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1925: la dura condanna di Ernesto Buonaiuti da parte della Curia romana PDF Stampa E-mail
BOATTI Giorgio, Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini. EINAUDI. TORINO. 2001 pag 336 16°  presentazione introduzione note indice nomi. Giorgio Boatti, giornalista, ha al suo attivi molti volumi dedicati alla storia contemporanea. [L' 8 ottobre 1931 Mussolini impone ai professori universitari il giuramento di fedeltà al regime fascista. Dodici ordinari su 1250 rifiutano di piegarsi al duce, perdendo nello stesso tempo la cattedra e la libertà: Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi della Vida, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Francesco ed Edoardo Ruffini, Lionello Venturi, Vito Volterra] [La dura condanna di Buonaiuti da parte della Curia. 'Ma più che da queste vicende politiche Buonaiuti è incalzato dall'azione della Curia che reitera le condanne: la scomunica a termine, l'inserzione nell'Indice dei libri proibiti di tutti i suoi libri e scritti, il divieto di tenere conferenze e insegnare nelle scuole pubbliche su temi attinenti la religione. E poiché Buonaiuti continua invece a non rinunciare alla cattedra s'arriva il 28 gennaio 1925 a un più duro provvedimento: i Cardinali Inquisitori Generali oltre a ribadire le precedenti sanzioni privano Buonaiuti "(...) del diritto di vestire l'abito ecclesiastico a tutti gli effetti penali che ne derivano...(...)". Trascorre qualche mese. Non potendo più contare sulla protezione del cardinale Gasparri, sempre più impegnato peraltro a tessere la tela di quella che sarà la Conciliazione tra Stato e Chiesa, Buonaiuti scrive una lettera a Pio XI chiedendo la remissione dei provvedimenti che lo hanno colpito. Il papa manda come suo inviato presso Buonaiuti padre Agostino Gemelli, (...). Tra Buonaiuti e il francescano - che la Segreteria di Stato ha chiamato a Roma, per compiere la sua missione, con un telegramma in cui viene detto che dovrà «assistere un malato» - si succedono diverse riunioni «tutte penose e amare». La rinuncia alla cattedra universitaria viene ribadita in tutte le tonalità come condizione preliminare a ogni perdono. Addirittura Gemelli, saputo che è in corso di pubblicazione presso Zanichelli un volume su Lutero e la Riforma frutto di un suo corso accademico, si dichiara pronto a correre a Bologna ed acquistare in contanti l'intera tiratura dell'opera così che non venga messa in commercio, proteggendo in questo modo - secondo il fondatore della Università Cattolica - le coscienze dei credenti dal veleno distillato dall'insegnamento e dagli scritti di Buonaiuti. Sfinito dagli incontri - all'ultimo partecipano anche quattro allievi come testimoni - Buonaiuti sta quasi per cedere alla richiesta di dimissioni. Si è già seduto alla scrivania e sta vergando la lettera in cui rinuncia alla cattedra quando «un imperioso comando dall'intimo mi irrigidì la mano». Il documento non viene sottoscritto. Gemelli, sempre più irritato, raccoglie le sue carte e se ne va: «Voi, Buonaiuti, avete preposto una cattedra universitaria al sacerdozio». Arriva una nuova deliberazione dalla Curia romana. È la sanzione massima: col decreto del 25 gennaio il sacerdote Ernesto Buonaiuti scomunicato nominalmente e personalmente...». La comunità ecclesiale allontana come un appestato la pecora nera. Secondo i dettami del codice canonico allora in vigore se uno scomunicato vitando entra in chiesa lo si dovrà espellere dall'edificio e quindi provvedere a una rinconsacrazione del luogo. Se, invece, per sbaglio la sua salma finisse in terra consacrata bisognerà riesumarla, affidandola a terreno profano' (pag 256-257-258)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
L'Italia in Libia: 'la distinzione fra colonialismo giolittiano e fascista è solo di comodo...' PDF Stampa E-mail
HOLMBOE Knud, Incontro nel deserto. Un danese convertito all'Islam attraversa nel 1930 il Nord Africa scoprendo il vero volto del colonialismo italiano. LONGANESI. MILANO. 2005 pag 330 8°  premessa dell'autore, cartina, postfazione di Alessandro SPINA, traduzione e note di Eva KAMPMANN; Il Cammeo. Knud Holmboe (1902-1931) nacque in una famiglia della borghesia danese. Cominciò giovanissimo a scrivere resoconti di viaggio per un quotidiano di Copenaghen: nel giornalismo vide un'opportunità per fuggire dalla grigia monotonia di un ambiente che la sua indole non sopportava. Dal 1924 viaggiò in Africa, Persia, Iraq, Turchia e nei Balcani. Affascinato dalla civiltà araba, si convertì all'Islam assumendo il nome di Ali Ahmed. Nel 1931 fu assassinato mentre si trovava in Arabia. ['Chi conosce la letteratura coloniale potrebbe citare mille altri esempi. Ebbene il Croce, nella sua 'Storia d'Italia dal 1871 al 1915', pubblicata nel 1928, testo di riferimento per tanta parte dell'antifascismo italiano, dopo aver sommariamente spiegato perché nell'11 l'Italia 'andava a Tripoli', se la sbrigava così, di quel cumulo di morti: «...queste ragioni fecero sentire la loro forza a un uomo come Giolitti, punto fantasioso e retore, ma che comprese quel che l'Italia desiderava, come un padre che si avvede che la figliola ormai è innamorata e provvede a darle, dopo le debite informazioni e con le debite cautele, lo sposo che il suo cuore ha scelto». Scritto bene? Senza dubbio, però la metafora è di una banalità agghiacciante, anzi repellente. Un altro esempio? Il conte Sforza, ministro degli Esteri (...). Il lettore avrà notato che siamo andati a scegliere due esempi (Croce e Sforza) in zona per così dire alta. Lasciamo andare i gazzettieri, i viaggiatori, i letterati eccetera. Una curiosità della letteratura coloniale è che i libri migliori li hanno scritti i militari, come il colonnello De Agostini col suo fondamentale studio sulle tribù della Cirenaica: altro che i nostri intrepidi giornalisti (la guerra di Libia cominciò nell'11, ben prima dell'avvento del fascismo, e acutamente Eugenio Garin ha indicato in quella letteratura l'annunzio dei tempi funesti che difatti seguirono a distanza di un decennio). Ancora più in alto potremmo ricordare uno scritto di Giovanni Pascoli, addirittura imbarazzante nella sua formulazione, proprio il poeta che si inteneriva su tutto e che i cannoni invece esaltavano (suggerendo una soluzione per 'la grande proletaria'; il problema demografico che spinge avventurati popoli ad accettare emigrando ogni umiliazione per un tozzo di pane, passa da una nazione all'altra, precedente che oggidì si trascura in saccenti e altezzosi articoli sul drammatico stato demografico mondiale); per non parlare di D'Annunzio che invece aveva l'esaltazione facile e che scrisse tanti versi (brutti in verità, persino quell'invidiabile talento si afflosciava in questa disgraziata bisogna). Mi chiedevo che mai avrebbe scritto Giosuè Carducci se fosse stato vivo, lui romano di ispirazione o restauratore della romanità. Ma qualche volta si è felicemente smentiti. Trovai una sua dichiarazione, al tempo di Crispi, in cui diceva, cito a memoria, che non era possibile che l'Italia del Risorgimento si imbarcasse in una guerra coloniale, dichiarazione che gli fa onore. Abbiamo detto che la distinzione fra colonialismo giolittiano e fascista è solo di comodo. Così pure fa sorridere la generosità di certi circoli oggi nella condanna della guerra etiopica mentre si sorvola sulla Libia, forse per non rendere involontariamente un servizio al mondo arabo. C'è un razzismo più abominevole di tutti, che si esercita sui morti, gli esempi sarebbero imbarazzanti. Come ricorda E.E. Evans-Pritchard, Badoglio, nel 1928, quindi in un anno vicino a quello del viaggio del Nostro, avuta la direzione riunita delle due province della colonia «marked his appointment with a flamboyant proclamation offering the Arabs the choice between unconditional surrender and extermination». Come volontà di 'civilizzazione' va riconosciuta un'indefettibile determinazione (di cui la Memoria farebbe bene a occuparsi, certo). Poco più avanti (queste citazioni possono servire a facilitare la lettura del libro), siamo nel 1929, si osserva che in nove anni di «'constant fighting' 'Cirenaica verde di piante' had, as Mussolini wrote, became 'rossa di sangue'». Lasciamo la citazione in inglese, palese trucco per ricordare al lettore che parla non una voce 'orientale' ma un rappresentante nobile della nazione che negli anni Quaranta liberò insieme entrambi i paesi, l'Italia e la Libia, dalla tirannia' [Alessandro Spina: Postfazione] (Alessandro Spina (Bengasi, 1927 - Rovato, 11 luglio 2013) è stato uno scrittore siriano naturalizzato italiano) (pag 324-325-326-327) [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]       



 
La dottrina logistica e la sua importanza nelle guerre di ieri e di oggi PDF Stampa E-mail
RAINERO Romain H. BIAGINI Antonello  a cura; saggi di Francesco GUIDA Romain H. RAINERO Danilo VENERUSO Massimo DE-LEONARDIS Fernando FRATTOLILLO Luigi GOGLIA Nicola DELLA-VOLPE Maria Gabriella PASQUALINI Marco CUZZI Aldo Alessandro MOLA Fortunato MINNITI Lucio CEVA Simona COLARIZI Ferruccio BOTTI Pierluigi BERTINARIA Alberto ROVIGHI Filippo STEFANI Jans PETERSEN Giorgio GIORGERINI Alberto SANTONI Mariano GABRIELE Giovanni DI-LORENZO Baldassarre CATALANOTTO e Cesare FALESSI Andrea CURAMI, L'Italia in guerra. Il secondo anno - 1941. Aspetti e problemi. COMMISSIONE ITALIANA DI STORIA MILITARE. ROMA. 1992 - STABILIMENTO GRAFICO MILITARE. GAETA. 1992 pag 524 8°  presentazione di Amm. Div. Renato SICUREZZA, componenti comitato d'onore e comitato scientifico, note cronologia cartine grafici tabelle. [La dottrina logistica e la sua importanza nelle guerre di ieri e di oggi. 'Da un punto di vista teorico, il termine "logistica" indica una disciplina tipicamente manageriale (o branca dell'arte militare) in realtà sempre esistita ma nata con autonoma fisionomia solo dopo Napoleone e Clausewitz, il cui padre è Jomini (1837). (...) In sede storica, i pur numerosi accenni all'importanza della logistica hanno spesso assunto un aspetto generico, rituale e obbligato, senza tradursi in una concreta e coerente metodologia. Si è troppo spesso trascurato che accanto a una dottrina strategica e tattica esiste dal 1873 in poi anche una dottrina logistica non scindibile dal contesto strategico, e da studiare e valutare in un quadro globale. Si è quasi sempre omesso - anche nel caso della divisione "binaria" del 1937-1938 - di valutare gli organici prima di tutto dal punto di vista logistico, per individuare l'effettivo grado di autonomia e capacità operativa di ciascuna unità e di ciascun Comando. L' 'histoire-bataille', più che tale, è diventata mera 'histoire des operations' e ha rinunciato a una chiave interpretativa di prim'ordine per pervenire a un giudizio tendenzialmente oggettivo sull'efficienza dell'organismo militare in un dato momento (che non può essere ristretta a numero e qualità di armi e mezzi ma comprende anche moduli e criteri di funzionamento e alimentazione) e per individuare le matrici primarie di avvenimenti o decisioni strategiche che altrimenti non possono essere esattamente inquadrate nel contesto generale di una Campagna. La logistica è il filtro indispensabile per giudicare la qualità e la concreta praticabilità di una strategia, ma non ci insegna certo ad alimentare un'illusione oggi meritatamente tramontata, che cioè la storia possa essere guidata o determinata dalla scienza. Ciò non toglie che di tutte le discipline militari è la logistica quella che più si avvicina alla scienza e alle scienze esatte e quella che più risente del progresso tecnologico. Al tempo stesso, un approccio logistico alla storia militare fa venire alla luce lo stretto legame intercorrente tra fattori materiali e morali, oltre che tra qualità della logistica e qualità dell'organizzazione militare nel suo complesso. Tutto questo vale per le Forze Armate di ogni tempo, e non solo per quelle di oggi: non corrisponde perciò alla realtà storica l'affermazione che la prima guerra mondiale - o la seconda - dimostrano l'importanza del supporto logistico, importanza già ben viva e presente ad esempio in quel perfetto strumento di guerra che era la Legione romana e nelle "guerre di Gabinetto" del secolo XVIII, che in larga parte si risolvevano nell'attacco e nella difesa di magazzini e linee di alimentazione. In questo senso, il salto di qualità indubbiamente avvenuto in campo logistico con la "guerra industriale" estende la problematica logistica e ne aumento il peso, ma non accresce più di tanto l'importanza - sempre esistita - dei fattori che la compongono e la natura del loro rapporto con la strategia, o meglio con la capacità effettiva di movimento che della strategia è l'essenza' (pag 291-293) [Ferruccio Botti, Problemi logistici del secondo anno di guerra  - Aspetti interforze] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
 
1943, il 'piano' di Grandi: estromissione di Mussolini e formazione di un governo nazional-militare PDF Stampa E-mail
SANTARELLI Enzo, Storia del movimento e del regime fascista. EDITORI RIUNITI. ROMA. 1971 pag 608 8°  note foto illustrazioni; indice: IX. Crisi economica e Stato corporativo; X. Il fascismo in Europa e nel mondo; XI. La guerra d'Etiopia; XII. Verso la guerra, crisi del regime; XIII. L'Italia in guerra; XIV. Il crollo del regime; indice nomi dei volumi I, II. ['L'aggregato che aveva governato e dominato il paese per oltre un ventennio si era dissolto per effetto di una crisi profonda, originata, soprattutto, dalla proiezione e dagli sviluppi della linea di politica estera seguita nell'ultimo decennio. In quel decennio, nonostante l'affermazione polemica di Grandi, rientrava anche la guerra d'Etiopia, con le sue premesse - forse meno visibili - e con le sue conseguenze. Grandi, nel punto ideologicamente culminante della sua requisitoria, aveva puntato il dito contro l'asservimento spirituale e politico dell'Italia alla Germania. Facendo sfoggio di «cultura», aveva fatto anche leva sul residuo nazionalismo che pur albergava nel cuore dei fascisti di ogni tendenza: «Tre sono stati ahimé, i tedeschi corruttori dello spirito italiano: Carlo Marx, che ha corrotto il vecchio e glorioso socialismo patriottico italiano di Giuseppe Garibaldi e di Andrea Costa facendolo deviare nell'arido pseudoscientifico internazionalismo senza patria; Federico Nietzsche, che ha corrotto il buon spirito provinciale di Benito Mussolini, facendogli credere che l''Übermensch' può sostituirsi a quelle che sono le insopprimibili forze collettive della storia ed alla volontà della nazione; Adolfo Hitler che ha corrotto lo spirito del fascismo italiano». L'interpretazione di Grandi si arricchiva, inoltre, di una visione 'ad usum delphini' della lunga, diuturna, sotterranea lotta da lui sostenuta per l'egemonia sul movimento, dal 1921 al 1943, direttamente con Mussolini, sul piano della politica interna ed estera, e sulla questione della guerra. Era la tesi «normalizzatrice» che riaffiorava nel seno stesso del fascismo, sul tronco del vecchio movimento, nell'ora della crisi, corroborata dall'esperienza degli scacchi subiti e di un processo di decadenza peraltro quasi interamente scontato. Di qui la polemica retrospettiva con «l'ala estremista e intollerante del partito», che investiva in qualche punto Mussolini e le sue scelte (per l'«incitamento perenne alla demagogia risorgente» e per l'incoraggiamento prestato alla ideologia della «rivoluzione permanente»), soprattutto per l'alleanza contratta col nazionalsocialismo; a cui contrapponeva invece il mito di una possibile conciliazione «col laburismo britannico e con la democrazia francese», di una «risoluzione della questione italiana» nei consessi internazionali, secondo il «metodo cavouriano». In realtà, dietro questa schermaglia incentrata sulle lotte del passato, affiorava la lacerazione del presente: il piano di Grandi, se di un piano vero e proprio si può parlare, consisteva nella estromissione di Mussolini, nella formazione di un governo nazional-militare, con il ritorno graduale ad un regime di partiti, che gli si configurava, in mancanza di un più sicuro calcolo delle linee di tendenza, come una parziale restaurazione dell'Italia prefascista' (pag 504-505)][ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]     
  

 
Gramsci e l'«atto di autorità» con il quale l'Esecutivo dell'IC defenestrò Bordiga (1923) PDF Stampa E-mail
CORTESI Luigi, Storia del PCI e miseria del riformismo. BELFAGOR - LEO S. OLSCHKI. FIRENZE. N. 2, 31 MARZO 1977 pag 185-207 8° (F)  note; 'Varietà e documenti'. "Lo scritto riproduce il testo di una introduzione e di un successivo intervento in un dibattito sull'opera di Paolo Spriano, 'Storia del Partito comunista italiano', 5 voll., Torino, Einaudi 1967-1975 (1976). ['Il nodo centrale mi pare sia in ogni caso quello della natura del gramscismo e dei suoi rapporti con la natura del Partito comunista d'Italia. Dico natura nel senso anche di nascita, e del modo e del carattere della nascita; nel senso cioè della famosa «degnità» vichiana. Quindi, nascita-natura rivoluzionaria del Pci. Appunto il modo, il tempo, il lessico della rottura con il riformismo classico della Seconda internazionale che si consuma con non minore intensità e autoctonia di ragioni in Italia che in Russia, nell'ambito di un unico processo storico. Anche Spriano è d'accordo in questo, nonostante che il suo ordinovismo lo porti ad un raccorciamento del fronte che, come ho detto, gli impedisce di capire veramente Livorno. Ma quali sono i momenti-chiave del mutamento di natura, per i quali si passa dal partito rivoluzionario ad un partito neo-riformista, o nella ipotesi migliore, ancora tuttavia da verificare, riformatore? Accennerò a due di questi momenti-chiave, il primo appartenente ai primi anni di vita del Pci, il secondo al 1943; situati cioè alla prima svolta strategica e alla fine dell'Internazionale Comunista, nel cuore dei due nodi storici fondamentali della lotta di classe contemporanea. Qual è, innanzitutto, l'inizio del processo? Spriano lascia intendere che il mutamento di direzione del 1923-24 ebbe modi e fasi che anticiparono lo stalinismo; ed anch'egli pensa allo stalinismo come fenomeno di crisi, di snaturamento del comunismo. Qui anzi egli ha avuto il coraggio, che gli va riconosciuto, di andare assai al di là delle cautele di partito nella descrizione del «grande terrore». Ha parlato ad esempio di vittime italiane dello stalinismo citando i libri ancora tabù di Renato Mieli e di Guelfo Zaccaria. Ma egli lascia nell'ombra la partecipazione italiana allo stalinismo politico, e soprattutto la partecipazione del nuovo gruppo dirigente gramsciano, e di Gramsci stesso, alle origini (che non furono solo direttamente e personalmente staliniane) dello stalinismo. Se prendiamo un primo tratto caratteristico di questo, quale la centralizzazione dell'internazionalismo, la instaurazione d'un monocentrismo moscovita che monopolizzò la distribuzione di ideologia e la irrogazione di legittimità e di illegittimità, noi ci accorgiamo che l'«atto di autorità» con il quale l'Esecutivo dell'IC defenestrò Bordiga nel giugno 1923 e gli sostituì una direzione mista destinata ad aprire il passo al nuovo gruppo dirigente minoritario, quell'«atto di autorità» violava la natura del partito italiano che era, se non tutto bordighiano, certo tutto livornista (e lo fu anche durante tutta la lotta contro il fascismo, rifiutando la rinuncia e il ritiro di Bordiga). Ebbene chi suggerì l'intervento autoritario? Il fatto che a suggerirlo sia stato Gramsci, a Mosca, nel marzo 1923, come risulta a chiare lettere dal suo carteggio (20) e che Spirano non abbia ritenuto di rilevarlo (21) e non ne abbia tratto quindi le conseguenze è una riprova di quanto prima dicevo, cioè che l'approccio ideologico è primario e determinante in un qualsiasi quadro di metodologia della ricerca. Si potrebbe obbiettare che l'elemento decisivo per un giudizio va cercato nei contenuti politici dell'azione di Gramsci dirigente, nel 1924-26. Possiamo aprire una discussione su quei contenuti, ma alcuni fatti sono di prima evidenza. (...)' (pag 194-195) [(20) Gramsci a Togliatti, 27 gennaio 1924, in P. Togliatti, 'La formazione', cit., p: 175: «(...) arrivai fino a dire che se si riteneva che veramente la situazione fosse tale come obiettivamente appariva del materiale a disposizione, sarebbe stato meglio farla finita una buona volta e riorganizzare il partito dall'estero con elementi nuovi scelti d'autorità dall'Internazionale. Ti dico che in un'altra situazione simile io farei nuovamente la stessa proposta e non avrei nessuna paura di scatenare tutti i fulmini dell'universo»; (21) Vol. I., p. 283, in nota (!) Spriano riporta parzialmente il passo citato di Gramsci facendolo precedere da un magistrale «egli stesso avrebbe allora ammesso che...»] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
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