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La 'guerra ideologica' e la 'guerra tecnologica' del XIX e XX secolo PDF Stampa E-mail
McLUHAN Marshall, Gli strumenti del comunicare. EUROCLUB. MILANO. 1995 pag 398 8°  introduzione del curatore della collana Roberto SANESI, nota biografica, introduzione; traduzione di Ettore CAPRIOLO; Biblioteca del pensiero moderno, collana a cura di Roberto SANESI. ['Le guerre «calde» del passato si servivano di armi che abbattevano i nemici l'uno dopo l'altro. E' anche la guerra ideologica del XVIII e XIX secolo cercava di convincere, uno alla volta, gli individui ad adottare punti di vista diversi. La persuasione elettrica della foto, del cinema e della TV, funziona invece imbevendo di una nuova 'imagerie' intere popolazioni. Una piena consapevolezza di questo mutamento tecnologico la si ebbe in Madison Avenue una decina di anni or sono, quando la tattica pubblicitaria passò dal lancio del singolo prodotto al coinvolgimento della collettività nella 'corporate image', poi ulteriormente trasformatasi essa stessa così da divenire ora 'corporate posture'. Alla nuova guerra fredda basata sullo scambio d'informazioni s'accompagna la situazione di cui parlava James Reston in una corrispondenza da Washington al "New York Times": «La politica è diventata internazionale. Il leader laborista inglese è qui a fare la propria campagna elettorale per diventare primo ministro di Gran Bretagna, e ben presto John F. Kennedy andrà in Italia e in Germania a far propaganda per essere rieletto. Ciascuno ormai i propri discorsi elettorali li fa in qualche altro paese, di solito nel nostro. Washington non si è ancora adattata a questo ruolo di arbitro. Continua a non tener conto del fatto che tutto ciò che si dice qui può essere usato da una parte o dall'altra in qualche campagna elettorale e può anche essere, casualmente, l'elemento decisivo nel voto finale». Ma nel 1964 si combatte la guerra fredda con la tecnologia dell'informazione perché tutte le guerre si sono sempre combattute con la tecnologia più nuova che ogni cultura aveva a disposizione. In ogni suo sermone John Donne parlava con gratitudine delle grosse armi da fuoco: «Così grazie alla luce della ragione, hanno scoperto la nostra Artiglieria, per mezzo della quale le guerre giungono alla fine più rapidamente di quanto non avvenisse nel passato». La conoscenza scientifica necessaria per usare la polvere da sparo e per alesare un cannone era definita da Donne «la luce della ragione». Egli però non si rese conto di un altro progresso della stessa tecnologia che affrettava e allargava le dimensioni delle carneficine. Vi accenna John U. Nef in 'War and Human Progress': «La graduale rinuncia all'armatura come parte dell'equipaggiamento dei soldati, rese disponibili nel corso del Seicento ampie scorte di metalli per fabbricare armi da fuoco e proiettili»" (pag 373-374)] [ISC Newsletter N° 84] ISCNS84TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  
 
Come un partito può diventare l'arbitro delle coalizioni: il «sistema a due partiti e mezzo» PDF Stampa E-mail
AVRIL Pierre, a cura di Renato BALDUZZI e Adriano GIOVANNELLI, Saggio sui partiti. G. GIAPPICHELLI EDITORE. TORINO. 1990 pag 250 8°  presentazione dell'edizione italiana e traduzione di Renato BALDUZZI e Adriano GIOVANNELLI prefazione all'edizione francese note abbreviazioni indice nomi; ['Per prendere l'esempio più semplice, il bipartitismo è praticamente sinonimo di elezioni di decisione; d'altra parte, esso è abitualmente associato allo scrutinio maggioritario a un turno il quale può essere interpretato come il rivelatore di questa concezione della rappresentanza decisione; ma al tempo stesso esso conserva il bipartitismo. In breve, l'idea di rappresentanza integra il sistema dei partiti in un insieme coerente. Inversamente, la concezione delle elezioni-specchio della società è logicamente sinonimo di multipartitismo e di rappresentanza proporzionale. Tra questi due semplici casi di scuola, si presenta ogni specie di variazioni. Da una parte ci sono varianti che si riferiscono ai fatti; per esempio, fattori extra-costituzionali contrastano il tipo di rappresentanza istituzionalmente consacrato dalla legge elettorale: la logica dello scrutinio maggioritario a un turno si trova neutralizzata o, al contrario, la rappresentanza proporzionale si applica a un contesto che gli conferisce una portata decisionale. Gli esempi contrari dell'Austria e del Canada illustrano queste due situazioni che costituiscono i limiti dell'approccio costituzionalista. Altre varianti si riferiscono ai fattori costituzionali in se stessi, che non permettono di determinare con chiarezza il tipo di rappresentanza predominante. E' il caso della Repubblica Federale Tedesca, dove il carattere decisionale delle elezioni si inserisce in una tradizione di 'leadership' inaugurata da Konrad Adenauer e simbolizzata dal termine 'Kanzlerdemokratie'. Essa si è tradotta in una concentrazione crescente dei voti a favore dei due grandi partiti, al punto che essi avevano superato insieme la soglia del 90% considerata da Jean Blondel come criterio empirico del 'two-party system' (1). Peraltro, il sistema proporzionale e gli elementi di 'Parteienstaat' presenti nel regime giocano in senso contrario e hanno permesso al partito liberale non soltanto di sopravvivere elettoralmente ma di giocare un ruolo politico decisivo perché esso è diventato l'arbitro delle coalizioni (...). All'ambiguità della concezione preponderante della rappresentanza, corrisponde, nel caso della RFT, quella di un sistema di partiti che Jean Blondel ha battezzato «sistema a due partiti e mezzo», denominazione che ne fa risaltare il carattere ibrido' (pag 189-191)] [(1) Jean Blondel, 'Voters, Parties and Leaders', Penguin Books, 1974, p. 156] [ISC Newsletter N° 84] ISCNS84TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
Russia 1917: lo scoppio della rivoluzione di febbraio era inaspettato PDF Stampa E-mail
ANIN David, La rivoluzione russa del 1917 vista dai suoi protagonisti. EDIZIONI PAOLINE. ROMA. 1980 pag 399 8°  avvertenze sulla pronuncia dei nomi russi; prefazione dell'autore, introduzione: 'La rivoluzione e la sua storiografia' (pag 11-116), note, traduzione integrale dal russo e alcune note di Irina ILOVAJSKAJA ALBERTI, collana Urss senza maschere. David Sergeevic Anin, nato in Russia da una famiglia ebraica di accesi rivoluzionari, militò giovanissimo tra gruppi menscevichi. Emigrato in occidente, studiò storia alla Columbia University, New York. E' autore di saggi e articoli sulla rivoluzione russa e sull'Urss, pubblicati in riviste russe, americane, inglesi e francesi. E' stato uno dei redattori dell'Enciclopedia sull'URSS edita nel 1961 da McGraw-Hill, New York. Attualmente (1980) vive in Israele, approfondendo le ricerche sulla rivoluzione del '17 nonchè sul modo con cui la storia russa degli ultimi 60 anni è stato e viene tuttora presentata. ['Così, ad esempio, sappiamo che, malgrado tutte le sue teorie, Lenin dubitava della possibilità di una prossima rivoluzione in Russia. Due mesi prima della rivoluzione in una delle sue conferenze tenute a Zurigo egli dichiarò: «Forse noi vecchi non vivremo neanche abbastanza per vedere la futura rivoluzione» (50). Altri rivoluzionari, bolscevichi e non bolscevichi, condividevano il suo scetticismo. V. Kajurov, noto bolscevico di Pietrogrado, spesso e volentieri citato dagli storici sovietici, raccontava che alla vigilia della rivoluzione i bolscevichi insieme ai menscevichi e ai socialrivoluzionari avevano molto esitato a decidere di appoggiare lo sciopero e avevano preso tale decisione a malincuore, perché «nessuno immaginava  che la rivoluzione potesse essere così vicina» (51). «Nessun partito si era veramente preparato al cambiamento di regime», conferma il noto cronista della rivoluzione N. Suchanov, il quale aggiunge: «Quasi nessuno capì che quel che stava avvenendo a Pietrogrado il 23 febbraio era l'inizio di una rivoluzione; sembrava che quella sommosse fosse assai poco diversa da tante altre avvenute nelle settimane precedenti» (52). Anche il socialrivoluzionario di sinistra Mstislavskij insiste sul fatto che la rivoluzione sorprese tutti: «La rivoluzione sorprese tutti noi, uomini di partito di allora, addormentati come le vergini stolte del Vangelo» (53). Persino lo storico bolscevico Pokrovskij ha scritto che alla vigilia della rivoluzione i bolscevichi non pensavano neanche ad un'insurrezione armata (54). Dal canto suo Kerenskij ricorda che i rappresentanti dei partiti socialisti si radunarono a casa sua la sera del 26 febbraio e che il bolscevico Jurenev dichiarò categoricamente: «Non c'è e non ci sarà una rivoluzione; l'insurrezione fra le truppe si sta smorzando e bisogna prepararsi ad un lungo periodo di reazione» (55). (...) La rivoluzione avvenne in modo inatteso, a sorpresa; questo è un fatto indiscutibile. Ma è anche un fatto che l'atmosfera generale negli ultimi mesi era satura di umori rivoluzionari e di attesa di grandi sconvolgimenti. Non erano però i marxisti, i rivoluzionari, i bolscevichi ad avvertire fortemente questo clima, bensì i socialisti moderati, i liberali, gli appartenenti ai partiti di destra e soprattutto la polizia politica. Lo dimostrano chiaramente gli ammonimenti pronunciati alla vigilia della rivoluzione da noti leaders della Duma, quali Kerenskij, Miljukov, Rodzjanko. Tutti dicevano che il paese si stava avvicinando ad un'esplosione, in una corsa veloce e fatale, e che l'esplosione l'avrebbe travolto e gettato in un abisso. Una settimana prima della rivoluzione Kerenskij aveva predetto che ben presto ci sarebbe stato uno scontro decisivo con il potere dello Stato (57). Uno dei documenti più significativi di quei giorni è l'ultimo rapporto di Rodzjanko allo zar. Rodzjanko presentò il suo rapporto il 10 febbraio cioè due settimane prima della rivoluzione' (pag 42-43)] [(50) S.P. Mel'gunov, 'Le giornate di marzo 1917', Parigi, 1961, p. 17; (51) "Proletarskaja revolucija", n. 1 (13-1923), pp. 156-170; (52) N.N. Suchanov, 'Taccuini della rivoluzione', vol. I, p. 19; (53) Mel'gunov, op. cit., p. 18; (54) Ibidem, p. 18; (55) Ibidem, p. 20; (...) (57) N. Avdeev, 'I primi giorni della rivoluzione di febbraio' in "Proletarskaja revolucija", n. 1 (1923), p. 17] [ISC Newsletter N° 84] ISCNS84TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

 
'L'offensiva tedesca delle Ardenne non aveva fin dall'inizio ragionevoli possibilità di vittoria' PDF Stampa E-mail
ARNOLD James R., Ardenne 1944. L'ultima sfida di Hitler in Occidente. EDIZIONI DEL PRADO. MADRID. 1998 pag 96 8°  foto illustrazioni cartine cronologia bibliografia; Serie grandi battaglie; 6 Eserciti e Battaglie 11. ['Durante l'offensiva delle Ardenne, le armate tedesche non riuscirono mai ad avvicinarsi agli obiettivi che si erano prefissi, tuttavia, secondo Bradley, attaccando provocarono battaglie politiche e strategiche ad alto livello che «scossero violentemente, fin quasi a frantumarlo, l'alto comando alleato». Una tale rottura era esattamente quello che Hitler si prefiggeva: da questo punto di vista, l'offensiva «Wacht am Rhein» giunse pericolosamente vicina al successo. (...) Durante l'interrogatorio cui fu sottoposto al termine del conflitto, von Manteuffel riconobbe che gli americani erano riusciti a ostacolare le sue truppe, ma fece notare con orgoglio che le punte avanzate della 2° Divisione Panzer erano arrivate a quattro chilometri della Mosa senza doversi impegnare in combattimenti decisivi. Questo è tutto vero, ma la divisione tedesca ottenne questo risultato solo evitando tutte le posizioni difensive e affidando alle unità d'appoggio il compito di organizzare una via di rifornimento. Secondo von Manteuffel, il fallimento che aveva caratterizzato la seconda ondata era dovuta a carenze intrinseche al piano: ai tedeschi mancava la forza di sostenere l'offensiva e contemporaneamente conquistare le posizioni nemiche evitate dalla prima ondata. Von Manteuffel osservò inoltre che l'alto comando tedesco avrebbe dovuto ripiegare sulla «piccola soluzione» quando divenne evidente che la marcia accanita fino ad Anversa era impraticabile. (...) Di fatto, la vittoria parziale che avrebbero potuto ottenere i tedeschi applicando il piano della «piccola soluzione» non si addiceva agli obiettivi di Hitler, che voleva una vittoria schiacciante e non riusciva a rendersi conto che i mezzi di cui disponeva non corrispondevano alle sue speranze. In ultima analisi, l'offensiva tedesca delle Ardenne non aveva fin dall'inizio ragionevoli possibilità di vittoria' (pag 86-88)] [ISC Newsletter N° 84] ISCNS84TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
 
'Tet: vittoria militare degli Stati Uniti ma sconfitta nella percezione dell'opinione pubblica' PDF Stampa E-mail
ARNOLD James R., L'offensiva del Tet 1968. Il punto di svolta della guerra del Vietnam. EDIZIONI DEL PRADO. MADRID. 1998 pag 96 8°  foto illustrazioni cartine valutazioni cronologia bibliografia; Serie grandi battaglie 5. ['Per venticinque anni le forze militari americane avevano avuto l'abitudine di assumere il ruolo di vittima davanti agli attacchi a sorpresa del nemico: Pearl Harbour, Cassandra, le Ardenne e l'intervento cinese sul Fiume Giallo, tutti eventi che avevano preso gli americani alla sprovvista. La violenza sincronizzata dell'offensiva del Tet è forse comparabile solo a quella tedesca delle Ardenne. E tra tutte le esperienze storiche precedenti, l'offensiva del Tet fu la sola a fornire risultati decisivi. In termini militari convenzionali, il Tet si era rivelato un successo alleato di enorme portata. I comunisti avevano riportato qualcosa come 40.000-50.000 vittime al costo di 4.000 morti e feriti americani e 4.000-8.000 morti dell'ESV. La cosa più importante era che tra le file vietcong erano stati eliminati gli elementi più importanti e insostituibili. (...) Secondo Douglas Spike, uno dei pochi studiosi esperti dei nordvietnamiti e vietcong, «se la Guerra del Vietnam fosse stata un conflitto di natura convenzionale, se tutto fosse stato deciso come nelle guerre che l'avevano preceduta, sarebbe terminata verso la metà del 1968 con la sconfitta delle forze comuniste». La realtà fu ben diversa: il modo in cui l'opinione pubblica percepiva gli scontri a distanza fu sorprendente, soprattutto per i veterani americani. In piedi accanto ai cadaveri del nemico, impilati come legna da ardere all'esterno della base generale dell'unità, un ufficiale di Cavalleria commentò: «Nelle settimane immediatamente seguenti al Tet nessuno parlò né festeggiò il trionfo americano sul campo di battaglia; invece, tutti parlarono di una nostra sconfitta!». E' importante ricordare che gli strateghi comunisti avevano pianificato l'offensiva più per far colpo sui sudvietnamiti che non sull'opinione pubblica americana' (pag 85)] [ISC Newsletter N° 84] ISCNS84TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
 
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