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1935-36: pesantissimo sforzo di guerra italiano nell'avventura etiopica PDF Stampa E-mail
LABANCA Nicola, Storia dell'Italia coloniale. FENICE 2000. MILANO. 1994 pag 95 16° foto, illustrazioni, cartine, cronologia comparata (1867-1960): 'Date per una storia', glossario, indice nomi, argomenti, località; bibliografia; Piccola Biblioteca di Base, La Storia. Nicola Labanca è uno studioso di storia della politica militare e coloniale italiana e componente del comitato scientifico del Centro interuniversitario di studi storico-militari. È autore tra l'altro di 'In marcia verso Adua' (Torino, 1993). [L'attacco italiano all'Etiopia. Uno dei prodromi della Seconda guerra mondiale. Lo sforzo di guerra dell'Italia. 'I primi piani espliciti in cui si parla di aggressione all'Etiopia sono del 1932. A questi seguì una preparazione diplomatica presso le cancellerie di Londra e di Parigi tanto cauta quanto l'impresa necessitava. Purtroppo, nell'illusione che uno sfogo coloniale del fascismo avrebbe fatto astenere Mussolini dall'insistere nella sua opera di destabilizzazione del quadro diplomatico europeo, Londra e Parigi di fatto diedero mano libera a Roma. Mussolini d'altronde, puntava moltissimo sull'aggressione all'Etiopia: per un compattamento interno e per far dimenticare i riflessi della Grande Crisi sull'economia italiana; per ragioni ideologiche, assegnando al fascismo il compito di vendicare quell'Adua subita dall'Italia liberale; e soprattutto per motivi di prestigio internazionale, visto anche che dal 1933 il nazionalsocialista Hitler comandava in Germania un regime totalitario e bellicista che minacciava di ricacciare l'Italia (seppur primo regime fascista) nei ranghi di potenza secondaria. Nel 1935-36, intanto, per avere ragione in fretta e completamente di un avversario come quello etiopico tanto inferiore tecnicamente quanto però numericamente non indifferente e soprattutto a suo agio nel proprio terreno, il fascismo scatenò sull'Etiopia una guerra che più che coloniale può dirsi moderna e di massa. Quasi mezzo milione di uomini, fra militari e operai militarizzati furono sbarcati sul Corno d'Africa e, in massima parte dall'Eritrea in parte minore dalla Somalia, lanciati alla conquista dell'Etiopia. Dopo una prima fase (ottobre-metà novembre 1935) in cui le truppe, comandate da De Bono, occuparono sino a Macallé, e una fase di riorganizzazione nella quale, sotto il comando di Badoglio, fu rafforzata la struttura logistica e l'artiglieria, gli italiani giunsero a Addis Abeba il 5 maggio 1936. Mussolini dichiarò unilateralmente la fine della guerra (5 maggio 1936) e la costituzione dell'"impero" (9 maggio), il re divenne "imperatore", Addis Abeba proclamata capitale dell' AOI, fu sede di un governatore generale e viceré. Lo sforzo per la guerra, non breve, era stato colossale. Diverse centinaia di migliaia di uomini furono gettati nel Corno d'Africa; l'Eritrea era stata nel giro di meno di un anno trasformata da sonnolenta colonia in frenetico centro organizzatore dell'aggressione. Per raggiungere in fretta l'obiettivo della 'debellatio' dell'avversario Mussolini non aveva esitato a ordinare l'uso dei gas contro gli armati etiopici (un uso che, seppur su scala ridotta, fu ripetuto poi contro la resistenza patriottica etiopica). Il costo di questa impresa non è stato mi determinato, ma studi recenti lo computano in almeno 46 miliardi spesi fra il 1935 e il 1939: una cifra enorme, che arrivò a rappresentare annualmente fra un quarto e un quinto della spesa statale complessiva e il 12 per cento del reddito nazionale (contro il solo mezzo miliardo e poco più del 2 per cento della spesa pubblica sino allora devoluto in media dal fascismo stesso a tutte le colonie). Come e peggio che ai tempi della Libia, un'impresa "coloniale" aveva parto un deficit eccezionale' (pag 44-46)] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]




 
Inghilterra, secolo XVII: i primi martiri della causa di un partito. PDF Stampa E-mail
CHURCHILL Winston S., Libertà e stato sovrano. ARNOLDO MONDADORI EDITORE. VERONA. 1965 pag 397 8°  ringraziamenti, prefazione, cartine, indice nomi, indice delle cartine geografiche; traduzione di Bruno MAFFI. [La Restaurazione. I primi martiri della causa di un partito. "La venerazione che tutti gli inglesi nutrivano per la monarchia, e la grande popolarità personale di Carlo (II ndr), con le sue maniere affabili e i sui vizi pericolosamente affascinanti, furono rafforzate dalla paura che la sua porte avrebbe portato al trono quel papista di suo fratello. Da questo momento, il trionfo di Carlo fu completo. Halifax insisteva per la convocazione di un altro Parlamento. Ma il Re, di tutte queste convulsioni, ne aveva abbastanza. Col sussidio di Luigi XIV, poteva pagarsi il gusto di fare a modo suo. Pensando alle trenta vittime cattoliche che erano state uccise in base a false testimonianze, e a come Carlo fosse stato costretto a firmarne la condanna a morte, non è da stupire ch'egli si abbandonasse all'onda vendicatrice della marea avanzante. Due personaggi celebri ne furono travolti. Né William Russell né Algernon Sidney avevano pensato di attentare alla vita del Re; ma Russell era al corrente dei preparativi di rivolta, e Sidney era stato trovato con un manoscritto di carattere erudito, in cui si giustificava la resistenza all'autorità regia. Il partito tory-cavaliere, sollevato ora dalle sue paure, e a sua volta spinto ad agire, gridò vendetta. Carlo classificò Russell e in minor grado Sidney, con Sir Harry Vane, fra i nemici della monarchia. Dopo un processo pubblico, entrambi salirono al patibolo. Russell rifiutò di comprarsi la vita inchinandosi al principio della non resistenza; Sidney ribadì con l'ultimo fil di voce le dottrine fondamentali di quello ch'era ormai divenuto il partito 'whig'. Dignitari della Chiesa e dello Stato ebbero vivaci discussioni con questi uomini di acciaio. Essi non cedettero di un millimetro. In un passo vibrante, Ranke scrive: «In questo è l'impronta peculiare del secolo: che, nell'urto fra idee politiche e religiose aspiranti alla supremazia, si formano convinzioni inalterabili che danno al carattere una fermezza interiore grazie alla quale, per contraccolpo, esso si leva al disopra delle lotte e competizioni di parte. A seconda di come il dado cade, gli uomini o raggiungono il potere ed aprono un più largo respiro alle proprie idee, o devono offrire il collo alla vindice scure». Queste esecuzioni ebbero un significato permanente. Di martiri per la religione ve n'erano stati in quantità. Protestanti, cattolici, puritani, presbiteriani, anabattisti, quaccheri, avevano percorso senza batter ciglio l'orribile cammino. Grandi ministri di Stato e uomini pubblici erano caduti nel crollo della loro politica. I regicidi avevano affrontato la morte con orgoglio. Ma qui erano i primi martiri della causa di un partito" (pag 356-357)] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
La caduta di Robespierre e Saint-Just. La partenza dei cannonieri da Parigi PDF Stampa E-mail
MARANINI Giuseppe, Classe e Stato nella rivoluzione francese. VALLECCHI. FIRENZE. 1965 pag XIV 367 8°  prefazione alla seconda e terza edizione, note, illustrazioni, appendici; Collana storica, Direttori: Giovanni SPADOLINI, Franco VALSECCHI, Comitato europeo: William DEAKIN, Henri MARROU, Theodor SCHIEDER. ['Giuseppe Maranini è stato uno storico delle istituzioni, giurista, politologo. A venticinque anni conquistò una cattedra universitaria con i suoi studi sulla 'Costituzione politica delle repubblica veneta' opera monumentale personalissima, erudita e politica insieme. A questo primo studio di largo respiro fecero seguito numerosissimi saggi di storia e di diritto e, nel 1936, 'Classe e stato nella Rivoluzione francese' a cui si doveva affiancare, molti anni dopo, un'altra opera capitale: 'La rivoluzione francese nel 'Moniteur''. Nel dopoguerra i suoi saggi e articoli di politica costituzionale e di diritto pubblico, così poco conformisti, e così vigorosamente polemici, gli hanno dato larga notorietà anche al di fuori della cerchia accademica. Ha insegnato diritto costituzionale italiano e comparato all'Università di Firenze e collaborato al 'Corriere della sera' per i problemi costituzionali e legislativi. Molta fortuna hanno avuto due agili volumi: 'La costituzione che dobbiamo salvare' (1961) e due grosse raccolta di scritti di politica costituzionale: 'Miti e realtà della democrazia' (1958), 'Il tiranno senza volto' (1963). ['Così si raggiunge un'apparente conciliazione. Ma Robespierre, che ha assistito in silenzio all'ultima parte della seduta, ha capito subito l'intimo pensiero dei suoi colleghi. Essi vogliono sfruttare ancora la sua popolarità, visto che si trovano costretti a ritornare alla sua politica; ma nell'atto stesso in cui gli richiedono la sua collaborazione, si preoccupano di esautorarlo. Ormai i due Comitati si riuniranno di nuovo regolarmente, partecipando, sopra lo stesso piano, all'opera di Governo. La partenza dei cannonieri di Parigi significa il disarmo del Comune, ultimo presidio fedele del robespierrismo. La dittatura di Robespierre, che appena qualche mese prima aveva raggiunta una così notevole efficacia, è dunque liquidata. Robespierre dovrà portare ancora tutto il peso morale della politica ch'Egli per primo aveva disegnata e indicata; ma il timone del Governo non è più nelle sue mani. Poi, come potrà attuarsi questa politica, affidata ad uomini che le sono intimamente contrari? Robespierre non confida nella conciliazione raggiunta. Coloro che lo hanno ferocemente attaccato e diffamato, che hanno tentato di sommergerlo nel ridicolo, che hanno cercato di farlo uccidere, dovrebbero rimanere i suoi collaboratori. Egli pensa, a ragione o a torto, che i suoi nemici utilizzeranno la conciliazione solo per meglio colpirlo e demolirlo: diversamente, perché avrebbero fatto partire i cannonieri da Parigi, proprio ora che gli eserciti sono vittoriosi e hanno meno che mai bisogno di rinforzi? Molte volte Robespierre ha già veduto da vicino la sconfitta e la morte: e sempre, col suo freddo e disperato coraggio, ha superato la crisi e riafferrato il potere. Egli decide di dare battaglia ancora una volta: o cadrà, o realizzerà finalmente davvero il programma del Governo rivoluzionario, dopo aver realizzato il suo presupposto, l'unità assoluta del potere. Ma ormai la sua voce non è più ascoltata. Il paese, che, sotto la sua guida, ha dovuto sopportare uno sforzo immenso, è stanco e non risponde più. Il proletariato parigino, che non vede maturare le leggi di ventoso, e si trova intanto in conflitto con il Comune a causa della tariffa sui salari, non si rende conto della partita definitiva che si sta giocando. I deputati della palude sono travolti dallo spirito della reazione borghese. Così la coalizione subitanea di tutte le paure, di tutte le incertezze e di tutti gli intrighi della Convenzione travolge il grande animatore. L'audace minoranza robespierrista è ora perseguitata in tutta la Francia e trascinata a sua volta davanti al Tribunale rivoluzionario. La reazione ha via libera, e la Francia è di nuovo senza regime" (pag 290-291)] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
Lo scrittore nazionalista Maurice Barrès contro la presunta 'invasione' di immigrati stranieri PDF Stampa E-mail
GERVASONI Marco, La Francia in nero. Storia dell'estrema destra dalla rivoluzione a Marine Le Pen. MARSILIO. VENEZIA. 2017 pag 317 8°  introduzione, note, indice nomi; Collana Nodi. Marco Gervasoni (Milano, 1968) insegna Storia contemporanea all'Università del Molise e Storia comparata dei sistemi politici all'Università Luiss di Roma. È editorialista del 'Messaggero'. Ha pubblicato vari volumi tra cui 'F. Mitterand una biografia politica e intellettuale' (2007), una storia della Seconda Repubblica con S. Colarizi (2012), 'La guerra delle sinistre. Socialisti e comunisti dal '68 a Tangentopoli' (2013) e un volume sulla politica del Quirinale nell'Italia repubblicana (2015). ['Alla stessa stregua del giacobinismo, il nazionalismo è plebiscitario: propone di abbattere il parlamento fonte di corruzione per instaurare un regime di «vera» democrazia, quella diretta che poggia sulla sovranità delle masse incarnata in un capo e sul vincolo di mandato, cioè sulla possibilità degli elettori di far decadere i parlamentari quando «tradiscono il popolo» - la vecchia rivendicazione sanculotta in quel momento sostenuta pure da tutti i socialisti, marxisti compresi. Il nazionalismo, figlio della tradizione giacobina, è tutt'altro che ostile al suffragio universale, non vuole un monarca ma un capo, legittimato dalle folle. Il nazionalismo, se non eredita in toto l'anticlericalismo giacobino, è tuttavia libero dai presupposti teologico-politici della cultura controrivoluzionaria e difende la Chiesa cattolica soprattutto come organizzazione capace di mantenere l'ordine gerarchico. Per i nazionalisti la sola divinità è la Francia, a cui tutto deve essere subordinato. Il nazionalismo, non diversamente dal giacobinismo, è infine anticapitalista, ostile al libero mercato e al 'free trade', favorevole ai lavoratori, i cui bisogni non sono riconosciuti dai padroni «feudatari»; domina nell'immaginario del primo nazionalismo «la nostalgia di una vecchia Francia artigianale e contadina», la «costante protesta contro il denaro e la dominazione della borsa e della finanza», propria di «un movimento  di difesa, di ripiego, di chiusura su se stesso di un corpo ferito» (79). I lavoratori, a cui i nazionalisti si rivolgono, sono beninteso quelli francesi, a cui essi offrono un «socialismo nazionale», endiadi coniata dal giovane scrittore Maurice Barrès, autore di romanzi esaltanti «il culto dell'io», la «potenza della vibrazione» dell'individuo, la «forza delle emozioni». Frequentatore di anarchici e bohémien, Barrès è attratto dal generale Boulanger in quanto «forza della gioventù» contro «i chiacchieroni del parlamento» (80), si definisce socialista, è amico di Jaurès, da deputato siede all'estrema sinistra, come molti boulangisti. Oltre alla revisione della Costituzione, alla Camera Barrès si impegna per la protezione del «lavoro francese» 'contre les étrangers'. Enorme è il numero di immigrati, denuncia Barrès, che «invadono» il lavoro e persino le professioni liberali. Arrivano in Francia esentati dal servizio di leva, percepiscono salari più alti rispetto ai paesi da cui provengono (Italia, Spagna, Portogallo, Polonia), privilegiati dagli industriali che li pagano assai meno di quanto costa la manodopera francese. Sostengono l'immigrazione tanto i liberali quanto i socialisti marxisti, entrambi, anche se per ragioni opposte, favorevoli al libero scambio e convinti, sulla scorta dell'economista Léon Say, che il «mondo sia una grande fabbrica»' (pag 81-82) [(79) 'Le nationalisme française', cit., pp. 18, 26; (80) M. Barres, 'La jeunesse boulangiste', in "Le Figaro", 19 maggio 1888] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
Benedetto Croce e quei socialisti tedeschi "tutt'uno con lo stato germanico" PDF Stampa E-mail
ISNENGHI Mario, Convertirsi alla guerra. Liquidazioni, mobilitazioni e abiure nell'Italia tra il 1914 e il 1918. DONZELLI EDITORE. ROMA. 2015 pag 281 16°  note, indice nomi; Collana Saggine. ["E così il magistero civile di un Croce aspirerebbe ad essere dialetticamente inclusivo, rispetto ai mondi e alle tipologie identitarie che costituiscono l'insieme del paese-Italia. Liberal-conservatore lui stesso, parla con naturalezza a questo mondo che considera maggioritario e interprete storico delle istituzioni; ne presidia i confini, verso destra e verso sinistra, nei mondi diversi dei clericali e dei democratici. Probabilmente, si può considerare un po' sordo rispetto alle urgenze e ai processi trasformativi che stanno investendo, anche attraverso la guerra, i cattolici. L'atteggiamento giusto da tenere di fronte alla guerra e la condizione dell'uomo di guerra non la chiamerà rassegnazione cristiana, come farebbe un cappellano, però la sua arguta approvazione, come savio modello di comportamento, del popolino napoletano fatalista, che vi si adatta e fa fronte aspettando che passi - come quando c'è un'eruzione o un terremoto - non appare diversa da una rassegnazione laicizzata. Più che al mondo cattolico, appare molto interessato a quanto accade - o non accade - nel variegato mondo dei socialisti. Dichiara subito - ancora nel dicembre del 1914, su «Italia nostra» - che c'è stato un tempo in cui lui pure si è «appassionato per il socialismo di Marx» e poi un altro per il «socialismo sindacalistico di Sorel». Li ha frequentati, sa quel che dice, però lo hanno deluso, né dall'uno né dall'altro è venuta l'attesa «rigenerazione», e quell'«ideale di lavoro e di giustizia» si è dissolto. Ora però la via giusta la additano i socialisti tedeschi: "e credo che quei socialisti tedeschi, che si sono sentiti tutt'uno con lo stato germanico e con la sua ferrea disciplina, saranno i veri promotori dell'avvenire della loro classe» (1)" (pag 246-247)] [(1) B. Croce, 'Cultura tedesca e politica italiana' («Italia nostra», 27 dicembre 1914), in 'L'Italia dal 1914 al 1918', cit., p: 22] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
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