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Grandi marchi dell'elettronica: condizioni di lavoro ai limiti della sopportazione PDF Print E-mail

PUN-NGAI CHAN Jenny SELDEN Mark, a cura di Ferruccio GAMBINO e Devi SACCHETTO, Morire per un iPhone. La Apple, la Foxconn e la lotta degli operai cinesi. JACA BOOK. PARIS. 2015 pag 269 8°  cartina, introduzione: 'Alla catena sotto una triplice cappa' di Ferruccio GAMBINO e Devi SACCHETTO, prefazione, tabelle grafici note foto illustrazioni, appendice I. I partecipanti al Gruppo di ricerca universitario sulla Foxconn, Cina continentale, Hong Kong, Taiwan; II. I suicidi alla Foxconn in Cina, 2010; III. Le sedi degli stabilimenti Foxconn in Cina in base al loro anno di apertura; ringraziamenti bibliografia scelta, note sugli autori e sui curatori. ['Condizioni di lavoro ai limiti della sopportazione. La più impressionante catena di suicidi e di auto-annientamento in fabbrica nella storia del capitalismo post-bellico. Negli scorsi 25 anni, più di 150 milioni di giovani migranti si sono mossi dalle campagne verso le periferie industriali della Cina. Per dimensioni e rapidità, una migrazione senza precedenti. Su imposizione dei giganti dell'industria globale, ossia dei committenti che hanno stretto accordi con fornitori cinesi, i lavoratori affrontano orari, ritmi di lavoro e condizioni di vita che non concedono respiro. Sono in particolare i grandi marchi dell'elettronica che attingono al lavoro vivo di queste persone, con l'obiettivo di lanciare sul mercato nuovi prodotti a getto continuo. Qui si mette a fuoco il caso più eclatante: il legame della committente statunitense Apple con la cinese Foxconn. Entrambe hanno fondato le proprie fortune sul regime di fabbrica-dormitorio, destinato a lasciare tracce profonde nella società cinese e nel resto del mondo. Questo libro è il risultato di ricerche sulle vite e sulle aspirazioni dei migranti cinesi inurbati che lavorano per la Foxconn, e ancor più per la Apple, sulle lotte di giovani diventati adulti in fretta che raccontano in prima persona la loro situazione, cercando di rompere il loro isolamento sociale. Una corsa all'industria che non risparmia la durezza della catena di montaggio neppure a molti studenti tirocinanti degli istituti tecnici' (retrocopertina)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 

 

 
Il dibattito sulla libertą di insegnamento tra protezionismo, centralismo e ideologia liberale PDF Print E-mail
RAICICH Marino, Scuola, cultura e politica da De Sanctis a Gentile. NISTRI-LISCHI. PISA. 1981 pag 475 8°  avvertenza introduzione note appendice: 'G.I. Ascoli, Relazione al IX Congresso Pedagogico Italiano, Bologna, 1875', postille e aggiunte bibliografiche, indice nomi e argomenti; 'Saggi di varia umanità', collana fondata da Francesco FLORA, nuova serie diretta da L. CARETTI. ['Di quanto pesò il problema del Mezzogiorno su questa svolta centralistica e sugli ultimi tentativi di evitarla è spia, fra le tante, un articolo, 'Insegnamento Protetto', pubblicato il 13 marzo 1862 sul settimanale 'Il maestro di scuola'. L'articolo è violentemente polemico contro ogni protezionismo ed esalta nella libera concorrenza «la mina che fa saltare le baracche dei saltimbanchi»; è costruito esponendo in forma di dialogo le ragioni dei protezionisti e smontandole una per una. L'ultima ragione dei protezionisti, la più forte, è questa: «se non fosse stato il Governo, chissà che cosa sarebbe avvenuto delle scuole a Napoli e in Sicilia». La risposta dell'articolista è generosa ma doveva riuscire poco persuasiva: «se l'indomani dopo la rivoluzione il Parlamento avesse proclamato 'libertà d'insegnamento' avreste veduto versarsi a onde i maestri sull'Italia meridionale»; tale risposta, se smantella il centralismo burocratico, si affida però a un missionarismo generoso ma certamente inficiato da un notevole complesso di superiorità sul sud analfabeta, da uno spirito che oggi certi studiosi definirebbero di colonialismo culturale (20). Da tutta questa situazione viene anche quell'accento forte che Antonio Labriola poneva nel rifiutare le seducenti tentazioni della libertà accademica tedesca, senza esami speciali, scrivendo nel 1875 a Bertrando Spaventa per ribadire agli illusi o, come egli era più propenso a credere, ad uomini di mala fede, che noi stiamo vivendo «in un paese dove il protezionismo per ora ci sta assai meglio della libertà». Eravamo insomma ancora nella fase in cui il Papuano doveva essere tenuto in servitù e attraverso la servitù educato alla libertà, magari in una prospettiva che non riguardava neanche lui ma i suoi discendenti (21). Tale concetto si sviluppò lentamente e determinò la negazione dell'ideologia liberale originaria; i liberali che avevano operato per la costruzione dello stato verso la metà dell'altro secolo, un Cavour per esempio, auspicavano che ben presto sarebbe giunto il giorno in cui si sarebbe potuto sopprimere il Ministero della Pubblica istruzione, semmai lasciando allo stato un compito di incoraggiamento caso per caso' (pag 30-32) [(20) Per l'ammonimento capponiano, vedi 'Lettere di Gino Capponi e di altri a lui', Firenze, 1884, III, 457 (...); (21) La lettera di Antonio Labriola, datata da Giuseppe Berti fine giugno 1875 in 'Centoventitré lettere inedite di Antonio Labriola a Bertrando Spaventa', Rinascita 1954, suppl, 71-72; per la pedagogia della libertà del Papuano secondo Labriola, vedi Benedetto Croce, 'Conversazioni critiche, serie seconda', Bari, 1918, 60-61; sono note le obiezioni e le riflessioni in proposito di Antonio Gramsci] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
La tattica del ministro dell'interno del governo De Gasperi, per portare in Italia la Repubblica PDF Print E-mail
ROMITA Giuseppe, Dalla Monarchia alla Repubblica. NISTRI-LISCHI. PISA. 1959 pag XIII 238 8°  prefazione di Giuseppe SARAGAT. ['Giuseppe Romita (*), come tutti i politici di razza, senza essere uno «scrittore» nel senso letterario del termine, è riuscito, col semplice racconto dei fatti e l'immediatezza delle annotazioni su uomini e vicende, a darci un libro straordinariamente efficace e vivo, che respira buon senso in ogni sua riga. «Secondo me - racconta Romita - se dalle elezioni amministrative fosse scaturita una maggioranza nell'uno e nell'altro senso, quella maggioranza, influenzando gli elettori con la suggestione che le masse subiscono sempre nei confronti del più forte, avrebbe finito col prevalere anche nel referendum. Avevo quindi, sin dal gennaio, iniziato un'operazione concepita nel segreto del mio cervello e che ritenevo della massima importanza: far votare anzitutto i comuni dove era prevedibile una maggioranza repubblicana e rimandare le elezioni negli altri a dopo il referendum. Fu questo il cardine della mia politica per portare in Italia la Repubblica. Non feci brogli, mai; non tolsi un voto alla Monarchia, non ne diedi uno alla Repubblica. E trattai con lo stesso metro repubblicani e monarchici... Nell'orientarmi quindi per la scelta dei comuni dove si doveva votare per la prima tornata, verso quelli a prevedibile maggioranza repubblicana, ho la coscienza di non aver commesso alcuna scorrettezza, di aver svolto soltanto quel minimo di politica di parte che ad ogni ministro deve essere consentita. Ritengo, infatti, che un ministro debba rimanere, pur nel rispetto delle esigenze amministrative, anche uomo politico, perché altrimenti tanto varrebbe chiamarlo direttore generale. Era la mia un'operazione a vasto raggio, che aveva inoltre un fulcro ben preciso: le elezioni comunali a Milano». Il libro è un largo racconto di questa operazione ed è tutto su questo tono di sincerità, per cui gli accorgimenti più abili sono esposti con la sicurezza morale e quasi direi il candore di chi sa di aver lavorato con passione per una causa giusta, senza nessuna concessione ai cattivi consigli del fanatismo, ma anche senza debolezze nei confronti di coloro che avrebbero voluto privare il popolo italiano del frutto delle sue sofferenze' [dalla prefazione di Giuseppe Saragat] (pag IX-X) [(*) Al governo Parri succedette quello di Alcide De Gasperi, nel dicembre del 1945, e nel nuovo governo, Romita fu nominato ministro dell'Interno, "A capo di una struttura in gran parte ancora fedele alla monarchia, fu il principale responsabile dell'organizzazione del referendum istituzionale del 2 giugno 1946: mantenne l'ordine pubblico durante la campagna elettorale, respinse la richiesta monarchica di rinvio della consultazione referendaria e indisse, nella primavera del 1946, le elezioni amministrative in quei centri dell'Italia settentrionale dove - come ebbe successivamente ad affermare - era prevedibile un successo dei partiti repubblicani" (treccani.it)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  



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Gli Stati Uniti in tempo di guerra. Dalla legge "Cash and Carry" al «prźt-bail». PDF Print E-mail
PAUWELS Jacques R., Le mythe de la bonne guerre. Les États-Unis et la Deuxième Guerre mondiale. EDITIONS ADEN. BRUXELLES. 2005 pag 333 8°  ringraziamenti prefazione note bibliografia; Collection Epo. Jacques R. Pauwels , nato a Gand,  Belgio, nel 1946, vive da 35 anni in Canada. Laureato in scienze politiche e in sotria insegna all'Università di Toronto. (2005). ['Au début de la Deuxième Guerre mondiale, la législation américaine connue sous le nom de «Cash and Carry» ne permettait aux pays belligérants d'acheter de la marchandise aux États-Unis que moyennant un paiement au comptant (cash) et qu'à condition qu'ils en assurent eux-mêmes le transport jusqu'à leur destination (carry). Comme la marine britannique contrôlait toujours le trafic transatlantique, cela signifiat que les Allemands étaient incapables d'acquérir du matériel de guerre aux États-Unis. Après la campagne en Europe de l'Ouest, la Grande-Bretagne se révéla donc, en 1940, le seul marché viable pour l'industrie américaine, tout comme cela avait été  le cas lors de la Première Guerre mondiale. Au début de la Deuxième Guerre mondiale, la Grande Bretagne devait, en vertu du régime 'Cash and Carry', payer comptant ses achats américains. Les États-Unis avaient tiré un enseignement de la Grande Guerre, au cours de laquelle l'Angleterre avit pu leur acheter des équipements à crédit. En 1917, l'année noire de l'Entente, lorsque la France et la Grande-Bretagne semblaient sur le point de perdre la guerre, les États-Unis furent en quelque sorte contraints d'intervenir militairement pour prévenir la chute de leur client débiteur. Il est donc compréhensible qu'au début de la Deuxième Guerre mondiale, les États-Unis, encore neutres, aient décidé d'être plus prudents en insistant sur des paiements comptants. Toutefois, lorsque les Britanniques, tellement pressurés, commencèrent à souffrir d'une pénurie de liquidités, les dirigeants américains ne purent guère envisager l'idée de mettre un terme è leur commerce lucratif avec la Grande Bretagne. Malgré ses hauts tarifs douaniers, la Grande Bretagne avait absorbé plus de 40% des exportations américaines d'avant-guerre, et les États-Unis n'étaient pas prêts à perdre un partenaire aussi important, d'autant plus que les commandes britanniques engendrées par la guerre pouvaient aider l'économie américaine à sortir du marasme. (...) Le président Roosevelt persuada finalement le Congrès d'accorder de meilleures conditions de paiement à la Grande-Bretagne, sous la forme d'un système de crédits qui reçut le nom ambigue de «prêt-bail». (...) Officiellement introduit en mars 1941, le «prêt-bail» accordait des crédits illimités à la Grande-Bretagne pour l'achat d'armes et de munitions et tout autres produits américains dont elle avait un besoin urgent" (pag 62-63); Fronte interno. Mutamento della situazione interna degli Stati Uniti: boom economico e un movimento operaio americano che scende in lotta. Da qui la pressione del Governo sui sindacati e sui lavoratori dipendenti a non scioperare (dal 'no strike pledge' alla legge 'Smith-Connally' (votata nel 1943) che favorisce il mondo degli affari e che proibisce alcune forme di azione sindacale (pag 85-91)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  

 
La Toscana sotto il governo di Pietro Leopoldo. Livorno porto franco della cultura europea PDF Print E-mail
MASINI Pier Carlo, Alfieri. BFS EDIZIONI. BIBLIOTECA FRANCO SERANTINI. PISA. 1997 pag 95 8°  note appendici: lettere; Collana 'Perduti e ritrovati'. ['Ora di Alfieri non ce n'è uno solo, ce ne sono almeno quattro. C'è l'adolescente ribelle e incolto, c'è il giovane intellettuale che si nutre di letture illuminate, c'è poi l'infervorato repubblicano, c'è infine il rivoluzionario deluso, che si acquieta in un liberalismo costituzionale (restando immutata la vocazione anti-tirannica, ora puntato contro Napoleone e il suo regime). A ciò si aggiunga che, come pensatore politico, l'Alfieri è spesso antinomico e, affermata una verità, ne scorge subito i limiti e la faccia alternativa. Certo già all'inizio degli anni Ottanta egli condanna e avversa il dispotismo, il così detto "dispotismo orientale" che spadroneggiava anche in molti paesi d'Europa e non poteva che incoraggiare un processo che andava nella direzione opposta. Bisogna perciò collocare l'Alfieri della 'Corrispondenza segreta' nell'epoca sua, quando Giuseppe II, entrato nella pienezza dei suoi poteri imperiali, dopo la morte della madre Maria Teresa (26 novembre 1780) avvia la sua dinamica politica di riforme. Questa politica suscita grande entusiasmo nei circoli illuminati di tutta Europa (4). Ma provoca anche allarme negli ambienti conservatori, primo fra tutti quello della Santa Sede, colpita nel suo prestigio e nei suoi interessi, tanto che all'inizio del 1782 Pio VI intraprende un lungo viaggio da Roma a Vienna, così puntualmente commentato nelle lettere del conte Rifiela. E' dunque un momento drammatico quello in cui nasce la 'Corrispondenza segreta'. E non a caso nasce in Toscana dove, sotto il governo di Pietro Leopoldo, esiste una relativa libertà di stampa. A Livorno, porto franco della cultura europea, è stato pubblicato 'Il Gazzettiere americano' (1763), il primo giornale italiano che si occupi in modo programmatico del nuovo mondo, e poi l'edizione dell''Enciclopedia', il trattato di Beccaria 'Dei delitti e delle pene', i saggi del Verri e tante altre opere tenute per pericolose nel resto d'Europa (5). Pietro Leopoldo, asseconda l'evoluzione dell'opinione pubblica in senso favorevole alla sua politica e, su questo piano la linea del sovrano va a convergere con quella di un nobile piemontese, amante dei cavalli (6) e della poesia, ospite nei suoi domini' (pag 8-9) [(4) "Viva il clemente, il rischiarato governo nostro. Viva Giuseppe II, viva Ferdinando, e moiano i frati", scrive nel suo diario Giambattista Biffi, sotto la data del 26 luglio 1781, agli inizi del nuovo regno. Cfr. Giambattista Biffi, 'Diario (1777-1781)', a cura di Giampaolo Dossena, Milano, Bompiani, 1976 (...); (5) Per un panorama di questa produzione , cfr. 'Editoria e riforme a Pisa, Livorno e Lucca nel '700'. Catalogo', Lucca, Maria Pacini Fazzi, 1979; (6) L'ippofilia dell'Alfieri non fu solo una passione e una ostentazione di stato sociale (fu anche questo, come egli confessa nella 'Vita'), ma anche una necessità pratica per muoversi liberamente in Italia e in Europa. Alcuni dei suoi lunghi viaggi li fece, non col mezzo postale, ma col suo legno; nelle brevi escursioni viaggiava da cavaliere solitario o al massimo con la compagnia del suo staffiere. Il cavallo è l'automa che gli assicura mobilità e indipendenza dagli altri, per andare o restare, attardarsi o affrettarsi. E' un altro aspetto del suo individualismo] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
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