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Ceti medi e fascismo. Gli intellettuali e i ceti medi del 1919 non erano più quelli del 1914 PDF Stampa E-mail
GERMINARIO Francesco, Fascismo 1919. Mito politico e nazionalizzazione delle masse. BFS EDIZIONI. PISA. 2011 pag 204 8°  introduzione note indice nomi; Collana Cultura storica. Francesco Germinario collabora con la Fondazione L. Micheletti di Brescia. Ha pubblicato volumi sull'antisemitismo, il pensiero politico di Georges Sorel, la cultura di destra nel Novecento. Con la BFS edizioni: 'Estranei alla democrazia. Negazionismo e antisemitismo nella destra radicale italiana' (2001). ["Si è già accennato alla crisi dei ceti medi in età giolittiana quale angolo d'osservazione da cui leggere l'atteggiamento antisistemico del ceto degli intellettuali e la crisi della tradizione culturale che questo ceto esprimeva. Ora è il caso di chiedersi se ci sia un rapporto fra la crisi dei ceti medi in età giolittiana e quella dell'immediato dopoguerra" (pag 111); "Mobilitati nel corso di un conflitto che rivelava gli aspetti brutali e violenti della vita e della Storia - una visione che decretava la crisi della loro 'Bildung' politico-culturale -, i ceti medi erano ritornati dalla guerra del tutto trasformati. La cultura della "brutalizzazione della vita", assimilata nell'esperienza della guerra, aveva emancipato questi ceti dall'irenismo e dal momento della mediazione politica, tipici della cultura borghese in cui si erano precedentemente formati, rendendoli autonomi dallo Stato liberale e dalla classe dirigente nazionale. Questi ceti, nel corso della guerra, avevano acquisito valori forti, per tradizione e per cultura ad essi estranei (virilismo, cameratismo, esercizio ripetuto della violenza, senso della disciplina, ecc.). Almeno sotto l'aspetto culturale e mentale, erano ben lontani dall'essere ceti sulla via della disintegrazione e della crisi: disintegrati, nell'esperienza delle trincee, erano stati i valori borghesi classici, in cui da sempre si erano identificati anche i ceti medi; epperò, si trattava di valori subito sostituiti da altri. Gli intellettuali e i ceti medi del 1919 non erano più quelli del 1914 per due motivi: sul piano strettamente esistenziale, avevano esperito il clima della violenza che essi - ferma restando la possibilità di estendere questa pratica anche sul piano della lotta politica, con la conseguente denazionalizzazione-criminalizzazione dell'avversario, ecc. - avevano visto quale conferma decisiva della crisi delle ideologie ottimistiche e razionaliste. Se la vicenda della guerra non dimostrava la visione mitica della politica, dimostrava quantomeno che la Ragione e il Progresso non erano certo immanenti alla Storia e che non governavano il mondo. Inoltre, la loro mobilitazione (in senso politico) in guerra aveva valorizzato ed esaltato un attivismo che risultava certo mortificato al momento della smobilitazione (in senso bellico) alla fine del conflitto, frustrando quell'autonomia politico-culturale che aveva caratterizzato l'equivoco vincolo di fedeltà stipulato con lo Stato liberale nel corso della guerra. Lo Stato liberale domandava che questa smobilitazione, da bellica, si facesse anche politica, mortificando il protagonismo che tali ceti avevano conseguito nell'esercizio ripetuto della violenza. Per dire meglio, questi ceti medi risultavano "emergenti" per almeno due motivi. In prima istanza, avevano assimilato una cultura e una visione della vita che manteneva ormai scarsi rapporti con la precedente cultura borghese; infine, si trovavano nella condizione di tradurre questa nuova visione della vita sul mercato politico del dopoguerra, 'superando le precedenti mediazioni e deleghe politiche'. E proprio la formazione di nuovi valori che borghesi non erano più autorizzava il rifiuto di questi ceti medi a perpetuare il loro consenso politico e culturale alle élite politiche tradizionali, così come si era verificato nella fase precedente della storia d'Italia. Non tanto a ceti medi frustrati e in crisi si rivolgeva, dunque, il fascismo diciannovista (per non dire di quello degli anni successivi); bensì a ceti usciti rafforzati e autonomizzati dall'esperienza della guerra, perché avevano maturato una nuova visione della vita e della politica, indisponibile alle deleghe politiche precedenti" (pag 115-116)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
La 'Quadruplice alleanza' doveva portare alla nascita di un blocco geopolitico, una 'Welt Koalition" PDF Stampa E-mail
DI-RIENZO Eugenio GIN Emilio, Le potenze dell'asse e l'Unione Sovietica, 1939-1945. RUBBETTINO. SOVERIA MANNELLI. 2013 pag 414 8°  introduzione note indice nomi; Collana Saggi. Storiografia. Eugenio Di Rienzo, direttore di 'Nuova Rivista Storica', insegna Storia Moderna presso l'Università di Roma La Sapienza. Tra i suoi lavori più recenti ricordiamo: 'La storia e l'azione. Vita politica di Gioacchino Volpe', 2008; 'Napoleone III', 2010, 'Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee, 1830-1861', 2012. Emilio Gin è ricercatore di Storia Contemporanea presso l'Università degli Studi di Salerno. Tra le sue opere ricordiamo 'Santa Fede e congiura anti-repubblicana', 1999; 'Sanfedisti, carbonari, magistrati del re. Il Regno delle Due Sicilie tra Restaurazione e Rivoluzione', 2003; 'L'ora segnata dal destino. Gli Alleati e Mussolini da Monaco all'intervento (settembre 1938 - giugno 1940)', 2012. ['Il 27 luglio, queste favorevoli premesse consentivano al Commissario del Popolo per il Commercio interno ed estero, Anastas Ivanivc Mikoyan, di alzare la posta del gioco e di comunicare a Rosso che «per dare agli scambi italo-sovietici tutta la desiderata ampiezza, occorreva un chiarimento "completo" delle relazioni tra i due paesi e un "accordo politico" come era avvenuto fra URSS e Germania» (203). Questa mossa sembrava preparare il terreno al colloquio fiorentino del 28 ottobre 1940, durante il quale il 'Führer' informava Mussolini del suo piano tendente a «indirizzare il dinamismo sovietico verso le Indie, per ridimensionare le pretese nei confronti di Finlandia e Romania», in modo da completare il riavvicinamento della Russia all'Asse e ai suoi potenziali alleati con l'obiettivo di costituire un blocco anti-occidentale esteso anche all'Impero nipponico e alla Spagna. Il progetto di una «Coalizione planetaria», destinata a distruggere  il predominio anglo-sassone, incontrava il pieno gradimento del Duce, il quale si dichiarava favorevole all'ipotesi, suggeritagli da Ribbentrop, di un formale protocollo d'intesa che doveva essere sottoscritto in un prossimo futuro tra Molotov e i Ministri degli Esteri della Germania, dell'Italia, del Giappone (204). Eurasia versus Oceania. La possibilità di realizzare questo grandioso disegno strategico faceva un importante passo avanti, il 15 novembre del 1940, quando Molotov di ritorno dalla capitale tedesca persuadeva Stalin della convenienza di far aderire l'URSS, come «Potenza non belligerante», a uno strettissimo accordo di collaborazione politica e di assistenza economico-militare con gli Stati aderenti al Patto Tripartito. Accordo che era stato abbozzato nelle grandi linee durante il recente 'meeting' berlinese (205), a conclusione di lunghe e complesse trattative iniziate il 25 settembre (206). Il 12 novembre, Ribbentrop aveva, infatti, comunicato a Molotov che, se Mosca avesse siglato una «dichiarazione di solidarietà con le Potenze dell'Asse», si sarebbero potute stabilire definitivamente le rispettive sfere d'influenza delle nazioni firmatarie dell'intesa. Il Giappone doveva espandersi verso l'Estremo Oriente, l'Italia verso il Mediterraneo e l'Africa settentrionale, la Germania verso quella centrale. Alla Russia erano garantite una sostanziale revisione della Convenzione di Montreux del 20 luglio 1936, per quello che riguardava il libero transito del proprio naviglio militare attraverso i Dardanelli, il Mar di Marmora e il Bosforo (207), e la possibilità di proiettarsi, senza intralci, in direzione del Mar Rosso, del Golfo Persico, del Mar Arabico fino al Golfo del Bengala (208). Nel corso dei colloqui, Hitler puntualizzava che il 'Reich' non nutriva alcuna ambizione territoriale sui territori russi, né sulla Turchia, né sulla Grecia, né sui Balcani, né sul Baltico, nei riguardi del quale «i suoi interessi erano puramente economici e diretti a prevenire un intervento britannico». Per quello che riguardava la Finlandia, il Führer approvava l'intenzione di Mosca di restringere i suoi recenti acquisti territoriali del marzo 1940 e quindi di ripresentare i termini della convenzione proposta a Helsinki nell'autunno del 1939, garantendo a Molotov che la nazione finnica sarebbe dovuta rientrare, in ogni caso, nell'«area di egemonia sovietica». La Romania, infine, dopo essere stata mutilata della Bessarabia e della Bucovina settentrionale, a favore dell'URSS, il 3 luglio 1940 (209), doveva usufruire della garanzia militare dell'Asse fino al termine del conflitto, mentre si escludeva la possibilità che la Russia potesse stabilire un protettorato sulla Bulgaria, in considerazione del fatto che le sue prerogative sul Mar Nero sarebbero state sufficientemente tutelate dal futuro controllo degli Stretti (210). Nella giornata successiva, Ribbentrop aggiungeva che quello che più premeva alla Germania era di «favorire tutte le possibili aspirazioni russe in direzione dell'India», in modo da colpire al cuore la potenza economica dell'Impero inglese (211). La «Quadruplice alleanza» avrebbe dovuto portare, infatti, alla creazione di un blocco geopolitico, capace di abbracciare l'Europa, l'Asia, l'Africa, dall'Atlantico al Pacifico, all'Oceano Indiano. Sarebbe così nata una 'Welt Koalition' invulnerabile sul piano militare, della quale persino il massimo sforzo della Gran Bretagna, con tutti i suoi 'Dominions', e degli Stati Uniti, con i Paesi dell'America Latina, non avrebbe potuto bilanciare la potenza. La Russia e il 'Reich', aveva comunicato Ribbentrop a Molotov, già nell'agosto del 1939, riportando testualmente una dichiarazione di Hitler, dovevano, infatti, prepararsi per tempo a porre le basi di «una difesa emisferica contro l'aggressione americana che si sarebbe sicuramente concretizzata tra il 1970 e il 1980 (212). (...)" (pag 126-130) [(203) M. Toscano, 'Una mancata intesa italo-sovietica nel 1940 e 1941', cit., pp: 50-51; (204) Ivi, p. 71. Durante l'abboccamento, Hitler aveva però aggiunto che, mentre l'alleanza tra Germania e Italia era iscritta nell'ordine delle cose, quella con la Russia doveva restare confinata tra le necessità di ordine meramente strategico; (205) V. Volkov, 'Quando Stalin voleva allearsi con Hitler. Le trattative fra Urss e Terzo Reich nel 1940', in "Ventunesimo Secolo", 2, 2003, 3. pp. 9-33; (206) 'Nazi-Soviet Relations. Documents from the Archives of the German Foreign Office', cit., pp. 195 ss; (207) La Convenzione di Montreux, firmata da Turchia, Grecia, Romania, Francia, Gran Bretagna, fu poi sottoscritta anche dall'Italia, il 2 maggio 1938. (...); (208) 'Captured German Documents throwing light on German-Soviet Relations', cit., p. 12; (209) G. Caroli, 'La Romania nella politica estera italiana, 1919-1965', cit., pp: 274 ss. (...); (210) 'Captured German Documents throwing light on German-Soviet Relations', cit., pp. 13-14; (211) Ivi, p. 15; (212) Ivi, p. 3. Sulla determinazione di Hitler di evitare uno scontro prematuro con gli USA, prima della conclusione dell'alleanza nazi-bolscevica, si veda S. Friedländer, 'Prelude to Downfall: Hitler and the United States, 1939-1941, Paragon House, London, New York, 1967] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
'L'insigne economista Maffeo Pantaleoni si pronunciò a favore di un intervento italiano in guerra' PDF Stampa E-mail
ROCCUCCI Adriano, Roma, capitale del nazionalismo (1908-1923). ARCHIVIO GUIDO IZZI. ROMA. 2001 pag 577 8°  introduzione abbreviazioni note indice della Associazioni e dei partiti; indice dei giornali e delle riviste; indice dei nomi; Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Biblioteca scientifica. ['Le prime reazioni dei nazionalisti alla crisi innescata dall'attentato di Sarajevo, come è noto, furono all'insegna dei richiami ad onorare gli impegni della Triplice. Il 28 luglio si svolse una riunione del gruppo romano, cui presero parte come relatori Federzoni, Forges Davanzati e Maffeo Pantaleoni (1). Risultò chiaro dagli interventi che i nazionalisti intendevano impegnarsi affinché l'Italia non rimanesse fuori dal conflitto. Erano, però, intenzionati a distinguere la loro posizione da quella dei democratici. Federzoni, da una parte, criticò, infatti, l'adozione dell'«astratto principio di nazionalità» come metro di giudizio della situazione internazionale; Forges, dall'altra, dichiarò che il «sentimentalismo austrofobo» era il pericolo maggiore del momento. Pantaleoni, da poco iscritto all'ANI dopo avere abbandonato posizioni piuttosto critiche nei confronti del nazionalismo, pronunciò un discorso che suscitò l'entusiasmo dell'assemblea. Egli criticò il neutralismo dei socialisti e l'antimilitarismo delle forze democratiche, che accusò di essere colpevoli della impreparazione militare dell'Italia. L'insigne economista si pronunciò risolutamente in favore di un intervento italiano in guerra e, sebbene affermasse che fosse compito del governo prendere la decisione più opportuna, dichiarò che era necessario tenere fede agli impegni presi, tanto più che gli interessi mediterranei italiani non erano ostacolati da Germania o Austria, ma da altre potenze (2). Si trattava di una posizione in sintonia con il filotriplicismo dell'ANI. Si deve considerare, però, che il criterio ispiratore della politica estera dei nazionalisti era quello di favorire in ogni modo l'espansione del paese, nel quadro di una concezione imperialista delle relazioni internazionali. Le alleanze erano quindi funzionali all'obiettivo espansionista che si voleva raggiungere. Un tale presupposto permise ai nazionalisti di mutare radicalmente l'orientamento delle loro richieste. Il 6 agosto Forges dichiarò sull''Idea Nazionale' la fine della Triplice e la necessità della guerra all'Austria. Gli interessi italiani avevano, secondo il dirigente nazionalista, due direttive di espansione, una adriatica e l'altra mediterranea. La mutata situazione internazionale metteva in pericolo soprattutto le prospettive di espansione adriatica  e quindi era necessario schierarsi sul quel fronte contro la monarchia asburgica (3)' (pag 181-182) [(1) Si veda 'L'ordine del giorno della giunta esecutiva', in 'L'idea Nazionale', 31 luglio 1914; (2) Si veda R. Molinelli, 'I nazionalisti italiani e l'intervento, cit., pp. 31-34. Si vedano anche F. Gaeta, 'Il nazionalismo italiano, cit., p. 173; G. Volpe, 'Il popolo italiano tra la pace e la guerra (1914-1915)', Roma, Bonacci, 1992 (...); (3) Si veda F. Gaeta, 'Il nazionalismo italiano, cit., pp. 174-175] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 

  

 
1944: tentativo di trasmissione indolore del potere, da parte di ambienti della RSI ai socialisti PDF Stampa E-mail
FABEI Stefano, I neri e i rossi. Tentativi di conciliazione tra fascisti e socialisti nella Repubblica di Mussolini. MURSIA. MILANO. 2011 pag XX 460 8°  prefazione di Giuseppe PARLATO, introduzione appendice documenti note ringraziamenti bibliografia indice nomi; Collana Testimonianze fra cronaca e storia, 1939-1945: Seconda guerra mondiale. Giuseppe Parlato, nato a Milano nel 1952, è professore ordinario di Storia contemporanea all'Università Luspio di Roma e presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. Fra le sue ultime pubblicazioni: 'La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato' (Mulino, 2008); 'Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia (1943-1948)' (Mulino, 2006); 'Mezzo secolo di Fiume. Economia e società a Fiume nella prima metà del Novecento' (Cantagalli, 2009). Stefano Fabei, nato a Passignano sul Trasimeno nel 1960, laureato in Lettere moderne, insegna a Perugia. Suoi saggi sono apparsi su 'Studi Piacentini' e 'Treccani Scuola'. Collabora a 'I sentieri della ricerca', 'Eurasia' e 'Nuova Storia contemporanea'. Ha al suo attivo varie opere tra le quali 'I cetnici nella Seconda guerra mondiale' (2006), 'Il fascio, la svastica e la mezzaluna' (2002), 'Mussolini e la resistenza palestinese' (2005), 'Operazione Barbarossa' (2010). ['Negli ultimi mesi della Repubblica sociale italiana prese corpo un progetto politico, chiamato «ponte», mirante non solo a rendere meno cruenta la guerra civile, che si profilava sempre più sanguinosa, ma anche a creare i presupposti per una trasmissione indolore del potere, da parte di Mussolini e degli ambienti più moderati della RSI, alle forze, come i socialisti, ritenute dal Duce meno lontane, sotto il profilo ideologico, da quel fascismo rivoluzionario e delle origini che aveva in qualche modo tentato una sua riproposizione tra il 1943 e il 1945, e non contrarie in modo pregiudiziale a un passaggio dei poteri senza spargimento di sangue. Questo piano  - cui si sarebbero con tutte le forze opposti, oltre ai fascisti intransigenti, esponenti di spicco del Comitato di liberazione nazionale come Lelio Basso e Sandro Pertini - doveva trovare concreta attuazione sulla base degli accordi che, per volontà del Duce, intercorsero tra il generale Nicchiarelli, vicecomandante della Guardia nazionale repubblicana, e Corrado Bonfantini, responsabile delle formazioni militari del Partito socialista italiano, per costituire le formazioni miste, i «battaglioni del popolo» che, agli ordini di ufficiali della GNR, sarebbero entrati in azione nel momento in cui i tedeschi si fossero ritirati. Oltre a questi motivi ufficiali va da sé che potessero esisterne altri per pervenire a un accordo: l'adesione di elementi di entrambe le parti, a un programma di moderazione e pacificazione al fine di scongiurare, per ragioni ideali o di semplice opportunità, la lotta fratricida; il tentativo da parte fascista di mettere in atto sia una manovra tattica per creare spaccature nello schieramento opposto, tutt'altro che compatto, sia una manovra alibistica cui alcuni uomini della RSI credevano di poter ricorrere quando fosse sopraggiunto il momento della resa dei conti' (pag 1-2) (introduzione dell'autore)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
2° guerra mondiale: diserzione di soldati tedeschi. Unione con le formazioni partigiane PDF Stampa E-mail
DE-AGOSTINI Mauro SCHIRONE Franco, Per la rivoluzione sociale. Gli anarchici nella Resistenza a Milano (1943-1945). ZERO IN CONDOTTA. MILANO. 2015 pag 366 8°  prefazione di Giorgio SACCHETTI, introduzione, note, documenti, indice nomi; Collana Memoria resistente. Mauro De Agostini (Milano, 1955), docente di storia nei licei, si occupa di storia del movimento anarchico e dei sindacati. Ha collaborato al Dizionario biografico degli anarchici italiani (Bfs, 2003-2004); Franco Schirone (Pulsano, 1950) si occupa di storia del movimento anarchico ed anarco-sindacalista. E' tra i redattori della 'Rivista storica dell'Anarchismo' e ha collaborato al Dizionario biografico degli anarchici italiani (Bfs, 2003-2004). ['Oltre ai soldati slovacchi di Corteolona, i casi di diserzione dall'esercito tedesco non sono affatto rari (anche se a tutt'oggi il fenomeno è ancora poco studiato dalla storiografia). Fuggire vuol dire rischiare la vita, alcuni disertori vivono nascosti negli ultimi mesi di guerra, altri si uniscono direttamente alle formazioni partigiane. E' ad esempio il caso dell'austriaco Karl Hansen che passa alle "Matteotti" asportando "un camion carico di armi e di munizioni" (322). Una testimonianza interessante è quella rilasciata dall'austriaco Franz Kosik in una lettera a Lia Bellora. «Fino alla fine di novembre 1937 ho vissuto a Vienna e a quell'epoca si capiva che l'Austria prima o poi sarebbe stata vittima del nazismo, che a me non piaceva; soprattutto non mi piaceva il servizio militare. Allora ho preso la decisione di partire per Roma con la speranza di trovare un lavoro e di ottenere dalle Autorità austriache la temporanea sospensione dell'obbligo militare con la scusa di voler imparare la lingua italiana. (...) Purtroppo, in primavera del 1938 c'è stata l'annessione dell'Austria alla Germania e io sono diventato automaticamente un cittadino tedesco. Poi, nell'autunno del '39 scoppiò la guerra e io riuscii a far finta di niente fino alla fine del 1940, quando i miei vari tentativi di non essere reclutato fallirono definitivamente. Ma ebbi ancora fortuna, perché mi mandarono in Sicilia come interprete dell'aviazione (...)». In seguito Kozik viene inviato a Derna in Libia, ma sempre lontano dal fronte: «non ho mai avuto un'arma e quindi non ho mai sparato (...) sono sempre stato con gli ufficiali dell'aviazione tedesca e italiana e di nazismo e di fascismo non si parlava mai». Dopo la caduta della Libia viene impiegato prima a Roma, poi a Genova infine in provincia di Cremona, sempre con l'incarico di interprete. Ma «in settembre 1944, mi pervenne l'ordine tassativo di presentarmi ad un comando di smistamento a Verona, che poi mi avrebbe destinato al fronte, in quanto, dato le sconfitte ai vari fronti, l'esercito aveva bisogno di giovani come carne da macello!». Immediata è la scelta di disertare. Trasferitosi a Milano si occulta grazie a "una carta d'identità al nome di Federico Cozzi nato a Trieste (per giustificare in qualche modo la mia pronuncia straniera) rilasciata - così mi era stato detto - dall'Arcivescovo [sic]». Un geometra del Comune di Milano, Otto Brambilla, gli trova una camera nascondiglio presso un certo Pietro Barezzi in via Rubens 10. «Ricordo - prosegue la lettera - che anche tu [Lia] mi avresti ospitato, ma uno dei tuoi colleghi è stato contrario. Forse sarebbe stata la mia fine, perché se tu e Michele [Concordia] siete stati arrestati, anch'io sarei andato a finire in prigione e come disertore sarei stato fucilato. Non mi ricordavo del Vostro arresto, ma sicuramente ero stato informato, tant'è vero che dopo la liberazione mi avete rilasciato come CLN, l'allegata dichiarazione del 1° maggio 45, che mi è stata molto utile per non essere perseguitato dagli Alleati come ex-militare tedesco (323)»' (pag 138-139) [(322) Libero Cavalli, Carlo Strada, 'Nel nome di Matteotti. Materiali per una storia delle Brigate Matteotti in Lombardia, 1943-45', pref. di Libero Biagi, Milano, Angeli, 1982, p. 62; (323) Franz Kozik a Lia Bellora, 22.2.2001, INSMLI, Fondo Bellora (...)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]




  

 
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