spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
Home arrow News
News
Dopo lo scoppio della rivolta, Stalin ostacolò l'invio di aiuti agli insorti PDF Print E-mail
DAVIES Norman, edizione italiana a cura di Maurizio PAGLIANO, La rivolta. RIZZOLI. MILANO. 2004 pag 797 8°  cartina prefazione foto illustrazioni appendici note referenze fotografiche indice nomi; traduzione di Caterina BALDUCCI Camilla FIORINA Enzo PERU e Andrea ZUCCHETTI; Collana Storica Rizzoli. Norman Davies è Fellow del Wolfson College di Oxford, della British Academy e della Royal Historical Society, e professore emerito dell'Università di Londra. E' autore di una monumentale 'Storia d'Europa' (Bruno Mondadori, 2002). ['Ora, molto si può dire con certezza della politica sovietica. Stalin assunse una posizione dura e inflessibile non appena si prospettò l'avanzata in Polonia nell'inverno 1943-44. Posò gli occhi su metà del territorio del Paese e programmò una radicale riorganizzazione del governo. Insediò una commissione composta da esponenti al suo servizio e ordinò l'eliminazione di tutti gli agenti e i soldati fedeli alle legittime autorità. Dopo lo scoppio della rivolta, respinse il piano di Rokossovskij per la liberazione di Varsavia, ostacolò gli sforzi occidentali per inviare aiuti agli insorti, dirottò la principale offensiva russa verso i Balcani e approvò solo timide e tardive misure di appoggio. Una volta che il settore centrale del fronte della Vistola si fu ripreso dal contrattacco tedesco, mantenne Rokossovskij essenzialmente sulla difensiva. Non si può che definire un simile atteggiamento come insensibile. Ciò che si ignora, tuttavia, è se Stalin sarebbe diventato più malleabile di fronte a una ferma presa di posizione occidentale" (pag 700); "L'elenco delle manchevolezze all'interno della coalizione alleata è talmente lungo che a raccontarlo rischia di divenire noioso. L'attività di intelligence alleata concernente Varsavia, ad esempio, fu a dir poco deplorevole. Gli inglesi ricevevano informazioni contrastanti dalle fonti polacche e russe, ma non presero seri provvedimenti per risolvere il dilemma. Il fallito viaggio di Jozef Retinger servì solo a sprecare mesi di tempo prezioso, s concluse con un fallimento e non ebbe seguito. Quanto ai servizi segreti sovietici, chiusi nella loro camicia di forza ideologica, si dimostrarono del tutto incapaci di un'analisi efficace. Nelle otto settimane della rivolta, un'unica spia russa girovagava solitaria per Varsavia, senza parlare con nessuno d'importante, cercando di scoprire i dati più elementari, tipo dove fossero localizzate le formazioni ribelli e chi le comandasse. L'intelligence statunitense non fu certo migliore. (...) Il collegamento militare e politico fu quasi inesistente. Gli inglesi aveva piazzato un sacco di ufficiali in Jugoslavia, Albania e Grecia, ma nemmeno uno in Polonia' (pag 710-711)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

Read more...
 
Il concetto di "catastrofe" e di "trasformazioni molecolari" in Gramsci PDF Print E-mail
BADALONI Nicola, Espansione democratica e controllo sulle catastrofi in Togliatti «politico» e «interprete» di Gramsci. ESTRATTO DA 'CRITICA MARXISTA'. ROMA. N° 4, LUGLIO-AGOSTO 1985 pag 25-42 8°  note; 'Politica e cultura'. ['Più complessa e più diversificata è la concezione della «catastrofe» in Gramsci e in Togliatti. È noto che, morto Gramsci, Togliatti scrisse su di lui uno studio assai impegnato, intitolato 'Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana'. Ricostruendo il clima che aveva reso possibile a Giolitti di affermare che il pensiero di Marx era stato «messo in soffitta», Togliatti attribuisce al movimento socialista il carattere di protagonista della storia dell'Italia moderna e a Gramsci quello di restauratore del marxismo. (...) Togliatti nel 1937 non conosceva i 'Quaderni', ma Gramsci aveva seguitato a pensare sul concetto di «catastrofe». Dopo avere esemplificato, nel modo più semplice, un rapporto catastrofico in quella funzione della piccola borghesia che «consiste nel contendere "politicamente" al contadino coltivatore di migliorare la propria esistenza, perché ogni miglioramento della posizione relativa del contadino sarebbe catastrofica per la sua posizione sociale» (18), Gramsci sposta il discorso su un piano politico più generale e precisamente sul tema del cesarismo o bonapartismo. Questo «esprime una situazione in cui le forze in lotta si equilibrano in modo catastrofico, cioè si equilibrano in modo che la continuazione della lotta non può concludersi che con la distruzione reciproca. (...) La strategia, che Gramsci proponeva, implicava, in primo luogo, la liberazione da questo equilibrio imposto a mezzo della violenza dei gruppi marginali che il fascismo aveva saputo esprimere; il ritorno a una diversa situazione di equilibrio fondata su un regime rappresentativo e su ciò che egli chiamava «guerra di posizione» cioè a una concezione della lotta che venisse concepita non come sola distruzione, «meccanicisticamente», ma come una «distruzione-ricostruzione» (22), perché vincolata da una superiore capacità razionale della forza antagonistica progressiva. Una tale lotta per l'egemonia, che non escludeva compromessi sulla base di tale superiore consapevolezza, avrebbe reso possibile di controllare, per un periodo di tempo non breve, la tendenza catastrofica. L'equilibrio così controllato, che, tuttavia, non si sarebbe mantenuto indefinitamente, avrebbe permesso alle due forze fondamentali di spiegare tutte le loro potenzialità in modo costruttivo, se pure antagonistico. Gramsci affidava, poi, all'azione corrosiva delle «trasformazioni molecolari», cioè al verificarsi di una serie di mutamenti consci e inconsci nell'uno o nell'altro campo, la possibilità di far emergere lo schieramento più dotato di capacità egemoniche e quindi di sviluppare le sue energie latenti, attraendo anche gli strati marginali. La teoria degli equilibri catastrofici subiva così un profondo mutamento. La guerra di liberazione, la «svolta di Salerno», aprivano per l'appunto la strada a un modo costruttivo di affrontare il tema della «catastrofe». (...) Le forze reali che possono produrre il risultato di stabilire un equilibrio nuovo col mondo proprietario, non più di tipo catastrofico, sono, per Togliatti, quelle del lavoro, assunte alla direzione dello Stato, indipendentemente dalla loro ideologia che è affare dei «singoli» (27)' (pag 29-33) [(18) A. Gramsci, 'Quaderni del carcere', vol. III, Torino, 1975, p. 1606; (22) Ivi, p. 1612; (27) P. Togliatti, 'Per una costituzione democratica e progressiva', in Opere, vol. V, p. 247] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
L'amministrazione Roosevelt si attenne rigidamente alla sua strategia «prima la Germania» PDF Print E-mail
IMMERWAHR Daniel, L'impero nascosto. Breve storia dei Grandi Stati Uniti d'America. EINAUDI. TORINO. 2020 pag 603 8°  introduzione: 'Oltre la mappa-logo', Una nota sulla lingua, foto illustrazioni cartine, abbreviazioni, note, crediti delle illustrazioni, ringraziamenti, indice nomi argomenti località; traduzione di Chiara VELTRI e Paolo BASSOTTI; Collana La Biblioteca. Daniel Immerwahr è professore associato di Storia alla Northwestern University e autore di 'Thinking Small: The United States and the Lure of Community Development' che ha visto il Merle Curti Intellectual History Award. ['Douglas MacArthus osservò lo svolgimento di questi eventi con seria preoccupazione (Il Giappone decise di dare l'indipendenza alle Filippine, non di prometterla come avevano fatto gli Stati Uniti, ndr). L'economia militare del Giappone non era nulla in confronto a quella degli Stati Uniti. Nel 1941, un anno in cui gli Stati Uniti erano in 'pace', avevano prodotto più del quintuplo di velivoli e del decuplo di navi del Giappone (83). Ma questi aerei e queste navi andavano principalmente in Europa. Il motivo era da una parte la priorità: l'amministrazione Roosevelt si attenne rigidamente alla sua strategia «prima la Germania». Ma dall'altra era di natura geografica. La distanza tra il quartier generale di MacArthur a San Francisco e l'Australia era più del doppio di quella tra New York e l'Inghilterra. E, mentre le linee di rifornimento atlantiche collegavano porti grandi e affermati come quelli di New York e di Liverpool, le linee del Pacifico dovevano affidarsi a porti sviluppati frettolosamente, alcuni costruiti da zero, come quelli in località remote quali Guadalcanal, Tutuila, Kwajalein e Manus. Finché non furono costruiti tutti, MacArthur dovette accontentarsi di quella che definì «attrezzatura da budget ridotto» (84). Si adirò con Washington per la sua avarizia, con pochi risultati (85). Il suo comandante dall'aviazione, che arrivò alla metà del 1942, rimase sconvolto quando scoprì che ad aspettarlo c'era una forza aerea «penosamente risicata», con soli sei B-17 operativi (86). I piani alleati prevedevano contro il Giappone un'offensiva limitata, che ne avrebbe intaccato le forze finché la Germania non fosse stata sconfitta. Persino questa, inizialmente, era una prospettiva scoraggiante. Le forze giapponesi non solo avevano conquistato le Filippine, si stavano espandendo a sud sulle Indie orientali olandesi, sulla Nuova Guinea e sulle Isole Salomone. Gli strateghi militari australiani, prevedendo un'invasione, si prepararono a sacrificare il Nord del continente (87). MacArthur non aveva le risorse per sconfiggere i giapponesi e riprendersi tutti i territori perduti dagli Alleati. Invece divenne un genio dell'economia. Smise di giocare a Risiko! e cominciò a giocare a Go, facendo saltare le sue unità sulle posizioni giapponesi. MacArthur aveva capito (insieme all'ammiraglio Chester Nimitz nel Pacifico centrale) che, nell'era dell'aviazione e su un campo di battaglia costituito da isole, non occorreva mantenere un fronte continuo, da mischia di football. MacArthur poteva aggirare le roccaforti giapponesi, tagliare le loro linee di rifornimento e lasciarle «isolate e tagliate fuori dagli aiuti esterni» (88). Chiamò questa filosofia «colpiscili quando loro non lo fanno, falli avvizzire». Funzionò. MacArthur si lamentò dicendo che avrebbe funzionato molto meglio se Washington gli avesse dato una corazzata, ma i suoi progressi sulla mappa furono comunque regolari: Guadalcanal (agosto 1942), Buna (novembre 1942), Capo Gloucester (dicembre 1943), Los Negros e Manus (febbraio 1944), Hollandia (aprile 1944), di vittoria in vittoria su per la Nuova Guinea e le isole del Sud Pacifico. Nimitz, spostandosi nel Pacifico dalle Hawaii, fece lo stesso. Le campagne gemelle nel Pacifico furono lunghe e brutali (...)' (pag 235-236) [(83) Michael H. Hunt and Steven I. Levine, 'Arc of Empire: America's Wars in Asia from the Philippines to Vietnam', Chapel Hill (N.C.), 2012, p. 78; (84) Rem. p. 168; (85) Manchester, 'American Caesar', cit., pp: 284-86; (86) George C. Kenney, 'The MacArthur I Know', New York, 1951, pp. 70, 48; (87) Manchester, 'American Caesar', cit., pag 206; (88) Rem., pp. 195, 169] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  


  

 
Guerra e affari. La California divenne il principale arsenale americano PDF Print E-mail
SAMPSON Anthony, Il supermercato delle armi. Le industrie degli armamenti, i venditori, le bustarelle dalla Vickers alla Lockheed. ARNOLDO MONDADORI EDITORE. MILANO. 1977 pag 435 8°  introduzione, note, indice nomi argomenti località; Collana 'Saggi'. Anthony Sampson è nato a Billington (Inghilterra) nel 1926. Giornalista e scrittore, ha pubblicato altri volumi di successo: 'Anatomia dell' Inghilterra', 1964; 'I nuovi europei', 1969; 'Stato sovrano: storia segreta dell' ITT',  1974; 'Le sette sorelle', 1976. ["E' un lavoro d'inferno quando si deve sperare che succedano guai per potersi guadagnare da vivere" Frank S. Jonas (agente della Remington) (pag 80)] ["Lo scoppio della guerra in Europa trasformò l'intera industria aeronautica americana. L'Army Air Corps stava espandendosi rapidamente e nel maggio 1940 Roosevelt annunciò l'obiettivo della costruzione di 50.000 aerei all'anno. A Seattle entrarono in costruzione le fortezze volanti della Boeing e a Long Beach, a sud di Los Angels, la Douglas construì un nuovo stabilimento per la produzione di bombardieri e di caccia. Per la Lockeed, la Gran Bretagna era ora il cliente più importante. Le ordinazioni di bombardieri Hudson erano salite alla fine del 1941 a 1700 e la Lockheed dava ora lavoro a 50.000 persone, un numero superiore a quello di qualsiasi casa di costruzioni aeronautiche del mondo. Dopo l'attacco dei giapponesi a Pearl Harbor, nel dicembre del 1941, la California divenne il principale arsenale americano. La guerra del Pacifico trasformò i porti di San Francisco. Los Angeles e San Diego in basi e luoghi d'imbarco sovraffollati e i cantieri navali di Henry J. Kaiser si moltiplicano lungo la costa per sfornare in pochi giorni navi «Liberty» prodotte in massa. Le costruzioni aeronautiche divennero in pochi giorni la più grande industria singola degli Stati Uniti e la principale forza traente dell'economia della California; dalle fabbriche di aerei californiane uscivano la metà circa degli aerei prodotti dagli Stati Uniti. Le società che due anni prima erano costrette a impegnarsi con tutte le loro forze alla ricerca di ordinazioni ne erano ora inondate, e piccole società fondate subito prima dell'inizio della guerra si trasformarono ora in imprese gigantesche. La North American Aviation, fondata da «Dutch» Kindelberger nel 1935 in un piccolo capannone appena fuori Los Angeles, verso sud, era diventata sette anni dopo una fra le maggiori industrie aeronautiche. La Boeing, che nel 1939 aveva ancora un saldo passivo, divenne la più grande produttrice di bombardieri del mondo: le ordinazioni di fortezze volanti erano così grandi da poter essere evase solo da un consorzio formato dalla Boeing, dalla Lockheed e dalla Douglas. Il boom indotto dalla guerra si estese alle industrie ausiliarie diffuse, a nord e a sud, lungo la costa, e nel Mid-West e nel Sud. A St. Louis Jim McDonnell, «Mr Mac» fondò la sua società nel 1939 e la vide svilupparsi nell'arco di tre anni fino a diventare la principale industria della città. L'espansione delle industrie della difesa e delle forze armate trasformò nell'intera estensione degli Stati Uniti le strutture generali dell'occupazione. Nel 1939 le spese per la difesa ammontavano all'1,5 per cento del Prodotto Nazionale Lordo e la disoccupazione si aggirava attorno al 17 per cento: nel 1944 le spese per la difesa erano salite a toccare il 45 per cento del PNL, spese per la difesa erano salite a toccare il 4,5 per cento (6). Ma nella California, che aveva molto risentito della disoccupazione prebellica, il mutamento fu più clamoroso che altrove. A nord di Hollywood gli stabilimenti della Lockheed stavano riducendo a dimensioni trascurabili, per contrasto, gli studi cinematografici disseminati tutto attorno: nel giugno 1943 la Lockheed dava lavoro a 94.000 persone. La San Fernando Valley e Burbank pullulavano di baracche, di abitazioni erette con mezzi di fortuna, e di accampamenti per operai immigrati attratti nella zona dagli alti salari; coloro che provenivano dall'Oklahoma e dall'Arkansas, gli 'Okies' e gli 'Arkies' che erano vissuti in miseria prima della guerra, si affollarono negli stabilimenti della Lookeed assieme a massaie, ragazzi in età scolare e attori a spasso. La Lockheed non era più un'intrusa nel mondo esotico di Los Angeles bensì il centro del complesso individuale della zona" (pag 111-112) [capitolo 'La formazione di un complesso militare-industriale'] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

Read more...
 
'L'umanitarismo non è un tratto peculiare del carattere nazionale italiano' PDF Print E-mail
RODOGNO Davide, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell'Italia fascista in Europa (1940-1943). BOLLATI BORINGHIERI. TORINO. 2014 pag 586 8°  prefazione di Philippe BURRIN, ringraziamenti, introduzione, prologo, foto e illustrazioni: 'L'immagine ufficiale e la memoria fotografica: alcuni percorsi' di Adolfo MIGNEMI, note, appendice documentaria (tabelle), fonti archivistiche, fonti a stampa e bibliografia, abbreviazioni, indice nomi; Collana Nuova Cultura. Ristampa 2014, edizione originale 2003. Davide Rodogno (1972) insegna Storia internazionale al Graduate Institute of International Studies di Ginevra. Tra i suoi libri: 'Contro il massacro. Gli interventi umanitari nella politica europea' (2012). ['Italiani brava gente? Se è vero che migliaia d'ebrei furono internati e non consegnati ai tedeschi, un numero rilevante fu respinto o allontanato oltre frontiera in tutti i territori occupati. Vi fu 'brava gente' che «salvò» perseguitati ebrei e d'altre confessioni religiose e nazionalità, ma non credo sia possibile affermare che gli 'italiani' furono 'brava gente' che non consegnò gli ebrei ai tedeschi per ragioni umanitarie. Dare risalto ad atti individuali per affermare che l'umanitarismo è un tratto peculiare del carattere nazionale italiano, asserire a priori l'impossibilità dell'italiano tipo di agire volontariamente contro gli ebrei sono affermazioni gratuite, prive di fondamento scientifico. D'accordo con Liliana Picciotto Fargion, penso che per troppo tempo si sia sistematicamente esaltata l'umanità italiana per insistere sulla crudeltà tedesca. Si è parlato d'antisemitismo all'italiana, di generosità del popolo, dimenticandosi delle responsabilità degli italiani. Non è compito di questa ricerca giudicare il comportamento degli italiani in generale, né delle migliaia di soldati che vissero e agirono nei territori conquistati. Questo capitolo si è limitato ad analizzare la politica d'occupazione italiana nei confronti degli ebrei. Più esattamente ha esaminato le decisioni prese dai generali, dai politici e da Mussolini che, come abbiamo visto, anche in questo frangente detenne una posizione centrale ed essenziale. Se si volesse suffragare la tesi dell'umanitarismo della politica italiana, bisognerebbe ammettere che i politici e i militari «salvarono» gli ebrei per ordine di Mussolini. Questa ipotesi è semplicemente assurda e smentita dai documenti. Altrettanto falsa è l'idea di una cospirazione dei vertici politici e militari italiani contro Mussolini. I dieci capitoli precedenti hanno dimostrato che essi lavorarono 'towards the duce' e non contro il duce. Invece, i motivi per i quali gli italiani non consegnarono una parte degli ebrei che si trovarono nei territori occupati, sono legati al contesto dell'occupazione, a motivi di prestigio e d'autorità sulle popolazioni e sui governi occupati e alla natura della relazione con i tedeschi. Inoltre, come ha rilevato Renzo De Felice, le leggi del 1938 non determinarono la fine del consenso verso il regime. Quindi, la presunta politica umanitaria non può essere spiegata come la reazione dei soldati italiani contro il regime. La reazione alle leggi antisemite fu assai poco incisiva; lo shock iniziale dovuto alla promulgazione delle leggi risvegliò soltanto le coscienze più sensibili, determinando, tutt'al più, un distacco psicologico dal regime o un intimo malessere (116). Probabilmente, la scelta di singoli individui di aiutare i perseguitati (ebrei e non ebrei) fu motivata da questo malessere, che si accrebbe notevolmente a causa della guerra e dello sfascio progressivo del regime e delle sue istituzioni" (pag 476-477) [(116) De Felice, 'Rosso e nero', pp. 161-62] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

Read more...
 
<< Start < Prev 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Next > End >>

Results 1 - 9 of 1913
spacer.png, 0 kB

Search

spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB