, è evidente che non sono stati i salari la causa prima dell'aumento dei prezzi, nonostante le affermazioni degli ambienti industriali. Fra il 1965 e il 1968 non si verificò alcuna esplosione salariale, ma durante questo periodo gli aumenti dei prezzi furono in media, salvo che in Giappone, del 7 per cento. La tesi che l'accelerazione mondiale degli aumenti dei prezzi verificatasi nel 1968, 1969 e 1970, fu dovuta ad aumenti dei costi salariali verificatisi negli anni precedenti è quindi palesemente insostenibile. Se vi è stata correlazione fra salari e prezzi negli anni precedenti al 1970, si è trattato di una correlazione negativa, in quanto salari e prezzi si sono mossi in direzioni opposte. Gli incrementi relativamente forti dei salari verificatisi alla fine del 1970 e nel 1971 sono inoltre perfettamente in linea con la tesi che i maggiori aumenti salariali di quell'anno sono la conseguenza dell'inflazione registratasi negli ultimi tre anni. E' difficile additare i salari monetari come causa dell'inflazione quando ci si trova di fronte a cifre come queste che dimostrano chiaramente che essi ne sono state le vittime. E' raro che si prenda in considerazione l'effetto inflazionistico degli elevati livelli dell'imposta sul reddito. Dopo un periodo di ristagno dei salari reali, come si era verificato durante il periodo fra il 1965 e il 1969, l'effetto dell'imposta sul reddito accentua gli aumenti salariali necessari ai lavoratori per riguadagnare il terreno perduto, specialmente in paesi ad alta tassazione come il Nord America, le isole britanniche ed i paesi nordici. Formulando le nuove richieste salariali, infatti, i sindacati sono costretti a prendere in considerazione il valore, prima e dopo le tasse, dell'incremento salariale; valori questi che possono essere sostanzialmente diversi, specialmente per i gruppi di salari più elevati, che ricadono nella categoria a maggiore tassazione. Ad esempio, in Gran Bretagna la tassa media per i lavoratori è del 30 per cento. Ciò significa che per aumentare il reddito reale disponibile del 10 per cento, in modo da compensare gli aumenti dei prezzi, gli aumenti nominali dei salari dovrebbero essere del 15 per cento. Nel 1970 l'esplosione dei salari, causata da un aumento di oltre il 10 per cento (dopo aver tenuto conto delle imposte dirette e indirette e degli aumenti dei prezzi), ha creato, secondo la 'National Institute Economic Review' (marzo 1971), una situazione nella quale il reddito realmente disponibile per i consumatori è aumentato solo dell'1,5 per cento. Per compensare le diminuzioni verificatesi nei salari reali a seguito di un aumento del 4 per cento nei prezzi verificatosi nel 1970, i lavoratori tedeschi che si trovavano nel gruppo salariale di 300 dollari al mese, e senza bambini, dovevano in media avere un aumento nominale dell'11 per cento (fra il 9 e il 17 per cento). Tassazione progressiva relativamente rapida, e aumento delle trattenute dal salario per assicurazioni sociali significano che, per far fronte ad una perdita dovuta ad una inflazione del 4 per cento, i lavoratori tedeschi devono aumentare i loro salari di circa tre volte il saggio d'incremento dell'inflazione. Secondo famosi economisti del lavoro, i lavoratori statunitensi, per far fronte ad una inflazione del 5 per cento, e per mantenersi in linea con la produttività media, avrebbero bisogno di un aumento salariale del 9 per cento. Per redditi compresi fra i 7.000 e i 9.000 dollari all'anno, un aumento del 9 per cento aumenterebbe il reddito reale del 5-6 per cento appena in quanto circa un terzo verrebbe assorbito dalle tasse. Per raggiungere quindi il 9 per cento in termini reali, l'aumento dovrebbe essere compreso fra il 12 e il 14 per cento' (pag 127-128-129)] [ISC Newsletter N° 82] ISCNS82TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
«Bisogna andare a Vienna attraverso Berlino» PDF Stampa E-mail
LICATA Glauco, Storia del Corriere della Sera. RIZZOLI EDITORE. MILANO. 1976 pag XIV 670 8°  prefazione di Giuseppe ARE, introduzione note appendici e documenti, notizie biografiche sui principali personaggi, indice dei nomi. Glauco Licata è nato a Tripoli da una famiglia di origine siciliana nel 1926. Figlio di un generale dell'esercito, ha compiuto gli studi a Padova, Zara e Palermo dove si è laureato in giurisprudenza. Trasferitosi nel 1951 a Milano, ha avuto incarichi universitari per la storia moderna e quella dei trattati, divenendo poi redattore del Corriere della Sera addetto alla Terza pagina. Ha pubblicato nel 1961 il primo libro, un romanzo sulla mafia presentato da Vittorini. Dal 1964 al 1972 si è dedicato a ricerche storiche. ['Il 'Corriere' sosteneva che dovesse essere la Germania ad aiutare Italia ed Austria ad andar d'accordo, facendo rivivere rigogliosa la Triplice e diretta al suo specifico scopo: la pace. La pace, si cominciava comunque ad ammettere, era il solo scopo che in Italia potesse rendere gradita la Triplice. Lo slogan del 'Corriere' fu dunque che «bisogna andare a Vienna attraverso Berlino» (59). Ma c'è di più. Gli uomini di via Solferino ebbero ben chiara la funzione dell'impero austro-ungarico, previdero che il suo crollo avrebbe lasciato un vuoto incolmabile per l'equilibrio europeo; vuoto politico, «ma anche sociale». Il 'Corriere' ricordò questa funzione a Vienna, ammonì Vienna che «L'Italia e l'Austria-Ungheria, ben congiunte insieme, hanno la missione di provvedere alla loro salvezza e alla salvezza del mondo, impedendo colla loro sana e legittima influenza lo scoppio di un conflitto tra la Germania da una parte, l'Inghilterra e la Francia dall'altra». Secondo il 'Corriere' «questo compito val ben meglio che inquietare i serbi, lasciar discorrere troppo i circoli navali di Pola e lanciar degli ordini superbi a traverso l'Adriatico, necessariamente meditati da noi» (60). Il 'Corriere' di Albertini - e con esso gran parte della classe dirigente italiana e delle elites della finanza, dell'industria, della cultura - escluse categoricamente «fino al 1914» una sia pur remota eventualità di guerra con la Germania: e non la desiderò con l'Austria. Era però conscio che prima o poi si sarebbe giunti a una guerra con l'Austria: era solo questione di anni. Tale convinzione non risulta ovviamente dalle pagine del giornale, ma dai carteggi con i vari corrispondenti da tutte le capitali, carteggi in gran parte riservati, e rimasti, dopo l'estromissione di Albertini, nell'archivio del giornale. Citiamo solo qualche paragrafo di due lettere inviate nel 1906 da Felice Ferrero da Berlino ad Alberto Albertini. Il 26 aprile: «...Del resto è perfettamente ragionevole la campagna de 'Corriere' per una completa riorganizzazione dell'esercito e delle spese militari, perché io ho la ferma credenza che una guerra coll'Austria è questione di anni ma nessuno potrà impedirla colla migliore volontà, sia che si tratti di una guerra locale o di una guerra generale europea». Il 18 ottobre: «... Certamente le relazioni italo-austriache sono pericolose: io personalmente credo, come già le scrissi una volta, una guerra assolutamente inevitabile, prima o poi. Nel frattempo sarebbe follia mandare a monte la Triplice, se non fosse possibile sostituirci una formale alleanza colla Francia e coll'Inghilterra. Ma nel frattempo è anche necessario prepararci agli avvenimenti futuri: cominciare a dire che le pigliamo di sicuro è il metodo migliore per prenderle davvero quando il momento viene e il farsi esageratamente piccini ed incospicui è probabilmente un mezzo per precipitare la crisi piuttosto che evitarla»' (pag 123)] [(59) Per lo svolgimento dello slogan «andare a Vienna attraverso Berlino» si veda «Italia, Austria e Triplice» nel 'Corriere' del 30 luglio 1907; (60) «Austria-Ungheria e Italia», nel 'Corriere' del 26 ottobre 1906. Sulle condizioni e contraddizioni che già affliggevano l'impero di Francesco Giuseppe si veda la classica opera di Arthur J. May, 'La monarchia asburgica', Bologna, 1973; e il libro di Leo Valiani, 'La dissoluzione dell'Austria Ungheria', Milano, 1966; L'opera del Valiani è particolarmente interessante dal punto di vista italiano, perché tratta ampiamente, facendo ricorso anche ai 'Venti anni di vita politica' di Luigi Albertini, il conflitto delineatosi in Italia tra i fautori della conservazione dell'Austria e coloro che invece avrebbero voluto che si accelerasse il processo di dissoluzione dell'impero di Francesco Giuseppe] [ISC Newsletter N° 82] ISCNS82TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
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