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1943: Togliatti si orienta via via pił decisamente in senso filo-badogliano PDF Stampa E-mail
CORTESI Luigi; CORDIOLI Luigi, Alle origini dell'Italia d'oggi. La "svolta di Salerno" (Cortesi); La "svolta" di Salerno. Freno o slancio alla rivoluzione democratica ed antifascista in Italia? Il ruolo del PCI (Cordioli). ESTRATTO DA 'STUDI E RICERCHE DI STORIA CONTEMPORANEA' - RASSEGNA DELL'ISTITUTO BERGAMASCO PER LA STORIA DEL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE. BERGAMO. N. 6 NOVEMBRE 1975 - N. 9 APRILE 1977 pag 7-40; 53-77 8° (F)  note; 'Saggi', 'Discussioni'. ['Le posizioni di Togliatti prima e dopo l'8 settembre [1943] risultano in realtà essere state antitetiche a quelle della maggior parte dei dirigenti comunisti in Italia o, quanto meno, antitetiche all'asse caratterizzante della politica del PCI nei due periodi. Là dove questa nel corso dei "quarantacinque giorni", si orientò verso la collaborazione col governo (il cosiddetto "caso Roveda" non fu propriamente né un "caso" né un semplice colpo di testa dell'ex segretario della Cdl di Torino, e giunse a contrapporre il partito alle lotte operaie di agosto e agli stessi quadri comunisti di fabbrica), il capo del PCI in esilio era stato rigidamente contrario alla politica monarco-badogliana. Secondo Togliatti il re doveva abdicare e Badoglio dimettersi, o meglio essere cacciato da una «più ostinata e più violenta» lotta popolare contro il governo; esattamente quella lotta di fronte alla quale il PCI stava facendo la parte che nel linguaggio tradizionale del movimento operaio viene assimilata a quella del pompiere. Non mancano del resto nei radiodiscorsi di Togliatti attacchi trasparenti alla politica di vertice del partito (36). Le posizioni si invertono dopo l'armistizio. Quella di Ercoli, che dal suo osservatorio sovietico privilegia la partecipazione dell'Italia - Stato e "governo legittimo" - al conflitto, si orienta via via più decisamente in senso filobadogliano, specialmente dopo il proclama antitedesco del maresciallo e la dichiarazione di guerra alla Germania. Avvenuta quest'ultima, il leader comunista chiede semplicemente che gli antifascisti pongano alcune chiare condizioni a Badoglio per la loro partecipazione al governo e, quanto al vecchio sovrano, che egli si decida finalmente a rinunciare «all'uso dei titoli di imperatore d'Etiopia e re d'Albania» per facilitare il ritorno dell'Italia «fra i popoli liberi d'Europa» (37). Solo dopo un lungo silenzio in proposito, e dichiarando che «si sarebbe anche potuto evitare di sollevare ora il problema», il 5 novembre 1943 egli aveva enunciato quattro punti per la soluzione: abdicazione; sospensione dei poteri della corona; formazione di un governo provvisorio; rinvio della questione istituzionale al dopoguerra e alla votazione di una assemblea costituente (38). Sia la non avvenuta abdicazione che la non conclusa partecipazione ministeriale - egli avvertiva tuttavia poco più tardi - non avrebbero dovuto «paralizzare la vita politica del paese» é distogliere il CNL dal «fiancheggiare l'azione del governo» (39)' [Luigi Cortesi, pag 17)] [(36) I testi delle radiotrasmissioni dei "quarantacinque giorni" sono raccolti 'ibidem' alle pp. 343-366 (P. Togliatti, Da Radio Milano-Libertà, introduzione di Gerardo Chiaromonte, Editori Riuniti, Roma, 1974) in particolare si vedano quelli del 13 agosto, pp. 355-357 (attacco chiaramente rivolto a Roveda, la cui nomina era stata annunciata tra l'8 e il 9 agosto) del 31 agosto (...) del 2 settembre (...); (37) Togliatti, op. cit., pp. 366 e sgg (...); (38) Ibidem, pp. 391-393; (39) Ibidem, pp. 402-403, trasmissione del 17 novembre] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
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Con Joseph Chamberlain inizia l'imperialismo moderno d'ispirazione economica PDF Stampa E-mail
WESSELING Henri, La spartizione dell'Africa, 1880-1914. CASA EDITRICE CORBACCIO. MILANO. 2001 pag 587 8°  prefazione introduzione note cartine foto bibliografia appendice I. Trattati e accordi importanti, appendice II. Tavola sinottica, indice nomi; traduzione di Giancarlo ERRICO. Henri  Wesseling è professore di storia contemporanea e direttore dell'Istituto di storia dell'espansione europea all'Università di Leida. Ha pubblicato libri sulla colonizzazione europea in Africa e Asia. ['Non sorprende quindi che [Joseph] Chamberlain nel 1895 scegliesse il portafoglio delle Colonie. Quello delle Colonie era un ministero poco importante e di scarso prestigio, contrariamente a quelli degli Esteri, delle Finanze o della Marina, ma a Chamberlain non interessavano onori o prestigio. «Io tenevo al potere» affermò in seguito, perentoriamente, parlando di se stesso (74). Nel 1888 aveva già scritto alla sua futura consorte che «un giorno» sarebbe diventato ministro delle Colonie, e, abituato a spuntarla sempre, sette anni più tardi lo divenne. Come leader della frazione unionista del parlamento, all'interno del gabinetto aveva un peso considerevole; insieme al premier, Salisbury, che fu anche ministro degli Esteri fino al 1900, e al nipote di questi, Balfour, presidente della Camera dei comuni, Chamberlain formò la troika che regnò sul paese per sette anni, dal 1895 al 1902. Con Chamberlain si assiste a un approccio completamente nuovo degli affari africani. Con lui fece ingresso l'imperialismo moderno d'ispirazione economica. La parola d'ordine di Chamberlain era «sviluppo». Non credeva nella politica dell'imperialismo - 'laissez-faire', né per l'Inghilterra né per l'Africa. L'imperialismo per Chamberlain era un prolungamento del radicalismo. La riforma sociale in Inghilterra doveva trovare continuità nella politica di sviluppo economico nel contesto dell'impero, in cui lo stato doveva svolgere un ruolo attivo. Ritroviamo quindi in Chamberlain, con quasi vent'anni di ritardo, le idee di Freycinet e Jauréguiberry' (pag 293) [(74) Garvin, Chamberlain, II, 349] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
Italia e Francia dopo la breccia di Porta Pia PDF Stampa E-mail
BONOMI Ivanoe, La politica italiana da Porta Pia a Vittorio Veneto 1870 - 1918. EINAUDI. TORINO. 1946 pag 471 8°  nota editoriale alla terza edizione prefazione note bibliografia, Elenco cronologico dei trenta ministeri (1870-1922, Elenco alfabetico dei venti capi di governo (1870-1922); indice nomi; Collana Biblioteca di cultura storica. Ivanoe Bonomi nacque a Mantova nel 1873. Eletto deputato nel 1909, fu espulso con Bissolati dal partito socialista nel 1912 e diede vita alla nuova formazione socialista riformista. Fu ministro dei lavori pubblici nel ministero Boselli (1916-17) e nel secondo gabinetto Orlando, ministro della guerra con Nitti (1920) e con Giolitti (1920-21). Presidente del Consiglio nel 1921, restò in carica un anno. Nel 1924 si ritirò dalla vita politica dedicandosi agli studi storici. Ricomparve nel 1942 come attivo coordinatore del movimento antifascista, e il 9 giugno 1944 fu eletto capo del governo. Morì nel 1951. Ha scritto e pubblicato 'Dieci anni di politica italiana' (1924), 'Dal socialismo al fascismo', 'L. Bissolati e il movimento socialista in Italia', Diario di un anno (2 giugno 1943 - 10 giugno 1944)' e 'La politica italiana dopo Vittorio Veneto'. [I rapporti bilaterali Italia Francia dopo il 20 settembre 1870. 'I cattolici di tutto il mondo, consigliati e ispirati dalla Curia romana, avevano fatto insistenze sui loro governi perché intervenissero nelle cose italiane in difesa del Papa. Ma i governi, con maggior senso di responsabilità, aveva dovuto riconoscere che non vi era bisogno di difesa alcuna, perché la legge, che l'Italia si era spontaneamente data, garantiva efficacemente la libertà della Chiesa e del suo capo. Più tarda a riconoscere questa verità fu sempre la Francia, non tanto perché il presidente Thiers e il ministro Favre non riconoscessero nell'avvenimento del Venti Settembre il logico e fatale sbocco della rivoluzione italiana, a cui l'impero francese aveva dato l'avvio, ma perché le correnti clericaleggianti della Francia erano potentissime nell'assemblea nazionale e occorreva, per ragioni parlamentari, parzialmente assecondarle. Così, subito dopo l'entrata dell'Italia a Roma, la Francia aveva mandato una sua nave a Civitavecchia, l'Orénoque, perché rimanesse a disposizione del Papa qualora questi deliberasse di lasciare il Vaticano e di esulare altrove. Ma di fronte alle pressioni clericali per un intervento più aperto e più efficace, il Favre lasciò il potere e il Thiers rispose con l'accorgimento di un uomo di stato preoccupato di non guastare i rapporti tra la nuova Francia repubblicana e il giovane regno d'Italia. Anche quando venne innalzato alla presidenza della repubblica un uomo caro alle Destre, il Maresciallo Mac-Mahon, la questione papale non assunse mai carattere minaccioso. Le imprudenti promesse che il conte di Chambord offrì alla parte clericale nell'eventualità ch'egli fosse diventato re di Francia, caddero pietosamente insieme al suo infelice tentativo. Più tardi i rapporti ufficiali fra i due paesi migliorarono di tanto di quanto le proteste papali, ripetute in ogni occasione come un ritornello senz'anima, perdettero ogni efficacia di persuasione. Così, nell'ottobre del 1874, l'Orénoque, il battello fantasma che avrebbe dovuto condurre il Papa in esilio, salpò vuoto e solo, per i lidi francesi' (pag 19)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Gramsci, Sraffa, Keynes e la crisi del 1929 PDF Stampa E-mail
FAUSTI Luciano, Intelletti in dialogo. Antonio Gramsci e Piero Sraffa. FONDAZIONE GUIDO PICCINI - LA PICCOLA EDITRICE. CELLENO, VT. 1998 pag 211 8°  premessa note indice nomi; Collana Sfide. Luciano Fausti, nato nel 1949, insegna filosofia e storia nelle scuole superiori. Fa parte, dal 1975, della Fondazione Clementina Calzari Trebeschi di Brescia e collabora alle attività della Fondazione Guido Piccini per i Diritti dell'Uomo. Ha pubblicato su varie riviste e quotidiani. Nel 1986 ha curato e introdotto il volume AaVv, 'Rileggere Marx. Esame delle opere principali', edito dalla Fondazione C.C. Trebeschi. [Keynes e la crisi del '29. 'Sulle cause della grande crisi e sui suoi possibili rimedi Sraffa invia a Gramsci un documento fondamentale, il rapporto del Committee of Inquiry of Finance and Industry, detta Commissione Macmillan dal nome del suo presidente, istituita dal governo lavurista nel novembre del '29 e durata fino al 1931, della quale, tra gli altri economisti di valore, fa arte il Keynes (1). L'originalità del documento è costituita dalla applicazione in vivo della teoria keynesiana. Il rapporto, scrive Sraffa, "è stato in gran parte scritto, e in tutto ispirato, dal Keynes" (2). Come è noto, Sraffa, pur perseguendo una ricerca teorica autonoma, ha intrattenuto u interscambio culturale continuo con Keynes: dalla cura, nel '25, dell'edizione italiana del 'Tract on Monetary Reform' di Keynes (3), alla collaborazione critica nella gestazione de 'Trattato sulla moneta' di Keynes nel '30 (4), alla polemica con Hayek nel '32 a fianco di Keynes (5), alla discussione della 'Teoria generale' di Keynes nel '36 (6), fino alla scoperta e alla cura comune di uno scritto di Hume nel '38 (7). Dallo scambio culturale continuo, come ha mostrato Roncaglia in polemica con Skidelsky, hanno mutuato vantaggi teorici entrambi gli economisti (8). Nel periodo in cui stende la lettera a Gramsci, Sraffa ha concluso da pochi mesi l'esperienza del "Cambridge Circus": il gruppo, composto da alcuni dei migliori giovani economisti (Richard Kahn, Robert Meade e Joan Robinson), si proponeva di discutere il trattato e le idee successive di Keynes. Piero conosce l'opera dell'amico "ab imis fundamentis"; eppure  non si conosce un suo scritto pubblico sull'argomento. La lettera a Gramsci è importante anche perché espone, nello stile sintetico consueto, il punto di vista di Sraffa, sul "Rapporto" e più in generale sul pensiero keynesiano. Il rapporto, scrive Piero, "contiene un'analisi che getta molta luce sulle cause dell'attuale crisi finanziaria dell'Inghilterra: inoltre contiene una esposizione di parte della teoria delle crisi e della moneta che Keynes aveva proposto, in linguaggio molto astruso e confuso, nel suo recente 'Trattato sulla moneta' (1930). Questa teoria attribuisce le crisi a un eccesso dei 'risparmi', nel senso del denaro 'messo da parte' dai risparmiatori, sugli 'investimenti' nel senso di nuove costruzioni, ecc.,: con il  risultato che il denaro disponibile per acquistare i prodotti correnti è insufficiente a coprire il loro costo di produzione. Come vedete, c'è molto di vecchio e qualcosa di nuovo. Ma il Keynes, che ha fatto senza volerlo una critica della economia liberale e capitalistica, conclude con una apologia, dell'imprenditore capitalista e con la ricerca di "rimedi" (9). Il tono utilizzato da Piero nella lettera autorizza a pensare che Gramsci avesse già qualche conoscenza del pensiero di Keynes. (...) In polemica con Luigi Einaudi, [Gramsci] considera la crisi degli anni trenta, "per la sua ampiezza e profondità", una "crisi organica" e non congiunturale (16); criticando Pasquale Jannaccone, scrive che le cause della crisi non sono morali, né politiche, "ma economico-sociali" (17). Contro quegli osservatori che ravvisano "erroneamente e tendenziosamente" nel crack della borsa di New York l'origine della crisi, egli afferma che "gli eventi dell'autunno 1929 in America sono "una delle clamorose manifestazioni dello svolgimento" della crisi, ma che la genesi del fenomeno va ricercata più lontano, nel dopoguerra e oltre (18): nella drammatica incapacità delle vecchie classi dirigenti nazionali ad affrontare il formarsi di un sistema economico unitario su scala mondiale e a governare la sovrappopolazione legata al nuovo industrialismo tecnologico (19). La sua riflessione è attenda al diverso sviluppo industriale in atto fra le nazioni e alle risposte avviate dalle politiche economiche di diversi paesi (20). Egli sottolinea la funzione decisiva che lo Stato sta assumendo come strumento di coercizione, ma coglie anche il ruolo che può assumere come strumento progressivo dello sviluppo (21)' (pag 79-81)] [(1) I principali componenti della Commissione, presieduta da Lord Harold Macmillan, sono, oltre a Keynes, Reginald McKenna, Theodor E. Gregory, R. H. Brand e Ernest Bevin. (...); (2) Si veda la lettera di Sraffa a Tania del 9 settembre del 1931, in P. Sraffa, 'Lettere a Tania...', p. 34. Nella lettera del 12 sett. Tania trascrive il brano di Sraffa per Gramsci: cfr. A. Gramsci, T. Schucht, 'Lettere 1926-1935', pp. 789-799; (3) J.M. Keynes, 'La riforma monetaria', trad. it. di P. Sraffa, Milano, Treves, 1925; (4) Nella preparazione della sua opera, Keynes fa leggere gli abbozzi a Piero, che formula le sue critiche (...); (5) In polemica con Friedrich August von Hayek, Keynes chiede a Sraffa una recensione critica sul libro 'Prices and Production' di Hayek (1931) (...); (6) Dopo aver rivisto con Sraffa una prima versione della 'Teoria generale', Keynes, il 3 dicembre '33, scrive alla moglie: "Piero naturalmente ha tirato fuori estenuanti difficoltà, ma, per fortuna, niente di grave". (...); (7) Gli impegni più importanti non trattengono Piero dall'assecondare le sue curiosità erudite: frequentatore, con Keynes, di antiquari e collezionista di libri rari, con una predilezione per le opere filosofiche ed economico del XVIII secolo, insieme si occupa di un esemplare assai raro di un pamphlet anonimo sul 'Treatise of Human Nature' di Hume pubblicato nel 1740 e attribuito al giovane Adam Smith: i due amici lo riconoscono come scritto dallo stesso Hume e lo pubblicano con una introduzione comune (...); (8) Si veda A. Roncaglia, "Sraffa: dalla critica a Marshall alla riabilitazione dell'economia politica classica", pp. 13-17; (9) P. Sraffa, 'Lettere a Tania'..., p. 34; (10) L'ipotesi di un probabile confronto fra Piero e Antonio sul libro di Keynes nel corso degli incontri a Roma prima del carcere, di cui si è già parlato, mi viene suggerita da Alessandro Roncaglia; (11) J.M. Keynes, 'La réforme monétaire', Paris, Simon Kra, 1924. Gramsci ha modo di leggere una recensione molto critica di Luigi Einaudi al libro di Keynes 'Essays in Persuasion' nell'articolo "La crisi è finita?', La Riforma sociale, gennaio-febbraio 1932 pp. 76-78; (12) Si vedano, ad esempio, i 'Quaderni del carcere' pp. 1756-1758, 2143. Tali riferimenti sono colti da N. Badaloni nella "Prefazione" alle 'Nuove lettere di Antonio Gramsci...", pp. 19-21; (13) Oltre al 'Rapporto', possiede le annate di 'Riforma sociale', della 'Rivista di politica economica', il numero della rivista 'Economia'  dedicato nel '31 alla crisi mondiale, le 'Prospettive economiche' preparate dal Mortara, la collezione 'Movimento economico dell'Italia - Raccolta di notizie statistiche', per l'anno 1929, 1930, 1931, 1932, edita dalla Banca Commerciale italiana (Milano), l'Annuaire statistique international', 1929 a cura della Società delle Nazioni (Genève, 1930), l'opera di Andre Siegfrid, 'La crise britannique au XXe siècle', A Colin, 1931, Alberto De Stefani, 'La deflazione finanziaria nel mondo', Milano, Treves, 1931, Henri Ford, 'Perché questa crisi mondiale?', Milano, Bompiani, 1931, le raccolte antologiche 'La crisi del capitalismo ' e 'L'economia programmatica', Firenze, Sansoni, 1933; (14) Jean Pierre Potier, 'La rise des années Trente vue par Antonio Gramsci', in 'Modernité de Gramsci', Actes du colloque franco-italien de Besançon, 23-25 novembre 1989, a cura di André Tosel, Paris, Le Belles Lettre, 1992, pp. 109-122. Per una analisi più ampia si rimanda a questo intervento]; (15) Cfr. G. Agnelli - L. Einaudi, "La crisi e le ore di lavoro", 'La Riforma sociale', gennaio-febbraio 1933 (anno XL, n.1), pp. 1-20. Per le riflessioni critiche di Gramsci si vedano i 'Quaderni', pp 1347-1349; (16) Cfr. A. Gramsci, 'Quaderni', pp. 1077-1078. Cfr. Luigi Einaudi, "La crisi è finita?" e "Della non novità della crisi presente", 'La Riforma sociale', gennaio-febbraio 1932 (anno XXXIX, n. 1), pp. 73-79 e 79-83; (17) A. Gramsci, 'Quaderni', pp. 792-793. Cfr. Pasquale Iannaccone, "Sulla depressione economica mondiale", 'Economia', marzo 1931 (anno IX, n.3), pp. 297-306. L'articolo è la risposta a un questionario pubblicato alle pp. 261-262. Le risposte di numerosi economisti sono seguite da un commento di Gino Arias, "La crisi e i giudizi degli economisti", pp. 315-335; (18) A. Gramsci, 'Quaderni del carcere', pp. 1755-56; (19) Cfr. Marcello Montanari, 'Introduzione', in A. Gramsci, 'Pensare la democrazia. Antologia dai 'Quaderni del carcere', pp. XIII-XVIII; (20) Per una esposizione più ampia si veda J.F. Potier, 'La crise des années Trente vue par Antonio Gramsci', pp. 118-123; (21) A. Gramsci, 'Quaderni', pp. 2175-2177. Su questo aspetto si veda Luigi Cavallaro, 'L'economia politica di Gramsci', Critica marxista, 4, luglio-agosto 1997, pp. 63-64 e 67-69] [note a pag 153-154] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
 
La finanza emerge come uno degli strumenti pił importanti della competizione tra gruppi differenti PDF Stampa E-mail
BRIOSCHI Francesco BUZZACCHI Luigi COLOMBO Massimo G., Gruppi di imprese e mercato finanziario. La struttura di potere nell'industria italiana. NIS - LA NUOVA ITALIA SCIENTIFICA. ROMA. 1990 pag 204 8°  prefazione introduzione note appendici tabelle grafici bibliografia; Collana Studi superiori NIS, Economia. ["Gli dei, infatti, secondo il concetto che ne abbiamo, e gli uomini, come chiaramente si vede, tendono sempre, per necessità di natura, a dominare ovunque prevalgano per forze. Questa legge non l'abbiamo istituita noi e non siamo nemmeno stati i primi ad applicarla; così, come l'abbiamo ricevuta e come la lasceremo ai tempi futuri e per sempre, ce ne serviamo, convinti che anche voi, come gli altri, se aveste la nostra potenza, fareste altrettanto" [Tucidide, 'La guerra del Peloponneso', libro V, discorso degli Ateniesi ai Meli]; "La questione, infatti, se abbiamo un po' di senno, non deve riguardare se quelli hanno mancato, ma come possiamo prendere una decisione che sia saggia per noi. Poiché, anche se dimostrassi che essi sono in grave colpa, non per questo consiglierei che si debbano distruggere, se ciò non fosse utile; e se poi dovesse risultare che hanno anche qualche attenuante, non direi di lasciarli in pace, se alla città non sembrasse cosa ben fatta. Ma io sono del parere che ora stiamo prendendo una decisione più per il futuro che per il presente" [Tucidide, 'La guerra del Peloponneso', libro III, discorso di Diodoto ali Ateniesi sulla ribellione di Mitilene] [pag 13, introduzione]; 'Qualche serio dubbio sull'efficienza del sistema dei gruppi, sia in generale che con riferimento al caso italiano, sembra lecito in una prospettiva di più lungo periodo. La forma di gruppo consente e favorisce infatti il mantenimento di uno stesso nucleo familiare alla testa di un'impresa per più generazioni. D'altro canto, come faceva notare il grande storico belga Pirenne, in tutta la lunga storia del capitalismo, anche nell'epoca preindustriale, le dinastie capitalistiche sono sempre durate poco: due o tre generazioni al massimo. Il blocco nel meccanismo di ricambio intergenerazionale dei capitalisti può certamente portare a consistenti inefficienze, le quali, a causa della disattivazione del tradizionale meccanismo di controllo costituito dal mercato del 'corporate control' e dalla presenza, documentata nel corso del lavoro, di una fitta rete di alleanze fra gruppi diverse, possono perdurare molto più a lungo che in altri sistemi, con conseguenze assai più gravi e radicali. Ma è sul versante dell'equità che il sistema dei gruppi suscita le riserve più forti. Tale sistema istituzionalizza infatti la partizione descritta da Hilferding tra capitalisti che contano e capitalisti che non contano. La posizione del piccola azionista nei gruppi è ben più fragile di quella del piccolo azionista nelle 'public companies' di stampo anglosassone. Entrambi non partecipano alla gestione dell'impresa. Tuttavia, il secondo ha la possibilità reale, anche se indiretta, di entrare a far parte della maggioranza, ad esempio vendendo le proprie azioni a un gruppo che, attraverso una scalata ostile, tenti di modificare l'assetto di controllo dell'impresa. Tale possibilità è invece inibita al primo, il quale, stante la diversa struttura proprietaria delle varie imprese che compongono un gruppo, è inoltre scarsamente protetto, in assenza di un'adeguata legislazione (come è il caso del nostro Paese), in eventuali conflitti di interesse con l'azionista di controllo e soggetto a comportamenti opportunistici da parte di quest'ultimo. Il controllo di attività sempre più grandi emerge in modo chiarissimo, dall'esame delle vicende dei gruppi industriali italiani nel decennio degli anni Ottanta, come l'obiettivo dominante dei gruppi stessi. La tematica del potere risulta quindi essere centrale per la comprensione dei relativi comportamenti e la finanza, anziché velo delle attività reali secondo la concezione neoclassica, emerge come uno degli strumenti più importanti della competizione tra gruppi differenti oltre che naturalmente della raccolta di capitale di rischio e quindi del coinvolgimento degli azionisti minori nella struttura proprietarie dei gruppi' [pag 16-17, introduzione] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

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