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Gramsci tra l'influenza di Lenin e quella di Croce PDF Stampa E-mail
CAROCCI Giampiero, Un intellettuale fra Lenin e Croce. ESTRATTO DA 'BELFAGOR' - CASA EDITRICE LEO S. OLSCHKI. FIRENZE. VOL. 3 N. 4 31 LUGLIO 1948 pag 435-445 8° (F)  'Miscellanea e varietà'. ['E' noto infatti quanto fortemente Gramsci abbia subito l'influenza dell' idealismo italiano, influenza che, però, derivava, nella sua quasi totalità, dal Croce, tanto da dire di sè stesso che ancora nel 1917 era «tendenzialmente piuttosto crociano» ('Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce', Torino, Einaudi, 1948, p. 199). E' da supporre che proprio dalla critica crociana al marxismo egli abbia preso le mosse. Senonché questa critica, mentre per un verso faceva agli aspetti strettamente filosofici e culturali del positivismo marxista certe obbiezioni che Gramsci non poteva non fare sue, ne accettava poi le conseguenze politiche, cioè il confinare in soffitta l'aspetto dinamico e rivoluzionario dell'insegnamento di Marx accogliendone il solo aspetto gradualistico e riformistico (la conseguenza era il noto assorbimento della socialdemocrazia nel liberalismo). L'influenza di Lenin, che presumibilmente si fece preponderante proprio intorno a quello stesso anno 1917, significò per Gramsci questo: adeguare l'aspetto politico, il problema dell'azione pratica, alla critica filosofica fatta a Marx da Croce. Croce e Lenin venivano a darsi la mano, nella mente di Gramsci, in quell'unica opera, filosofica e politica, tendente a liberare il marxismo dagli impacci positivistici e deterministici nei quali lo aveva irretito l'ideologia della II Internazionale. Senonché si pone subito un problema: infatti, una volta accettato il punto di vista di Lenin nei confronti della socialdemocrazia, quale posto poteva rimanere alla critica crociana? quella esigenza rappresentata, sia pure da un punto di vista semplicemente culturale, dal Croce, di oltrepassare le angustie positivistiche di un certo marxismo, non era forse contenuta già 'tutta', non solo politicamente ma anche culturalmente, in Lenin? Perché il rivoluzionario russo ha questo di caratteristico: che non lo si spezza in due. In lui teoria e pratica coincidono. Accettarlo politicamente significa accettarlo, nella stessa misura, anche culturalmente' (pag 435)]  [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
'I nostri figli potranno costruire un mondo quale il loro padre aveva immaginato nella lotta' PDF Stampa E-mail
PIRELLI Giovanni a cura, Lettere della Resistenza europea. GIULIO EINAUDI EDITORE. TORINO. 1969 pag 344 16°  introduzione di Giovanni PIRELLI: 'Lettera a giovani che conosco e ad altri che non conosco', nota introduttiva, profili biografici e lettere, appendici, note indice nomi; Letture per la scuola media. ['Rudolf Seiffert, idraulico tedesco, partecipa, sin da ragazzo, alle lotte degli operai di Berlino. Alla vigilia del 1° maggio 1929, durante uno scontro tra operai e polizia (1), un poliziotto gli spara a bruciapelo un colpo in una gamba, che deve essergli amputata. Seiffert, allora, ha 21 anni. Dieci anni più tardi lo ritroviamo capo di uno dei quattro gruppi che stampano e diffondono all'interno della Siemens (2) materiale contro il nazismo e la guerra. Nell'ultimo anno del conflitto il suo gruppo confluisce in una vasta organizzazione con diramazioni in numerosi centri della Germania e collegamenti con l'estero (3). Nell'estate del 1944 la polizia riesce a mettere le mani sull'intera organizzazione. Circa quattrocento membri del gruppo vengono assassinati laddove vengono sorpresi, oppure processati e giustiziati. Tra quest'ultimi c'è il trentaseienne Rudolf Seiffert. [Lettera trovata con altra, dopo la sua morte, nascosta nella sua gamba artificiale: "Cara Hilla, cari bambini, si affacciano tempi grandiosi. Una nuova era della storia sta per irrompere sull'Europa. La conseguenza della guerra, che porta a una nuova ripartizione del mondo, è il socialismo. La Germania vuole difendersi da una necessità storica. Più tardi, quando un tratto di questa via, penso, sarà stato percorso, dì ai nostri figli che il loro padre è stato giustiziato per questo. Da un sistema brutale che si oppone al progresso con tutte le sue forze. Da un sistema che non stimava la vita umana, ma solo le leggi del profitto. Quando i nostri figli saranno grandi e in grado di pensare da soli, capiranno che il mio sacrificio non è stato vano. Quando le bandiere del proletariato vittorioso sventoleranno sulla Germania, allora il passo verso il socialismo sarà una realtà. E il passo non è più lontano. I nostri figli potranno poi costruire un mondo quale il loro padre aveva immaginato nella lotta. E anche questa sarà una lotta dura, dalla dittatura del proletariato all'ordinamento socialista della società. E' il più grande compito che mai si sia posto all'umanità. Che cos'è la vita di un uomo di fronte al raggiungimento di un fine così grandioso? Così mi avvio alla ghigliottina diritto e sereno. Il vostro padre", [Rudolf Seiffert, Penitenziario di Brandeburgo, 15 gennaio 1945]; "Nella cella della morte. Giorno e note sono ammanettato, le mani l'una sull'altra, libere solo nell'ora dei pasti. Attraverso la finestra a un solo vetro soffia l'aria gelida dell'inverno. Il termosifone della cella funziona solo per qualche ora. Durante il giorno la temperatura è al massimo 10°. Il corpo si ribella al freddo con tutte le sue forze, ma inutilmente, manca calore interno, la fame rode gli intestini. Sempre fame, sempre freddo. Di notte, con una coperta sul pagliericcio, è peggio ancora. Ti arricci come un embrione, la coperta sulla testa, e cerchi di procurarti un po' di calore con il tuo fiato. Quando al mattino ti alzi congelato e speri di poterti riscaldare con un po' di caffè, generalmente di accorgi che è freddo. La crosta di pane secco basta giusto per la cavità del dente, cena e pranzo sono assolutamente insufficienti. La fame aumenta di giorno in giorno. Per i tuoi bisogni c'è un minuscolo vasetto. Questa è la civiltà nel Terzo Reich. Così un giorno dopo l'altro. Stai qui e aspetti, settimana dopo settimana, che vengano a prelevarti per ammazzarti. Non hai nessuna notizia se la tua domanda di grazia sia stata respinta, quando sarà l'esecuzione. Niente, niente. Tu aspetti e aspetti come il bestiame sul luogo del macello. Il macello degli uomini avviene così. Un giorno, in genere il lunedì, la porta della cella si apre, il tuo nome viene chiamato. L'impiegato domanda: «Avete fatto il vostro testamento?». E poco dopo non sei più vivo. Così, come pratiche d'ufficio, si trattano le vite umane. E' questa forse civiltà? E così un lunedì dopo l'altro, una settimana dopo l'altra, un mese dopo l'altro, 25 pezzi ogni lunedì, sì, pezzi! Questo è il linguaggio ufficiale per designare le vite umane. Un lotto di duecento condannati a morte riempe qui il penitenziario di Brandeburgo. Un continuo arrivare e partire verso il nulla. Ma tutti, l'uno come l'altro, sono diritti e decisi e così vanno al patibolo perché sanno che il loro sacrificio non è stato vano. S'aprono i tempi nuovi. Cara Hilla, parecchi bravi compagni hanno lasciato la cella prima di me, così come ho detto. Compagni con i quali ci si era famigliarizzati, compagni con i quali si sarebbe potuto trasformare il mondo. Sì, cara Hilla, così anch'io attendo che venga chiamato il mio nome; diritto e deciso... State dunque tutti bene, voi che mi foste cari. Rudolf", [Rudolf Seiffert, Penitenziario di Brandeburgo, gennaio 1945] (pag 84-86) [(1) In quella ricorrenza trentatré lavoratori berlinesi furono uccisi dalla polizia. E non era ancora la polizia di Hitler, era la polizia di un governo che si definiva democratico!; (2) Grande gruppo industriale per la produzione di apparecchiature e impianti elettrici; (3) Il gruppo Saefkow-Jaboc-Bästlein. Sue attività erano: raccogliere e nascondere armi, sabotare la produzione bellica, preparare falsi documenti per i resistenti e i perseguitati politici, diffondere materiale di propaganda anche tra i lavoratori e prigionieri di altri paesi]  [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

 
Le 'guerre civili' tra bolscevichi e socialdemocratici in Russia e in Europa PDF Stampa E-mail
ROMANO Sergio, Il giorno in cui fallì la rivoluzione. Una controstoria della Russia rivoluzionaria dal 1917 al 1991. SOLFERINO. MILANO. 2018 pag 153 16°  nota dell'autore, prologo: 'Il Paese delle rivoluzioni fallite: un dramma in due atti'; 'I libri del Corriere della Sera'. ['Questa guerra civile fra i due maggiori partiti della sinistra rivoluzionaria russa non terminò con la morte di von Mirbach. Il 30 agosto del 1918, una socialista rivoluzionaria, Fanny Kaplan, aspettò Lenin nei pressi di una fabbrica che il capo dei bolscevichi stava visitando e gli tirò tre colpi di pistola, di cui due lo ferirono alla spalla e alla gola. Lenin sopravvisse, ma è possibile che quell'attentato abbia favorito l'ictus fatale del 1924; e non è escluso che le sue condizioni fisiche, da allora, abbiano influito sulla sua gestione del potere e facilitato l'ascesa di Stalin al vertice del partito e dello Stato. Non vi fu, quindi, in Russia, dopo la rivoluzione, una sola guerra civile. Insieme a quella che si combatté fra i rossi e i bianchi dal 1918 alla fine del 1922, vi fu anche la rivalità, spesso non meno carica di reciproco odio, che andò in scena durante buona parte del secolo fra comunisti e socialdemocratici. Il primo conflitto, dopo le vicende russe, scoppiò in Germania nel 1919 e fu vinto, con l'intervento delle forze armate, dalla Socialdemocrazia di Friedrich Ebert e Gustav Noske contro la Lega spartachista di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. Lo stesso Lenin, nel frattempo, soffiava sul fuoco e cercava di allargare il fossato con la fondazione della Terza Internazionale, il 2 marzo del 1919, e l'approvazione di un diktat indirizzato ai socialisti; i 21 «comandamenti» che ogni partito socialista avrebbe dovuto rispettare per meritare l'appellativo di comunista e un seggio nei congressi che avrebbero preparato e accompagnato la rivoluzione mondiale' (pag 76-78)] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
Sulla interpretazione marxista del secolo rivoluzionario inglese PDF Stampa E-mail
SCHROEDER Hans-Christoph, Eduard Bernstein e l'interpretazione marxista del secolo rivoluzionario inglese. (Estratto) EDIZIONI 'NISTRI-LISCHI. PISA. 1993' pag 41-47 8° (F)  note; saggio contenuto nel volume "Il potere e la gloria. La Gloriosa Rivoluzione del 1688", a cura di Giorgio VOLA. ['Non è la cosiddetta Gloriosa Rivoluzione del 1688, ma quella della metà del XVII secolo che ha di solito attirato l'attenzione dei marxisti. Marx stesso, nella «Neue Rheinische Zeitung», aveva interpretato la Rivoluzione Inglese del 1648 come una rivoluzione borghese, in cui «la borghesia si era alleata con la parte moderna dell'aristocrazia contro la monarchia, l'aristocrazia feudale e la chiesa dominante». A parte questi diversi schieramenti, Marx considerava borghesi entrambe le rivoluzioni, dato che era stata la borghesia «l'avanguardia del movimento», e ne era uscita vincente. Marx non menzionò neppure la Gloriosa Rivoluzione del 1688 nel contesto di questi due grandi sconvolgimenti di «importanza europea», che, a parer suo, avevano dato origine a un nuovo ordine sociale (Gesellschaftsordnung) (1). Alcuni decenni dopo, Friedrich Engels contrappose in modo esplicito e sfavorevole la Gloriosa Rivoluzione a quella precedente. «Il grandioso periodo della storia inglese, che l'ottusità delle classi medie ha chiamato 'Great Revolution' e i conflitti successivi», scrisse nel 1892, «si conclusero con gli eventi relativamente trascurabili del 1689, che la storiografia liberale ha definito la Gloriosa Rivoluzione». D'allora, secondo Engels, la borghesia inglese si adattò al ruolo di elemento secondario, ma accettato a pieno titolo, delle classe dominanti inglesi (2). Fra i marxisti, solo Lenin che, come sempre, guardava soprattutto ai risultati, giudicava invece la Rivoluzione Inglese del 1688 più importante della precedente perché aveva avuto successo, mentre la prima era fallita. Durante le vicende del febbraio 1917 in Russia, considerando gli sviluppi nazionali alla luce della storia inglese del XVII secolo, poteva scrivere esultante «Dopo la Grande Ribellione del 1905, la Gloriosa Rivoluzione del 1917!» (3). Il primo marxista che studiò in profondità la Rivoluzione Inglese della metà del Seicento - mezzo secolo prima dell'interpretazione marxista degli storici britannici - fu Eduard Bernstein, il socialdemocratico tedesco che doveva poi divenire un revisionista (4). Il suo libro, apparso originariamente nel 1895 come parte della serie 'Geschichte des Sozialismus in Einzeldarstellungen', aveva per titolo 'Kommunistische und demokratisch-sozialistische Stroemungen waehrend der englischen Revolution des 17. Jahrhunderts' (Movimenti comunisti e democratico-socialisti durante la Rivoluzione Inglese del XVII secolo). Nel 1908 uscì una seconda edizione riveduta, intitolata 'Sozialismus und Demokratie in der grossen englischen Revolution' (Socialismo e democrazia nella grande Rivoluzione Inglese), che è stata ripubblicata più volte. Una traduzione del libro di Bernstein apparve solo nel 1930 con un titolo fuorviante 'Cromwell and Communism' (5), non approvato dall'autore. In origine, Bernstein intendeva solo scrivere una breve biografia di John Lilburne, il 'leader' dei livellatori, ma finì poi per lasciarsi prendere dalle ricerche sulla prima Rivoluzione Inglese, lavorando molto al 'British Museum', a cui aveva facile accesso, vivendo a quel tempo esule a Londra. Bernstein si concentrò sui movimenti popolari della Rivoluzione Puritana, in particolare sui livellatori e zappatori, e per primo riscoprì Winstanley. (6) (...)' (pag 41-42) [(1) K. Marx F. Engels, Werke, Berlin, 1957, sgg., VI, p. 107. Per un'analisi della qualità rivoluzionaria degli eventi inglesi attorno alla metà del XVII secolo e per un bilancio critico dell'interpretazione degli stessi in termini di rivoluzione borghese, cfr. H.C. Schroeder, 'Die Revolutionen Englands im 17. Jahrhundert', Frankfurt, 1986, pp. 189-217; (2) K. Marx F. Engels, Werke, cit., Bd. 22, p. 301; (3) W.I. Lenin, 'Briefe', Berlin, 1967, IV, p. 399; (4) Per una trattazione più ampia dell'analisi di Bernsten della cosiddetta Rivoluzione Puritana cfr. H.C. Schroeder, 'Eduard Bernstein als Historiker der Englischen Revolution', in "Geschichte und Gesellschaft", 7, 1981, pp. 219-254; (5) E. Bernstein, 'Cromwell and communism, socialism, and democracy in the great English revolution', London 1930 (tr. ingl. di H. I. Stenning) (ndc); (6) Ci si riferisce qui a due tra i più importanti movimenti radical-democratici del periodo 1640-60, 'levellers' e 'diggers', e ai relativi 'leader' John Lilburne (1615-1657) e Gerrard Winstanley (c. 1609-1676); specie negli ultimi decenni, con il fiorire d'innumerovoli studi sulla prima Rivoluzione Inglese, hanno ricevuto considerevole attenzione dalla storiografia, anche fuori dalla Gran Bretagna (ndc)] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
Béla Kun curatore della pubblicazione delle opere di Lenin in lingue estere PDF Stampa E-mail
GAL Iren, Béla Kun, vita di un rivoluzionario. EDITORI RIUNITI. ROMA. 1969 pag XXV 318  8°  prefazione di Enzo SANTARELLI nota bibliografica; Collana Orientamenti. ['Il primo serio dissidio fra le convinzioni e l'atteggiamento di Kun e la linea politica del movimento comunista internazionale si verificò in coincidenza della svolta del 1935 verso la tattica e la strategia dei fronti popolai. Col VII Congresso Kun, pur essendo riconfermato nel Comitato esecutivo del Comintern, non venne rieletto nel Presidium. Abbandona così l'attività in direzione dei partiti centro-europei di cui si era occupato dopo il 1928. Fra l'altro, all'inizio degli anni trenta si era venuto caratterizzando, in un certo senso, come l'esecutore testamentario di tutto il primo periodo dell'Internazionale: dopo aver portato a termine la pubblicazione in lingue estere delle opere di Lenin, di cui fu giustamente orgoglioso fino alla fine della sua vita, aveva atteso a quella raccolta dei documenti della III Internazionale, pubblicata a Mosca nel 1934, che va sotto il suo nome e che rimane la fonte più importante per la storia del movimento fino al 1932 (XII Plenum). Poco prima del VII Congresso Kun aveva rinverdito, nella nuova situazione europea e mondiale, il suo leninismo d'estrema sinistra: prendendo in considerazione i «paesi capitalisti alleati con la Russia» affermò che «il proletariato non può stringere la solita tregua civile socialdemocratica con la classe dominante (...). I lavoratori non boicottano la guerra (...) non si limitano a "disintegrare" gli eserciti che combattono l'armata rossa dell'Unione Sovietica, ma con questa combattono insieme per vincere il comune nemico». Toccava ai lavoratori porre sotto controllo i comandanti militari nei rispettivi paesi. Ma Béla Kun ribadiva che l'unica garanzia di pace consisteva pur sempre nella conquista del potere da parte della classe operaia. Era una linea che sarebbe venuta inevitabilmente a cozzare con le elaborazioni di Dimitrov e di Togliatti sul fronte popolare antifascista e contro la minaccia della guerra imperialista; una linea che risentiva ancora una volta dello spirito della rivoluzione combattente del 1918 e 1919, della precedente tensione polemica nei confronti del social-fascismo e che soltanto in parte, per certi suoi aspetti, avrebbe potuto tornare utile, in una prospettiva diversa, a conflitto aperto, in vista di uno sviluppo insurrezionale, nella permanenza e autonomia delle diverse sezioni del comunismo internazionale" [dalla prefazione di Enzo Santarelli] (pag XXI-XXII)] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
 
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