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Sul potere di arbitrato del papato tra potenze contendenti PDF Stampa E-mail
BURCKHARDT Jacob, Lezioni sulla storia d'Europa. PAOLO BORINGHIERI. TORINO. 1959 pag 374 8°  introduzione, cronologia di Jacob Burckhardt, appendice; traduzione di Mario CARPITELLA, Enciclopedia di autori classici, diretta da Giorgio COLLI, titolo originale: 'Historische Fragmente aus dem Nachlass' (1929, postumo). ['Sul potere del papato. Esso rivendica pretese di arbitrato tra nazioni e sovrani in conflitto; impone (anche se per lo più invano) la pace all'Occidente, perché si possa unificare contro l'Islam; si conosce ad esempio l'offerta di Bonifacio VIII ai re contendenti (Inghilterra e Francia, Angiò ed Aragona). Dopo il periodo avignonese e lo scisma esso accampa nuovamente questa pretesa: Eugenio IV risolve il conflitto tra la Castiglia e il Portogallo sul possesso delle isole Canarie, così come più tardi Alessandro IV traccia nell'oceano Atlantico il meridiano tra i due. Anche Niccolò V promulgò bolle in materia di scoperte portoghesi. Naturalmente, quando Roma, come potenza territoriale italiana, fu implicata negli affari di tutto il mondo, non poté più mantenere questa pretesa, eppure forse Alessandro VI (tra Carlo VIII e Ferrante), e ancora Leone X tentarono del loro meglio. Ma c'è anche l'ingenuità di Leone, quando nel 1513-14 volle l'Italia settentrionale e quella meridionale per Giuliano e Lorenzo de' Medici. Il Papato era per di più l'istanza suprema in materia di fede e in questioni di pena e di grazia ecclesiastica. Il Papato sarebbe forse sfuggito alla Riforma tedesca, anche se la sua condotta fosse stata del tutto corretta? Anche quando fosse stata affrontata la questione dei pagamenti al Papa? Era pericolosa l'assuefazione alle armi spirituali, come la scomunica, l'interdetto, eccetera. (Pio II mise l'elusione delle miniere di allume di Tolfa tra i peccati mortali, per i quali non c'era indulgenza!). Se in qualche luogo si superava il terrore tradizionale, non solo l'effetto era finito, ma gli avversari si inasprivano e riprendevano forza rispondendo con maledizioni, chiamando il Papa Anticristo, eccetera' (pag 137-138)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
Preservare l'Italia dal precipitare totalmente nell'anarchia, nella rivoluzione e nella disperazione PDF Stampa E-mail
MACMILLAN Harold, Diari di guerra, 1943-1945. Il Mediterraneo dal 1943 al 1945. SOCIETA' EDITRICE IL MULINO. BOLOGNA. 1987 pag 1068 8°  introduzione all'edizione italiana di Elena AGA-ROSSI, prefazione, introduzione, note, indice nomi; Collana Storia - memoria. ['Harold Macmillan (1894-1986) fu educato a Eton e al Balliol College. L'atmosfera di Oxford, in particolare, e il tipo di educazione non snobistica e improntata in qualche modo alle virtù classiche lasciarono una traccia profonda nella sua formazione. Durante la Prima guerra mondiale si distinse combattendo nelle Grenadier Guards. (...) Deputato conservatore nella circoscrizione di Stockton-on-Tees nel 1924, a causa delle sue posizioni critiche nei confronti dei governi di Baldwin e Chamberlain, non ebbe cariche di rilievo fino al 1940. Ma la sua carriera politica, seppure tardiva, prese consistenza a partire dal 1942 quando fu inviato come Ministro residente per il Nord Africa ad Algeri per fare da tramite fra Churchill e il generale Eisenhower. Nel 1943 ebbe l'incarico di consigliere politico per l'Italia e successivamente quello di presidente della Commissione alleata, che egli svolse con grande rigore e con un certo piglio, interpretando, con intelligenti variazioni personali, la politica churchilliana verso l'Italia. Fu inoltre tra coloro che cercarono di affrettare il ritorno della penisola all'autogoverno. Nel suo paese ebbe un ruolo di primo piano all'opposizione dal 1945 al 1951. Con il ritorno dei conservatori al governo ricoprì le cariche di Ministro per la casa, Ministro della difesa, Segretario agli esteri e Cancelliere dello Scacchiere, fino a che, nel 1957, succedette ad Anthony Eden (costretto alle dimissioni in seguito alla sfortunata spedizione di Suez), diventando Primo ministro" (in apertura)] [La posizione di Macmillan sull'Italia alla vigilia della "Liberazione". Il problema dei rifornimenti alimentari alle grandi città del Nord. 'Si potrebbe obiettare che non dobbiamo troppo preoccuparci della situazione incresciosa in cui si trovano ora gli italiani. Il loro disastro è avvenuto per loro colpa. Tuttavia questa politica, brutale e cinica, sarebbe stata praticabile (almeno), se non ci fosse stata la recente dichiarazione formale da parte dei due governi alleati. Scostarsi ora dalla strada della generosità, di recente imboccata, mi pare impensabile. Per di più, questa atmosfera più improntata a generosità mi pare che ridondi a grande vantaggio degli interessi del Regno Unito, della popolazione dell'impero britannico e del mondo in generale. Quale che possa essere la politica che si adotterà verso la Germania post-bellica, è un fatto che abbiamo convenuto che l'Italia sia in una posizione diversa da quella di un nemico sconfitto; abbiamo inventato (e, in una certa misura, ne abbiamo tratto vantaggio) il principio della co-belligeranza e, guardando alle cose da una più ampia prospettiva, risulta chiaro che la prosperità, come la pace, è indivisibile. I problemi che l'Italia si trova ora ad affrontare sono gravi abbastanza. Allorché raggiungeremo l'Italia Settentrionale, troveremo centri, come Torino o Milano, con un altissimo numero di abitanti. E ci vorrà allora tutta la nostra abilità se vogliamo dare loro da vivere. Si tratterà dei primi centri urbani con altissima densità di abitanti, situati all'interno del paese e non affacciati sul mare. Anche solo per recare loro cibo, senza che ci siano ferrovie funzionanti o autocarri, costituirà un problema formidabile per il governo militare alleato. Adesso, per quanto quelle popolazioni possano essere in stato di schiavitù a causa dell'occupazione tedesca, le fabbriche funzionano e sono molti quelli che lavorano. Allorché ci sarà stata la «liberazione», ci troveremo con le centrali elettriche saltate, con le fabbriche in larga misura smantellate, con i macchinari rovinati o portati via in Germania e... senza disponibilità di materie prime. Ci vorrà tutta la pazienza, tutto il coraggio e tutta la dedizione che possono dare gli inglesi ed americani, incaricati di amministrare il paese, se vogliamo preservare l'Italia dal precipitare totalmente nell'anarchia, nella rivoluzione e nella disperazione. Il non volere compiere lo sforzo indicato traendo pretesto dalle nostre 'doléances' nei riguardi dell'Italia - per quanto siano giustificate - equivarrebbe a 'propter vitam, vivendi perdere causas' ossia, per dirlo altrimenti avremmo vinto la guerra e perduto la pace' (pag 803-804)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

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Rivoluzione inglese: 'Tutti gli atti di natura religiosa sono ricondotti a fini di natura politica' PDF Stampa E-mail
MESSINA Pietro, La rivoluzione inglese e la storiografia italiana del Seicento. (Ricerche) STUDI STORICI, RIVISTA TRIMESTRALE DELL' ISTITUTO GRAMSCI, ROMA, N° 3 LUGLIO-SETTEMBRE 1984, pag 725-74. ['Gli storici italiani videro che il puritanesimo era pericoloso politicamente e socialmente e intuirono i suoi legami con i ceti più bassi; eppure non riuscirono a comprendere come degli uomini potessero lottare per grandi cambiamenti guidati dalla fede in ideali politici e religiosi. Tali motivazioi profonde dell'azione politica e sociale, che il puritanesimo dava proprio in quanto ideologia aderente ai bisogni e al moto ascendente di una classe - e che non poteva dare come semplice religione - i nostri storici non riuscirono a comprenderle. Per loro la religione, la fede erano sempre e solo un pretesto, un palliativo: strumento del potere, o per lottare contro il potere, in favore di un altro dominio. Siri, Bisaccioni e Gualdo avevano tutti descritto la politica religiosa di Carlo I, e l'avevano anche criticata, perché rischiava di irritare troppo i sentimenti del popolo; eppure, parlando del Covenant, e delle prime ribellioni, nessuno di loro credeva alla sincerità del sentimento religioso degli scozzesi: questi avrebbero dato inizio alla rivolta «ammantandosi del pretesto della Religione per meglio celare quello dell'Interesse di Stato», dice Gualdo (28), «risolsero di mascherarla con la Religione» dice Siri (29). (....) Se ci si batte contro i vescovi, è solo perché essi sono uno dei pilastri sostenitori della monarchia, e perché ci si vuole impadronire delle loro ricche rendite: ad ogni altra motivazione puramente religiosa è dato scarsissismo o nessun credito. Presbiteriani e indipendenti vengono considerati unicamente  come schieramenti politici con diverse idealità politiche e diverse strategie verso il re (in genere è accettato lo schema che vuole i presbiteriani fautori di una repubblica oligarchica e gli indipendenti - Cromwell in testa - della democrazia). Del tutto secondarie appaiono le motivazioni religiose; specie gli indipendenti sono considerati quasi atei: «Nulla caleva a questa gente la Religione ma con questa professione d'Indipendenza spalancavano la porta ad ogn'uno di setteggiare a sua fantasia, con ingrossare la fattione (...)» (31). Lo stesso Cromwell è presentato come praticamente ateo. Tutti gli atti di natura religiosa sono ricondotti a fini di natura politica: la tolleranza voluta dagli indipendenti e da Cromwell, ad esempio, è solo un'abile trovata politica. La visione «politica» della storia aveva quindi portato i nostri storici a evitare l'interpretazione della rivoluzione inglese come semplice guerra di religione; aveva permesso un'ampia visione delle lotte e degli accadimenti politico-diplomatici d'Inghilterra. Anche il «culto dei fatti» aveva permesso di riportare fedelmente e ampiamente perfino le idee più estremiste dei rivoluzionari, e a volte aveva portato questi autori ad apprezzare i rivoluzionari stessi' (pag 734-735) [(28) G. Gualdo Priorato, op. cit., libro III, p. 68; (29) V. Siri, op. cit., tomo I., libro I, p. 174; (31) Ivi, tomo IX, Casale, 1667, pp. 779-780] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]        
  



 
L'armata del 'jihad' e quella della Rivoluzione si scontrarono tra primavera ed estate del 1922 PDF Stampa E-mail
CARDINI Franco, Il Sultano e lo Zar. Due imperi a confronto. SALERNO EDITRICE. ROMA. 2018 pag 276 8°  introduzione, nota critico-fonetica, note, orientamenti bibliografici, cartine, genealogie, indice nomi; Collana Aculei, diretta da Alessandro BARBERO. Franco Cardini, fiorentino, è professore emerito di Storia medievale. Si occupa dei rapporti tra Cristianità e Islam, soprattutto, ma non solo, per il Medioevo. ['Contro il quarantunenne capo carismatico, che ormai si definiva «Comandante in capo di tutte le armate dell'Islam, congiunto del califfo, inviato del Profeta» e che nella primavera del 1922 aveva conquistato gran parte dell'emirato di Bukhara, i sovietici inviarono a loro volta uno dei fondatori e capi dell'Armata Rossa, il conquistatore di Bukhara: il loro Napoleone. Nato a Bishkek nell'attuale Kirghizistan (35), Mikhail Frunze conosceva bene quei luoghi e quelle genti: e non era estraneo alle loro aspirazioni, tanto che aveva imposto a uno dei suoi figli un nome fatidico, Timur, lo stesso del grande conquistatore. L'armata del 'jihad' e quella della Rivoluzione si scontrarono tra primavera ed estate del 1922, ed Enver Pasha cadde il 4 agosto di quell'anno, si disse guidando una carica suicida contro le mitragliatrici sovietiche, ma in realtà le circostanze della sua fine non furono mai veramente chiarite. I suoi seguaci 'bamaci' - turco-mongoli, ma anche nordiranici tajiki - continuarono a lungo a combattere: i sovietici li fecero oggetto per tutti gli anni Trenta d'una repressione ancor più feroce di quanto non lo fosse la loro stessa guerriglia. Tre anni dopo la morte di Enver, sarebbe scomparso anche il suo antagonista. Il Comitato Centrale del Partito egemonizzato da Lev Trotskij decise che Frunze, ammalato d'ulcera, dovesse venir sottoposto a un'operazione chirurgica: la quale naturalmente fallì. I suoi figli furono affidati a uno dei suoi pochi sinceri amici, Kliment Iefromovich Voroshilov, che da allora avrebbe sempre detestato Trotskij e non sarebbe stato estraneo alla sua fine. Quanto a Frunze, la sua avventura e le poco chiare circostanze della sua morte sono allusivamente rievocate in un purtroppo da noi poco noto libro-denunzia di Boris Pil'njak, 'Povest' nepogashennoi luni' (Racconto di una luna non estinta), del 1926, ristampato a Mosca nel 1990' (pag 227) [(35) Durante il periodo sovietico la città ha difatti portato il nome di Frunze; ivi, ancor oggi, una statua bronzea a cavallo e un piccolo museo lo ricordano] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
 
'Esagerata importanza al rapporto tra la Grecia e il mondo indoeuropeo' PDF Stampa E-mail
PERNIOLA Mario, Atene nera. (Libri) (Immigrazione, leghismi e razzismo differenzialista). IL De MARTINO, BOLLETTINO DELL'ISTITUTO ERNESTO DE MARTINO NOVARA, N. 2 1993, pag 67-68 ['All'elaborazione della nozione di «neoantico» reca un contributo fondamentale l'opera di Martin Bernal: 'Black Athena. The Afroasiatic Roots of Classical Civilization' della quale esce in italiano il primo volume (Atene nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica. Vol. I.: L'invenzione dell'Antica Grecia, 1785-1985', Pratiche editrice, 1991, pp. XXX-676). (...) Secondo Bernal, a partire dalla seconda metà del Settecento si è venuta affermando una interpretazione della civiltà greca antica che spezza ogni relazione tra questa e le culture afro-asiatiche (l'egizia, la fenicia, la cananea...); tale modello che Bernal definisce col termine di «ariano» attribuisce una esagerata importanza al rapporto tra la Grecia e il mondo indoeuropeo e presenta la cultura greca come la vera ed unica madre della civiltà occidentale. Viene così taciuto o espressamente negato quel fitto incrocio di scambi tra la Grecia e il mondo semitico ed africano, di cui gli stessi greci erano ben consapevoli e che è stato riconosciuto ed affermato ininterrottamente per più di due millenni fino al Settecento. Il modello «ariano», ispirato da un'ideologia razzista che afferma il primato della razza bianca su tutte le altre, ha così cancellato il modello «antico», basato sull'altissima considerazione per la civiltà egizia, che tanta fortuna ha avuto nel Rinascimento, nel Barocco e nell'Illuminismo. Bernal mostra come il modello «ariano» sia sopravvissuto alla seconda guerra mondiale e come esso condizioni tuttora pesantemente gli studi classici; propone perciò il ritorno al modello antico riveduto e corretto'. [Bibliografia: 'Atena nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica, Martin Bernal, Traduttore: L. Fontana, Editore: Il Saggiatore, Collana: La cultura, Anno edizione: 2011, 504 p.] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
 
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