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I gravi fatti di Sestri Ponente (9 luglio 1922): l'assalto fascista alla Camera del Lavoro PDF Stampa E-mail
PERILLO Gaetano, I comunisti e la lotta di classe in Liguria negli anni 1921-22. II. MOVIMENTO OPERAIO E SOCIALISTA - CENTRO LIGURE DI STORIA SOCIALE. GENOVA. N. 2-3 APRILE-SETTEMBRE 1963 pag 189-261 8°  note. ['Nel pomeriggio del 9 luglio, nuovi gravi fatti avvengono a Sestri Ponente. I fascisti tentano di dare l'assalto alla Camera del Lavoro, dove si trovano radunati molti operai, e nel corso del tentativo uno squadrista rimane ferito da un colpo d'arma da fuoco sparato da un soldato del picchetto che da tempo fa servizio di guardia ai locali, sopravvenuta la polizia, questa penetra nella sede dell'organizzazione operaia e procede all'arresto di 62 lavoratori, attribuendo loro la responsabilità dell'accaduto. I fascisti intanto danno la caccia ai «sovversivi» per le vie di Sestri, invadono il palazzo del Comune, ricacciati dal quale si abbandonano alla vandalica devastazione di una società di mutuo soccorso e del pastificio di una cooperativa. In seguito a questi fatti, il sindaco socialista ingegner Carlo Canepa e la maggioranza dei consiglieri comunali rassegnano le dimissioni considerando impossibile esplicare le loro funzioni nel clima di violenza instauratosi nel luogo (227); seguono anche varie riunioni di dirigenti politici, di deputati e sindaci socialisti e di organizzatori operai per esaminare la situazione. Infine, il 12 luglio, i rappresentanti dei partiti politici proletari e delle organizzazioni sindacali della Liguria, considerata l'azione fascista tendente «col consenso delle autorità a ridurre in schiavitù i lavoratori liguri ed a spezzare le organizzazioni proletarie della regione», deliberano di chiedere alle autorità in forma ultimativa il rifiuto delle dimissioni dell'amministrazione comunale di Sestri Ponente, precise garanzie per il libero funzionamento dell'amministrazione stessa, l'immediata restituzione dei locali della Camera del Lavoro di Sestri e la scarcerazione dei lavoratori arrestati; delibera inoltre, per il caso che le richieste non siano accettate - come infatti avvenne -, la costituzione di un comitato d'azione con pieni poteri per far fronte alla situazione con tutti i mezzi necessari (228)" (pag 223-224); "La Liguria fu, con la Lombardia e il Piemonte, tra le ultime regioni italiane piegate dalla reazione, e la sua conquista avvenne nell'agosto per la generale avanzata del fascismo, non per l'azione dei fascisti liguri. Il fascismo non era molto sviluppato nella regione e, sebbene avesse compiuto molte gesta di violenza, non si sentì mai di affrontare, con le sole sue forze, il movimento operaio. L'attacco contro Sarzana nel 1921 era partito dalla Toscana, e dalla Toscana principalmente, oltre che dalla Lombardia e dal Piemonte, giunsero in Liguria ai primi d'agosto del 1922 le formazioni squadristiche che resero possibile l'assalto al Palazzo San Giorgio e alle organizzazione operaie della regione, determinando la sconfitta del proletariato" (pag 239); "Il cosiddetto «moto insurrezionale» fascista, della cui preparazione s'era avuto sentore da tempo, si svolse senza trovare opposizione né da parte del proletariato, né da parte delle forze «democratiche» della borghesia. Le velleità di resistenza manifestate da alcuni uomini della classe dirigente caddero dinanzi  alla scelta della monarchia. Sia la Confederazione Generale del Lavoro e sia i due partiti socialisti, appena usciti dalla scissione di Roma ed impegnati in un lavoro difficile di riassetto interno, assistettero impotenti all'evento; né meno impotente si manifestò in quel momento il Partito comunista, la cui proposta di azione unitaria - inviata la mattina del 28 ottobre dal Comitato sindacale alle organizzazioni operaie - apparve subito al di fuori di ogni possibilità di attuazione e fu superata dalla rapidità stessa con cui la crisi venne risolta" (pag 244)  [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
Italia in guerra: 'una reale unificazione dei comandi avrebbe urtato troppi interessi burocratici' PDF Stampa E-mail
AQUARONE Alberto VERNASSA Maurizio  a cura; saggi di Paolo UNGARI Piero CALAMANDREI Alberto AQUARONE Giorgio ROCHAT Gian Carlo JOCTEAU Philip V. CANNISTRARO Pietro SCOPPOLA Ronand SARTI Ester FANO DAMASCELLI Pierluigi PROFUMIERI Sabino CASSESE Silvio LANARO Paul CORNER Giampietro CAROCCI Giorgio RUMI Salvatore SECHI Renzo DE-FELICE, Il regime fascista. SOCIETA' EDITRICE IL MULINO. BOLOGNA. 1974 pag 527 8°  introduzione di AQUARONE Alberto VERNASSA Maurizio, note indicazioni bibliografiche per ulteriori approfondimenti (bibliografia ragionata) (pag 505-522); fonti e riconoscimenti; Serie di Storia.  ['In teoria, tutta l'attività militare di Mussolini avrebbe dovuto passare attraverso lo stato maggiore di Badoglio, che avrebbe avuto in mano la situazione, orientato il capo politico e tradotto le sue direttive di massima in ordini operativi. In pratica Badoglio fu subito messo in disparte, ridotto ad una specie di saggio oracolo cui si sottoponevano le questioni per un consiglio raramente seguito. Il vecchio maresciallo si adattò a questa situazione di tutto riposo, consolandosi con la convinzione che senza la sua resistenza passiva le cose sarebbero andate ancora peggio. Tutto ciò non aveva alcun senso: sotto Cavallero (il suo successore nel 1941-42) lo stato maggiore generale assunse un peso maggiore (anche se non mai preponderante) nella direzione della guerra, con effetti benefici. Probabilmente Badoglio credeva che la guerra sarebbe stata breve, anzi che fosse già stata decisa sui campi di battaglia francesi; un comando anche formale che lo tenesse sulla cresta dell'onda, era tutto ciò che egli si augurava. E difatti il suo stato maggiore bellico era ridottissimo: una ventina di ufficiali, sufficienti per tenere il maresciallo aggiornato, non per permettergli di intervenire realmente nella condotta delle operazioni. Quanto fosse considerato lo stato maggiore generale, appare chiaro dalla nomina di Soddu a sottocapo di Badoglio. Costui aveva fatto tutta la sua carriera negli uffici del ministero, di cui era in quel momento sottosegretario; era quindi più che gravato di lavoro per suo conto. Ottenne tuttavia da Mussolini di aggiungere alla sua carica anche quella di sottocapo di stato maggiore generale, con l'intesa che sarebbe rimasta (per il momento almeno) puramente onorifica, come del resto fu. Le maggiori cariche di comando venivano così distribuite secondo una politica di corte ai favoriti del dittatore, senza alcun riguardo al lavoro da compiere! In definitiva, il comando effettivo delle forze armate nei primi mesi di guerra fu suddiviso tra quattro grandi comandi o meglio tra quattro persone, perché la maggior parte di costoro aveva un doppio incarico. L'amm. Cavagnari diresse la marina, di cui era contemporaneamente sottosegretario e capo di stato maggiore, mentre il gen. Pricolo ebbe la stessa autorità e posizione verso l'aeronautica. L'esercito fu invece diviso tra il sottosegretario Soddu ed il capo di stato maggiore Graziani, cui subentrò di fatto il suo vice Roatta; infatti Graziani fu invitato a fine giugno a comandare le forze armate dell'Africa settentrionale, pur conservando formalmente il titolo di capo di stato maggiore dell'esercito (siamo sempre nella politica di corte!) con tutte le spiacevoli conseguenze immaginabili nei rapporti di dipendenza gerarchica. La direzione di questi quattro comandi spettava a Badoglio, che non ne aveva il potere né l'autorità, ed a Mussolini, che non ne aveva la capacità né la costanza; né l'uno né l'altro, poi, disponevano dei mezzi tecnici necessari, cioè di uno stato maggiore adeguatamente attrezzato. I quattro comandi rimasero di fatto autonomi, salvo momentanee intese. Ognuno di essi tendeva poi ad accentrare in sé tutti i poteri che fosse possibile sottrarre alle unità dipendenti, furono perciò costituiti comandi interforze solo per i settori più lontani e venne in genere limitata l'autorità di tutti i comandanti. Le operazioni navali, ad esempio, erano dirette da Roma, che lasciava ai comandanti in mare un margine ristrettissimo di autonomia; se poi una nave da guerra in navigazione aveva bisogno dell'appoggio aereo, doveva richiederlo a Supermarina (la centrale di comando della marina, a Roma) che, senza avere notizie sulla disponibilità delle forze aeree, girava la richiesta a Superaereo (centrale di comando dell'aviazione, sempre a Roma), che a sua volta, senza avere un quadro completo della situazione navale, trasmetteva l'ordine alle basi da cui partivano le squadriglie ritenute disponibili. Nel migliore dei casi, questo giro vizioso richiedeva alcune ore in pura perdita, specie se l'operazione non era stata prevista. Non fu d'altra parte costituita un'Intendenza generale, che accentrasse e coordinasse tutti i rifornimenti del paese alle forze armate; questi compiti furono divisi tra sei organi diversi: i tre ministeri per la produzione e la distribuzione alle truppe territoriali, i tre stati maggiori per la distribuzione alle truppe mobilitate. Una reale unificazione di comandi avrebbe urtato troppi interessi burocratici. E si potrebbe continuare a citare altri incredibili casi di disorganizzazione negli alti comandi' (pag 113-132)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
'Qui si era lavorato, sotto i tedeschi, a comporre di nascosto giornali clandestini...' PDF Stampa E-mail
LEVI Carlo, L'Orologio. EINAUDI EDITORE. TORINO. 1950 pag 361 8°  nota in appendice; Collana Saggi. 'Pubblicato nel 1950, 'L'Orologio' è uno dei migliori esempi di narrativa politica del dopoguerra, un'appassionante testimonianza sullo sfaldamento delle forze politiche antifasciste. Un orologio che si rompe dà l'avvio alla storia di tre giorni e tre notti nel dicembre 1945, che cambia il destino dell'Italia. La fine del governo resistenziale di Ferruccio Parri, l'inizio della crisi dei partiti liberale e azionista, l'avvento al potere di Alcide De Gasperi e della Democrazia cristiana, e soprattutto Roma e l'Italia di allora: un complesso intreccio di avvenimenti politici e di condizioni umane raccontato con una tensione e un pathos che coinvolgono il lettore e rivelano la temperatura di una stagione traboccante di vitalità e nello stesso tempo vulnerabile di fronte a tutte le illusioni' (Centolibri.it); ['Era la più povera e antiquata tipografia della città, quella che aveva i caratteri più vecchi, rotti, illeggibili, e anche, forse, la più economica: per quest'ultima ragione il nostro rustico siciliano doveva averla scelta, e si rifiutava, con una insuperabile resistenza passiva, di cambiare. C'erano forse anche dei motivi di attaccamento sentimentale: qui si era lavorato, sotto i tedeschi, a comporre di nascosto giornali clandestini: qui era stato arrestato Moneta, che aveva schivato per miracolo la fucilazione; e poi, se la stampa era pessima, la carta cattiva, il lavoro, per mancanza di matrici, lento, i tipografi facevano tuttavia del loro meglio, erano dei compagni e degli amici. Questo ci consolava delle deficienze tecniche, ma non bastava a far sì che, ogni volta che scendevo la scala, e che mi si mostrava lo squallore, la strettezza e il disordine di quei sotterranei, non sentissi un senso di disprezzo, che cercavo di nascondere, per non inasprire inutilmente il disagio dei redattori. Casorin e Moneta, che, là sotto, erano padroni, e scatenati, il dispetto lo sfogavano nel modo più clamoroso. Non passava sera che non alzassero alti lamenti, e non bestemmiassero e imprecassero, quando gli articoli arrivavano composti in un carattere diverso da quello richiesto, o un grazioso elzeviro risultava, per le lettere corrose dall'uso, assolutamente illeggibile, o tutto andava così a rilento che l'alba si avvicinava prima di aver chiuso le pagine. Per calmarli, raccontavo delle condizioni, tanto peggiori, nelle quali ci eravamo trovati a pubblicare un quotidiano subito dopo la liberazione, a Firenze. Eravamo corsi, con le armi in mano, a occupare una splendida tipografia, ricca di rotative nuovissime e di ogni specie di impianti moderni: ma tutte quelle macchine, che ci parevano nostre per diritto di conquista, non erano altro, per la mancanza della corrente elettrica, che degli inutili e paralitici pezzi di ferro. Ci eravamo allora accordati con una vecchia Casa editrice, famosa da più di un secolo per le sue nitide edizioni: e lì, con i caratteri a mano, si componeva il giornale, e si stampava con una macchina piana, messa in moto con un motore di automobile. Era un lavoro lunghissimo, che durava tutta la giornata e buona parte della notte: in quei tempi di azione e di entusiasmo non aveva importanza che le notizie invecchiassero di qualche ora. C'erano dei tipografi che per cinquant'anni avevano curato le pagine dei libri, che fossero esatte, pulite, armoniose; e ora si adattavano con piacere a questo nuovo lavoro affrettato, e ci insegnavano il modo di fare un titolo, di aspetto dignitoso e un po' aulico, secondo una loro tradizione piena di misura; e accettavano con pazienza di rifare una pagina, di notte, quando, a lavoro finito, l'obeso censore militare inglese, troppo pieno di whisky e di regolamenti, tagliava, senza ragione, a caso, un articolo o una notizia; e ci aiutavano, complici e solidali, a nascondere i rotoli di carta e a alterare le cifre della tiratura, che era il doppio di quella consentita dalle gelose autorità alleate. Eravamo tutti ugualmente magri, allora, e non ci accorgevano delle difficoltà. Ma queste cose le avevo raccontate, sia pure con particolari diversi, troppe volte; Casorin e Moneta le sapevano ormai a memoria, e si mettevano a ridacchiare guardandomi come un vecchio lodatore del passato' (pag 206-208)] [ [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 

  

 
Ernesto Cesare Longobardi, socialista meridionale dell'etā giolittiana PDF Stampa E-mail
SANTARELLI Enzo, Un socialista meridionale dell'età giolittiana: Ernesto Cesare Longobardi. MOVIMENTO OPERAIO E SOCIALISTA - RIVISTA TRIMESTRALE DI STORIA E BIBLIOGRAFIA - CENTRO LIGURE DI STORIA SOCIALE. GENOVA. N. 4 OTTOBRE-DICEMBRE 1963 pag 283-316 8°  note. ['In questi anni, più meditativo, meno brillante, meno inquieto degli altri, Longobardi collabora al giornale ['La propaganda', ndr], scrive, studia, prepara articoli per la 'Critica sociale' o per la 'Rivista popolare', porta avanti il dialogo con Merlino o con Nitti, ma al tempo stesso partecipa attivamente, tal quale come gli altri suoi compagni di partito e di generazione, alla vita pratica e alla battaglia quotidiana. (...) In questo periodo gli scritti del Longobardi costituiscono lo specchio emblematico delle difficoltà oggettive e soggettive del gruppo socialista raccolto attorno ad Arturo Labriola a raggiungere e maturare, in collegamento con le forze sociali reali, una propria autonomia politica ed una relativa omogeneità organizzativa. Il Longobardi oscilla infatti fra diversi poli (e lo stesso discorso potrebbe farsi per i migliori e più intelligenti esponenti del gruppo della 'Propaganda'), fra una sua personale ricerca, e la duplice influenza da una parte di Arturo Labriola, il capo riconosciuto del gruppo, e dall'altra delle posizioni radicaleggianti e meridionaliste di Napoleone Colajanni o di Francesco Saverio Nitti. La tensione ideale, teorica e politica del Longobardi si rivolge essenzialmente verso la ricerca e la costruzione di una linea politica generale, che si opponga all'indirizzo riformistico, prevalente, dopo il congresso di Imola, nel partito socialista: di qui l'opuscolo su 'L'indirizzo politico del partito socialista', che si svolge su una linea comune alle idee dei «rivoluzionari napoletani» (di Enrico Leone e principalmente di Arturo Labriola) e l'altro di studi economici condotti nell'ambito dell'interesse nuovo per il marxismo di cui appunto Arturo Labriola era a Napoli in qualche modo, fra i giovani, pioniere e maestro (14). E tuttavia l'influenza di Nitti è evidentissima, nel momento stesso in cui il Longobardi - come i suoi amici più in vista - tenta una vita intransigente e polemizza con Turati (15). E' sulla rivista del Turati che il Longobardi prende posizione sul «problema italiano» e sulla questione meridionale e napoletana, appunto sotto la evidente e marcata influenza dell'economista di Muro Lucano (16)' (pag 294-295) [(14) Cfr. gli opuscoli 'L'indirizzo politico del partito socialista', Napoli, Edoardo Chiurazzi Libraio-Editore, 1902, pp. 44, e 'L'influenza degli alti salari sui profitti secondo le leggi dell'economia marxistica', con prefazione di Arturo Labriola, Napoli, Michele De Leonardis Editore, 1903. Questo opuscolo aveva avuto una prima edizione, sempre a Napoli, presso Ettore Croce, 1902; (15) Dei rapporti amichevoli anche se non intimi, ed anzi un poco distaccati, da maestro a discepolo, sono testimonianza alcuni biglietti del Nitti che si trovavano fra le carte Longobardi, e che risalgono appunto a questi anni; (16) Cfr. l'articolo del Longobardi: «Il problema italiano e l'opera di Francesco Saverio Nitti», in Critica sociale, 1° aprile 1902, a. XII, n. 7, p. 103, da cui sono tratte anche le successive citazioni] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
Il militarismo si assocerā, nell'ideologia del fascismo, non solo al bellicismo ma anche al razzismo PDF Stampa E-mail
D'ORSI Angelo, I chierici alla guerra. La seduzione bellica sugli intellettuali da Adua a Baghdad. BOLLATI BORINGHIERI. TORINO. 2005 pag 331 16° (F)  premessa note bibliografia (pag 283-320) indice nomi; Collana Temi. Angelo D'Orsi è professore di storia del pensiero politico contemporaneo presso la Facoltà di scienze politiche dell' Università di Torino. Lavora in particolare sulla storia degli intellettuali (2005). ['Cultura militare? No, piuttosto cultura militarista, alla quale in realtà forniranno un potente contributo certo non soltanto i generali, ma i poeti, gli scrittori, i giornalisti, i letterati; e, non si trascurino, sia sul piano effettuale, ai fini della macchina militare fascista e della continua mobilitazione bellica, sia sul piano simbolico e genericamente ideologico, gli scienziati (151). Il militarismo si assocerà, nell'ideologia del fascismo maturo, non soltanto al bellicismo, ma anche, sulla base di spunti provenienti da lontano, nello stesso Mussolini (152), al razzismo, che pure rappresenta un capitolo a sé - e che capitolo! - della vergogna dei chierici. Non occorrerà aspettare le leggi del 1938, per vedere tutto ciò: la 'trahison des clercs', l'abbinamento di razzismo, imperialismo e bellicismo, la ridicola e insieme colpevole parte svolta dai regnanti Savoia. Da codesti punti di vista, l'Etiopia è fondamentale: di nuovo, come per la Libia, c'è un forte tentativo di popolarizzare la guerra, tentativo coronato da un notevole successo. Letterati, gazzettieri, scienziati svolgono diligentemente, coscienziosamente, le loro rispettive parti. La cosiddetta «scienza coloniale» (153), che il fascismo tenta di creare negli italiani, riprendendo i fili di un discorso che rinvia a prima di Adua, peraltro, non andrà oltre un livello superficiale, ma ciò nulla toglie alla responsabilità dei chierici, anche ai livelli di una manovalanza intellettuale: «I maestri di scuola obbligarono scolari e scolare a scrivere temi e pensieri sulla forza del regime alle prese con la conquista del proprio impero» (154). A un livello assai superiore, il principale quotidiano italiano diventa il punto di raccolta degli sforzi di scrittori e giornalisti di vario calibro per epicizzare quell'impresa presentata come civilizzatrice; ma in realtà, come si sarebbe dimostrato alla luce dei documenti decenni più tardi, assolutamente barbarica. Alcune delle «firme» dell'epoca si esercitano, sul «Corriere» non più albertiniano, in pezzi di bravura per incensare il Duce, e le sue mirabili conquiste e vittorie militari, per insultare i perfidi figli di Albione (gli inglesi), per decantare l'italica civiltà e mostrare la penosa inferiorità, ma anche la barbarica crudeltà degli africani: Vittorio Beonio Brocchieri (futuro accademico, dopo essere stato giornalista e aviatore), Luigi Barzini, Guido Piovene, Ugo Ojetti, Alfredo Panzini, Giovan Battista Angioletti... tutti personaggi destinati a sopravvivere al fascismo e a riciclarsi tranquillamente nella Repubblica, passando indenni attraverso le sozzure di un bellicismo razzistico e di un'idolatria del Capo davvero tristi (155). «L'immagine dei colonizzatori conquistatori fu intonata all'apoteosi, quella degli etiopici vinti e poi colonizzati fu invece "animalizzata» (156). Tutta la stampa italiana si muove nella medesima direzione, secondata da radio, teatro, cinema, avanspettacolo, canzonette... La Chiesa, con i suoi ministri, provvede a far diventare missionari ideali i soldati, benedicendone le armi. «Lo scontro delle civiltà», per riprendere ancora una volta la celebre formula (157), è già qui (...)' (pag 131-132) [(151) Un'esemplificazione complessiva in Maiocchi 2004; (152) Cfr. Fabre 2005; (153) Labanca, 2002, p. 248; (154) Labanca 2002, p. 248; (155) Cfr. M. Isnenghi, Il radioso maggio africano del «Corriere della Sera» (1971), in Id. 1979, pp. 92-151; (156) Labanca, 2002, p. 248; (157) Mi riferisco ovviamente a Huntington 1997] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

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