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Ciccotti fece parte, con altri avvocati socialisti, del collegio di difesa di Bordiga PDF Stampa E-mail
CARCANO Giancarlo, Cronaca di una rivolta. I moti torinesi del '17. EDIZIONI STAMPATORI NUOVA SOCIETA'. TORINO. 1977 pag 314 16°  premessa note appendice: 'L'interpretazione di Gramsci', documenti: 'La sentenza del Tribunale Militare di Torino', bibliografia, elenco nomi. ['Nel 1921, Ciccotti prende parte alla campagna abbinata di socialisti e nittiani contro i fascisti. Ne nasce un duello tra il Ciccotti e Mussolini, il 27 ottobre ad Antignano (Livorno), che si conclude al 14° assalto "senza conciliazione per comprovata insufficienza cardiaca di Ciccotti" (8). Nel 1926, Ciccotti viene privato dal fascismo, in base alle leggi eccezionali, della cittadinanza italiana: il suo nome compare in un elenco insieme con quello di Giulio Grimaldi, redattore-capo del "Corriere degli italiani", giornale poi diventato agente-provocatore fra i fuoriusciti in Francia, dove anche il Ciccotti risiedeva. Nel 1932, Ciccotti riottiene la cittadinanza italiana in base a un decreto di amnistia, in occasione del decennale del regime. Si tratta, alla luce di queste sommarie note biografiche, di un uomo politico molto spregiudicato e riesce difficile escludere che, pur di realizzare i suoi stravaganti obiettivi, abbia potuto svolgere qualche ruolo nei vari tentativi, durante la guerra, per far cessare il conflitto. Non sono del tutto infondati i dubbi di Gramsci sulle attività dell'esponente socialista, vicino sia a Giolitti sia a Nitti, anche se mancano precise prove. D'altra parte, perplessità aveva suscitato, all'epoca dell'istruttoria per i moti del 1917, il fatto che soltanto per Francesco Scozzese-Ciccotti fosse stato fatto valere, per il proscioglimento da ogni accusa, il principio che non sempre i rapporti di P.S. sui comizi riflettevano la completezza del pensiero degli oratori. Infatti Ciccotti se la cavò con questa motivazione: "Se alcune frasi staccate si possono interpretare come un eccitamento alla rivolta, si rileva invece dal complesso del suo discorso che gli fece appello a una azione internazionale dei socialisti per ottenere la pace, concetto in cui non si possono ravvisare gli estremi del reato di tradimento". Per altri imputati, più o meno nella stessa situazione, questa interpretazione non fu presa in considerazione. L'episodio autorizzò più di un sospetto. Un'ammissione della propria spregiudicatezza, Ciccotti faceva nel 1923 a Piero Gobetti in una lettera con cui intendeva manifestare consenso a una analisi gobettiana sul liberalismo italiano. Scriveva: "Ebbene io - che sono un rimasuglio di siffatta preistoria italiana e che di essa conservo buona memoria per avervi vissuto - le attesto che il liberalismo, non soltanto, ma il conservatorismo, la democrazia, il socialismo e il resto (di cui lei discorre) in realtà non esistettero negli ultimi venti o trent'anni". Facendo l'autocritica, Ciccotti si collocava fra il "gruppo di politicanti e di giornalisti che fra il 1900 e il 1922 si dedicò a "fare i partiti". Riteneva fallita la loro opera, paragonandola a una "città di stuoie, gesso e cartapesta" e concludeva con la speranza che i giovani, "animati da una rude sincerità", possano costruire la nuova casa della politica italiana (9). Per completare, in positivo, le note biografiche su Ciccotti si deve ricordare che fece parte, con altri avvocati socialisti, del collegio di difesa di Bordiga, Gramsci, Terracini, Berti, Gnudi, Fortichiari nel 1923, al processo contro il PC d'Italia, accusato di voler abbattere lo Stato borghese. La Corte assolve tutti gli imputati, meno uno minore, soprattutto per la brillante autodifesa di Bordiga' (pag 218)] [(8) Renzo De Felice, "Mussolini il fascista, la conquista del potere, 1921-25", Torino, 1965; (9) "Opere complete di Piero Gobetti: volume primo, scritti politici", Torino] [ISC Newsletter N° 85 ISCNS85TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
Il capitale pensa alla formazione del profitto, senza preoccuparsi della salute del lavoratore PDF Stampa E-mail
MARX Karl, El Capital. EDITORS S.A. BARCELLONA. 1987 pag 246 8°  avvertenza dell'editore. ['El capital sólo piensa en la formación de supervalía, sin que se preocupe de la salud ni de la vida del trabajador. Bien es verdad que, considerando las cosas en conjunto, esto no depende tampoco de la buena o mala voluntad del capitalista como individuo. La concurrencia anula las voluntades individuales y somete a los capitalistas a las imperiosas leyes de la producción capitalista. Si están inactivos los medios de producción, son causa de pérdida para el capitalista, porque durante el tiempo que no absorben trabajo, representan un adelanto inútil de capital, además de exigir con frecuencia un gasto suplementario cada vez que se vuelve a empezar la obra. Siendo imposible físicamente para las fuerzas de trabajo trabajar cada día 24 horas, los capitalistas han vencido la dificultad; había en esto una cuestíon de ganancia para ellos, e imaginaron emplear alternativamente fuerzas de trabajo por el día y por la noche, lo cual puede efectuarse de diferentes maneras, por ejempio: una parte del personal del taller hace durante una semana el servicio día y durante la siguiente semana el servicio de noche. El sistema de trabajo de noche aprovecha tanto más al capitalista cuanto que se presta a una explotación escandalosa del trabajador; tiene además una influencia perniciosa sobre la salud, pero el capitalista realiza un beneficio, y esto es lo único importante para él' (pag 85-86)] [Il capitale pensa solo alla formazione del plusvalore, senza preoccuparsi della salute o della vita del lavoratore. È vero che, considerando le cose insieme, questo non dipende né dalla buona né dalla cattiva volontà del capitalista come individuo. La concorrenza annulla le volontà individuali e sottopone i capitalisti alle leggi imperiose della produzione capitalista. Se i mezzi di produzione sono inattivi, sono causa di perdita per il capitalista, perché durante il tempo non assorbono lavoro, rappresentano un inutile progresso del capitale, oltre a richiedere spesso una spesa aggiuntiva ogni volta che il lavoro ricomincia. Essendo fisicamente impossibile per le forze di lavoro lavorare 24 ore al giorno, i capitalisti hanno superato la difficoltà; c'era in ciò una questione di profitto per loro, e immaginando di impiegare alternativamente forza-lavoro per le 24 ore, i capitalisti hanno superato la difficoltà, e hanno immaginato di usare le forze di lavoro alternativamente per il giorno e la notte, cosa che può essere fatto in diversi modi, ad esempio: una parte del personale della fabbrica per una settimana in servizio di giorno e nella settimana successiva il servizio di notte. Il sistema del lavoro notturno avvantaggia maggiormente il capitalista poiché si presta a uno scandaloso sfruttamento del lavoratore; ha anche una perniciosa influenza sulla salute, ma il capitalista realizza un profitto, e questa è l'unica cosa importante per lui (pag 85-86)] [ISC Newsletter N° 85 ISCNS85TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
'Gli ultimi giorni dell'umanitą' PDF Stampa E-mail
HOBSBAWM Eric J., La fine della cultura. Saggio su un secolo in crisi di identità. RCS EDIZIONI - RIZZOLI. MILANO. 2013 pag 314 8°  prefazione ringraziamenti note indice nomi; traduzione di Leonardo CLAUSI Daniele DIDERO e Andrea ZUCCHETTI; collana Bur. Eric J. Hobsbawm (1917-2012) è considerato uno dei massimi storici del XX secolo. Di formazione marxista è stato docente a Stanford e al Birbeck College dell'Università di Londra di cui ha ricoperto anche la carica di rettore. ['Ma la monarchia moribonda diede a [Karl] Kraus qualcosa di più. Gli permise di scrivere un'opera anche 'durante' la guerra, quando altrove avrebbe potuto essere composta soltanto in seguito, come modo per affrontare il passato traumatico ma personale, come per esempio nel caso della memorialistica di guerra che cominciò a comparire in Germania dieci anni dopo il collasso. Dove se non nella monarchia asburgica sarebbe stato concesso a un oppositore della guerra di protestare pubblicamente contro di essa a voce e per iscritto? Dove altro una simile conferenza avrebbe potuto «prendere di fronte a un pubblico che consisteva in parte di ufficiali e altro personale militare la forma di una dichiarazione aggressivamente pacifista che [siamo nella primavera del 1918] scatenò quasi unanimemente nel pubblico un accordo entusiastico» o che in ogni caso venne denunciata come tale dal centro per la resistenza alla propaganda nemica del ministero imperiale e reale della Guerra? E dove un sovrintendente di polizia del distretto in questione, «che aveva assistito a questa conferenza come rappresentante del governo», avrebbe potuto informare il suo dipartimento che Kraus aveva effettivamente tenuto una conferenza sui gas asfissianti, «che fece un'impressione estremamente spiacevole, anche penosa» sul sovrintendente, che però «non aveva trovato ragioni per intervenire?». (...) Kraus ebbe la fortuna di vivere quasi fino alla fine dei suoi giorni in un mondo e in un'era in cui poté scrivere liberamente, in cui la disumanità non era ancora tale da costringere le parole - e ancor di più la satira al silenzio. Fu ancora capace di trovare le parole per il primo grande atto tragico del XX secolo, la guerra mondiale del 1914. Le trovò negli editoriali, gli annunci, le conversazioni udite per caso, i resoconti dei giornali di un'epoca in cui, comprese, si stava rappresentando una tragedia i cui personaggi principali non erano Re Lear, ma il buffone di corte, non Amleto, ma Rosencrantz e Guildenstern. Trovò parole per l'indicibile in un'epoca in cui non era ancora diventato tale. Bertolt Brecht scrisse per lui il necrologio migliore e più lapidario: «Quando l'epoca levò una mano violenta su di sé, quella mano fu lui»' (pag 152-154)] [ISC Newsletter N° 85] ISCNS85TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
Hegel sul 'bagno della rivoluzione' in Francia e la guerra rivoluzionaria in Europa PDF Stampa E-mail
RACINARO Roberto, Hegel e Freud: problemi della guerra, della società civile e della religione. NUOVA RIVISTA STORICA - SOCIETA' EDITRICE DANTE ALIGHIERI. ROMA. N. V-VI SETTEMBRE-DICEMBRE 1973 pag 699-728 8° 'Storia, psicologia e scienze sociali'. ['E' chiaro che nell'interpretazione (positiva) della guerra fornita da Hegel non vi è alcuna esaltazione dell'eroismo individuale, non vi è alcuna tendenza romanticheggiante; essa, semmai, viene presentata come «potenza del negativo» (23). E' evidente, inoltre, che il referente storico del discorso hegeliano, il referente che funziona un po' da modello, va ricercato senz'altro nelle esperienze della Francia «rivoluzionaria» (24). La guerra, insomma, per Hegel ha la funzione di ridestare quello spirito pubblico che sembra destinato a scomparire nel mondo moderno: «La nostra esperienza - si legge in un frammento giovanile hegeliano - è avvezza a vedere una massa di uomini armati entrare, alla parola di comando, in un ordinato furore di massacro e nelle lotterie della morte e della vita, e, alla stessa parola, rientrare nella calma. Si chiese la stessa cosa ad un popolo che si è armato da solo. La parola d'ordine era la libertà, il nemico era la tirannide, il comando supremo era la costituzione, la subordinazione era l'obbedienza verso i propri rappresentanti. Ma c'è una bella differenza tra la passività della subordinazione militare e la foga di una insurrezione; tra l'obbedienza all'ordine di un generale e la fiamma dell'entusiasmo che la libertà infonde attraverso tutte le vene di un essere vivente. E' questa fiamma sacra che tendeva tutti i nervi, è per essa, per godere di lei che essi si erano tesi. 'Questi sforzi sono i godimenti della libertà, e voi volete che essa vi rinunzi; queste occupazioni, questa attività per la cosa pubblica, questo interesse, è l'elemento attivo, e voi volete che il popolo si sprofondi di nuovo nell'inazione, nella noia?» (25). La guerra di cui parla Hegel, in conclusione, è, per riprendere un'espressione di Jacques D'Hondt, una «guerra rivoluzionaria», che ha la capacità di rimettere in discussione una vita ormai ridotta a 'routine', una vita che non conosce più il negativo: «Grazie al bagno della rivoluzione - scrive Hegel in una lettera a Zellmann del 23 gennaio 1807 - la nazione francese non si è soltanto liberata di molte istituzioni che lo spirito umano, uscito dall'infanzia, aveva superato, e che di conseguenza pesavano su di essa e sulle altre come assurde catene; ma inoltre l'individuo si è spogliato della paura della morte e dell'andamento abituale della vita, cui il cambiamento delle circostanze ha tolto ogni solidità; ciò le conferisce la gran forza di cui dà prova nei confronti delle altre [nazioni]» (26)' [(23) S. Avineri, 'Hegel's Theory of the Modern State', cit., p. 204 (ma si cfr. pp. 194-207). Sul problema della "guerra" in Hegel altre indicazioni in: Bobbio, 'La filosofia giuridica di Hegel nell'ultimo decennio', cit., p. 299 (nota 20); (24) Si cfr. in proposito J. D'Hondt, 'L'appréciation de la guerre révolutionnaire par Hegel', ora in 'De Hegel à Marx', Puf, Paris, 1972, pp. 74-85; (25) J. Hoffmeister, 'Dokumente zu Hegels Entwiklung', Frommans Verlag, Stuttgart, 1936, pp. 268-69 (citiamo secondo la tr. it.; Hegel, Scritti politici, a cura di C. Cesa, Einaudi, Torino, 1972, pp. 350-51; (26) Briefe von und an Hegel, cit., I., p. 138] [ISC Newsletter N° 85] ISCNS85TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
 
Una forma partito moderna, il «partito pigliatutto» PDF Stampa E-mail
POMBENI Paolo, La ragione e la passione. Le forme della politica nell'Europa contemporanea. IL MULINO. BOLOGNA. 2018 pag 715 8° introduzione note indice nomi; Collana Saggi. ['Il tema della redistribuzione e della gestione dello «sviluppo» rimase dominante e canonico nei sistemi politici europei almeno fino alla prima crisi petrolifera del 1973. E' chiaro che esso poneva problemi non semplicemente di «giustizia sociale» o di «welfare», benché già questi temi da soli avessero una rilevanza capitale. Accanto a essi si collocavano tutte le questioni relative alla trasformazione dei costumi, della geografia politica, dell'equilibrio fra i diversi settori economici coi relativi poteri che vi erano connessi (...). Erano tutti fenomeni che richiedevano canalizzazione del consenso, disciplinamento sociale, governo delle angosce popolari (perché ogni trasformazione genera angoscia), azione equilibratrice fra le diverse componenti a tutela dell'equilibrio esistente. Nessuna società europea aveva dimenticato quanto la sottovalutazione di questi aspetti, come appunto era avvenuto negli anni Venti e Trenta, potesse essere pagata a caro prezzo. Non è certo un caso che un potente strumento di affermazione delle prime forme di «Comunità Europea» sia stata la sua politica agricola, formidabile caso di «ammortizzatore sociale», come si amerebbe dire oggi. Quel fenomeno di omogeneizzazione verso il centro della scala sociale dell'intero spettro della cittadinanza, che ha fatto parlare alcuni osservatori di una via paradossale alla realizzazione della società «senza classi» profetizzata da Marx, non sarebbe immaginabile senza l'attiva presenza della forma partito moderna, con le sue caratteristiche di «partito pigliatutto» (catch-all-party), di partito società e partito ghetto, orientato però a garantire ai suoi membri la fruizione non tanto della «giustizia sociale» (come in fondo era stato nell'Ottocento), ma del benessere individuale. Questo era però raggiungibile solo con un incremento della produzione economica e del reddito nazionale, tale da poter essere ridistribuito: questa era la «pianificazione economica» che tutti accettavano, ma che era qualcosa di ben diverso da quella immaginata da Hayek come via alla schiavitù. Non si trattava più infatti di decidere in termini prescrittivi «cosa» produrre e a quali costi, come si era fatto nelle economie belliche. Adesso, e qui stava la rivoluzione keynesiana, si trattava di coordinare gli strumenti del governo del ciclo economico in modo che questo fosse in grado non solo di produrre, ma di far circolare la ricchezza: cosa produrre era relativamente indifferente, purché si trovasse modo di inserire quella produzione nel circuito virtuoso che generava consumo e attraverso questo nuova ricchezza (33)' (pag 485-486) [(33) Per i riferimenti bibliografici e gli ampliamenti di questo tema rinvio al mio, 'La legittimazione del benessere', cit.] [ISC Newsletter N° 85] ISCNS85TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
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