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Gli argomenti di politica interna agitati dagli interventisti democratici alla vigilia della guerra PDF Stampa E-mail
SPRIGGE Cecil J.S., Storia politica dell'Italia moderna. CAPPELLI. FIRENZE. 1963 pag 303 8°  prefazione di Mario VINCIGUERRA prefazione dell'autore alla seconda edizione italiana introduzione all'edizione anglo-americana 'L'Inghilterra e il futuro dell' Italia', note appendice: poscritto, tavola cronologica del fascismo al potere, nota sulle fonti e la letteratura (bibliografia); Problemi e figure di storia contemporanea, collana diretta da Ettore PASSERIN D'ENTREVES Rosario ROMEO Franco VALSECCHI, traduzione di Edoardo BIZZARRI. Cecil Jackson Sprigge (1896-1959) è stato per vari decenni, una delle migliori firme del giornalismo inglese. ['C'era così, tra le file di coloro che sostenevano l'entrata in guerra dell'Italia, il disaccordo più profondo. Gli altri interventisti - radicali, repubblicani e socialisti riformisti, in generale gli adepti della massoneria - ben lungi dal considerare con calcolata indifferenza i protagonisti della guerra europea, denunciavano la Germania, con l'Austria sua satellite, come la nazione che aveva rotto la pace e aspirava a una egemonia mondiale, cui l'Italia aveva non meno interesse delle altre nazioni ad opporsi. Essi sostenevano che l'abolizione della potenza militare della Germania avrebbe permesso all'Italia e a tutte le altre nazioni europee di dedicare poi le loro risorse al benessere materiale e al progresso della civiltà. Se la crociata dell'Intesa fosse fallita, la vittoria della Germania avrebbe messo l'Italia in posizione effettiva di nazione satellite, anche se formalmente, la neutralità italiana fosse stata compensata dalla cessione di territori da parte dell'Austria. Ma gli interventisti democratici svolsero un argomento di carattere ancor più strettamente italiano. Essi facevano notare che i giolittiani - da cui ancora non dissociavano il primo ministro tollerato da Giolitti, Salandra - avrebbero potuto profittare dell'isolamento dell'Italia rispetto alle democrazie in guerra, per soffocare quel rinnovamento politico di cui il suffragio universale aveva aperto l'allettante speranza. Costringere i giolittiani a portare l'Italia in linea con le nazioni veramente democratiche avrebbe significato (essi pensavano) spezzare lo stesso giolittismo. D'altro lato, se si consentiva alla cricca giolittiana di combinare un baratto con le Potenze Centrali, ne poteva seguire una riforma del governo in Italia in senso autoritario, l'istituzione di un regime di cancellierato cui (dicevano i radicali) il grande partito socialista si sarebbe docilmente sottomesso, così come docilmente si erano sottomessi i socialisti tedeschi quando il governo imperiale aveva dichiarato guerra' (pag 177-178)]  [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  


 
Il momento in cui un modello economico crolla č pure quello in cui si genera una vera cesura storica PDF Stampa E-mail
KULA Witold, Teoria economica del sistema feudale. Proposta di un modello. EINAUDI. TORINO. 1970 pag XIV 219 8°  prefazione dell'autore all'edizione italiana, avvertenza dei traduttori Benedetto BRAVO e Znysztof ZABOKLICKI, note grafici tabelle; Collana Biblioteca di cultura storica. Witold Kula è nato a Varsavia nel 1916. Iniziò il suo insegnamento universitario nel 1947 e nel 1950 venne chiamato alla cattedra di storia economica dell'Università di Varsavia. Fra le sue opere ricordiamo una storia economica della Polonia (1864-1918) e vari studi sulla storia economica polacca del secolo XVIII. ['Il compito della storia economica consiste nel capire come gli uomini abbiano svolto la loro attività economica in varie situazioni sociali. Vogliamo conoscere il loro 'economic behaviour' [comportamento economico, ndr], dal quale nasce, come risultato involontario e per lo più anche inconscio, un determinato sistema di rapporti di dipendenza ripetibili (1), che a sua volta determina il loro 'economic behaviour'. Il «sistema economico» è appunto questo sistema di rapporti di dipendenza durevoli e ripetibili. Se il modello spiega in modo giusto il funzionamento del sistema, il momento in cui le variazioni dei parametri superano l'elasticità assunta nel modello, il momento in cui il modello crolla è, nello stesso tempo, il momento in cui si produce una reale (e non convenzionale) cesura storica. Un modello ben costruito dovrebbe spiegare il funzionamento di una data economia e il suo adattamento alle variabili indipendenti, soprattutto a quelle che si ripetono. In questo senso un modello dell'economia preindustriale deve spiegare l'adattarsi dell'economia al «ciclo dei raccolti». Questo è un esempio classico di elemento congiunturale nel senso più largo del termine (il quale non ha evidentemente niente in comune, tranne la ripetibilità, con il ciclo congiunturale dell'economia capitalistica). Ma fenomeni in questo senso «congiunturali» racchiudono di regola sia elementi reversibili, sia elementi cumulativi. (...) Analizzando il funzionamento di un determinato sistema economico dobbiamo dunque, nel corso dell'indagine, separare gli  elementi reversibili da quelli irreversibili. In una ricerca su brevi periodi di tempo ci interessano gli uni e gli altri; dovendo analizzare periodi più lunghi, ci interessano soprattutto gli elementi cumulativi. Le tendenze costanti e l'accumularsi delle conseguenze di fenomeni di tipo «congiunturale» portano in definitiva a un cambiamento della struttura. Allora il modello crolla e lo studioso deve costruirne un altro. Constatiamo così, una reale cesura storica. Se si vuole, si può dire che «la quantità diventa qualità». Inteso così, un modello ideale dovrebbe dunque racchiudere in sé elementi di autodistruzione. In altre parole: analizzando il funzionamento di un determinato sistema economico dovremmo saper dire quali saranno le cause della sua caduta e, almeno approssimativamente, quali saranno le componenti essenziali del sistema che prenderà il suo posto: così come Marx, analizzando il funzionamento del capitalismo, cercava di scoprire i fattori che avrebbero portato alla sua disgregazione e di delineare le caratteristiche principali del sistema che sarebbe sorto sulle sue rovine' (pag 213-215) [(1) Qui si nasconde una grave difficoltà delle ricerche di statistica storica: per i periodi lontani da noi, lo storico è spesso costretto a servirsi di dati isolati, relativi ad un determinato anno per il quale si è conservata parte delle fonti, mentre proprio per i tempi lontani questo procedimento è molto pericoloso (...)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

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Quando ad emigrare in massa all'estero erano i lavoratori italiani... PDF Stampa E-mail
BONELLI Franco, Evoluzione demografica ed ambiente economico nelle Marche e nell'Umbria dell'Ottocento. ILTE - INDUSTRIA LIBRARIA TIPOGRAFICA EDITRICE. TORINO. 1967 pag XXIV 377 8° grande  indice generale indice dei prospetti indice delle tabelle indice delle cartine e dei grafici indice dei documenti premessa appendici tabelle statistiche documenti fonti e bibliografia indice nomi e argomenti; Archivio economico dell'unificazione italiana, comitato scientifico: Carlo M. CIPOLLA Domenico DE-MARCO Giuseppe PARENTI Giannino PARRAVICINI Rosario ROMEO Pasquale SARACENO Roberto TREMELLONI Albino UGGÈ, direzione Carlo M. CIPOLLA. ['La relazione dell''Inchiesta Jacini' prevedeva che il fenomeno emigratorio, appena agli inizi negli anni '80, si sarebbe esteso «imperroché ... il bisogno di cercare altrove occupazioni esiste fra la classe agricola in misura presso a poco identica in tutte le Marche come ne fa prova l'emigrazione temporanea nella Campagna romana». Fin dopo il 1880, tuttavia, i due-trecento emigrati all'anno che partirono per l'estero dalla regione marchigiana provennero quasi tutti dai comuni litoranei e solo in minima parte erano lavoratori della terra, poiché numerosi erano invece i muratori, i falegnami, i fabbri, gli scalpellini. Un aumento della emigrazione cominciò ad aversi verso il 1882-83 e destò i primi allarmi. Dalla provincia di Macerata nel primo quadrimestre del 1883 partirono circa 500 persone. Le autorità chiesero notizie dettagliate sulle ragioni di tale improvviso fenomeno e i proprietari cominciarono a preoccuparsi. Si trovò una giustificazione nella suggestione esercitata dalle buone notizie inviate da coloro che negli anni precedenti erano partiti per l'Argentina e dicevano della possibilità di far fortuna. Erano le prime avvisaglie di un risveglio che di lì a dieci anni o poco più si sarebbe diffuso a tutte le campagne umbro-marchigiane. Negli anni successivi le partenze si fecero sempre più frequenti e, da isolate com'erano fino ad allora, assunsero l'aspetto di vere e proprie fughe collettive sia di braccianti che di coloni, particolarmente verso il 1888-89 e il 1895-97. Durante gli anni 1893-97 la maggior parte delle partenze (50% ed oltre) era ormai dovuto alla emigrazione di interi gruppi familiari. Aumentò tra gli emigranti il numero dei giovani di età inferiore ai 15 anni. Il fenomeno emigratorio - che dapprima era circoscritto alle zone più litoranee, delle province di Ancona e di Macerata in particolare, a quelle cioè caratterizzate da un più antico ed inteso sviluppo demografico, dove le popolazioni erano più predisposte ai contatti con l'esterno e dove erano più sentite le conseguenze delle limitate possibilità di impiego di nuove leve di giovani - interessò quindi in misura crescente nel volgere di pochi anni la popolazione delle zone sub-montane e appenniniche, la quale abbandonava terreni malamente sfruttati nei decenni precedenti. (...) L'emigrazione all'estero perdette, allora, quel carattere di eccezionalità che essa aveva fino a pochi anni prima, e l'abitudine di cercar lavoro fuori dall'Italia per un periodo più o meno lungo si diffuse rapidamente e si estese a gruppi di lavoratori dell'edilizia e di altre industrie, di artigiani, di addetti al commercio e ai servizi e divenne un fatto normale nella vita delle popolazioni di vaste zone delle Marche e dell'Umbria' (pag 148-150)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 


 
Aviazione italiana negli anni Trenta: grandi parate corsa ai primati, ma gravi problemi di struttura PDF Stampa E-mail
ROCCA Gianni, I disperati. La tragedia dell'Aeronautica italiana nella seconda guerra mondiale. MONDADORI. MILANO. 1993 pag VII 312 8°  Al lettore, bibliografia essenziale; Collana Oscar Mondadori, Storia. Gianni Rocca è nato a Torino nel 1927. E' morto a Roma nel 2006. Giornalista, già condirettore del quotidiano 'Repubblica', ha pubblicato 'Cadorna', 'Fucilate gli ammiragli', 'Stalin'. ['[Francesco Pricolo, nuovo capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica, 1939, ndr] [r]icorderà anni dopo, ripensando a quei travagliati giorni: «Le spettacolari affermazioni conseguite dall'aviazione italiana con le crociere guidate da Balbo, con le manifestazioni acrobatiche in Italia e all'estero, e con i successivi primati degli anni Trenta, davano a me, come a tutti gli aviatori italiani e stranieri, la convinzione (e direi la certezza) che fossimo davvero all'avanguardia delle forze aeree del mondo... Tuttavia dietro questa rutilante facciata non c'era un'adeguata e solida struttura portante, ma soltanto una fragile impalcatura... Specialmente negli anni Trenta e fino all'inizio del nuovo conflitto mondiale, si continuò in un'accentuata corsa ai primati, distogliendo uomini e mezzi dalle attività peculiari che costituiscono le caratteristiche e la struttura di una forza armata preparata per la guerra». Verità sacrosante ma poco convincenti se dette da un generale, come Pricolo, che negli anni della «dissipazione», da lui criticata a posteriori, aveva avuto comandi di rilievo e possibilità quindi di un diretto controllo della realtà. Ad un mese dal suo insediamento, il nuovo capo dell'aviazione si mette a rapporto da Mussolini, per sottoporgli lo stato dell'Arma con tabelle e diagrammi. Il duce, sfogliato il carteggio, commenta : «Finalmente riesco ad avere una visione chiara dei nostri aeroplani. Sapevo che eravamo in crisi ma non fino a questo punto». E per tirargli su il morale aggiunse: «Pricolo, non prendetevela troppo, aggiusteremo insieme le cose»' (pag 107-108)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
La 'Entente passive' tra Austria e Francia alla vigilia della guerra franco-prussiana del 1870 PDF Stampa E-mail
HERRE Franz, edizione italiana a cura di Maria Teresa GIANNELLI, Francesco Giuseppe. Splendore e declino dell' impero asburgico nella vita del suo ultimo grande rappresentante. RIZZOLI. MILANO. 1990 pag 538 8°  cartina foto illustrazioni bibliografia italiana indice nomi; traduzione di Argia MICCHETTONI, collana BUR Superbur Saggi. Franz Herre, nato nel 1926, è stato dal 1962 capo della redazione politica del "Deutsche Welle". ['In Germania il movimento nazionalista era a pochi passi dalla meta: l'unione degli stati della Germania meridionale alla Confederazione della Germania settentrionale, guidata dalla Prussia. Napoleone III continuava a opporsi, e anche Francesco Giuseppe avrebbe dovuto resistere a un ulteriore spostamento dell'equilibrio delle potenze europee a danno dell'Austria, a un nuovo Reich tedesco che poteva agire come una calamita sugli austro-tedeschi. "Vendicare Sadowa" avrebbe dovuto essere la sua preoccupazione maggiore. Ma che doveva fare? Non poteva impegnarsi in un'altra guerra, e comunque esporsi a un'altra sconfitta che avrebbe segnato la fine della monarchia asburgica. Il discendente degli imperatori del Sacro Romano Impero non poteva allearsi con la Francia, "nemico secolare", contro il movimento unitario tedesco; gli ungheresi comunque non lo volevano, e gli slavi simpatizzavano con la Russia, che continuava a odiare l'imperatore Francesco Giuseppe perché secondo loro aveva tradito lo zar Nicola al tempo della Guerra di Crimea. Bismarck manovrò le cose in modo che 300.000 russi si tenessero pronti a marciare sulla Galizia nel caso che l'Austria si fosse schierata a fianco della Francia contro la Germania dei prussiani. Così tra Vienna e Parigi venne conclusa solo una 'Entente passive'. E' vero che Francesco Giuseppe, nell'estate del 1869, aveva assicurato Napoleone che l'Austria considerava come sua la causa della Francia. Tuttavia non poteva offrire altro che una promessa di benevola neutralità nel caso di un conflitto franco-prussiano. Il ministro degli Esteri Beust avrebbe vendicato più che volentieri i sassoni, però con armi affilate al posto di quelle disponibili che erano senza taglio, e l'Arciduca Alberto meditava un progetto di guerra comune, a dire il vero partendo dal presupposto che i francesi fossero i primi a muoversi. Napoleone dovette assumersi da solo il compito di "vendicare Sadowa", accompagnato dai migliori auguri di Vienna. Nella guerra dichiarata dalla Francia alla Prussia fin da principio le conse non andarono bene" (pag 291-292)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
 
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