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Il pensiero di Karl Polanyi, l'essenza del fascismo e l'essenza del socialismo PDF Print E-mail
CANGIANI Michele, Democrazia e fascismo nel pensiero di Karl Polanyi. ESTRATTO DA STUDI STORICI - RIVISTA TRIMESTRALE DELL'ISTITUTO GRAMSCI. ROMA. N. 3 LUGLIO-SETTEMBRE 1990 pag 771-808 8°  note; 'Ricerche'. ['Alcuni anni dopo, al fine di chiarire l'«essenza del fascismo» mostrando a che cosa esso si contrappone, Polanyi torna a definire il socialismo come un «tipo di organizzazione» in cui libertà e responsabilità individuali da una parte, «lo Stato e i suoi organi» dall'altra, promuovono l'efficienza del sistema sociale mediante un controllo cosciente. «La formazione dell'autogoverno politico ed economico, la democrazia intensiva in circoli ristretti, l'educazione in vista dell'esercizio del governo» dovrebbero caratterizzare questo tipo di organizzazione (22). Si ispira senza dubbio a Bauer tale concezione del socialismo come organizzazione democratica e (quindi) cosciente, in cui all'«autogoverno industriale» nell'accezione di G.D.H. Cole si accompagni la ricerca dell'interesse generale, di un 'optimum' sociale politicamente stabilito ai vari livelli, dalle comunità locali allo Stato. Appare acquisita che la lezione di Karl Renner sulla relativa autonomia che devono avere le istituzioni politiche, lo Stato, affinché si possa arrivare a una decisione unitaria, di là dalla rappresentanza di interessi. Per questo Polanyi considera inadeguati, come forme di organizzazione globale della società, il «consiliarismo» e il «sindacalismo». Il problema non è semplicemente l'autogestione delle singole unità di produzione, ma è in primo luogo l'organizzazione della produzione complessiva, la cui «razionalità» va - democraticamente - costruita. A questo livello «integrano» infatti l'economia la logica del profitto e i meccanismi del mercato: dunque a questo livello è la sfida. Coerentemente a questa concezione, in un articolo del 1925 sul movimento operaio inglese Polanyi osserva che le Trade Unions, spezzettate come sono e orientate a proteggere interessi corporativi, locali e di categoria, stentano a comprendere la situazione generale e non arrivano a configurare né strategie di lotta né proposte di politica economica e sociale che siano 'generali' (23). La teoria socialista «positiva» di Polanyi rappresenta, d'altra parte, una critica e un superamento del punto di vista di Renner; in essa infatti il problema della politica non si esaurisce al livello delle istituzioni politico-amministrative in senso stretto e magari empiricamente esistenti, ma si pone in primo luogo come problema dell'organizzazione sociale. Come anche per Max Adler, la forma che conta è quella sociale, non quella giuridico-istituzionale. Da quella, prima che da questa, sono determinati i modi, i soggetti, gli oggetti, gli scopi, insomma le condizioni e i limiti delle scelte sociali, dunque della politica. La necessità e la preminenza della 'funzione' politica vanno perseguite come principio generale, non come illusione che sia possibile comporre conflitti e risanare crisi, che dipendono dall'organizzazione capitalistica di classe della società, senza che cambi tale organizzazione. L'illusione statalista di Renner e di Hilferding fondava anzi sulla realtà del capitalismo «organizzato» le speranze di socialismo. Sembrava loro che una legge «extraeconomica» potesse, anzi già tendesse a sovrapporsi al mercato; lo Stato appariva come soggetto della regolamentazione dell'economia, la volontà dei lavoratori sembrava potersi realizzare, attraverso il parlamento e il governo, come volontà della maggioranza degli elettori. Polanyi non tende certo, come Renner, a considerare essenza del socialismo l'«amministrazione»; e molto più che alle tesi di Hilferding al congresso del 1927 del partito socialdemocratico tedesco (24) egli sembra vicino  a quelle sostenute da Max Adler l'anno precedente al congresso di Linz dei socialdemocratici austriaci. Fondamentale per Adler è la distinzione tra «democrazia politica» e «democrazia sociale». Mentre nella prima, scrive Giacomo Marramao, si ha «la costituzione formale di una "volontà generale" in funzione degli interessi particolari di una classe che domina sulle altre, e pertanto una forma di dittatura, la seconda viene a coincidere con la democrazia reale, attuabile nella sua pienezza soltanto in una società senza classi» (25)'  (pag 776-778) [(22) 'The essence of Fascism', in J. Lewis, K. Polany and D. K. Kirkhin, eds, Christianity and the Social Revolution', London, Gollanz, 1935; trad. it. 'L'essenza del fascismo', in 'La libertà in una società complessa', cit., p. 116; (23) Cfr. 'Zur Krise der englischen Arbeiterbewegung', in 'Der österreichische Volkswirt', XVII, 1925, pp. 819-820; (24) Buona parte del discorso di Hilferding si trova tradotta in A. Salsano, a cura, 'Antologia del pensiero socialista', vol. IV/2, Roma Bari, Laterza, 1982, pp. 559-568; (25) G. Marramao, 'Tra bolscevismo e socialdemocrazia: Otto Bauer e la cultura politica dell'austromarxismo', in 'Storia del marxismo', Torino, Einaudi, vol. III, t. I, 1980, p. 292] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
 
Il carattere precipuo del giacobinismo secondo Gramsci PDF Print E-mail
LA-PORTA Lelio, Rivoluzione francese e democrazia: una ricognizione sul concetto gramsciano di giacobinismo. ESTRATTO DA STUDI STORICI - RIVISTA TRIMESTRALE DELL'ISTITUTO GRAMSCI. ROMA. N. 2 APRILE-GIUGNO 1990 pag 511-524 8°  note; 'Ricerche'. ['Qual è il carattere precipuo del giacobinismo secondo Gramsci? Si tratta di leggere il paragrafo 24 del quaderno 19 (a): 'Il problema della direzione politica nella formazione e nello sviluppo della nazione e dello Stato moderno in Italia'. Gramsci individua nei giacobini l'avanguardia, il partito dirigente che fu in grado di imporsi alla borghesia francese, guidandola in una posizione cui essa non avrebbe avuto nulla da temere, evitando così «i colpi di ritorno e la funzione di Napoleone I» (22). Come si arrivò all'egemonia giacobina nel processo rivoluzionario francese? Gramsci, dopo aver sottolineato come i rappresentanti del terzo stato pongano, all'inizio, solo la soluzione di problemi corporativi (23), configurandosi, quindi, come «riformatori moderati, che fanno la voce grossa ma in realtà domandano ben poco» (24), continua mettendo in evidenza la formazione di un gruppo che, andando oltre il ristretto orizzonte delle riforme corporative, «tende a concepire la borghesia come il gruppo egemone di tutte le forze popolari» (25), gruppo che si aggrega in virtù dell'azione di due fattori: «la resistenza delle vecchie forze sociali e la minaccia internazionale» (26). La risolutezza dei giacobini, secondo Gramsci, fu nel capire il tentativo delle vecchie forze di arrestare il processo di trasformazione della società, mandando «alla ghigliottina non solo gli elementi della vecchia società dura a morire, ma anche i rivoluzionari di ieri, oggi diventati reazionari» (27). Quindi i giacobini furono il vero partito della rivoluzione, in quanto rappresentavano gli interessi della borghesia, e al tempo stesso, rappresentando i bisogni futuri di tutti i gruppi nazionali, essi «rappresentavano il movimento rivoluzionario nel suo insieme, come sviluppo storico integrale» (28), come democratizzazione' (pag 520) [(a) Gramsci, 'Quaderni del carcere', a cura di V. Gerratana, Torino, 1975] [(22) Quaderni, p. 2027; (23) «Corporativi, nel senso tradizionale, di immediati ed egoistici in senso gretto di una determinata categoria» (ibidem); (24) Ibidem; (25) Q., p. 2028; (26) Ibidem; (27) Ibidem; (28) Ibidem] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
 
La garanzia inglese dell'integrità della Polonia. Il rifiuto di trattare con Hitler da parte polacca PDF Print E-mail
MOROSI Silvia RASTELLI Paolo, L'Europa in fiamme. Settembre 1939: l'inizio della Seconda guerra mondiale: EDIZIONI CORRIERE DELLA SERA. MILANO. 2019 pag 397 8°  prefazione di Antonio CARIOTI, note appendice: Il manifesto della razza, Patto d'Acciaio, Patto Molotov-Ribbentrop; biografie (A. Neville Chamberlain, Winston Churchill, I.V. Dzugasvili (Stalin), Francisco Franco, Hermann W. Göring, Heinz W. Guderian, Adolf Hitler, Benito Mussolini, Paul Reynaud, Franklin D. Roosevelt, Lo Stato Maggiore tedesco, cartine, bibliografia, sitografia, indice nomi. Silvia Morosi, milanese, classe 1986, approda nel 2014 al 'Corriere della Sera, dopo aver frequentato la scuola di giornalismo Walter Tobagi. Laureata in Storia contemporanea, ama leggere e scrivere di fatti e misfatti del Novecento. Paolo Rastelli romano di nascita ma milanese d'adozione, ha lavorato all'agenzia di stampa Radiocor, all'Ansa e al 'Corriere della Sera'. Appassionato di storia ha contribuito alla serie di libri che il 'Corriere' ha dedicato ad importanti anniversari storici. Il sodalizio tra i due autori è iniziato con il reportage 'Hiroshima, 6 agosto 1945. Il giorno che il sole cadde sulla terra' (6 agosto 2015) e prosegue sul blog 'Poche Storie'). Ha prodotto libri pubblicati dal 'Corriere' 'Caporetto, 24 ottobre 1917. Storia e leggenda di una disfatta' e '4 novembre 1918. Fu vera gloria? Storia e mito di Vittorio Veneto', pubblicati dal 'Corriere'. ['Le prime richieste di Hitler ai polacchi erano abbastanza ragionevoli: la restituzione di Danzica, che era amministrata da un commissario della Società delle Nazioni (nel 1939 era lo svizzero Carl Jacob Burckhardt), e l'apertura di una strada a sovranità tedesca tra Pomerania e Prussia orientale attraverso il Corridoio. Il tutto in cambio dell'adesione della Polonia al patto anti-Comintern, un accordo diretto contro l'Unione Sovietica siglato tra Giappone e Germania nel 1936, al quale nel novembre 1937 aveva aderito anche l'Italia. Il ministro degli esteri polacco Józef Beck, imbaldanzito dalla protezione britannica, si rifiutò però di trattare sulle richieste tedesche, ma nello stesso tempo indebolì la posizione negoziale della Gran Bretagna nei confronti dell'Urss, di cui Varsavia diffidava profondamente, ma senza il cui aiuto era impossibile sia soccorrere la Polonia in caso di attacco sia esercitare una maggiore deterrenza sulla Germania. D'altronde, uno dei capisaldi della politica di Beck, ereditata dal dittatore ed eroe nazionale Józef Pilsudski (morto nel 1935), era l'equidistanza da Germania e Urss: la Polonia negli anni Venti, meno di due decenni prima, era stata resa sicura da due guerre vittoriose, la cui memoria era ancora fresca, con entrambe le nazioni vicine. Una stretta neutralità era considerata l'unica vera garanzia per il futuro del Paese' (pag 158); 'Tornando al 1939, l'ultimo fattore era la netta percezione che i rapporti di forza stavano cambiando. Sia Francia che Gran Bretagna avevano iniziato a riarmarsi dal 1936 e stavano raggiungendo il livello della Germania. Il nuovo sistema di difesa aerea della Gran Bretagna, basato sul radar e sul controllo centralizzato da terra, via radio, di moderni caccia monoplani, era quasi completato e la produzione di carri armati e aeroplani delle industrie francesi e britanniche, nell'estate del 1939, aveva superato quella tedesca. Una situazione che però non sarebbe durata a lungo, poiché Hitler avrebbe presto avuto a disposizione e a regime le risorse delle sue nuove conquiste orientali. I bilanci di Parigi e Londra, di contro, stavano cominciando a soffrire per surriscaldamento provocato dall'«economia di guerra senza guerra», con rischi di inflazione e danno per la stabilità delle valute. Quindi quello era il momento buono per fermare il dittatore nazista: con la deterrenza frutto della crescente forza per indurlo a cedere o con la guerra combattuta con la stessa forza se non avesse ceduto. In questo quadro il risveglio dei sentimenti antitedeschi nelle opinioni pubbliche anglo-francesi appare importante ma certo non decisivo per il cambio di indirizzo dei leader. Anzi è fondato il sospetto che il mutamento del 'sentiment' dei popoli sia stato più anticipato e provocato dai governi che seguito da essi (17). Anche con tutte queste giustificazioni, la decisione di Chamberlain di garantire l'integrità della Polonia fu accolta da un mare di critiche nel 1939 da parte dell' establishment politico-militare e dagli storici nei decenni successivi. Mezzo secolo dopo Roy Denman, uno dei protagonisti dell'adesione della Gran Bretagna alla Cee, definì la mossa del premier «l'impresa più spericolata mai effettuata da un governo britannico. Mise la decisione sulla pace o la guerra in Europa nelle mani di una dittatura militare avventurista, intransigente e gradassa». Duff Cooper, che si era dimesso da Primo Lord dell'Ammiragliato (ossia ministro della Marina) per protesta contro il cedimento di Monaco, scrisse nel suo diario che «mai prima nella nostra storia abbiamo lasciato nelle mani di una delle potenze minori la decisione se la Gran Bretagna debba entrare o no in guerra». Quanto a Liddell Hart, che si dimise per  protesta da corrispondente militar del «Times», la mossa combinava «la massima tentazione [per l'intransigenza polacca] con una palese provocazione [verso Hitler]» (18). Lo stesso Liddell Hart, nel dopoguerra, per descrivere il comportamento di Chamberlain & C., cedimenti continui seguiti da improvviso irrigidimento sulla questione polacca, avrebbe coniato la similitudine della caldaia: «E' evidente che se noi vediamo qualcuno intento a caricare il fornello di una caldaia e lo lasciamo fare, decidendoci a intervenire solo quando la pressione del vapore ha superato il livello di pericolo, l'effettiva responsabilità di un'eventuale esplosione ricade su di noi» (19). Come era successo per la Cecoslovacchia, comunque, la possibilità di Gran Bretagna e Francia di aiutare Varsavia, qualora la garanzia non fosse stata sufficiente per fermare Hitler, stava nel cercare e ottenere l'aiuto militare di qualcuno che fosse a diretto contatto con il territorio polacco e potesse entrare in azione senza indugio. Questo qualcuno non poteva che essere l'Unione Sovietica. Così la diplomazia anglo-francese si mise in moto. Con calma, perché, pensavano Londra e Parigi, l'odio ideologico reciproco tra Hitler e Stalin avrebbe reso facile e veloce l'intesa dell'Occidente con l'URSS. Si sbagliavano' (pag 160-162) [(17) Richard Overy, 'The Origins of the Second World War', Penguin Books, London, 1963, 5-12; 22-47; (18) Patrick J. Buchanan, 'Churchill, Hitler and the Unnecessary War', Random House, New York, 2008, 9-16; 27-53; (19) Basil Liddell Hart, 'Storia militare della Seconda guerra mondiale', Mondadori, Milano, 1970, p. 8] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   

  

 
'Tendenzialmente la libera circolazione del capitale porta con sé quella della forza lavoro' PDF Print E-mail
ALLEGRA Chiara, a cura, La penna contro la spada. La battaglia per i diritti dal Settecento a oggi. CARLO SIGNORELLI EDITORE. MILANO. 2002 pag 217 8°  presentazione introduzione note antologia e contributi testi a confronto riquadri appendice: 'Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo', biografie glossario; Collana Confronti. ['Ogni migrazione provoca conflitti, indipendentemente dalle cause che l'hanno determinata, dagli scopi che si prefigge, dal fatto che sia spontanea o coatta, dalle dimensioni che assume. L'egoismo del gruppo e la xenofobia sono costanti antropologiche che precedono ogni motivazione. il fatto che siano universalmente diffuse dimostra inequivocabilmente che sono più antiche di ogni forma di società conosciuta. Per porre loro un argine, per evitare continui spargimenti di sangue, per rendere possibile un minimo di scambi e di relazioni fra diversi clan, tribù, etnie, le società più antiche hanno inventato i tabù e i rituali dell'ospitalità. Queste misure tuttavia non annullano lo status dello straniero. Anzi, lo circoscrivono entro rigidi limiti. L'ospite è sacro, ma non può rimanere. (...) Le migrazioni odierne si distinguono dai primi movimenti migratori in più di un aspetto. Innanzitutto negli ultimi duecento anni è enormemente aumentata la mobilità. Il solo commerci europeo d'oltreoceano ha creato nei trasporti condizioni tali da rendere possibili migrazioni a grandi distanze di milioni di individui. L'ampliamento del mercato mondiale richiede la mobilitazione globale e la impone, ove necessario, con la forza, come dimostra l'apertura del Giappone e della Cina nel diciannovesimo secolo. Il capitale abbatte ogni confine nazionale. Può utilizzare tatticamente tutti i motivi patriottici e razzisti, ma strategicamente li ignora, perché l'interesse dello sfruttamento non conosce riguardi particolari. Tendenzialmente la libera circolazione del capitale porta con sé quella della forza lavoro. Con la globalizzazione del mercato mondiale, che è stata compiutamente realizzata solo nel passato più recente, anche i movimenti migratori acquisteranno perciò una nuova qualità. Al posto delle guerre coloniali, delle guerre di conquista e delle proscrizioni organizzate dagli Stati compariranno, presumibilmente migrazioni molecolari di massa. Mentre il denaro elettronico segue solo la sua logica particolare e supera facilmente ogni ostacolo, gli uomini si muovono come dominati da una incomprensibile costrizione. Le loro partenze sono simili a movimenti di fuga che sarebbe cinico chiamare volontari' (pag 188-189) [Hans Magnus Enzensberger, 'La grande migrazione', a cura di P. Sorge, 1992] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
'Antisemitismo cattolico distante dall'antisemitismo nazionalsocialista' PDF Print E-mail
MICCOLI Giovanni, Santa Sede e Chiesa italiana di fronte alle leggi antiebraiche del 1938. A cinquant'anni dalle leggi razziali in Italia. ESTRATTO DA STUDI STORICI - RIVISTA TRIMESTRALE DELL'ISTITUTO GRAMSCI. ROMA. N. 4 OTTOBRE-DICEMBRE 1988 pag 821-902; 903-924 8°  note. ['Vi era insomma un antisemitismo cattolico, parrebbe di poter concludere, che la lettura del decreto del Santo Uffizio offerta da padre Rosa pienamente legittimava, né tale lettura sembra una forzatura del decreto stesso. Non a caso del resto in quegli stessi anni un suo autorevole confratello, il padre G. Gundlach, scrivendone sul 'Lexicon für Theologie und Kirche', in un'opera quindi che voleva essere ed era di grande prestigio ed autorità nel contesto della cultura cattolica internazionale, poteva parlare di due tendenze presenti nel moderno antisemitismo: l'una non-cristiana («unchristlich»), di tipo «völkisch und rassenpolitisch», che combatte l'ebraismo semplicemente «wegen seines rassenmässigen und völkischen Andersseins», l'altra invece permessa («erlaubt»), orientata «staatspolitisch», che combatte l'ebraismo «wegen des übersteigerten und schädlichen Einflusses des jüdischen Bevölkerungesteils innerhalb deselben Staatsvolkes» (39). Il Gundlach non si nascondeva il fatto che tali due tendenze potevano mescolarsi e confondersi e stabiliva la liceità della seconda misura in cui si limiti a combattere, «mit sittlichen und rechtlichen Mitteln», il negativo influsso che la parte ebraica della popolazione esercitava nell'ambito della vita economica e politica, sul teatro, il cinema, la stampa, la scienza e l'arte («liberal-libertinistische Tendenze»). Erano esplicitamente escluse «leggi eccezionali contro cittadini ebrei in quanto ebrei» mentre i mezzi positivi venivano indicati nella «penetrazione della vita della società con spirito cristiano», in una lotta contro tutti gli elementi di corruzione e non solo quelli ebrei, in un rafforzamento dell'ebraismo dei fattori morali-religiosi contro gli «ebrei assimilati», di tendenza liberale e seguaci di un nichilismo morale, «che, privi di ogni legame nazionale e religioso, operano con intenti distruttivi contro l'umana società nell'ambito della plutocrazia internazionale come del bolscevismo internazionale». Era evidente l'intento di prendere nettamente le distanze dal montante antisemitismo nazionalsocialista e dalle false teorie sulla natura dell'uomo e sulla storia che ne costituivano la base, ma era evidente anche che un ampio spazio restava ad un antisemitismo disposto a farsi guidare dalla Chiesa; com'era evidente la piena legittimazione concessa così ad alcuni degli 'slogan' correnti contro gli ebrei, e sia pure in un contesto che corrispondeva agli stereotipi più tradizionali e correnti dell'antisemitismo cattolico non esclusivo appunto di gruppi di tendenza integrista (...)' (pag 835) [(39) 'Antisemitismus', in 'Lexicon für Theologie und Kirche', I, Freiburg im Breisgau, 1933, c. 504 sg.. L'articolo richiama esplicitamente il decreto del Santo Uffizio del 1928 come attestazione della condanna da parte della Chiesa degli antisemitismi fondati su false teorie riguardo alla natura dell'uomo e alla storia. Per questo e per altri contributi sugli ebrei e sull'antisemitismo presenti in opere cattoliche di divulgazione culturale pubblicate in quegli anni in Germania, ed in genere per l'atteggiamento dei cattolici tedeschi verso gli ebrei, cfr., K. Thieme, 'Deutsche Katholiken', in 'Entscheidungsjahr in der Endphase der Weimarer Republik', hrsg. v. W.E. Mosse, Tübingen, 1965, pp. 271-287] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
 
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