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La lunga tradizione politica parlamentare italiana di "assalto alla diligenza" PDF Print E-mail
SALANDRA Antonio, L' intervento (1915). Ricordi e pensieri. A. MONDADORI. MILANO. 1930 pag 385 8°  prefazione note illustrazioni documenti: manoscritti in fac-simile, appendice; Collezione italiana di diari memorie studi e documenti, diretta da Angelo GATTI. ['Ma io ero seccato dalla voci messe in giro; né lo nascosi. «Me ne sono doluto - dissi loro - come gentiluomo, come persona bene educata, non come uomo politico, perché come uomo politico so che pensare. Mi pare che, non certo voi, ma in qualcuno, vi sia un tale quale desiderio di dare l'assalto alla diligenza. Ma questa volta non si tratta di una diligenza, bensì di un'automobile blindata e armata. Potrà darsi che l'automobile salti, ma non avverrà senza spargimento di sangue». Questo dissi, come i presenti riconobbero, in tono amichevole e scherzoso, forse lievemente ironico. I presenti protestarono della innocenza delle loro intenzioni politiche e la conversazione si svolse ampiamente intorno ai provvedimenti presi e da prendere. Le mie parole furono subito dopo riferite e commentate e fatte argomento, per parecchi giorni, di tutta la stampa italiana. A intenderle ora occorre che ricordi come l'espressione efficace e caratteristica di «assalto alla diligenza» fosse entrata nel linguaggio parlamentare per una esclamazione del deputato Ettore Ciccotti - un socialista coltissimo e indipendente dalle gerarchie di partito - quando, nel 1906, gli amici dell'On. Giolitti rovesciarono  il primo ministero Sonnino, in una fine di seduta, sopra una questione di ordine del giorno. Il pensatamente volli significare che non si sarei lasciato rovesciare, come Sonnino, con un pretesto; ma avrei resistito e prospettata nettamente la questione politica innanzi al Paese. Il quale avrebbe giudicato severamente codesti tentativi, come li giudicò un deputato presente al colloquio, l'On. Comandini, di marca repubblicana ma buon Italiano e buon patriotta' (pag 30-31)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]     
  

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La Germania e il Giappone sottovalutarono le potenzialità economiche e industriali degli Stati Uniti PDF Print E-mail
HANSON Victor Davis, La seconda guerra mondiale. Come è stato combattuto e vinto il primo conflitto mondiale. MONDADORI. MILANO. 2019 pag 783 8° prefazione foto illustrazioni tabelle cartine note bibliografia indice nomi; traduzione di Aldo PICCATO e Gabriella TONOLI; Collana Le Scie. Victor Davis Hanson insegna Storia militare e Cultura classica all'Hillsdale College, è senior fellow presso l'Hoover Institution e professore emerito alla California State University. Oltre a collaborare con molte importanti testate, ha pubblicato vari libri tra cui 'L'arte occidentale della guerra' (1990), 'Massacri e cultura' (2017), e 'Una guerra diversa da tutte le altre'. ['Nel 1940 la Germania si trovava tagliata fuori dalla maggior parte delle importazioni marittime essenziali per la sua economia, fatta eccezione per alcune risorse vitali provenienti dalla vicina Scandinavia, dall'Unione Sovietica e dalla penisola iberica. Senza un facile accesso ai giacimenti petroliferi e minerari della Russia e dell'Europa orientale, il Terzo Reich  non poteva continuare la guerra. Tuttavia, nel giugno del 1941 Hitler attaccò proprio l'Unione Sovietica, che nei precedenti diciotto mesi aveva fornito, a condizioni favorevoli di credito e trasporto, un milione e mezzo di tonnellate di grano, due milioni di tonnellate di prodotti petroliferi, cento-quarantamila tonnellate di manganese e ventiseimila tonnellate di cromo (10). All'origine delle disastrose decisioni strategiche dell'Asse vi è un certo numero di presupposti sbagliati. Il Giappone e la Germania, nonostante frequenti proclami di familiarità con gli Stati Uniti, sapevano ben poco dell'America. Ritenevano che la sua economia non avesse saputo produrre adeguati mezzi bellici nel 1917-1918, dato che l'esercito americano spesso si era affidato a carri armati, aerei e artiglieria di fabbricazione europea. Tuttavia, proprio in quel conflitto, in appena un anno e mezzo gli Stati Uniti avevano arruolato, equipaggiato e inviato in Europa un corpo di spedizione di due milioni di uomini, nonché finanziato e rifornito di cibo e carburante le sofferenti economie britannica e francese. Alla fine della prima guerra mondiale, la produzione americana di cartucce, proiettili e polvere da sparo aveva superato quella di tutti gli alleati degli Stati Uniti messi insieme. Dopo un primo anno di incertezza e confusione, l'economia americana aveva posto fine alla guerra spendendo, in appena diciotto mesi, più della metà di quanto avevano speso insieme la Francia e la Gran Bretagna per la produzione bellica e la mobilitazione in oltre quattro anni (11). Gli Stati Uniti, in termini comparativi, sembravano non aver superato la Grande Depressione altrettanto bene della Germania o del Giappone. Nel 1940, oltre sette milioni di americani erano disoccupati e un quarto del potenziale industriale rimaneva inattivo. I tedeschi ritenevano che gli Stati Uniti non sarebbero stati in grado di adeguare la loro industria fino alla metà o alla fine del 1940, quando ormai la guerra sarebbe già stata vinta e conclusa. Nessuna potenza dell'Asse si aspettava che, dopo il 1941, sarebbero stati aggiunti altri venti milioni di americani alla manodopera del paese, che si sarebbe così ingrandita di oltre il 50 per cento. Apparentemente, né i giapponesi né i tedeschi compresero che, prima della Depressione, la poderosa economia americana aveva realizzato oltre il 40 per cento della produzione manifatturiera mondiale e poteva facilmente riavviare, se non espandere drasticamente, le proprie fabbriche inattive e la manodopera disoccupata (12)' (pag 592-593)] [(10) Per la dipendenza di Hitler dalle importazioni sovietiche si veda Roberts, 'Stalin's Wars', pp. 42-43; (11) Sul coinvolgimento economico dell'America durante la prima guerra mondiale si veda Stephen Broadberry e Mark Harrison, 'The Economics of World War I', in Braodberry e Harrison (a cura), 'Economics of World War I', pp. 5-13. Si veda anche nello stesso volume, Hugh Rockoff, 'Unitil It's Over, Over There: The US Economy in World War I', pp. 310-343; (12) Sul prodigioso incremento produttivo dell'America si veda Koistinen, 'Arsenal of World War II', pp. 448-450] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   


 
Montgomery disse di Stirling: "il ragazzo è completamente pazzo, ma in guerra c'è posto per i pazzi" PDF Print E-mail
GUDMUNDSSON Bruce I., a cura di Fabio MINI, Sturmtruppen. Origini e tattiche. LIBRERIA EDITRICE GORIZIANA. GORIZIA. 2005 pag 328 8°  ringraziamenti, prefazione di Fabio MINI: 'Dai reparti d'assalto nella Prima guerra mondiale alle truppe d'élite nelll'era dell'informazione' (pag 11-73), introduzione dell'autore, prologo: 'Il massacro degli innocenti', foto illustrazioni grafici note appendici: A. L'incursione "Wilhelm"; B. L'incursione "Pozzo di Giacobbe"; C. André Laffargue; bibliografia referenze fotografiche, profilo biografico (Fabio Mini); traduzione di Ivana LONDERO; collana Storie di uomini, armi, atti di forza. L'autore è Maggiore della Riserva dei Marines in congedo e storico militare. Ha insegnato alla Scuola di Comando del Corpo dei Marines di Quantico, Virginia, all'Accademia Militare di Sandhurst e all'Università di Oxford. Ha pubblicato tra l'altro 'On Artillery' e 'On Fantery' e ha curato l'edizione di 'Inside the Africa Korps'. Fabio Mini è Generale di Corpo d'Armata, ispettore per il Reclutamento e le Forze di Complemento dell'Esercito e Vice Presidente del Consiglio Superiore delle Forze Armate Italiane. ['Durante la Seconda guerra mondiale si accentua, ad opera degli inglesi e degli americani, il fenomeno dell'isolamento delle truppe "speciali" da quelle regolari. La necessità dell'assalto non riguarda più il livello tattico ma quello strategico e quindi la distanza d'intervento si estende e lo scopo, pur rimanendo essenzialmente lo stesso si sposta all'acquisizione d'informazioni penetrando in territorio nemico, allo sconvolgimento delle linee arretrate e alla costituzione di fronti interni, al controllo del territorio occupato e allo stesso controllo dei propri dispositivi. In Germania, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Stati Uniti unità "speciali" vengono costituite al servizio degli organismi d'intelligence, di propaganda (guerra psicologica) e di polizia. La loro azione non sarà più soltanto in tempo di guerra e contro un avversario belligerante, ma anche in tempo di pace e contro nazioni non belligeranti e perfino alleate. Queste organizzazioni, tuttora operanti e mostruosamente potenti, hanno comunque la matrice comune dello spirito ardito, della follia e della voglia di ribaltare gli schemi consueti. In Gran Bretagna è giovane maggiore, David Stirling a fondare nel 1941 le S.A.S (Special Air Service). Montgomery disse di Stirling: "il ragazzo è completamente pazzo, ma spesso in guerra c'è posto per i pazzi". Stirling reinventa le truppe d'assalto facendo le stesse "scoperte" tecnologiche e tattiche dei tedeschi e degli Arditi della Prima guerra mondiale. Nel dopoguerra il governo tenta di disfarsi di tutti "gli eserciti privati" incluse le SAS. A Stirling viene offerto di rimanere in servizio nelle unità regolari. Rifiuta e si organizza partecipando a tentativi di colpi di stato nello Yemen. Più tardi fonda la 'Watchguard' una compagnia di mercenari che diventa famosa per ferocia ed efficienza in tutto il Commonwealth. (...) Anche le forze speciali americane iniziano la loro storia nel periodo 1941-1942 con i 1° battaglione 'Rangers' (Darby's Rangers', dal nome del maggiore che lo volle e fondò) mettendo assieme un gruppo di americani e canadesi a Fort Harrison nel Montana. Nel 1941, tuttavia, aveva preso vita un'organizzazione centrale denominata 'Office of Strategic Services - OSS - che aveva lo scopo di infiltrare nuclei di due o tre uomini dietro le linee avversarie e nei paesi occupati per collegarsi con la resistenza locale o con possibili collaboratori. (...). I russi hanno forze speciali ('Spetnaz' che hanno una origine identica all'OSS americano ma in anticipo di 20 anni' (pag 54-55, 57)] [Fabio Mini, Prefazione] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
Bordiga e il socialismo napoletano alla vigilia primo conflitto mondiale PDF Print E-mail
GHIRELLI Antonio, Aspettando la rivoluzione. Cento anni di sinistra italiana. MONDADORI. MILANO. 2008 pag 254 8°  bibliografia, indice dei nomi, Oscar Storia Mondadori. ['Per Bordiga, l'idea che una campagna morale possa bastare a risanare un sistema corrotto come quello borghese, è semplicemente grottesca. Il suo malumore cresce quando la scissione dell'ala sindacalista lascia la sezione del partito nelle mani di riformisti e massoni che, a ridosso della guerra di Libia, arrivano addirittura a sostenere l'impresa coloniale, come Bissolati. Il 2 aprile 1912 i socialisti rivoluzionari escono in massa dalla sezione, e, dopo aver invano invocato l'intervento della direzione nazionale contro gli usurpatori, fondano un circolo Carlo Marx con il proposito di «epurare il socialismo napoletano e ridargli una fisionomia di classe». Al congresso di Reggio Emilia naturalmente votano con la delegazione degli «intransigenti»; e il 6 maggio 1914, dopo che il congresso di Ancona si è chiuso con la conquista della maggioranza da parte della sinistra, mentre i riformisti napoletani abbandonano la sezione locale, i compagni del circolo Carlo Marx vi rientrano e con Bordiga conquistano anche la direzione di un nuovo settimanale, «Il Socialista». Il rivoluzionario napoletano poco più che ventenne collabora, a partire dal 1913, anche all'«Avanti!» diretto da Mussolini, di cui scriverà più tardi che «il suo forte non furono mai le costruzioni teoriche, bensì le posizioni di battaglia». Vi svilupperà un'implacabile polemica contro la politica delle alleanze, il cosiddetto «minimalismo» sindacale e il parlamentarismo, anche se terrà a distinguere su questo punto la sua posizione da quella degli anarchici nel senso che alla presenza socialista a Montecitorio e alla campagna elettorale che la prepara Bordiga attribuisce semplicemente il valore strumentale di propaganda rivoluzionaria. Così, contro «l'anima riformistica e grettamente egoistica» della stessa Confederazione del lavoro, esalta l'unità fondata sulla più intransigente lotta di classe condotta dal partito. (...) Dall'estate del 1914 in poi, Bordiga - ancora in piena sintonia con Mussolini - ha la sensazione che stiano maturando le condizioni per un'esplosione dei movimenti di massa. In effetti la frazione intransigente dei socialisti napoletani partecipa attivamente ai moti della «settimana rossa», pagando con ben 200 feriti il suo impegno, particolarmente in un episodio nel quale viene a contatto con un minaccioso corteo di destra guidato nientemeno da Scarfoglio, il direttore  del «Mattino»: quasi un assaggio dello squadrismo fascista. Per la sua partecipazione ai disordini, Bordiga ci rimette il posto che, come ingegnere, aveva alle ferrovie, ma anche a distanza di molti anni continuerà ad apprezzare l'estensione e l'intensità della «settimana rossa» e il «coraggio» con cui il direttore dell'«Avanti!» l'ha sostenuta, arrivando a prospettare l'ipotesi di uno sciopero generale «senza limiti» nel caso il governo avesse trascurato la richiesta di neutralità assoluta, avanzata ufficialmente dalla direzione del Psi e dalla stessa Confederazione del lavoro. In agosto, però, il giovane socialista napoletano avverte che gli umori stanno cambiando, nel senso che anche al vertice del partito si stanno facendo strada «alcune correnti pericolose», come quelle che pochi giorni prima hanno indotto i socialisti francesi e tedeschi a votare i rispettivi crediti di guerra. L'articolo viene pubblicato sull'«Avanti!», ma Mussolini lo fa precedere da un commento redazionale nel quale sottolinea ambiguamente che «talvolta la ragione è sopraffatta dal sentimento» e che del resto, tra il regime degli junker germanici e la democrazia francese, «la differenza non è proprio trascurabile». La situazione precipita drammaticamente. Poche settimane dopo, sul «Socialista» l'Ingegnere, ormai disoccupato, critica esplicitamente il suo compagno romagnolo, che replica meno polemicamente del solito malcelando un certo imbarazzo, ma che il 18 ottobre pubblica sul giornale ufficiale del Psi il clamoroso articolo sulla «neutralità attiva e operante», il 21 si dimette dalla direzione dell'«Avanti!», il 15 novembre va in edicola con «Il Popolo d'Italia», il 24 viene espulso dal partito. A rotta di collo. Inizialmente Bordiga ha abbozzato una critica comprensiva («Ci pare indiscutibile che Mussolini ha vacillato»), ma di fronte all'impensabile epilogo, esce in una furibonda invettiva: «Boicottiamolo!», per rivelare - cinquant'anni dopo - che, in quella circostanza «ci sono stati compagni e compagne che volevano rivoltellarlo» (proprio così: rivoltellarlo), anche se non sono mancati «gruppetti alla Mussolini» che hanno seguito il «traditore», convertito così inopinatamente alla causa dell'Intesa' (pag 124-125-126)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
La Cina segue attentamente la crisi demografica russa e lo spopolamento della Siberia PDF Print E-mail
JEAN Carlo, Sviluppo economico e strategico della Cina. Compatibilità fra geopolitica, economia e bilancio militare. FRANCO ANGELI. MILANO. 2008 pag 256 8°  prefazione del Gen. Giuseppe VALOTTO, introduzione: 'Dall'"Impero di Mezzo" e dall'esportazione della rivoluzione al 'peaceful rise', note tabelle, postfazione di Paolo SAVONA; Ricerca effettuata dal CSGE (Centro Studi di Geopolitca Economica) per conto del CeMISS (Centro Militare di Studi Strategici). Carlo Jean è Presidente del CSGE (Centro Studi di Geopolitica Economica) e docente di Studi strategici presso la Luiss-Guido Carli (2008). ['I rapporti di forza nell'Estremo Oriente stanno mutando a favore di Pechino. Solo gli Stati Uniti possono garantire la sicurezza russa a Est, di fronte al sofisticato gioco del "dragone cinese", che continua ad accrescere la propria forza, forse per acquisire un'egemonia regionale nel sistema Asia orientale-Pacifico occidentale, oppure - ipotesi che ritengo più verosimile - per trattare con gli USA su un piano di maggiore parità. Un problema drammatico per Mosca è la crisi demografica. La Russia perde quasi un milione di abitanti all'anno. La Cina segue attentamente tale indebolimento e lo spopolamento progressivo della Siberia centrale ed orientale. Dagli attuali 140 milioni di abitanti (di cui il 18% non è slavo), la popolazione della Russia passerà ad 80-120 milioni nel 2050 (14). Inoltre, dato il maggior indice di natalità della popolazione islamica, la preminenza slava nella Federazione è destinata a diminuire. (...) Analoghe - se non maggiori - preoccupazioni sono rivolte verso la pressione demografica cinese, particolarmente dinamica nelle Province Marittime e che potrebbe accrescersi ancora nei prossimi anni. L'emigrazione cinese (circa 300.000 persone all'anno) - oggi diretta soprattutto verso l'Occidente e il Sud-Est asiatico - potrebbe concentrarsi nelle ricche e spopolate immensità siberiane. Non è pensabile che Mosca riesca a mantenere un territorio grande e ricco come la Siberia, con una popolazione tanto ridotta. Non basterà neppure l'europeizzazione del paese, a cui peraltro si oppongono Chiesa Ortodossa e forze politiche "rosso-brune", ed oggi anche i 'siloviki' che fanno capo a Putin e che sono subentrati agli "oligarchi" di Eltsin. Sicuramente la Russia dovrà ricorrere all'immigrazione. L'ideale per essa sarebbe attingere all'enorme serbatoio umano dell'India. Ma ciò è quanto meno problematico. Saranno i cinesi a riempire il vuoto. La Russia rischia quindi - beninteso nel lunghissimo periodo - di essere nuovamente dominata, dopo 600 anni, da un impero asiatico e di vedere attenuata o perdere la propria identità, non solo slava e ortodossa, ma anche europea. Il "pericolo giallo" è molto sentito fra i russi (...)' (pag 58-59) [(14) Dmitri Trenin, 'Russia's Foreign and Security Policy Under Putin', Carnegie Endowment for International Peace, Moscow Center, May 2005] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

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