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Si è prestata poca attenzione all'omicidio dei disabili e degli zingari durante il nazismo PDF Stampa E-mail
FRIEDLANDER Henry, Le origini del genocidio nazista. EDITORI RIUNITI. ROMA. 1997 pag XXIV 540 8°  prefazione, ringraziamenti, abbreviazioni, nota terminologica, tabelle, note, bibliografia, indice nomi; Collana Biblioteca di storia. Henry Friedlander, nato a Berlino nel 1930, fu internato durante la seconda guerra mondiale in vari lager, fra cui Auschwitz. Emigrò negli Stati Uniti nel 1947. È stato professore di storia del dipartimento di studi ebraici del Brooklyn College della City University di New York. È autore di 'The Olocaust: Ideology, Bureaucracy and Genocide'. ['Due esempi, uno per gli zingari e uno per gli ebrei ed entrambi concernenti bambini, testimoniano la determinazione dei burocrati e degli scienziati tedeschi a distruggere tutti i membri delle razze aliene. Sin dalla fine degli anni Trenta, gli enti governativi responsabili dell'assistenza pubblica dei bambini avevano cercato di ostracizzare, o almeno, isolare, i bambini ebrei e zingari. Questi bambini erano minorenni posti sotto tutela dello stato da tribunali o enti governativi. Le ragioni della loro tutela, a volte fabbricate, erano, tra le altre, la delinquenza giovanile, l'impossibilità per un singolo genitore di occuparsi del figlio, o la reclusione dei genitori in un campo di concentramento. (...) Non conosciamo l'esatto numero dei ragazzi ebrei trasferiti a Hadamar durante il 1943 e il 1944, ma sappiamo che per lo più erano sani e che vennero spediti nel centro di uccisione solo perché erano ibridi ebrei. Poiché le linee guida sulla deportazione esentavano tali ragazzi, la burocrazia dell' RMdl, e non dell'RSHA, decise di distruggere almeno qui ragazzi ibridi ebrei sui quali esercitava il proprio controllo in quanto posti sotto la tutela dello stato. Ad Hadamar questi ragazzi sani vennero uccisi con delle iniezioni. Abbiamo visto finora, come si ripresenti continuamente il collegamento tra le operazioni di uccisione contro i disabili, gli ebrei e gli zingari. Le interpretazioni sulle tre operazioni sono mutate negli anni. All'epoca, l'omicidio dei disabili scatenò una forte opposizione, mentre l'omicidio degli ebrei e ancor più degli zingari non suscitò reazioni nell'opinione pubblica. Dopo la guerra, tuttavia, l'interesse pubblico si è concentrato sull'omicidio degli ebrei, mentre si è prestata poca attenzione all'omicidio dei disabili e degli zingari fino a tempi recenti. Ma non si può spiegare nessuna di queste operazioni di sterminio senza spiegarne le altre. Il genocidio nazista scaturisce dalla somma di tutte e tre. Il collegamento tra le tre operazioni di sterminio fu, come abbiamo visto, di natura ideologica, basato sulla credenza nell'ineguaglianza umana e sulla volontà di ripulire il patrimonio genetico della nazione tedesca. Vi fu, però, anche un collegamento dovuto alla collaborazione tra differenti segmenti della burocrazia. Sebbene fosse la KdF a dirigere le uccisioni per eutanasia in collaborazione con l'RMdI, le SS e la polizia fornirono il supporto logistico senza assumersi responsabilità dirette. Le SS fornirono aiuto tecnico e personale di rango inferiore nel Reich, oltre alle unità che commisero gli omicidi ai confini orientali della Germania. Ma la collaborazione si spinse oltre. L'opera dei burocrati della sanità e della polizia, per esempio, si combinò per prendere in trappola individui che altrimenti sarebbero forse riusciti a sfuggire. Così ad esempio, le SS si assicurarono che il dipartimento della sanità cittadino obbligasse Maria Wlach, una vagabonda mezzo cieca che aveva il marito in campo di concentramento, a farsi ricoverare presso l'ospedale Am Steinhof. La Wlach era sposata con un ebreo' (pag 414-417)] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  


 
La Wehrmacht e le SS in campo per reclutare musulmani. L'Islam per lo sforzo bellico tedesco PDF Stampa E-mail
MOTADEL David, Hitler e l'islam nella seconda guerra mondiale. LEG - LIBRERIA EDITRICE GORIZIANA. GORIZIA. 2014 pag 446 8°  cartina, introduzione, note, foto; traduzione di Alex GROSSINI; Collana La Clessidra. David Motadel insegna storia delle relazioni internazionali presso la London School of Economics an Politica Science LSE. Si occupa di storia moderna e contemporanea, indagando sui rapporti tra Europa e altre aree del mondo. [''(...) la Wehrmacht iniziò a reclutare migliaia di prigionieri di guerra musulmani nelle proprie cosiddette «Legioni orientali». Una volta approvate da Hitler, queste unità furono formate sotto gli auspici dei veterani di guerra sassoni Ralph von Heygendorff e Oskar Ritter von Niedermaher, vecchi rivali di Hentig dai tempi della jihad durante la Prima guerra mondiale. Nel periodo tra le guerre, Niedermayer era prima diventato il rappresentante militare tedesco presso l'ambasciata a Mosca, e poi era stato professore a Berlino. Data la sua esperienza, sembrava particolarmente adatto per occuparsi delle reclute musulmane dell'Unione Sovietica. (...) La Wehrmacht istituì anche un'ulteriore istituzione islamica in Germania: corsi per diventare imam all'Università di Göttingen, per educare i mullah militari. Alla fine, dall'inizio del 1943 le SS si interessarono delle vicende musulmane. Il loro coinvolgimento nelle politiche islamiche iniziò prima nei Balcani, dove i tedeschi occuparono zone musulmane dall'inizio del 1943 in poi, e presto si allargò verso i musulmani dall'Oriente sovietico. Alla fine più di ogni altra istituzione del regime furono le SS a cercare di sfruttare l'Islam per lo sforzo bellico tedesco. (...) Nei Balcani, le SS perseguirono una politica radicalmente filomusulmana e lanciarono una campagna di propaganda islamica che incontrò resistenze da parte del Ministero degli Esteri, che sosteneva lo Stato cattolico degli ustascia (...). Allo stesso tempo, il Comando centrale delle SS di Berger cominciò a formare unità di SS musulmane con reclute da Bosnia, Erzegovina e Albania, che avevano un distinto carattere religioso. (...) Dalla fine del 1943 in poi, le SS cominciarono a estendere questa politica ai musulmani dell'Unione Sovietica. Il Comando centrale delle SS ora cercava di impiegare l'Islam e l'ideologia panturanica per incitare i sudditi musulmani di Stalin alla rivolta contro Mosca. Il fiore all'occhiello di questa campagna fu la nuova formazione musulmana orientale delle SS. Responsabile delle sua creazione era lo SS-Hauptsturmführer Reiner Olzscha della "Sezione volontari" del Comando centrale delle SS, guidata dallo SS-Standartenführer Erich Spaarmann. (...) Nella formazione di musulmani orientali delle SS, la "fede comune" dei soldati doveva essere fortemente sostenuta. [Olzscha] Assicurava che il risveglio dell'Islam significava il rafforzamento delle forze anti-bolsceviche. Quindi le SS cominciarono a impiegare le formazioni musulmane orientali e fornirono ai propri soldati cure religiose particolari e indottrinamento politico declinato religiosamente, e nel 1944 aprirono anche una scuola di mullah a Dresda per la formazione degli imam da campo - Idris [Alimjan Idris (1887-1959) ndr] fu impiegato dalle SS a dirigere la scuola (...). A sostegno di questa politica, anche le SS impiegarono esperti sull'Islam in Unione Sovietica, in particolare Johannes Benzing' (pag 81-82-83)] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  




 
Leadership politica americana, esercito e "sindrome del Vietnam" PDF Stampa E-mail
WIEST Andrew, La guerra del Vietnam. OSPREY - RBA IITALIA. MILANO. 2011 pag 96 8°  introduzione, cronologia, foto illustrazioni cartine riquadri, bibliografia, indice nomi argomenti località; 'Le guerre contemporanee. Gli eserciti, gli armamenti, le scelte cruciali. ["Dopo il 1973, la leadership politica del paese e l'efficienza dell'esercito vennero messi in discussione. Gli effetti di questa sfiducia generale furono noti come "sindrome del Vietnam". I leader nazionali erano cauti nell'usare i potere militare americano oltreoceano per timore che il conflitto che ne poteva derivare si trasformasse in "un altro Vietnam". Nel 1983 il presidente Ronald Reagan avviò l'invasione della piccola isola di Grenada, in parte anche per far riacquistare fiducia alla nazione e all'esercito. Quando i soldati ritornarono da Grenada, la nazione e l'esercito li ricoprirono di lodi (...). Ma i vero test della sindrome del Vietnam si ebbe durante la guerra del Golfo del 1991. Il presidente Bush temeva che gli americani non avrebbero tollerato un numero elevato di vittime e che la guerra si protraesse altrettanto a lungo di quella del Vietnam. La campagna era guidata dai generali Norman Schwarzkopf e Colin Powell, entrambi veterani del Vietnam. La precedente esperienza aveva insegnato loro che bisognava entrare in guerra con una forza schiacciante, raggiungere obiettivi conseguibili e uscire dal conflitto. E infatti la guerra del Golfo fu rapida e spietata, ma anche di portata limitata, il che era dovuto principalmente allo spettro ancora latente rappresentato dalla guerra nel Vietnam. Esultando per la vittoria, il presidente Bush dichiarò: "Se Dio vuole, ci siamo liberati una volta per tutte della sindrome del Vietnam!". Ma gli avvenimenti successivi dimostrarono l'opposto. Molti americani erano contrari allo schieramento di forze USA in Kosovo, nel timore che la guerra si protraesse troppo a lungo. Anche in seguito agli attacchi terroristici al World Trade Center dell'11 settembre 2001, molte erano le domande che ci si poneva riguardo alla guerra al terrorismo. Sarà un "nuovo Vietnam?" E se sarà così, gli Stati Uniti troveranno la volontà di proseguire la guerra fino alla vittoria finale? Il Vietnam, quindi, esercitava ancora un gran peso nell'opinione pubblica e nella politica" (pag 89-90)] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
'La stampa è imbavagliata... e così va a ruba l'"Osservatore romano", il "giornale dei preti"' PDF Stampa E-mail
INNOCENTI Marco, L'Italia del 1940. Come eravamo nel primo anno della guerra di Mussolini. MURSIA. MILANO. 1996 pag 197 8°  introduzione, bibliografia, indice nomi; Collana GUM Testimonianze. Marco Innocenti è nato a Milano nel 1946. Giornalista professionista, è responsabile del settore esteri del Sole 24 Ore (1996). Studioso di attualità politica internazionale e di storia contemporanea, ha già pubblicato 'Atlante politico' (1978), 'Le guerre degli anni Settanta' (1981), 'Le guerre degli anni 1980' (1988), 'I gerarchi del fascismo' (1992), 'L'Italia nel 1943' (1993), 'L'Italia nel 1945' (1994), 'L'Italia de dopoguerra, 1946-1960' (1995). ['La stampa è imbavagliata, è fatta di silenzi e di verità alterate, il suo potere è pilotato e condizionato dal ministero della Cultura popolare, una macchina ben oliata, una delle armi più poderose del regime. Il Minculpop controlla stampa, radio, teatro, cinema e turismo; stabilisce la linea che i giornali devono seguire, sceglie i direttori, indica i giornalisti da assumere o da licenziare, dirama opportune note di servizio, le famose veline. I giornali devono essere «organi di ardente propaganda dell'italianità e del regime, improntati a ottimismo, fiducia e sicurezza nell'avvenire»; devono offrire l'immagine di un'Italia operosa, tranquilla, protetta dal Duce e dai gerarchi in perpetua veglia, devono dare prova di «sensibilità fascista». Quindi niente delitti e suicidi, niente scandali e disastri, niente epidemie e alluvioni, niente fotografie di mostri o di belle donne poco vestite, di fatti di sangue o di tragedie passionali. Gli italiani che comprano i quotidiani vi trovano pochissima cronaca nera, nessun fatto che «possa turbare l'opinione pubblica», molta cronaca bianca, che dovrebbe essere formativa ed educativa, molta cronaca politica, che ci si è ormai abituati a saltare insieme con i commenti, e una buona terza pagina, che trabocca nella quinta, con articoli, saggi, racconti, corsivi ed elzeviri. Molto sport e spettacolo, ottimi ami per i lettori svogliati. E poi quelle notizie spicciole, in corpo piccolo e con titoli a una o due colonne, che qualcosa, in mezzo a pagine dedicate ai fasti del regime, ai lettori sanno offrire. Se guadagna in essenzialità, la stampa perde in completezza e, soprattutto, subisce l'inevitabile aggressione delle veline. L'informazione è parziale, la partigianeria delle opinioni troppo scoperta e così, proprio nell'estate del 1940, va a ruba l'«Osservatore romano», il «giornale dei preti», considerato l'unica fonte attendibile sulla guerra' (pag 125-126)] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  
  

 
Tet: 'una vittoria sul campo, ma una sconfitta per l'opinione pubblica americana' PDF Stampa E-mail
ARNOLD James R., L'offensiva del Tet. I vietcong all'attacco. RBA ITALIA. MILANO. 2011 pag 95 8°  ringraziamenti, nota dell'editore, cronologia, foto, illustrazioni, cartine, bibliografia, indice nomi argomenti località; 'Guerre contemporanee. Gli eserciti, gli armamenti, le scelte cruciali'.  ['Nei precedenti venticinque anni, sembrava essere diventata un'abitudine per gli americani quella di sostenere il ruolo di vittime di attacchi nemici a sorpresa. Pearl Harbor, il passo di Kasserine, l'offensiva delle Ardenne e l'intervento cinese sul fiume Yalu erano tanti tutti eventi che li avevano colti alla sprovvista. La violenza sincronizzata dell'Offensiva del Tet fu uguagliata forse da quella tedesca nelle Ardenne. Di tutti questi attacchi a sorpresa, solo l'Offensiva del Tet conseguì risultati decisivi. Eppure, secondo una valutazione strettamente militare, il Tet fu un grandioso successo degli alleati. Il prezzo pagato dagli americani fu di circa 4000 americani uccisi o feriti, mentre tra i soldati dell'ARVN se ne contarono tra i 4000 e gli 8000; dal canto loro, i comunisti ebbero tra i 40.000 e i 50.000 morti sul campo, e, cosa più importante, un gran numero di combattenti e contingenti locali insostituibili dei vietcong erano morti. In sostanza, il nemico aveva concentrato le proprie forze di cui, tuttavia, una gran parte era stata decimata dalla potenza di fuoco americana. Questo successo sul campo venne offuscato dalle conseguenze politiche dell'Offensiva del Tet, ben più importanti. Ciononostante, il Tet rientrava nel record imbattuto messo a segno dai soldati americani che, tra il 1965 e il 1973, non persero una sola battaglia importante. Come osserva Douglas Pike, uno dei pochi esperti che hanno studiato e compreso i vietcong e i nordvietnamiti: "Se la guerra del Vietnam fosse stata di tipo convenzionale, se fosse stata decisa sulla base delle guerre del passato, sarebbe terminata già nei primi sei mesi del 1968 con la sconfitta delle forze comuniste". E effettivamente, il modo in cui l'opinione pubblica percepì la battaglia sbalordì molti veterani americani. In piedi accanto ai cadaveri dei nemici ammucchiati come cataste di legna fori dal quartier generale della sua unità, un ufficiale di cavalleria commentava sorpreso: "Con nostro grande stupore nelle settimane che seguirono, nessuno rese noto questa impresa descrivendola come una vittoria sul campo di battaglia. Anzi leggevamo che eravamo stati sconfitti!". È importante ricordare che gli strateghi comunisti avevano messo a punto l'offensiva più per suscitare impressione sudvietnamiti che sull'opinione pubblica americana. Un generale nordvietnamita, Trail Do, commentò dopo la guerra: "Non abbiamo conseguito il nostro obiettivo principale, cioè quello di spingere la popolazione all'insurrezione in tutto il Sud. Eppure abbiamo inflitto al nemico molte perdite... Quanto a creare un forte impatto negli Stati Uniti, questo non era nostra intenzione, ma il risultato ci è stato propizio' (pag 87-88)] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
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