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'Sono pazzo io che vedo cose che agli altri sfuggono, oppure sono pazzi gli altri che le tollerano?' PDF Stampa E-mail
TOLSTOI Leone, a cura di Clara TERZI PIZZORNO, Resurrezione. RIZZOLI. MILANO. 1989 pag 339 8°  foto illustrazioni, traduzione di Clara TERZI PIZZORNO. Basato su un episodio realmente accaduto al procuratore Koni, amico di Tolstòj. ["Vivissimo era invece in lui il ricordo di tutti gli infelici che soffocavano in quell'aria asfissiante, sdraiati sulla broda fetida che colava dal bigoncio. L'immagine del povero ragazzo dal viso innocente addormentato sulla gamba del forzato non gli dava tregua. Altro è sapere che, in un dato luogo, magari lontanissimo, c'è chi tormenta e corrompe i propri simili esponendoli a ogni sorta di umiliazioni e di sofferenze inumane; altro è assistere per tre mesi consecutivi allo spettacolo di questi maltrattamenti inflitti dagli uni e subiti dagli altri. E Necliudov ne faceva la prova. Più di una volta, nel corso di quei tre mesi, s'era domandato: "Sono pazzo io che vedo cose che agli altri sfuggono, oppure sono pazzi gli altri che le fanno e le tollerano?". Ma gli altri - ed erano molti - agivano con la tranquilla certezza di compiere non soltanto il proprio dovere, ma un dovere molto importante e utile. Stentava a credere che fossero tutti pazzi, e d'altra parte non poteva ammettere d'essere pazzo lui, perché le sue idee gli sembravano chiare e giuste. E perciò non sapeva a che partito appigliarsi. "Possibile che sia tutto effetto di un malinteso? Come conservare a tutti questi funzionari il loro stipendio e anzi premiarli purché si astengano dal fare ciò che fanno?", pensava Necliukov. E su questa considerazione, già dopo il secondo canto dei galli, nonostante le pulci che al minimo movimento gli saltellavano addosso come gli spruzzi di una fontana, si addormentò in un sonno profondo" (pag 314-315)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

  

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2░ guerra mondiale: 'i militari avevano preferito ai carri pesanti, soldi e scorte di benzina' PDF Stampa E-mail
CASTRONOVO Valerio, Giovanni Agnelli. TEA - EDITORI ASSOCIATI. MILANO. 1994 pag XIV 807 8°  premessa alla presente edizione, nota introduttiva, fonti e bibliografia  indice nomi; Collana Tea Storica. Valerio Castronovo è ordinario di Storia contemporanea all'Università di Torino. Tra le sue opere: 'L'industria italiana dall'Ottocento a oggi' (1981) e 'Grandi e piccoli borghesi' (1988). I rapporti con la Germania nazista. La "Deutsche Fiat". "La Fiat, in coincidenza con il notevole impulso dato dal regime nazista allo sviluppo della motorizzazione, aveva anzi voluto portarsi in Germania su un piano di «collaborazione costruttiva», passando dal semplice commercio d'esportazione alla fabbricazione sul posto, nel Württemberg, di propri modelli in serie con manodopera e tecnici tedeschi: nell'ambito dello stesso «piano quadriennale» elaborato dal governo tedesco per il riassorbimento della disoccupazione e il potenziamento dell'economia. Dalla NSU - ricostruita con l'appoggio della Dresdner Bank e alla cui sovrintendenza Agnelli aveva dislocato uno degli uomini più abili del suo 'staff', Piero Bonelli -, uscivano più di diecimila vetture l'anno. E nell'agosto 1938 Mussolini aveva voluto che proprio nella fabbrica di Heilbronn venisse sancita, anche a livello operaio, la rinnovata intimità di rapporti con la Germania nazista. Più di duecento lavoratori della Fiat erano stati così trasferiti in Germania, per una settimana, tra l'8 e il 13, ospiti del Fronte del lavoro, per una serie di cerimonie di «cameratismo e di solidarietà», che avevano visto, fra l'altro, la presenza ufficiale della delegazione italiana al grande raduno indetto da 'gauleiter' Julius Streicher per la demolizione della sinagoga di Norimberga. Ciò non toglie che, dietro l''entente' politica e la stessa consistenza dei rapporti economici stabiliti con il governo di Berlino, continuassero ad agitarsi difficili problemi di convivenza tra la Fiat e l'industria tedesca, allorché il confronto si spostava sul mercato internazionale, in particolare nei paesi dell'Europa orientale"  (pag 570-571); La guerra imminente. La questione dei carri armati pesanti (1939). "Di fatto i tecnici della Fiat, sulla base dell'esperienza in Etiopia, ma anche in Spagna, sul materiale inviato dai tedeschi e dai russi, si erano preoccupati nel settembre 1939 di stendere un inventario dell'armamento italiano nel campo dei mezzi corazzati e degli autotrasporti. Ne erano venute fuori valutazioni estremamente scoraggianti. Per cominciare, i carri d'esplorazione, presi in esame dal Ministero della Guerra nel lontano 1928 e modificati nel 1935, dovevano considerarsi superati sotto tutti gli aspetti, quanto ai carri di rottura e di accompagnamento per la fanteria, il materiale era meno decrepito (i capitolati d'appalto risalivano al 1937), ma era già stata una fatica far accettare allo stato maggiore una modifica di peso di otto tonnellate. Oltretutto, i reparti che li avevano avuti in dotazione non erano motorizzati che in minima parte e le commesse passate alla Fiat non erano andate più in là di un centinaio di unità, ripartite in dieci esemplari al mese. In sostituzione del carro leggero da tre tonnellate, armato di mitragliatrice e difeso da una corazza che arrestava solo il tiro della fucileria, la famosa «scatoletta di sardine», la Fiat-Ansaldo aveva proposto nel settembre 1938 un carro di cinque tonnellate, meglio munito e protetto; ma il progetto era stato respinto e, poiché le due aziende avevano continuato a proprie spese a costruirne dei campioni, il ministero della Guerra era intervenuto per autorizzarne la fabbricazione soltanto per la richiesta dei governi esteri! Quanto ai carri medi, l'andamento delle operazioni belliche in Spagna aveva dimostrato - secondo i dirigenti della Fiat - la necessità di aumentare  tonnellaggio, velocità e protezione dei carri. Ragion per cui Agnelli aveva pensato di accantonare il carro M. 11 per proporne un altro, l'M. 13 da 14 tonnellate e mezzo. Ma come per il carro L. 6, così anche per quest'ultimo modello non era stata presa alcuna decisione da parte dell'autorità militare, che aveva preferito risparmiare soldi e scorte di benzina. Ma le note più dolenti cadevano a proposito dei mezzi pesanti, per via - così si legge nel documento della Fiat  - dell'«ossessione del ponte militare in dotazione al Genio Pontieri, che ha contenuto il tonnellaggio dei carri armati»; né del resto erano mutate le vetuste concezioni di una guerra alpina, di semplice posizione. Ferma era rimasta anche la produzione di autoblindo-mitragliatrici, i cui campioni erano pur stati allestiti nel secondo semestre del 1937: alcuni esemplari erano finiti alla polizia coloniale, ma l'iniziativa non aveva avuto altri sviluppi. In conclusione, al settembre 1939 la Fiat aveva in corso di produzione per l'esercito italiano un solo tipo di carro armato, l'M 11, che sarebbe uscito dalle officine soltanto nella tarda primavera del 1940. Quanto all'autotrasporto militare, la situazione  non era meno arretrata, dato che decine di milioni continuavano ad essere spesi a foraggiare e custodire un vastissimo parco di «trazione animale». Soltanto dopo ripetute pressioni di Balbo si era evitato di imbarcare per la «quarta sponda» vecchi automezzi, buoni tutt'al più per le strade alpine, con motori che si usuravano dopo 2.000 km. e con ruote che si insabbiavano appena fuori dalla litoranea" (pag 582-583)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 

 
'Gli abitanti dei comuni vicini furono biasimati per la crudeltÓ nei confronti dei fuggiaschi' PDF Stampa E-mail
DEFOE Daniel, La peste di Londra. (A Journal of the Plague Year). CLUB DEGLI EDITORI. MILANO. 1973 pag XVII 142 8°  prefazione di Emilio RADIUS, introduzione e traduzione di Elio VITTORINI; "Vi fu a Londra una peste spaventosa nell'anno sessantacinque, nostro evo; si portò via centomila anime, eppure io rimasi vivo" (in apertura prefazione); "L'eroe di Defoe è lo 'squatter', cercatore d'oro e di proprietà per l'universo di terre e d'acque, cioè il tipico piantatore australiano o americano che ha bisogno di possedere, fosse pure il deserto e non fosse altro che la nuda roccia. Robinson o Jacque, Moll Flanders, Roxana o Singleton: essi somigliano stranamente agli uomini che lottavano per la sicurezza e il possesso subito dopo la cacciata dal Paradiso terrestre. Ma vivono in una intimità spaventosamente individuale con un assiduo e calcolatore se stesso, freddi, impassibili, capaci piuttosto di lasciarsi cuocere dalle lacrime che di trovare una «compagnia» nella quale versarle. (...) D'altra parte, nuovo e spaventoso Robinson, il sellaio del 'Journal of the Plague Year', vive a Londra fra gli appestati in una solitudine soprannaturale; si isola nella propria casa, si fortifica come meglio può contro le insidie dell'epidemia, rifacendo daccapo l'umanità per suo personale uso e consumo con gli espedienti stessi dell'isola deserta. Dei sei capolavori quello che meno risponde al carattere sopra descritto è il 'Journal of the Plague Year' che qui presentiamo tradotto col titolo 'La peste di Londra'. E' uno dei meno noti, il meno organico, anche, e tuttavia contiene forse le pagine più belle che Defoe abbia scritto. Ecco che cosa ne dice Emilio Cecchi in un saggio di 'L'osteria del cattivo tempo': «Il tono autobiografico può indurre a ritenere che il Defoe narri esperienze dirette, mentre nel 1665, quando infierì la pestilenza, al massimo poteva avere cinque anni. E il 'Journal of the Plague Year' lo compose quasi sessantenne, nel 1722, il suo 'annus mirabilis', ché oltre al Journal, nel 1722 furono scritti e pubblicati: 'Moll Flanders' e 'Colonel Jacque', cioè a dire due fra i maggiori romanzi del Defoe, a parte i suoi articoli e libelli. (...) Nella nostra galleria di maestri della peste, non potremmo certamente dare al Defoe, per rispetto alla grande tradizione, un posto sopra Tucidide. Né gli vorremmo dar quello sopra Manzoni. Ma il terzo posto nessuno glielo toglie. Sebbene in lazzaretto, lasciamo andare, è sempre un buon posto». Dobbiamo aggiungere che l'intenzione in Defoe, scrivendo il ''Journal', era documentaria. Il lettore vedrà che per lunghi tratti il libro si riduce a un'esposizione di documenti d'archivio. Come inoltre Defoe firma il manoscritto con le iniziali del nome di un suo zio, Henry Foe, effettivamente esistito, non è del tutto improbabile che abbia usufruito di qualche vecchio quadernetto di appunti trovato in soffitta" (Elio Vittorini, introduzione) (pag XIV-XVII); "Gli abitanti dei comuni vicini a Londra furono biasimati da molte parti per la crudeltà mostrata nei riguardi dei poveri fuggiaschi; ma io non posso asserire che si mostrarono sempre crudeli poiché seppero anche prestare un caritatevole e provvido aiuto in tutti quei casi in cui non correvano troppo pericolo a farlo. Ad ogni modo, dove crudeltà vi fu sembra sia stata crudeltà vana, poiché, malgrado tutte le precauzioni, non un solo comune, entro un raggio di quindici o venti leghe da Londra, rimase illeso dalla pestilenza. (...) A rendere diffidenti gli abitanti delle campagne verso chiunque provenisse da Londra, in special modo se era povero, contribuiva il fatto che le persone infette sembravano avere una malvagia inclinazione ad infettare gli altri. I medici hanno discusso a lungo tra loro sui motivi di questa presunta inclinazione. Alcuni la spiegano asserendo che il male stesso suscita nell'infermo un furore d'odio contro i propri simili pressapoco come quello che l'idrofobia fomenta nei cani spingendoli a mordere qualunque animale o persona incontrino sul loro cammino. Altri l'attribuiscono invece alla perfidia dell'umana natura per la quale un uomo non può tollerare di vedersi in uno stato più infelice di quanti lo circondano e istintivamente, involontariamente, desidera che tutti gli uomini soffrano come soffre lui. Altri infine l'attribuiscono alla disperazione che assale l'infermo e lo porta a non aver riguardi per i pericoli cui espone se stesso e il prossimo. E invero quando un uomo si riduce a un tale stato di abbandono che non si cura più della propria salvezza, non vi è da stupirsi se, alla stessa stregua, non si curi della salvezza altrui. Ma io credo che il fatto in sé, di una inclinazione generale degli infermi ad infettare gli altri, non sia completamente vero" (pag 101-103)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Il conflitto italo-etiopico illuse le forze armate del fascismo circa la propria preparazione PDF Stampa E-mail
LABANCA Nicola, Oltremare. Storia dell'espansione coloniale italiana. IL MULINO. BOLOGNA. 2002 pag 569 8°  premessa cartine riferimenti bibliografici (bibliografia ragionata) (pag 477-547), indice nomi e località; Collana Storica paperbacks. Nicola Labanca insegna Storia contemporanea e Storia dell'espansione europea all'Università di Siena. Con il Mulino ha pubblicato anche 'Una guerra per l'impero' (2005). Per 'Oltremare' ha ricevuto il premio Cherasco Storia. 'Una ricostruzione complessiva delle conquiste in terra africana (Eritrea, Somalia, Libia e, da ultimo, Etiopia) che appassionarono il pubblico dell'Italia liberale e del regime fascista: è quanto si prefigge questo volume. L'autore smonta i messaggi della propaganda colonialista che affascinarono generazioni di italiani, mostra i pochi reali vantaggi tratti dall'Italia dai suoi possedimenti africani, descrive la società coloniale creata nell'Oltremare, con i suoi tratti razzisti, la sua composizione sociale, le sue istituzioni. Prestigio per i governi, gloria per i militari, profitti per gli imprenditori, fortuna per gli avventurieri, terre per i poveri coloni "emigrati" in Africa'. ["Le forze armate italiane usarono i gas. Lo fecero per direttive che risalirono allo stesso Mussolini e in spregio alla Convenzione di Ginevra del 1925 quando, inorridite dallo spettacolo della guerra di gas del 1914-1918, le maggiori potenze europee fra cui la stessa Italia fascista avevano deciso di non utilizzare mai più gli aggressivi chimici. I gas furono usati anche se in realtà non furono necessari per vincere la guerra, e nemmeno per avere il sopravvento in uno specifico combattimento. Furono usati spesso a scopi terroristici, contro le retrovie; e questo rese il tutto più odioso. Le forze armate italiane bombardarono anche località e presidi coperti dalla bandiera della Croce rossa. L'Italia fascista fu quindi accusata dall'Etiopia, dagli antifascisti e dall'opinione pubblica internazionale. La guerra fu una guerra fascista. Mussolini ne aveva impostato il carattere, i suoi generali la condussero senza esitare a ricorrere ai mezzi bellici più brutali, i maggiori gerarchi del regime fecero a gara per arruolarsi volontari (anche se in genere pochi si esposero a particolari pericoli). Per la guerra il regime organizzò una notevole massa di camice nere (per la verità, non ben viste dall'esercito e da Badoglio) che con il dato politico della loro stessa presenza resero il conflitto diverso dai precedenti. Quella del 1935-1936 fu poi una guerra dove centrali furono il controllo delle informazioni e la propaganda: De Bono e soprattutto Badoglio organizzarono un ferreo sistema di censura. Non solo l'opinione pubblica italiana, esposta all'azione organizzata del ministero della Stampa e Propaganda, ma anche quella internazionale furono pesantemente condizionate (pochi furono i giornalisti sul fronte etiopico. La guerra ebbe altri effetti, non direttamente legati alla storia dell'espansione coloniale, alcuni dei quali è necessario almeno accennare. La guerra inflisse un costo ed un rallentamento allo sforzo di riarmo che pure il regime fascista stava portando avanti. Il conflitto italo-etiopico illuse le forze armate del fascismo circa la propria preparazione: la vittoria era stata conseguita su un debole nemico africano, e poche lezioni avrebbero potuto essere tratte da quella guerra africana per essere immediatamente trasferibili in un guerra europea (ma alcune, utili, furono trascurate). La guerra contribuì a convincere Mussolini di possedere alcune sue personali doti di capo di guerra: cosa che lo avrebbe portato a fare errori gravidi di maggiori conseguenze negli anni della guerra mondiale. Come è stato osservato, il successo di prestigio per il regime finì per trasformarsi in un elemento di debolezza per la preparazione italiana della guerra generale" (pag 192-193)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  
                                                                               
 
'Le sovvenzioni concesse da Agnelli e da Valletta al movimento partigiano' PDF Stampa E-mail
CASTRONOVO Valerio, Giovanni Agnelli. La Fiat dal 1899 al 1945. EINAUDI. TORINO. 1977 pag 565 16°  premessa nota preliminare foto illustrazioni note indice nomi; Collana Gli Struzzi. Valerio Castronovo è ordinario di Storia contemporanea all'Università di Torino (1977). E' autore di studi sulla cultura e l'amministrazione negli stati italiani fra Cinque e Seicento, sulla classe politica e sull'industria nell'Ottocento e nel periodo fascista. Tra le sue opere: 'La stampa italiana dall'Unità al fascismo' (1970), 'La rivoluzione industriale' (1973), 'La storia economica dall'unità ad Oggi' (1975),  'L'industria italiana dall'Ottocento a oggi' (1981), 'Grandi e piccoli borghesi' (1988), ecc. [Le sovvenzioni ai partigiani. '"E Agnelli? Il suo nome non ricorreva nei carteggi di quei giorni. E' un fatto che i vecchio senatore non seguiva più da vicino le vicende interne di fabbrica, limitandosi a lasciar fare a Valletta, o ai suoi collaboratori più intimi. Al di là delle coperture offerte da alcuni settori moderati della coalizione antifascista, la sua linea di condotta rimaneva comunque ferma all'ancoraggio con gli anglo-americani. Né si spiegherebbero gli ultimi avvenimenti alla Fiat del settembre-novembre 1944 se non si tenesse conto dei rapporti sotterranei e degli impegni assunti per il prossimo futuro con gli Alleati dagli emissari di Agnelli riconfermati da Valletta a Torino. Già il maggiore Temple, in un incontro durante la sua missione con il commissario regionale di GL Ronza, aveva fatto intendere chiaramente che la difesa degli impianti industriali era questione di sua stretta competenza, al di là delle azioni spontanee di boicottaggio degli operai e delle «impazienze» dei partigiani (90). E analogamente si sarebbe pronunciato il suo successore, Stevens. In sostanza gli Alleati riteneva allora che i Tedeschi si sarebbero ritirati, per un'estrema difesa militare, al di là dell'Adige; e che, pertanto, l'industria piemontese e in particolare la Fiat dovesse mantenere ad ogni costo un minimo di efficienza tecnica. (...)" (pag 501); "Benedetto Rognetta, già addetto alla Fiat dal 1937 ai «rapporti con gli stati esteri» e rientrato a Torino con «decisa nomea di antifascista», si era assunto allora il compito di riprendere i contatti con il Clnrp. Si trattava di rapporti di natura eminentemente economica con la commissione finanziaria, presieduta dal democristiano Teresio Guglielmone, affiancato dal socialista Piero Passoni ma non per questo meno importanti. Osserverà quest'ultimo, allora rappresentante del partito socialista del Cln piemontese: "Era difficile avvicinare i finanzieri e gli industriali, specialmente gli industriali che erano sottoposti ad un controllo assiduo da parte degli ufficiali sorveglianti tedeschi; tuttavia riuscimmo ad aggirare gli ostacoli e posso dire che questo ultimo periodo è stato superato grazie a questi finanziamenti che arrivavano settimanalmente a noi attraverso persone di fiducia quale il dott. Benedetto Rognetta, tuttora funzionario Fiat". Di fatto, sarebbe passata per tramite dl Rognetta la parte più cospicua delle sovvenzioni concesse da Agnelli e da Valletta al movimento partigiano: 30 milioni prima, in un unico versamento; 25-26 milioni, successivamente. Su questo punto concordano sia la deposizione resa dopo la Liberazione dal Guglielmone, sia quella dello stesso Rognetta, convalidata più tardi dal Passoni: "quando il Longhi (Alfredo Pizzoni, presidente del Clnai) venne a Torino - dirà l'ex presidente della Commissione economica nel corso della prima riunione del Clnpr, il 28 agosto, dedicata all'audizione dei testi a carico e a difesa sul «caso Valletta» - per cercare un sovvenzionamento per il movimento di liberazione da parte del governo italiano (doveva ricevere 300 milioni), dato il ritardo di questo sovvenzionamento, chiese a Valletta 30 milioni a titolo di prestito; il Valletta li diede senz'altro facendo capire, anzi, come non fosse necessaria la restituzione"' (pag 501, 503-504) [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
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