spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
Home arrow News
News
La Marsigliese suonata in Russia insieme all''Internazionale' sin dal giorno del ritorno di Lenin PDF Stampa E-mail
MANNUCCI Erica Joy, Finalmente il popolo pensa. Sylvain Maréchal nell'immagine della Rivoluzione francese. GUIDA EDITORI. NAPOLI. 2012 pag 308 8°  premessa introduzione note indice nomi; Storici e Storia, Collana diretta da Paolo MACRY Anna Maria RAO Giovanni VITOLO. Erica Joy Mannucci docente di Storia moderna, insegna all'Università di Milano-Bicocca. E' autrice di libri e saggi di storia intellettuale e culturale, prevalentemente dedicati all'epoca della Rivoluzione francese. ["«Finalmente il popolo pensa... e forse, tra poco, non avrà più bisogno di un Dio come freno», sono versi del 1781 che esprimono le attese rivoluzionarie del poeta francese dell'ateismo virtuoso Sylvain Maréchal, futuro membro della Congiura degli Eguali di Babeuf. La figura di Maréchal ha subito gli effetti di una secolare denigrazione dalla quale nel tempo alcuni studiosi hanno cercato di riscattarla" (dalla quarta di copertina); 'Quel quadro ['La Libertà guida il popolo alle barricate' dedicato da Eugène Delacroix alle giornate rivoluzionarie parigine del 1830] è conosciuto anche con un titolo più preciso: 'La Liberté chantant 'La Marseillaise' sur les barricades et entraînant le peuple à la bataille de Juillet'. Questo titolo basta a evocare le avventure del canto rivoluzionario e del «pouvoir mobilisateur proprement populaire» che ha a lungo esercitato (2). Quell'inno ormai istituzionalizzato che oggi sembriamo dare per scontato, era stato messo da parte da Napoleone già all'indomani di Brumaio e nell'Ottocento fu proscritto dai governi autoritari: nel 1826 il suo anziano autore Rouget de Lisle, ridotto in miseria perché mai disposto al compromesso, finì in prigione per debiti e tentò addirittura il suicidio, salvato dai pochi amici rimasti. Il canto rappresentò per converso il segnale delle fiammate rivoluzionarie partite dal popolo: risuonò di nuovo, spontaneamente, nel 1830, nel 1848 (questa volta non solo in Francia, ma in tutta Europa), all'epoca della Comune di Parigi. Ufficializzato nel 1879, durante la Terza Repubblica, non sarebbe poi stato unanimemente accettato in patria. Fu respinto non soltanto dall'estrema destra, ma anche dall'estrema sinistra libertaria e trotzkista, per il suo nazionalismo: Maurice Dommanget, il biografo classico di Sylvain Marechal, era fra questi aspri critici. Non a caso molte componenti del Sessantotto francese considerarono l'inno con scarso entusiasmo e la versione che associamo a quell'epoca è l'ironica 'Aux armes etc'., di Serge Gainsbourg. Ma la Marsigliese rimase rivoluzionaria al di fuori della Francia, fu suonata in Russia insieme all''Internazionale' sin dal giorno del ritorno di Lenin, nell'aprile del 1917 - e fu l'inizio della rivendicazione bolscevica dell'eredità della Rivoluzione - così come per celebrare l'avvento della Repubblica spagnola nel 1931' (pag 9-10)] [Erica Joy Mannucci, 'Finalmente il popolo pensa. Sylvain Maréchal nell'immagine della Rivoluzione francese', Napoli, 2012] [(2) M. Vovelle, 'La Marseillaise: la guerre ou la paix', in P. Nora (a cura), 'Les Lieux de mémoire', vol. 1, La République', Paris, Gallimard, 1997, p. 122] [ISC Newsletter N° 83] ISCNS83TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
A Berlino, nel gennaio del 1919, si scatena la repressione della rivolta spartachista PDF Stampa E-mail
GERWARTH Robert, La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra, 1917-1923. EDITORI LATERZA. BARI. 2016 pag 421 8°  introduzione cartine note bibliografia ringraziamenti iconografia indice nomi località; Collana Cultura storica. Robert Gerwarth insegna Storia contemporanea presso lo University College di Dublino, dove dirige il Centre for War Studies. Ha pubblicato pure: 'The Bismarck Myth' e una biografia di Reinhard Heydrich. ['Un elemento centrale del mito della pugnalata alla schiena era l'idea, talvolta implicita ma più spesso esplicita, che il tradimento avrebbe dovuto essere vendicato in un «giorno del giudizio» nel quale il «nemico interno» sarebbe stato combattuto crudelmente e senza pietà. Significativo a questo proposito è quello che scrisse ai suoi familiari Manfred von Killinger, famigerato capo dei 'Freikorps', già ufficiale di marina e futuro ambasciatore nazista a Bucarest: «Ho fatto una promessa a me stesso, Padre. Senza lottare con le armi, ho consegnato la mia torpediniera ai nemici e ho visto ammainare la mia bandiera. Ho giurato che mi vendicherò contro i responsabili di tutto ciò». La decisione di Noske di reclutare questo tipo di uomini per tentare di reprimere la temuta minaccia bolscevica offriva quindi loro un'opportunità per mettere in atto le fantasie di vendetta violenta che nutrivano con l'autorizzazione dello Stato. Fu a Berlino, nel gennaio del 1919, durante la repressione della rivolta spartachista, che esplose l'odio represso contro la rivoluzione di novembre e i suoi sostenitori. L'11 gennaio i 'Freikorps' marciarono su Berlino, prendendo d'assalto il quartiere in cui si trovavano le sedi di vari quotidiani. Cinque comunisti che si trovavano nell'edificio del «Vorwärts» vennero catturati mentre cercavano di negoziare i termini della loro resa, e uccisi insieme a due corrieri intercettati. Nei violenti combattimenti che si tennero per strada, rimasero uccise circa 200 persone; altre 400 vennero arrestate. Quel pomeriggio Noske guidò una parata militare nel centro di Berlino per celebrare la vittoria delle sue forze dell'ordine sugli avversari comunisti. Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, i due membri di spicco del Comitato centrale del Partito comunista, cercarono di sottrarsi alla vendetta omicida nascondendosi e cambiando continuamente alloggio a Berlino. Il loro ultimo nascondiglio fu un appartamento nel ricco sobborgo di Wilmersdorf, dove scrissero i loro ultimi articoli per «Die Rote Fahne». Liebknecht pubblicò il suo vibrante testo 'Trotz alledem!' (Nonostante tutto ciò), nel quale ammetteva la temporanea sconfitta ma incitava i suoi seguaci a proseguire la lotta. I tempi per una rivoluzione comunista non erano ancora maturi, scriveva: «L'orrenda colata di fango controrivoluzionaria degli elementi arretrati del popolo e delle classi proprietarie l'ha sommersa». E poi: «Gli sconfitti di oggi saranno i vincitori di domani» (23). Rosa Luxemburg riecheggiava questi sentimenti in un intenso editoriale intitolato sarcasticamente 'L'ordine regna a Berlino': «Stupidi scagnozzi! Il vostro 'ordine' è costruito sulla sabbia. Domani la rivoluzione 'si leverà di nuovo con gran fragore', e annuncerà con la fanfara, con vostro terrore: 'Io era, io sono, io sarò!» (24). La sera del 15 gennaio 1919, elementi di formazioni paramilitari di destra irruppero nell'appartamento. Liebknecht e Luxemburg furono arrestati e consegnati alla Garde-Kavallerie-Schützen-Division, unità di élite del vecchio esercito imperiale, ora sotto il comando di un famigerato antibolscevico, il capitano Waldemar Pabst (25). Nella sede del comando della divisione, all'esclusivo Hotel Eden, Liebknecht fu aggredito, coperto di sputi e abbattuto a colpi di calcio di fucile. Più tardi, alle 10.45, il capo comunista, privo di sensi, venne portato nel Tiergarten, il più grande parco del centro di Berlino, e ucciso con tre colpi sparati a bruciapelo (26). Quando i soldati fecero ritorno all'hotel, Luxemburg era seduta nell'ufficio allestito provvisoriamente per Pabst, e leggeva il 'Faust' di Goethe. Anche lei venne colpita due volte al volto con il calcio di un fucile. Sanguinava copiosamente, e venne trascinata in un'auto. Dopo un breve tragitto, un tenente saltò sul predellino di sinistra della vettura e la uccise con un solo colpo alla testa. Il cadavere venne gettato nel Landwehrkanal, e sarebbe stato ritrovato solo diverse settimane più tardi (27). Anche dopo la repressione della rivolta spartachista, nella capitale tedesca la situazione rimase instabile, tanto che l'Assemblea costituente appena eletta si riunì non nella capitale, ma a Weimar, una città di provincia. Nel corso della primavera del 1919 alcune zone della Germania continuarono ad essere interessate da agitazioni rivoluzionarie. Nella nevralgica zona industriale della Rühr e nella Germania centrale una serie di scioperi chiedevano la nazionalizzazione dell'industria mineraria. A Dresda il ministro della Guerra della Sassonia, Gustav Neuring, venne buttato nell'Elba, poi ucciso mentre tentava di raggiungere la riva. Quando il 9 marzo 1919, in reazione agli scioperi e ai disordini in corso a Berlino, Noske ordinò alle truppe governative di sparare a vista su chiunque portasse un'arma, i suoi uomini seminarono il panico nella capitale. Le forze governative attaccarono gli avversari utilizzando mitragliatrici, carri armati e perfino aeroplani per lanciare bombe, lasciando sul terreno un migliaio di morti. La rivolta di marzo fornì anche una comoda scusa per attuare una resa dei conti da lungo tempo attesa; i soldati uccisero Leo Jogiches, ex compagno di Rosa Luxemburg e suo successore alla direzione di «Die Rote Fahne», e ventinove membri della 'Voksmarinedivision' che avevano inflitto un'umiliante sconfitta alle truppe governative nella battaglia della vigilia di Natale del 1918 (28). L'agitazione si diffuse anche a Monaco, dove la rivoluzione, inizialmente incruenta, nella primavera del 1919 si radicalizzò. Nel novembre 1918 le manifestazioni di piazza avevano costretto il re di Baviera, Luigi III, ad abdicare e a fuggire in Austria. Un Consiglio socialista degli operai, dei soldati e dei contadini proclamò a quel punto una Repubblica bavarese indipendente sotto la guida di Kurt Eisner (...)' (pag 115-118)] [(23) Karl Liebknecht, 'Ausgewählte Reden, Briefe und Aufsätze', Dietz, Berlin, 1952, pp. 505-520; (24) Rosa Luxemburg, 'Politische Schriften', a cura di Ossip K. Flechtheim, vol. III, Eurpäische Verlags-Anstalt, Frankfurt am Main, 1975, pp. 203-209 (in particolare p. 209); (25) Sulla loro scoperta e il loro arresto s veda Klaus Gietinger, 'Eine Leiche im Landwehrkanal: Die Ermordnung Rosa Luxemburgs', Edition Nautilus, Hamburg, 2008, p. 18; Su Pabst , si veda Klaus Gietinger, 'Der Konterrevolutionär: Waldermar Pabst - eine deutsche Karriere', Edition Nautilus, Hamburg, 2009; (26) Su come venne trattato Liebknecht, si veda la sintesi dei riscontri raccolti contenuta in BA-MA PHS v/2, 206-220 ('Schriftsatz in der Untersuchungsache gegen von Pflugk-Harttung und Genossen', Berlin, den 15 März 1919) e 221-227; (27) Per la descrizione delle modalità dell'uccisione di Rosa Luxemburg al Tiergarten (secondo quanto riferito da Pflugk-Harttung il giorno successivo), si veda 'Die Weizsäcker-Papiere 1900-1934', a cura di Leonidas E. Hill, Propyläen, Berlin, 1982, p. 325; cfr. anche Klaus Gietinger, 'Leiche im Landwehrkanal: Die Ermordnung Rosa Luxemburgs', pp. 37 e 134 (allegati , doc. 1). Si veda inoltre la documentazione contenuta in BA-MA PH8 v/10, soprattutto 1-3, 'Das Geständinis Otto Runge, 22 Jan. 1921; (28) Winkler, 'Von der Revolution', cit., pp. 171-182; Jones, 'Violence and Politics', cit., pp. 313-350 (in particolare pp. 339-340)] [ISC Newsletter N° 83] ISCNS83TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
'Situazioni di conflitto di interessi allora ampiamente tollerate percepite come normali e logiche' PDF Stampa E-mail
GIGLIOBIANCO Alfredo, Via Nazionale. Banca d'Italia e classe dirigente. Cento anni di storia. DONZELLI EDITORE. ROMA. 2006 pag IX 404 8°  introduzione, consiglio di lettura, abbreviazioni note foto illustrazioni appendici: I. Riassunto minimo di storia della Banca d'Italia; II. Corso fiduciario, corso legale, corso forzoso dei biglietti di banca, Aggio; III. La circolazione monetaria: limiti, copertura, tassa; IV. La struttura delle carriere in Banca d'Italia; archivi consultati, Tavola 1. Età e condizioni socio-economiche dei membri del direttorio; Tavola 2. Vertice della Banca d'Italia (1893-2005); indice nomi indice analitico; Collana Saggi. Storia e scienze sociali. Alfredo Gigliobianco, storico ed economista, ha svolto attività di ricerca presso le Nazioni Unite a New York e attualmente lavora nell'Ufficio ricerche storiche della Banca d'Italia (2006). E' autore con Michele Salvati di 'Il maggio francese e l'autunno caldo: la risposta di due borghesie' (Il Mulino, 1980) e di vari saggi di storia economica e finanziaria. ['Genova fu la culla della grande industria e della grande finanza in Italia. Fra le poche città che nei primi decenni dell'Ottocento avessero mantenuto un legame significativo, attraverso famiglie, tradizioni di lavoro, rapporti internazionali, con la propria età d'oro: il Cinquecento. Ferita per la perdita dell'indipendenza decisa al Congresso di Vienna, Genova conservava tuttavia qualcosa dell'antica fierezza, ed era senza dubbio la prima città commerciale del Regno sabaudo. I suoi capitani continuavano la tradizione della marineria ligure, e i traffici davano tono alla vita cittadina. Capitalisti di rango internazionale, come Raffaele De Ferrari duca di Galliera, speculavano nelle borse europee, e riportavano in Liguria il gusto per nuove intraprese (6). Ma forse fu semplicemente un caso sfortunato quello che avviò il genovese Giacomo Grillo (*) verso l'economia e la finanza. Come il suo predecessore Bombrini, al quale si è accennato brevemente nelle pagine precedenti, egli non proveniva da un ambiente commerciale: nacque il 4 dicembre 1830 da Agostino, medico dell'ospedale di Genova. Questi era senza dubbio un professionista e un borghese, e tuttavia non si può dire che facesse davvero parte dell'élite cittadina. (...) Uno dei primi atti di Grillo fu di affrontare la spinosa situazione debitoria dell'Ansaldo, l'azienda meccanica e cantieristica genovese controllata prima da Bombrini, poi dagli eredi. Il nuovo direttore generale ritenne che una parte dei debiti dell'Ansaldo verso la Nazionale fossero, date le modalità di concessione, debiti personali di Bombrini, dei quali gli eredi dovevano essere chiamati a rispondere. Ne derivò un contrasto assai duro con la famiglia dell'ex direttore generale, che venne mediato dal Consiglio superiore della Banca e fu risolto con un compromesso (22). L'episodio è importante perchè chiarisce in modo inequivocabile che Grillo intese mutare l'indirizzo che aveva prevalso fino a quel momento. Sarebbe del tutto fuori luogo una condanna postuma di Bombrini in base ai criteri morali e giuridici che oggi ci sono familiari. Situazioni che noi diremmo di conflitto di interessi erano allora ampiamente tollerate, percepite a volte dai protagonisti come normali e logiche. Ma ovviamente esse davano luogo a gravi inconvenienti; ed è merito di Grillo - il pigmeo, il modesto 'routinier', accusavano i Bombrini (23) - aver percepito la gravità del pericolo e avervi posto rimedio, almeno in parte. La prudenza qui è d'obbligo, perché l'eccessiva contiguità fra banca e industria rimase un problema dell'economia italiana per altri cinquant'anni (24)' [(*) Giacomo Grillo (1830-1895) fu direttore generale della Banca nazionale dal marzo 1882 al dicembre 1893; direttore generale della Banca d'Italia fino al febbraio 1894; (6) Cfr. G. Doria, 'Investimenti e sviluppo economico a Genova alla vigilia della prima guerra mondiale. Le premesse (1815-1882)', Giuffrè, Milano, 1969; G. Felloni, 'Gli investimenti finanziari genovesi in Europa tra il seicento e la restaurazione', Giuffré, Milano, 1971; vari saggi in A. Gibelli - P, Rugafiori (a cura), 'Storia d'Italia. Le regioni dall'Unità a oggi. La Liguria', Einaudi, Torino, 1994, in particolare F. Surdich, 'I viaggi, i commerci, le colonie: radici locali dell'iniziativa espansionistica'; L. Garibbo, 'I ceti dirigenti tra età liberale e fascismo'; G. Assereto, 'Dall'antico regime all'Unità'; (22) Cfr. Coppini, 'Carlo Bombrini', cit.,. Gli eredi pagarono una parte del debito; l'altra parte (non irrilevante rispetto alle dimensioni dell'attivo della Banca) fu abbuonata. Grazie a questo i Bombrini poterono mantenere il controllo dell'Ansaldo. Coppini dà di queste vicende una interpretazione che a chi scrive pare troppo influenzata dal resoconto che ne fa un erede dei Bombrini, l'avvocato Ageno, comprensibilmente prevenuto nei confronti di Grillo (Memoriali Ageno in Carte Bombrini, Archivio storico Ansaldo; (23) Si vedano i memoriali di Ageno citati sopra; (24) Qualche anno dopo Pantaleoni individuò proprio nei diffusi conflitti di interesse uno dei problemi principali della 'governance' delle imprese italiane, e uno dei pericoli maggiori per la loro stabilità: «gli stessi uomini figuravano in più imprese aventi interessi opposti e sacrificavano ora l'una ora l'altra, a seconda che la rovina dell'una o dell'altra più li avrebbe compromessi» (M. Pantaleoni, 'La caduta della Società Generale di Credito Mobiliare', in "Giornale degli economisti", aprile-giugno 1895, pp. 555-6). Ritroveremo questi temi nella biografia di Menichella] [ISC Newsletter N° 83] ISCNS83TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
'La figura di Bruto esaltata durante il Rinascimento, dopo aver capovolto la visione medievale' PDF Stampa E-mail
CLARKE Martin L., Bruto. L'uomo che uccise Cesare. BOMPIANI. MILANO. 1984 pag XVII 198 8°  introduzione di Emanuele NARDUCCI, note appendice: 'Dalla 'Vita di Cesare' di Plutarco', Dalle 'Istorie romane' di Dione Cassio Cocceiano, indice nomi; traduzione di Eva COLLINI, Collana Biografie Bompiani. M.L. Clarke nato nel Suffolk, ha studiato a Haileybury e al King's College di Cambridge, dove ha anche lavorato dal 1934 al 1940 come ricercatore. Ha poi insegnato alle Università di Edinburgo e di Londra prima di ottenere la cattedra di Latino all'Università del Galles. Si è ritirato dall'insegnamento nel 1974. Ha pubblicato il trattato: 'L' educazione superiore nel mondo classico' (1971). ['Dal Medioevo in poi l'interpretazione di Bruto risente, in maniera più o meno diretta, degli atteggiamenti verso le forme contemporanee di dominazione. Dante manifesta aperta riprovazione contro colui che non solo ha alzato la mano contro il proprio benefattore, ma ha ucciso il restauratore dell'ordine nel mondo romano, il fondatore del dominio universale di Roma destinato a sfociare, secondo il disegno provvidenziale, nell'impero romano-cristiano. Ma già il Boccaccio, proclamando che non vi è sacrificio più accettato del sangue di un tiranno ('De casibus virorum illustrium', II, 15), aprirà la via a una diversa valutazione del gesto di Bruto. Arriverà ad esaltarlo il Rinascimento, dopo aver capovolto la visione medievale della storia romana: l'età imperiale è ora quella della corruzione e della decadenza; il fenomeno del tacitismo contribuirà non poco a fomentare questo repubblicanesimo un po' intriso di elementi retorici. Si è visto come la trattazione di Clarke proceda per grandi medaglioni; era questa una scelta legittima; che del resto ha portato l'autore a risultati fruttuosi, talora di icastica evidenza. Le grandi figure della letteratura e della cultura europea, quando abbiano avuto a occuparsi di Bruto, sono prese comunque in attenta considerazione: Da Dante, al quale già si è accennato, a Montaigne, a Shakespeare, a Milton, a Voltaire. Man mano che la trattazione si avvicina ai nostri tempi, l'autore non nasconde che i suoi interessi fondamentali vanno alla cultura francese e a quella anglosassone; il lettore italiano resterà un po' sorpreso nel vedere che alla figura di Bruto nel nostro Ottocento è dedicata un'attenzione minore di quella che meriterebbe. Se il 'Bruto secondo' di Alfieri è fatto oggetto di un'analisi abbastanza approfondita, le posizioni di altri autori, storici o letterati - magari "minori", ma la cui considerazione sarebbe comunque servita ad allargare il quadro storico d'insieme. sono invece passate sotto silenzio' (pag XIII, introduzione di E. Narducci)] [ISC Newsletter N° 83] ISCNS83TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
«Una vita cosciente senza una precisa visione del mondo, non è vita, ma oppressione e angoscia» PDF Stampa E-mail
CECHOV Antòn, Racconti e teatro. SANSONI EDITORE. FIRENZE. 1966 pag XXXII 1354 8°  avvertenza dell'editore, introduzione: 'Saggio su Cechov' di Thomas MANN, note ai racconti, note al teatro, Glossario, indice dei nomi di persone, luoghi e cose notevoli, indice alfabetico dei racconti e delle opere teatrali, Nota su Cechov, Dati biografici essenziali. ["(...) cresce la sua fama di scrittore, ma egli la considera scetticamente, con coscienza pudica. «Non inganno forse il lettore - si chiede - dal momento che non so dare una risposta alle domande più importanti?»" (pag XIX); "Ma se si vuol citare e lodare qualcosa, debbo ricordare anzitutto 'Una storia noiosa', l'opera narrativa di Cechov che mi è più cara, un'opera decisamente straordinaria e affascinante che per tranquilla e malinconica singolarità non ha riscontro in tutta la letteratura; e già comincia con lo stupire che questa storia, annunciatasi «noiosa» e invece appassionante, il giovane non ancora trentenne la ponga con profondissima sensibilità in bocca ad un vecchio - uno studioso di fama mondiale, generale per il suo rango, eccellenza, che nelle sue divagazioni allude sovente a se stesso dicendo: «La mia eccellenza». Per quanto molto in alto nella gerarchia ufficiale, egli si trova su di un piano spirituale, autocritico e critico, per cui ritiene assurde la fama e la devozione che gli vengono tributate ed è nel profondo dell'anima di un uomo disperato, perfettamente conscio che alla sua vita, ad onta di tutti i meriti, è mancato un centro spirituale, una «idea generale», che - insomma - la sua è stata la vuota vita di un disperato. «Ogni sentimento - scrive - ogni pensiero vive in me separatamente, e in tutti i miei giudizi sulla scienza, sul teatro, sulla letteratura... la più sottile analisi non saprebbe trovare ciò che si chiama un'idea generale, ossia il dio dell'uomo vivente. 'Ma se non c'è questo, vuol dire che non c'è nulla...'. Non c'è perciò nulla di sorprendente nel fatto che io abbia oscurato gli ultimi mesi della mia vita con sentimenti e pensieri degni di un'anima servile o barbarica, che io mi senta adesso indifferente a tutto e non scorga la luce di un'aurora. Quando in un individuo manca quello che è più alto e più forte d'ogni esterna influenza, basta in verità un forte raffreddore a fargli perdere l'equilibrio... E tutto il suo pessimismo e il suo ottimismo, insieme ai suoi grandi o piccoli pensieri, non hanno allora altro significato che quello d'un sintomo e niente più. Io sono un vinto. Se è così, è inutile continuare a pensare, è inutile discorrere oltre. Me ne starò qui ad aspettare in silenzio quello che sarà». «'And my ending is despair'»; queste ultime parole di Prospero tornano in mente quando si ascoltano le confessioni del vecchio, famoso Nikolaj Stépanic, che dice: «Ma io non amo neppure la popolarità del mio nome. Mi sembra quasi che mi abbia tradito». Antòn Cechov non era vecchio, ma giovane, quando mise in bocca al suo personaggio queste parole e quelle che abbiamo prima citato, non doveva però vivere a lungo, ed è forse ciò che egli rese possibile intendere in anticipo lo stato d'animo della vecchiaia con una sensibilità incredibile, quasi diabolica. Egli ha conferito all'immagine del vecchio studioso morente molti tratti personali, e soprattutto questo: «Io non amo neppure la popolarità del mio nome». Perché anche Cechov non amava la sua fama crescente, che gli ispirava «per qualche motivo un senso di angoscia». Non ingannava forse i suoi lettori, mentre li abbagliava con il suo talento, «ma non sapeva rispondere alle domande più importanti»? Perché scriveva? Qual'era il suo scopo, la sua fede, «il dio dell'uomo vivente?». Dove «l'idea generale» del suo vivere e scrivere, «senza la quale nulla assolutamente esiste»? «Una vita cosciente senza una precisa visione del mondo - scrisse ad un amico - non è vita, ma oppressione e angoscia». Al celebre studioso la sua pupilla Katja, un'attrice fallita, l'unico essere cui il suo cuore sia ancora attaccato, per il quale egli nutre una segreta passione senile, chiede disperata: «Che debbo fare? Ditemi, presto, in nome di Dio, che debbo fare?». Ed egli è costretto a rispondere: «Non posso dirti nulla, Katja... in coscienza, Katja, non lo so». Allora essa lo lascia. La domanda del «Che fare?» è sempre presente, in modo volutamente confuso, nelle opere di Cechov; ed è quasi resa ridicola attraverso il modo singolare e l'atteggiamento straordinariamente ricercato che i suoi personaggi assumono verso di essa, verso il problema della loro vita" (pag XXIII-XXIV) (dall'introduzione di Thomas Mann)] [ISC Newsletter N° 83] ISCNS83TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 9 di 1190
spacer.png, 0 kB

Cerca nel sito

spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB