spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
Home arrow News
News
'Londra e di Parigi si rendevano conto che in caso di guerra i polacchi sarebbero rimasti soli' PDF Stampa E-mail
DE-RISIO Carlo, Il secondo suicidio dell'Europa. Dalla crisi di Danzica al 10 giugno 1940. PAN EDITRICE. MILANO. 1982 pag 206 16°  introduzione note; Il timone, collana di divulgazione. Carlo De Risio, giornalista professionista, è nato nel 1935. Si è occupato di questioni storiche e di problemi militari con saggi e articoli su riviste specializzate e quotidiani. Ha compilato per conto dell'Ufficio Storico della Marina Militare due volumi: 'I violatori di blocco' (1963) e 'I mezzi d'assalto' (1964). Nel 1978 per i tipi Mondadori ha pubblicato il libro 'Generali, servizi segreti e fascismo' (1978). ['Il 28 aprile Hitler denunciò il patto di non aggressione con la Polonia del 1934 e, contemporaneamente, gli accordi navali con l'Inghilterra del 1934 e del 1937. Il dato caratteristico di questa fase fu tuttavia un altro. Tra il marzo e l'agosto del 1939 Berlino e Varsavia non fecero assolutamente nulla per avviare una qualsiasi discussione seria su Danzica e sul Corridoio. Hitler restò fermo sulle sue posizioni  - Danzica alla Germania e un plebiscito da tenersi liberamente nel Corridoio - mentre Beck si irrigidì ulteriormente nella sua ostinazione a non negoziare. Nel 1939 il governo della Polonia era noto come «il governo dei colonnelli». Ve ne erano tre: il presidente Ignac Moschicki, il maresciallo Edward Smigly-Rydz, comandante in campo delle forze armate, che era stato naturalmente a suo tempo colonnello, ed infine il più scaltro e influente del trio, appunto il colonnello Jozef Beck. Tutti e tre si erano resi conto che Gran Bretagna e Francia, dopo aver ceduto senza soluzione di continuità dal 1935 in poi con il dittatore tedesco, erano giunti a «grattare il fondo del barile». Dopo la rioccupazione tedesca della Renania, l'Anschluss, i Sudeti, la Boemia e Moravia, e, per buon peso, Memel, che la Lituania era stata costretta a cedere ai tedeschi su due piedi, un ulteriore arretramento avrebbe inferto un colpo mortale al prestigio già troppo compromesso di Londra e di Parigi. In parole povere, i polacchi «sentivano» di poter raccogliere dove Schuschnigg, Benes e Hacha avevano seminato. Inoltre, i polacchi non erano i cecoslovacchi, il cui «ideale» militare è stato sempre rappresentato dal «buon soldato Svejk», l'eroe nazionale di Jaroslav Hasek, bonario, accomodante e un po' vile. I polacchi non erano avvezzi a far tintinnare la sciabola nel fodero ma ben decisi a sguainarla e usarla. Vi era, in ciò, un pizzico di follia. Ed i militari polacchi parlavano sul serio, quando affermavano con enfasi e con preoccupazione affettuosa anche dei loro alleati inglesi e francesi: «Voi non sapete che cos'è la nostra cavalleria». E aggiungevano, con un lampo negli occhi, che in caso di conflitto con la Germania i loro superbi reggimenti avrebbero «ronzato nei dintorni di Berlino» attorno alla seconda settimana di operazioni (e che non fosse millanteria la loro è dimostrato dalle eroiche quanto suicide cariche contro i Panzer tedeschi e dal sacrificio della intera brigata Pomorska, un corpo di 'élite' della cavalleria massacrata dai carri armati di Guderian, che assistette attonito allo spettacolo: «Pazzia!»). La «garanzia» alla Polonia suonava dunque come un impegno d'onore per gli anglo-francesi. Ma, concretamente, gli stati maggiori di Londra e di Parigi si rendevano conto che in caso di guerra i polacchi sarebbero rimasti nelle peste, soli, a fronteggiare la furia devastatrice delle divisioni corazzate tedesche e degli Stuka. Baravano un po' tutti. (...) La chiave di tutti i problemi, almeno da parte alleata, si trovava a Mosca, entro le mura del Cremlino, al cospetto della sfingea presenza di Stalin. (...)' (pag 30-33) [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

Leggi tutto...
 
La macchina da guerra sovietica nella guerra civile, 1918-20 PDF Stampa E-mail
DEI Francesco, La rivoluzione sotto assedio. Storia militare della guerra civile russa. Volume I. 1917-1918. MIMESIS. MILANO. 2018 pag 244 8°  avvertenza introduzione note tabelle appendice I, carte appendice fotografica; Passato prossimo, collana diretta da Paolo BERTELLA FARNETTI.  Francesco Dei (Siena 1975) laureato in Scienze politiche, si è specializzato in Storia e cultura dell'Estremo Oriente e in Storia e cultura della Russia e dell'Europa slava. Per questo lavoro ha dedicato sei anni di studio, numerose ricerche e viaggi in Russia. ['Si impone uno sguardo ai numeri della macchina da guerra sovietica che, a seguito di arruolamenti volontari e forzati, si andò espandendo nel corso degli anni. Lo scopo finale, richiesto espressamente da Lenin, era di raggiungere i 5.000.000 di combattenti, probabilmente in vista di obbiettivi che andavano ben oltre gli ambiti di una guerra civile e, più propriamente, quelli di una rivoluzione internazionale. In realtà non tutti i soldati della 'Kransnaja Armija' furono coinvolti nella guerra civile. La maggior parte di essi fu dispersa per le province più amene con il compito di sedare piccoli focolai di rivolta, contrastare i partigiani ribelli verdi o neri (movimenti di opposizione non allineati) e, infine, di servire come guardie di frontiera o di guarnigione. Questi numeri ovviamente non potevano essere supportati dal solo proletariato. La preponderanza della truppa era di origine contadina (nel 1920 erano circa il 70%). Essa spesso nutriva avversione per i bolscevichi a causa delle requisizione forzate che aveva subito. Tale fattore aveva compromesso l'affidabilità politica dell'esercito tanto che, una volta superata la fase dell'arruolamento volontario, l'Armata rossa (come le forze bianche) iniziò presto a soffrire di un forte tasso di diserzioni. Di fatto, il numero delle truppe disponibili era in continuo mutamento e seguiva il corso stesso della guerra, per cui il soldato tendeva a rimanere fedele nella vittoria, mentre nella sconfitta era propenso a darsi alla macchia. Secondo alcuni calcoli provenienti da fonti sovietiche, nel biennio 1919-20 ci furono 2.846.000 disertori (31), di cui circa la metà si ripresentarono nel corso della guerra, in cambio dell'immunità. Fin dall'ottobre del 1918 erano stati avviati i corsi di specializzazione militare. Solo dal marzo del 1919 i futuri ufficiali della 'Kransnaja Armija', imbevuti di dottrina bolscevica, avrebbero gradualmente sostituito la figura degli "specialisti" (che, per ironia della sorte, erano gli stessi istruttori di queste scuole) e dato vita ad uno Stato maggiore esclusivamente comunista. A tale scopo vennero aperte cinquanta scuole militari in tutta la Russia e, durante il periodo 1918-1920, furono istruiti 39.900 'kursanty' (cadetti bolscevichi), ripartiti per specialità (...)' (pag 40-41) [(31) Kakurin N.J., 'Strategiceskij ocerk grazdanoskoy vojny', Evrolinc, Moskva, 2004] [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

 
Conquista. La catastrofe demografica, la destrutturazione economica, sociale, culturale, mentale PDF Stampa E-mail
WACHTEL Nathan, La visione dei vinti. Gli indios del Perù di fronte alla conquista spagnola. GIULIO EINAUDI EDITORE. TORINO. 1977 pag 414 8°  introduzione foto illustrazioni cartine tabelle grafici note allegati appendice: Fonti sulla demografia del Perù del XIV secolo; glossario bibliografia indice nomi; traduzione di Gabriella LAPASINI; Collana Einaudi Paperbacks. Etnologo, linguista, sociologo Nathan Wachtel non ancora quarantenne (1977), insegna all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, ed ha al suo attivo una serie di ricerche "sul campo" in Perù e Bolivia. Ha pubblicato una raccolta di saggi di storia e antropologia andina 'Sociedad e ideologia' (Lima, 1973). Un suo saggio sull'acculturazione è compreso nel primo volume di 'Faire l'histoire', a cura di Pierre Nora (Gallimard, 1974, in traduzione presso Einaudi). ['[C]on il vocabolo 'destrutturazione' vogliamo intendere il sopravvivere di vecchie strutture, o di loro elementi parziali, ma al di fuori del contesto relativamente coerente entro il quale si collocavano: dopo la Conquista, i frammenti dello Stato inca permangono; viene, invece, disintegrato il cemento che li univa. Perché questa disintegrazione? Dobbiamo anzitutto prendere in considerazione il fatto stesso della dominazione spagnola. La Conquista si è realizzata con la violenza, e la violenza è continuata anche dopo. Non si tratta di riprendere, in questo caso, la troppo facile «leggenda nera»: vogliamo dire che la violenza, con il suo permanere, caratterizza la società coloniale come un elemento strutturale. Certo, la violenza non è estranea ad altre società, a cominciare dallo stesso Impero inca, costituitosi attraverso conquiste successive; né il governo dell'Inca - nonostante le leggende - fu privo di durezza. Tuttavia, i conquistatori inca fondarono il loro Impero assumendo come proprie le istituzioni tradizionali che s'erano in precedenza sviluppate al livello stesso della comunità; e, in questo senso, si può dire che - nonostante la sua complessità - la società inca conservasse una certa coerenza. Certamente, come abbiamo già visto, l'estensione stessa dell'Impero determinava lo sviluppo di istituzioni nuove, come quelle degli yana, che avevano in sé il germe d'una organizzazione sociale di tipo diverso: quest'evoluzione, però, era il risultato di una dialettica interna. Gli spagnoli, invece, hanno imposto brutalmente e dall'esterno un gruppo sociale dalla cultura del tutto estranea (religione cristiana, economia di mercato, ecc.): e così la Conquista ha determinato la sovrapposizione di due settori, l'uno minoritario e dominante, l'altro maggioritario e dominato. Coesistenza dunque di due diverse culture, ma non radicale dicotomia: i due settori che costituiscono la società coloniale non sono vissuti in semplice giustapposizione, senza legami l'uno con l'altro: anzi, il settore spagnolo è potuto vivere soltanto traendo la propria sussistenza da quello indio e proprio attraverso il gioco della dominazione e della violenza. La società india, forzatamente sottoposta a un sistema estraneo alla propria tradizione, ne è stata profondamente sconvolta. Questo capitolo riassume gli effetti negativi della Conquista sul mondo indigeno. Concentreremo il nostro interesse sugli aspetti demografici, economici e sociali: ma non dobbiamo dimenticare che in questi settori passa anche la dimensione religiosa e che essi coinvolgono sempre l'atteggiamento mentale (1)' (pag 127-128)] [(1) Ricordiamo che il periodo da noi preso in esame ricopre una quarantina d'anni (dal 1532 al 1570 circa), e che il governo del viceré Toledo ha impresso una svolta alla storia del Perú coloniale] [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Brecht: marxismo e arte borghese PDF Stampa E-mail
BRECHT Bertolt, Scritti sulla letteratura e sull'arte. EINAUDI. TORINO. 1975 pag 342 8°  nota introduttiva di Cesare CASES, note notizie sui testi, indice nomi; traduzione di Bianca ZAGARI; Collana Reprints Einaudi. ['Scrivere in maniera realistica non è una questione di forma. Tutti gli elementi formali che ci impediscono di giungere al fondo della causalità sociale debbono venire eliminati; tutti gli elementi formali che ci aiutano a giungere al fondo dalla causalità sociale, debbono venir chiamati a raccolta. Se si vuole parlare al popolo, bisogna farsi capire dal popolo. Ma anche in questo caso non si tratta di una questione puramente di forma. Non è che il popolo capisca soltanto le vecchie forme. Marx, Engels e Lenin, per rivelare al popolo la causalità sociale, hanno fatto ricorso a forme nuovissime. Lenin non solo diceva cose diverse da Bismarck, le diceva anche in modo diverso. Non si preoccupava né di parlare nella forma vecchia né in una forma nuova. Egli parlava in una forma adeguata. Gli sbagli e gli errori di alcuni futuristi sono manifesti. Su un enorme cubo posavano un enorme cetriolo, dipingevano il tutto di rosso e lo battezzavano 'ritratto di Lenin'. La loro intenzione era che Lenin non assomigliasse a niente di ciò che si era già visto in qualunque luogo e in qualunque epoca. Il risultato era che il loro ritratto non assomigliava a nessun ritratto che si fosse mai visto. Il ritratto non doveva ricordare in nessun modo ciò che era noto dai vecchi tempi maledetti. Il guaio era che non ricordava neanche Lenin. Sono episodi spaventevoli. Non per questo hanno però ragione gli artisti i cui ritratti ricordano, è vero, Lenin ma in maniera di dipingere che non ricorda affatto il modo di combattere di Lenin. E anche questo è evidente. La lotta contro il formalismo dobbiamo condurla da realisti e da socialisti' (1938, circa) (pag 175)] [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  


 
Infiltrazione della polizia segreta zarista nelle organizzazioni rivoluzionarie russe PDF Stampa E-mail
FREEMANTLE Brian, Il KGB. Storia della più potente organizzazione spionistica del mondo. MURSIA. MILANO. 1997 pag 189 8°   cartine, appendici: A. Il glossario dello spionaggio; B. Organizzazioni del servizio segreto in Russia a partire dal 1917; Capi delle Organizzazioni; C. Schema dei servizi del KGB all'estero; bibliografia ringraziamenti; traduzione dall'inglese di Iole Luisa RAMBELLI. Brian Freemantle è stato corrispondente all'estero del 'Daily Express' e del 'Daily Sketch' e redattore per l'estero del 'Daily Mail'. Ha lavorato in più di 30 paesi, compresi ex URSS, Vietnam e USA. nel 1975 ha organizzato l'unico ponte aereo britannico per gli orfani vietnamiti prima del crollo del Vietnam del Sud. Nello stesso anno ha lasciato il giornalismo attivo per dedicarsi alla professione di scrittore. ['Lo zar riteneva che la sua vera forza stesse nell'altro strumento di controllo: l'organizzazione della polizia segreta. Alle dipendenze del ministero degli Interni esisteva il Dipartimento della Polizia di Stato, istituito nel 1880, consistente in uno speciale dipartimento centrale, l''Osobyi Otdel', e di una rete di divisioni di sicurezza estesa in tutto il Paese, l'Okhrannye Otdeleniya. Per la popolazione, quella tirannica organizzazione odiatissima era semplicemente l'Okhrana. Per mezzo dell'Okhrana lo zar cercò di infiltrarsi nei vari movimenti rivoluzionari che minacciavano il trono e neutralizzarli. Tenendo conto del fatto che disponeva sorprendentemente di pochi effettivi - nel 1916 contava poco più di 15.000 persone - si deve riconoscere che ottenne risultati notevolissimi. Per ironia del caso, i più importanti furono conseguiti proprio nell'ambito del Partito bolscevico, destinato infine a sostituirsi allo zar nel dominio della Russia. Lenin, il rivoluzionario figlio di un ispettore scolastico, nel 1906 dovette riparare in Svizzera per sfuggire all'Okhrana. Lasciò in Russia Roma Malinovskii come suo principale portavoce. Malinoviskii, membro del Comitato centrale bolscevico, era un fedele agente dell'Okhrana. Quando nel 1912, a Pietroburgo, venne fondata la «Pravda», Malinovskii ne divenne il direttore. Tra il 1908 e il 1909, quattro dei cinque membri del Comitato del Partito bolscevico di Pietroburgo era al servizio dell'Okhrana. Così come vi fu l'infiltrazione vi furono anche le epurazioni. Centinaia di dissidenti sospetti furono arrestati. Alcuni vennero rinchiusi, altri liquidati' (pag 13)] [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]


  

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 82 - 90 di 1651
spacer.png, 0 kB

Cerca nel sito

spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB