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Migliaia di soldati italiani dopo l'armistizio hanno partecipato alla resistenza jugoslava PDF Print E-mail
IUSO Pasquale, Esercito, guerra e nazione. I soldati italiani tra Balcani e Mediterraneo orientale, 1940-1945. EDIESSE. ROMA. 2008 pag 309 8°  introduzione note indice nomi; Collana Storia e memoria. Pasquale Iuso è professore associato di Storia contemporanea nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università degli Studi di Teramo dove insegna Storia contemporanea e Storia delle organizzazioni politiche e della rappresentanza degli interessi. ['Sono circa 50.000 i militari italiani (22.000 nella Divisione Garibaldi, 4.000 nella Divisione Italia, migliaia sparsi in reparti jugoslavi oppure organizzati nei battaglioni lavoratori, man mano che venivano liberati dall'arretramento delle forze tedesche) (101). che partecipano alla resistenza jugoslava. Nella diaspora e nel drammatico quadro delle catture e deportazioni tedesche, si inserisce un particolare aspetto della ricomposizione della frattura provocata dall'occupazione italiana in Jugoslavia. Slovenia, Dalmazia, Croazia, Bosnia, Erzegovina, Montenegro videro partecipare migliaia di soldati ad una forma di guerra non solo nuova nelle sue caratteristiche, ma determinante da un punto di vista psicologico e motivazionale rispetto alla nazione, al fascismo ed alle forze armate. Sottrarsi alla cattura ed avviarsi verso le montagne per combattere ed entrare in contatto con coloro che, fino a qualche giorno o ora prima, erano considerati e trattati come nemici, barbari, briganti non era un passaggio facile né sotto il punto di vista materiale (con i rischi di rappresaglia che questo poteva provocare, né dal punto di vista individuale e mentale. Significava attraversare un confine, passare da una esperienza di guerra ad un'altra. Un contatto non facile che portò all'incontro con quel nemico invisibile, nascosto nella popolazione civile, così difficile da affrontare e colpire negli anni di occupazione, che adesso si svela per quello che realmente è: un esercito che lotta per la sua liberazione composto da uomini, donne, adolescenti, anziani, con una organizzazione, una disciplina ed una motivazione profonda' (pag 94-95) [1.7 'Una nuova guerra: i militari nella Resistenza jugoslava' (pag 94-100)] [(101) Sul numero di militari italiani rimasti in Jugoslavia dopo l'armistizio la cifra non può che essere orientativa. Se infatti prendiamo a riferimento la "Relazione sull'opera svolta a favore dei prigionieri italiani in Jugoslavia" (ACS, PCM, 1944-49, b. 152, fs. 10.599, sfac. 12), risulta che i militari italiani in Jugoslavia assommavano a circa 62.000. Circa 50.000 operanti nei reparti della resistenza rimpatriarono entro il 31 ottobre 1946, mentre i restanti 10.000-12.000 vennero raccolti in campo di concentramento] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
    
  

 
Gli Stati o le province cadono da soli se non possiedono pił una forza organizzata che li difenda PDF Print E-mail
HANSON Victor Davis, L'arte occidentale della guerra. Descrizione di una battaglia nella Grecia classica. ARNOLDO MONDADORI EDITORE. MILANO. 1990 pag 267 8°  introduzione di John KEEGAN. traduzione di Davide PANZIERI, bibliografia. tavola cronologica  (date di alcune importanti battaglie combattute dagli opliti greci), bibliografia, indice nomi argomenti; Collana Saggi. Victor David Hanson (1953) professore di greco e di latino all'Università di Fresno, in California, si divide tra l'insegnamento e il lavoro agricolo, che la sua famiglia pratica da cinque generazioni. ['Clausewitz pensava che l'obiettivo reale di ogni conflitto fosse acquisibile con un «colpo di maglio»: la distruzione totale delle forze armate nemiche sul campo. Ritroviamo anche qui il genio di Napoleone, il quale capì, come ammise Jomini, «che il primo mezzo per ottenere grandi risultati era di concentrarsi soprattutto sulla distruzione dell'esercito nemico, con la certezza che gli Stati o le province cadono da soli quando non possiedono più una forza organizzata che li difende» (Earle, p. 88). Proprio questo desiderio occidentale di un'unica, grandiosa collisione di fanteria, di un brutale massacro con armi bianche tra uomini liberi sul campo di battaglia, ha sbigottito e atterrito in nostri avversari del mondo non occidentale per più di duemilacinquecento anni: «Tra gli Elleni esiste l'uso della guerra. Ma per la loro stupidaggine e inettitudine la conducono nella maniera più balorda», rimarcava nel 490 Mardonio. Secondo Erodoto, Mardonio era il nipote di Dario e comandante dell'armata di Serse alla vigilia della grande invasione persiana in Europa. «Si dichiarano la guerra, e poi si scelgono il terreno migliore e più in pianura per scendervi a combattere; sicché, anche vincendo, ne riportano gravi conseguenze; per non dire vinti, che restano distrutti. Mentre dovrebbero, gente di una stessa lingua, risolvere le contese trattando con messi e con araldi, e con ogni mezzo prima di ricorrere alle armi» (7.9.2). Il resoconto di Erodoto rivela in quest'uomo meraviglia, o forse paura, nella critica al modo di combattere dei Greci e al loro desiderio di infliggere danni, quali che ne fossero i costi. Vuole forse suggerire come Mardonio ben sapesse che quegli uomini occidentali, con il loro quadrati ben ordinati, l'armamento studiato con cura e le loro esercitazioni, erano in realtà piuttosto irrazionali e quindi alquanto pericolosi. Tutti i vari contingenti del grande esercito persiano, il cui aspetto e fragore apparivano tanto minacciosi, in battaglia si comportavano in modo assai diverso e prevedibile, Secondo quanto dice Erodoto, i Persiani erano vittime della tendenza più pericolosa in guerra: il desiderio di uccidere senza però sacrificarsi' (pag 19-20); 'Tirteo, il poeta lirico del secolo VII che scrisse per gli spartani nella seconda guerra di Messenia, del campo di battaglia greco notò solamente che «non è un uomo valoroso in guerra chi non regge alla vista della strage, del sangue» (9.10.11). Si riferiva a individui che non erano certamente dei codardi ma neppure degli estremisti, bensì dilettanti coraggiosi che avevano trovato il modo di affrontare il nemico senza esitare' (pag 23)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

                                                                                                                                                                                                                                                                                                           
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Non concorde valutazione del contributo italiano nella campagna d'Africa, 1940-42 PDF Print E-mail
CEVA Lucio, Vecchio e nuovo sulla campagna d'Africa settentrionale. ESTRATTO DA 'ITALIA CONTEMPORANEA' - ISTITUTO NAZIONALE PER LA STORIA DEL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE IN ITALIA. N. 202 MARZO 1996 pag 158-163 8° (F). ['Il volume pubblicato negli Stati Uniti da Jack Greene e Alessandro Massignani sulla fase più importante della campagna nordafricana, 'Rommel's North Africa Campaign. September 1940 - November 1942 (Conshahocken, Combined Books, 1994, pp. 272, sip), va segnalato forse più per le intenzioni e le percezioni degli autori che per i risultati. (...) La valutazione del contributo italiano è fatta con intelligenza e senso della misura: alla trascuratezza o agli apprezzamenti offensivi di gran parte della pubblicistica anglosassone non si è reagito con esagerazioni in senso opposto come è avvenuto per anni in taluni scritti italiani e come accade anche ora in qualche isolato contributo "revisionistico" d'autore anglosassone. E' possibile che se - come immaginava von Thoma - i tedeschi avessero potuto impostare la campagna nell'autunno 1940 su 4 Panzerdivisionen e senza presenza italiana, i risultati sarebbero stati rapidi e definitivi. Ma poiché non fu così e dalla primavera 1941 Rommel dovette accontentarsi nei momenti migliori di due Panzerdivionen, la disprezzata fanteria italiana divenne indispensabile per difendere le posizioni irrinunciabili, per "fissare" il nemico anche senza poterlo distruggere, per sottrarre all'usura quotidiana i preziosi mezzi corazzati, per far sì che l'ostacolo passivo rappresentato dai campi minati non fosse alla mercé di sminatori indisturbati, per coprire le artiglierie e per stringere o assaltare apprestamenti avversari non attaccabili direttamente dai carri (come a Tobruk, all'Halfaya, a Bir Hacheim, a El Alamein e altrove nel 1941 e nel 1942). Nella situazione 'reale' la fanteria italiana non rappresentava quella zavorra ('ballast') logistica di cui scrisse Martin Van Creveld ('Sirte-El Alamein', in 'Supplyng War: Logistic from Wallenstein to Patton', Cambridge, University Press, 1977, pp. 181-201) e contro la quale imprecava Rommel nei momenti di rabbia. Se così fosse stato, Rommel non avrebbe protestato perché la fanteria italiana gli veniva negata in linea nei primi mesi del 1942 dopo la seconda corsa da El Agheila a Mechili, e non ne avrebbe sollecitato l'afflusso a El Alamein nel luglio 1942. Non si sarebbe curato di migliorarne l'addestramento come fece nel 1941 specialmente con la divisione 'Pavia', non avrebbe insistentemente chiesto che ne venisse migliorato l'armamento specie anticarro e neppure avrebbe cerato di salvarne più che poteva nella ritirata del 1941-42. E poiché la consistenza della Panzerdivisionen di Rommel fu quasi sempre molto al di sotto perfino dei ridotti organici tedeschi del 194, l'"Ariete" giocò una parte importante' (pag 158-159)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
'1921-22: la fiducia del militanti nell'Internazionale Comunista era allora totale e assoluta' PDF Print E-mail
PERILLO Gaetano, I comunisti e la lotta di classe in Liguria: novembre 1922 - novembre 1926. I. L'anno  1923 (con documenti). MOVIMENTO OPERAIO E SOCIALISTA - CENTRO LIGURE DI STORIA SOCIALE. GENOVA. N. 1 GENNAIO-MARZO 1971 pag 57-104 8°  note documenti. ['Disperso in gran parte il vecchio Comitato della Federazione comunista ligure, verso la metà di dicembre venne costituito un Esecutivo ristretto di tre membri (24), il cui primo atto fu quello di portare a conoscenza degli iscritti (25) la deliberazione del IV Congresso dell'Internazionale Comunista sulla questione italiana (26). Subito dopo, due dei membri dell'Esecutivo subirono da parte della polizia una perquisizione domiciliare che portò al sequestro di vario materiale, ma non ebbe altre conseguenze se non una intensificazione della vigilanza (27). Fu quindi posto mano alla riorganizzazione delle file sulla base del raggruppamento, escludendo il circondario di Spezia, col quale la ripresa dei legami organizzativi venne giudicata pericolosa per le infiltrazioni e le provocazioni fasciste e poliziesche colà rilevate. Il lavoro di riorganizzazione, avviato tra molte e gravi difficoltà, fu però presto troncato dall'ondata di arresti abbattutasi in febbraio sui comunisti. La deliberazione dell'IC sulla questione italiana fu accolta con disciplina, ma anche con molte perplessità. La scissione di Livorno era stata - come scrisse Gramsci di lì a poco - «il più grande trionfo della reazione», perché aveva rappresentato «il distacco della maggioranza del proletariato italiano dall'Internazionale Comunista»; ma, sebbene si riconoscessero gli effetti negativi della scissione minoritaria, la deliberazione di Livorno era veduta come il logico e necessario risultato della giusta battaglia combattuta in seno al PSI dai gruppi de 'Il Soviet' e de 'L'Ordine Nuovo', come «un'opera storicamente necessaria» (28). L'autocritica fatta dai socialisti per la scelta operata nel 1921 non sembrava al più una ragione valida e sufficiente per una fusione che loro appariva in netta contraddizione col significato attribuito alla scissione. Se l'unità di direzione politica della maggioranza del proletariato era un obiettivo al quale bisognava tendere con tutte le forze, essa non poteva essere, nel loro giudizio, che il risultato di un processo di maturazione e di preventiva collaborazione strettamente legato agli sviluppi della situazione. Comunque, i militanti non poterono allora soffermarsi a considerare le ragioni, evidentemente connesse col mutamento della situazione oggettiva, che avevano indotto l'Internazionale ad adottare verso il PSI un atteggiamento nettamente contrastante con quello tenuto in precedenza. A chi si stupisse che quel cambiamento non sollevasse discussioni e reazioni di qualche rilevo nella massa del partito e che il dibattito restasse chiuso nell'ambito del gruppo dirigente, basterà ricordare che, innanzi tutto, la fiducia del militanti nell'IC era allora totale e assoluta, come indiscussa era l'autorità di questa, e, in secondo luogo, che i militanti assaliti con tutti i mezzi dalla reazione, si trovavano impegnati giorno per giorno in una dura lotta per salvare quanto più possibile dell'organizzazione di partito e dell'organizzazione sindacale classista, per cui era loro impossibile affrontare altre questioni, per quanto importanti esse fossero' (pag 65-66) [(24) Benedetto Franzone (segretario), F. Naldo Arecco e Gaetano Perillo (...); (25) 'L'Ordine Nuovo' cessò di esistere dopo l'avvento del fascismo e 'Il Lavoratore' di Trieste, che subì sospensioni e sequestri, arrivava solo nei centri maggiori a pochissimi giornalai che lo vendevano nascostamente a coloro che conoscevano personalmente; nelle altre località l'arrivo del giornale era impedito dai fascisti. Di qui e dalla difficoltà di convocare rapidamente riunioni, la necessità per la Federazione di far ricorso alle circolari per comunicare con gli iscritti; (26) Un esemplare del documento - senza data, ma del mese di dicembre 1922 - trovasi in A.S.G., Prefettura, pacco 36, ed è riportato in 'Appendice', Doc. N. 2; (27) Caddero in mano alla polizia i documenti relativi alla missione svolta in Egitto da Arturo Cappa (v. nota 19), che era rientrato nascostamente a Genova. Cfr. le lettere 5 genn., 22 febbr. e 23 marzo 1923 del Questore al Prefetto di Genova (A.S.G. Prefettura, pacco 25), riprodotte in 'Appendice', Documenti N. 3,4,5; (28) Cfr. 'La formazione del gruppo dirigente' ecc., cit. (lettera 1° maggio 1923 di Togliatti a Gramsci, pag. 54). Vedasi anche Paolo Spriano, 'Storia del partito comunista italiano', Torino, Einaudi, 1967, vol. I, pp. 81-87] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
Il terrore nazista spingerą gran parte dell'opposizione a rinunciare alla lotta politica PDF Print E-mail
PAPPALETTERA Vincenzo, Nazismo e olocausto. Dalla democrazia alla dittatura. MURSIA. MILANO. 1996 pag 254 8°  premessa appendice documenti bibliografia indice nomi; Collana GUM Testimonianze. Vincenzo Pappalettera, partigiano durante l'ultima guerra; fu deportato a Mauthausen. Sopravvissuto alle atrocità del lager, ne ha lasciato una indimenticabile testimonianza in 'Tu passerai per il camino', pubblicato da Mursia. ['L'inaugurazione ufficiale di un lager'. 'Il 20 maggio 1933 il presidente della polizia di Monaco, Heinrich Himmler, convoca una conferenza stampa nel corso della quale informa che è stato aperto un lager nei pressi di Dachau, capace di ospitare 5.000 persone. Tutti i giornali tedeschi, ma anche alcuni stranieri, come l'inglese "Manchester Guardian", riportano la notizia il giorno successivo. Così i tedeschi e il mondo intero sono ufficialmente informati che cinquanta giorni dopo l'ascesa al potere dei nazisti è stato ufficialmente aperto un lager (il comunicato di Himmler è riportato in 'Appendice' come 'Documento n. 6). Dachau è il primo lager ufficiale, ma già ne funzionavano altri, messi in piedi da Gauleiter di altre regioni o dalla polizia o da ufficiali delle SS o delle SA'. 'I molti perché delle deportazioni'. 'In base alla legge sulla protezione del popolo e dello stato, chiunque può essere arrestato e deportato per ragioni di sicurezza e per un periodo illimitato; nelle carceri e nei lager, accanto ai dirigenti dei partiti marxisti, parlamentari o no, arrestati il giorno successivo all'incendio del Reichstag, genericamente e collettivamente accusati di aver tentato un colpo di stato, e ai dirigenti dei tre sindacati, ci sono anche intellettuali, pacifisti, giornalisti e magistrati che nulla hanno a che fare coi marxisti, ma che sono contrari al nazismo o sospettati di esserlo. Tra i deportati ci sono anche molte vittime di vendette personali o di ricatti dei Gauleiter, delle SS o delle SA, despoti nei loro villaggi o nei quartieri delle città; ci sono persone colpevoli di essersi presentate al lavoro ubriache, o di aver salutato un conoscente con un "Heil" non seguito da "Hitler", o di aver raccontato barzellette sul Führer o sui gerarchi nazisti alla persona sbagliata; c'è persino un iscritto al partito nazista sorpreso mentre stava leggendo un giornale clandestino comunista. Ci sono infine migliaia di persone colpevoli di aver votato "rosso", ma poiché non è possibile internare 12.000.000 di tedeschi, per la gran parte i "rossi" resteranno liberi, ma saranno oggetto della stretta sorveglianza della Gestapo e, terrorizzati dalle notizie che i nazisti lasciano filtrare sui lager perché fungano da deterrente paralizzante, rinunceranno in gran parte alla lotta politica' (pag 79-80)] [ [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

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