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Lo scrittore-giornalista Piovene alla scoperta dell'Italia "Il paese dei mille Stati entro lo Stato" PDF Print E-mail
LEPRE Aurelio, Italia addio? Unità e disunità dal 1860 a oggi. ARNOLDO MONDADORI EDITORE. MILANO. 1994 pag 233 8°  nota bibliografica indice nomi; Collana Le Scie. Aurelio Lepre insegna Storia contemporanea all'Università di Napoli. Ha scritti saggi storici con particolare attenzione per il Mezzogiorno, il Pci e la seconda guerra mondiale. ['Nacquero allora molte illusioni sulla possibilità di uno sviluppo che adeguasse il livello di vita del Sud a quello del Nord, eliminando la frattura secolare esisente. Alcuni meridionalisti, rilevando che nel corso degli anni Cinquanta il reddito medio annuo per abitante era aumentato al Sud meno che al Nord, ponevano obiettivi utopistici. Francesco Compagna scrisse che l'intervento dello Stato doveva essere ancora più deciso, per far aumentare il reddito «più rapidamente di quanto non 'aumentasse' nelle regioni settentrionali», cosa che, per realizzarsi, avrebbe richiesto nel Sud tassi di sviluppo elevatissimi. Queste illusioni trovarono eco anche nell'opera in cui lo scrittore-giornalista Guido Piovene descrisse un viaggio compiuto attraverso l'Italia, forse la più efficace fotografia delle condizioni dell'Italia di allora. A Napoli Piovene fu colpito, oltre che «dal grande progresso di sviluppo industriale», anche dall'«immensa espansione edilizia», che, a suo parere, ne rappresentavano un aspetto « moderno e razionale». La Napoli degli «scrittori sociali», la città «povera e buia i cui abitanti, rinchiusi nel loro quartiere, 'ignoravano' perfino il mare» non lo interessava. Piovene faceva l'elogio della Cassa del Mezzogiorno e ne assolveva gli errori e le incertezze ricordando una frase dell'economista liberale Epicarmo Corbino: «A chi fa le tagliatelle casca la farina per terra». «L'operaio meridionale», sosteneva Corbino parlando con Piovene, «quando è istruito, non è inferiore a nessuno nell'attitudine al lavoro industriale. L'inferiorità naturale del Mezzogiorno di fronte all'industria è una favola». (...) In realtà, dal viaggio di Piovene l'Italia risultava ancora profondamente divisa, non sul piano politico, ma su quello della mentalità' (pag 189-191)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   


  

 
La lunga crisi del sistema di governo giolittiano PDF Print E-mail
QUAZZA Guido  a cura; saggi di Valerio CASTRONOVO Giorgio ROCHAT Guido NEPPI MODONA Giovanni MICCOLI Norberto BOBBIO, Fascismo e società italiana. EINAUDI. TORINO. 1973 pag VII 253 16°  premessa introduzione: 'Storia del fascismo e storia d'Italia' di Guido QUAZZA; note indice nomi; Collana PBE. Il volume raccoglie le relazioni dell'ottava edizione (1972) del Seminario di Storia contemporanea che si tiene ogni anno ad iniziativa dell'Istituto di Storia dell'Università di Torino, del Centro Studi Piero Gobetti e del Circolo della Resistenza. ['Ma il sistema di governo giolittiano era già in procinto di dissolversi e non sarebbe più risuscitato dopo il conflitto [la guerra di Libia, 1911-1912, ndr]. Il convincimento di Giolitti che l'avventura di Tripoli servisse a neutralizzare l'opposizione dei conservatori all'introduzione del suffragio universale e al monopolio statale delle assicurazioni sulla vita, si era rivelato alla distanza un calcolo sbagliato e aveva messo in moto e addestrato lungo la strada quelle stesse forze della destra, la cui convergenza con l'avventurismo mussoliniano sarebbe sfociata nel 1915 nella campagna per l'intervento, nel «colpo di Stato» salandrino. D'altra parte, ancor prima dell'iniziativa coloniale e dell'avvento sulla scena parlamentare dei cattolici, che ritenevano la politica governativa pur sempre troppo avanzata sotto il profilo sociale, il rinvio della riforma tributaria, l'aumento delle spese militari e le misure per la limitazione dei conflitti di lavoro nelle campagne (sia pur in cambio di una relativa tolleranza per gli scioperi nei centri urbani) erano state altrettante tappe del progressivo cedimento a destra della compagine giolittiana. L'andata a Tripoli aveva portato comunque alla ribalta - unitamente a larghi strati di piccola borghesia delusi e stanchi della «mediocrazia» giolittiana - anche alcuni gruppi dominanti dell'alta finanza che l'impresa libica avevano invocato per la salvaguardia di specifici interessi settoriali (come il Banco di Roma) o utilizzato per neutralizzare i progetti governativi di riforma finanziaria (quando, l'introduzione della progressività delle aliquote tendeva in altri paesi, a cominciare dall'Inghilterra, a correggere la distribuzione spontanea del reddito nazionale). Né della politica di riarmo avevano mancato di approfittare i nuclei dell'industria pesante e della grossa meccanica (come l'Ilva, l'Ansaldo, la Terni, le industria metallurgiche torinesi e quelle armatoriali genovesi), per instaurare più intimi rapporti con lo Stato e risolvere sia le strozzature del credito, sia i nuovi problemi posti dall'acuirsi della concorrenza internazionale. Si apriva con la recessione del 1912-1913 una nuova fase, assai più incerta e difficile. E il complesso di forze, cresciuto in parte sotto la tutela di solidi dazi protettivi, tendeva adesso, in virtù della sua maggior capacità di pressione politica, a non accettare più la mediazione giolittiana, a voler andar oltre; laddove la vecchia opposizione era prevalentemente agraria e liberistica. Mancò ai socialisti la percezione che, in queste nuove condizioni, il blocco corporativo tra grande industria e proletariato d'officina, che informava ancora la gestione sociale e amministrativa delle grandi città del Nord, avrebbe avuto come risvolto, per forza di cose, la divisione e l'indebolimento delle organizzazioni operaie. Tanto più che solo una minoranza delle masse era sindacalmente organizzata e che là dove, come a Torino nel 1913, la Fiom era riuscita a concludere una serie di agitazioni per il riconoscimento della rappresentanza collettiva dei lavoratori, si era trattato solo di una vittoria pagata con la scissione dei sindacalisti rivoluzionari e propiziata per di più dall'appoggio del governo giolittiano. Mentre, con il riconoscimento della Fiom e lo spostamento del centro dell'organizzazione operaia dal luogo di lavoro al sindacato, la nuova industria meccanica torinese si era assicurata di fatto ampi margini di «acquiescenza nei confronti dei più recenti meccanismi privati di accumulazione concentrata» e di razionalizzazione dall'alto del ciclo produttivo, mutuati dal taylorismo e dalle strategie di impresa più avanzate dell'industria americana' (pag 49-51)] [Valerio Castronovo, Capitolo: 'Il potere economico e il fascismo'] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
 

 
La grande espansione dell'economia americana nel suo complesso - tra il 1939 e il 1944 PDF Print E-mail
HANSON Victor Davis, La seconda guerra mondiale. Come è stato combattuto e vinto il primo conflitto mondiale. MONDADORI. MILANO. 2019 pag 783 8°  prefazione foto illustrazioni tabelle cartine note bibliografia indice nomi; traduzione di Aldo PICCATO e Gabriella TONOLI; Collana Le Scie.  Victor Davis Hanson insegna Storia militare e Cultura classica all'Hillsdale College, è senior fellow presso l'Hoover Institution e professore emerito alla California State University. Oltre a collaborare con molte importanti testate, ha pubblicato vari libri tra cui 'L'arte occidentale della guerra' (1990), 'Massacri e cultura' (2017), e 'Una guerra diversa da tutte le altre'. ['In effetti, il divario di produttività tra gli Alleati e l'Asse è alquanto sorprendente in ogni settore, dai carri armati agli aeroplani, dall'artiglieria ai fucili. L'espansione dell'economia americana nel suo complesso - tra il 1939 e il 1944 crebbe del 55 per cento, mentre le spese militari passarono dall'1,4 per cento al 45 per cento del PIL - fu talmente prodigiosa che persino le spese civili nel 1944 non differivano da quelle sostenute nel 1939. Mentre tutte le altre economie di guerra concepirono la pianificazione di bilancio come una competizione tra burro e cannoni, negli Stati Uniti l'economia assunse proporzioni così vaste da lasciare spazio al sostegno delle spese più elevate di tutta la storia della nazione tanto nel settore militare quanto in quello civile. Questa super-efficienza americana fu ottenuta in larga misura assumendo le donne e i disoccupati in altissimo numero, aumentando le ore di lavoro, migliorando le tecniche di produzione di massa, costruendo fabbriche più grandi e più moderne, incrementando la produttività dei lavoratori, sfruttando vaste riserve interne di carburanti fossili economici, e raccogliendo e liberando enormi quantità di capitali. Al contrario, la Germania fece importare lavoratori coatti, molto meno produttivi, in fabbriche che dopo il 1942 vennero martellate dai bombardamenti, ed era priva di linee ferroviarie e stradali sicure, o di affidabili rifornimenti di petrolio e minerali. Nei territori occupati, ufficiali incompetenti saccheggiavano, depredavano e organizzavano l'Olocausto. La corruzione del Partito nazista era endemica, tanto nell'esercito quanto nella burocrazia, e contribuisce a spiegare perché i cosiddetti «ufficiali professionisti» non obiettarono mai anche a ciò che vedevano di sbagliato nel loro settore di competenza. Dopo la guerra, Hans Lammers, capo del personale della Cancelleria del Reich, fornì agli inquirenti alleati una lista campione di «premi» - sotto forma di enormi somme di denaro e di proprietà immobiliari espropriate - pagati a importanti figure di partito e a ufficiali della Wehrmacht, come i generali Guderian (possedimenti nel Warthegau, in Polonia), von Kleist (in Slesia), von Leeb (in Baviera), Heydrich (proprietà a Panenské Brezany, vicino a Praga) e von Rundstedt (possedimenti in Slesia e duecentocinquantamila marchi' (pag 590-591)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   

 

 
Individualismo e paternalismo contrastanti con la solidarietą proletaria PDF Print E-mail
TOLSTOJ Lev, Quale scuola? ARNOLDO MONDADORI EDITORE. MILANO. 1978 pag 279 16°  nota del traduttore Raffella SETTI BEVILACQUA, introduzione di Graziano CAVALLINI, note, nota bibliografica; Oscar Saggi Mondadori. ['Ancora una volta, bisogna stare attenti a non lasciarsi fuorviare dai pregiudizi dell'uomo dell'Ottocento (per di più nobile e ricco, contadino patriarcale come sottolinea Lenin, e a tratti perfino bigotto o almeno terrorizzato dal problema religioso). Bisogna saper isolare quel che anticipa il Novecento e, io son convinto, il Duemila. Altrimenti si rischia di attaccarsi ad un Tolstoj reazionario o solo a quello che difenderebbe la servitù della gleba e la staticità sociale. Indipendentemente dalla coscienza che ne ha, nel discorso sull'arte Tolstoj tocca il problema di fondo della scuola nella società classista: la sua contraddizione di voler elevare la cultura degli individui a dei livelli incompatibili con la loro condizione di sfruttati. La sua analisi evidentemente non riguarda solo l'arte ma l'intera cultura: la sua incapacità di andare fino in fondo e di dichiarare apertamente che è la condizione dei contadini che è inconcepibile e non il loro diritto alla cultura, non dove farci perdere il significato storico e pedagogico dell'analisi stessa. Tanto più se la si collega a quell'altra sulla sostanziale identità tra cultura religiosa (i seminari) e laica (i ginnasi e le università), dal punto di vista che entrambe esercitano un'azione violenta e colonizzatrice, volta solo a negare e soffocare la cultura vera. Tolstoj vede bene che si tratta tanto qui come là di una lotta per il potere, arriva a scorgere con chiarezza l'uso del condizionamento ideologico come strumento di governo, e che la scuola sorta dal trionfo della borghesia è in ciò l'esatto prolungamento dell'indottrinamento religioso. Lenin riconosceva nel pensiero di Tolstoj la presenza contemporanea delle idee caratteristiche sia della rivoluzione comunista sia della precedente rivoluzione capitalista borghese quale l'aveva vissuta il mondo contadino russo con la soppressione della servitù della gleba. Alla fine tuttavia negava la qualità di rivoluzionario a causa di questi suoi limiti, del suo individualismo e paternalismo contrastanti con la solidarietà proletaria (1)' [dall'introduzione di Graziano Cavallini] (pag 26-27) [(1) V.I. Lenin, "Sulla gioventù e sulla scuola", Edizioni Rinascita, Roma, 1954] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
Un sempre maggior numero di professori di scienze sociali sono consulenti della grande industria... PDF Print E-mail
ROSZAK Theodore  a cura; scritti di Theodore ROSZAK Louis KAMPF Sumner M. ROSEN Staughton LYND Marshall WINDMILLER Kathleen GOUGH John WILKINSON Robert ENGLER Christian BAY Gordon C. ZAHN Noam CHOMSKY, L'università del dissenso. EINAUDI. TORINO. 1968 pag 318 16°  prefazione, note, notizie sugli autori; Collana Nuovo Politecnico. T. Roszak, dottorato alla Princeton University e insegnamento alla Stanford e al California State College, Harvard, dove è professore associato di storia e direttore accademico del programma di storia della cultura occidentale. ['Quanto ai professori, sono diventati anche loro dei trafficanti attenti a non lasciarsi sfuggire nessuna occasione. Non si limitano alla propria università. I più abili hanno imparato a manovrare anche con altre istituzioni - altre università, istituti, fondazioni, industrie, il governo. Un sempre maggior numero di professori di scienze sociali sono consulenti della grande industria e di vari organismi del mondo degli affari. L'ufficio delle ricerche applicate della Columbia University e l'istituto delle ricerche sociali della università del Michigan, per esempio, hanno condotto numerosi studi per questi clienti. Le direzioni aziendali sono particolarmente interessate a inchieste sul comportamento in connessione con i problemi del personale. In un discorso alla università del Michigan Arjay Miller, presidente della Ford Motor Company, ha spiegato questa reciproca attrazione. «La grande industria in un certo senso è un laboratorio clinico nel quale le teorie sulla natura umana sono verificate sul terreno dei fatti. Lo studioso di scienze sociali e l'umanista hanno molto da imparare dall'esperienza della più ampia e sistematica metodologia delle loro ricerche. Sia l'una che gli altri quindi avranno tutto da guadagnare se si troverà il modo di rendere più stretti e più frequenti i loro rapporti di lavoro». La scienza contribuisce allo sviluppo economico e lo sviluppo economico crea le premesse di maggiori aiuti finanziari per le università, proseguì Arjay Miller. E si dichiarò dell'avviso che in un mondo interdipendente i sempre più numerosi rapporti tra università e industria «possono essere facili e costruttivi - o reciprocamente irritanti e dannosi». (...) I professori sono interessati al reddito, al prestigio, al rispetto dei loro pari e al potere, o all'accesso alle stanze dei potenti: o per lo meno alla possibilità di pretendere con se stessi e con i colleghi, come già fanno con gli studenti, di essere addentro alle segrete cose. Quando tornano dalle visite di prammatica alle agenzie federali, alla Casa Bianca o alle centrali della grande industria scrivono, e i il loro tono è quello di storici ed economisti di corte più che di studiosi disinteressati. Anche nelle università tradizionalmente note per il rispetto per l'insegnamento e per la ricerca onesta si guarda con particolare favore a chi sa lanciare progetti redditizi dal punto di vista delle finanze e delle pubbliche relazioni' (pag 206-207) [Robert Engler, 'Scienze sociali e rifiuto della responsabilità sociale. Lo scandalo delle università'] [Robert Engler, professore di scienze politiche al Queens College e della City University di New York e al Sarah Lawrence College (1968)]  [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

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