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Tra le macerie di Berlino, la fine della 'guerra lampo' PDF Stampa E-mail
ZANGRANDI Ruggero, a cura di Gabriella ZANGRANDI, La tradotta del Brennero. U. MURSIA. MILANO. 1969 pag 286 8°  riduzione, presentazione e commento di Gabriella ZANGRANDI, nota bio-bibliografica, prologo, note, appendice: note storiche; Collana La Nuova Biblioteca. [Questo libro, scritto in forma narrativa, conduce il lettore attraverso le peripezie di un gruppo di deportati italiani prima nei lager e nelle carceri di Berlino (la cui 'incredibile' vita è descritta con sobria efficacia) poi nel cuore della città mentre vi si svolge la battaglia finale (e qui l'opera acquista il valore di un documento unico nel suo genere), infine in mezzo a milioni di profughi che, dopo la fine della guerra, percorsero in lungo e in largo la Germania distrutta per raggiungere i propri paesi (e anche questa parte fornisce un panorama di vicende «incredibili» e sconosciute a chi non ebbe la ventura di viverle e patirle); "I vivi.. percorrevano le vie distrutte senza scopo plausibile, con aria apparentemente tranquilla, come se tutto fosse normale. Entravano nei radi negozi ricavati dai 'rez-de-chaussée' (appartamenti a piano terra) dei palazzi abbattuti, acquistavano giornali o salsicce in qualche chiosco superstite e, talvolta, si soffermavano davanti alla mostra di un cinema, dove, spiccavano le fotografie di Marika Röck, e immagini di Parigi e Varsavia, percorse da carri armati tedeschi, rammentavano che c'era stato un tempo in cui i berlinesi potevano guardare al proprio avvenire con altri sentimenti. I cinema, adesso, non funzionavano più. La gente camminava veloce, con fagotti e sporte, tirandosi dietro, a volte, piccoli trabiccoli su cui erano caricati legname, qualche mobile, cucine. Percorrendo la Bismarck Strasse, si incontravano militari e membri del partito in divisa, che salutavano con il braccio teso, dicendo «Heil Hitler». E anche questa era la cosa più naturale del mondo. Di tanto in tanto, capannelli di persone sostavano davanti a bandi e manifesti, per leggere le ultime disposizioni sui razionamenti, gli orari di erogazione dell'energia elettrica, i più recenti divieti. Alcune scritte a grossi caratteri avvertivano i berlinesi che il Führer era con loro e preparava la grande controffensiva. Ovunque, infatti, tra le macerie e gli angoli delle strade erano approntati piccoli fortilizi e 'bunker', con postazioni di artiglieria e feritoie disposte in modo da guardare in ogni direzione. Erano ancora sguarniti di armi e non v'erano neppure sentinelle che li guardassero, ma si riconosceva che erano stati costruiti in quei giorni. Su un grande 'bunker' collocato proprio nel mezzo della Bismarck Strasse, ancora fresco di calce, una mano ignota - la mano di un 'nemico del popolo'  - aveva graffito la scritta: «Das ist der Blitz Krieg!»: questa è la guerra lampo. E nessuno s'era preso la briga di cancellarla" (pag 102-103)] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
Turgenev voleva descrivere il nuovo tipo di rivoluzionario fiero e forte... PDF Stampa E-mail
TURGENEV Ivan Sergeevic, Padri e figli. GARZANTI. MILANO. 1988 pag 204 16°  introduzione: 'Ivan Sergeevic Turgenev, la vita, profilo storico-critico dell'autore e dell'opera, guida bibliografica' di Silvo BERNARDINI, note a cura di Ettore LO-GATTO; traduzione di Laura SIMONI MALAVASI, Collana 'I grandi libri Garzanti'. ['Il romanzo è centrato su Bazarov il nichilista. La parola «nichilista» (da latino 'nihil', nulla) - che Turgenev non inventò, ma alla quale diede col suo libro un'enorme popolarità - significava uno che non accetta nulla dei valori stabiliti, che nega l'arte, la cultura e la morale corrente, che disprezza i sentimenti per credere solo nella ragione 'scientifica'. Era quello che oggi chiameremmo un «contestatore globale», con in più, come segno dei tempi, una forte accentuazione positivistica e utilitaristica alla Bentham; e del «contestatore» Bazarov aveva anche i caratteri fisiognomici e comportamentali: era capelluto, incurante della persona, oltranzisticamente maleducato.  Era, per molti aspetti, il contrario del suo autore, che proprio per questo l'aveva descritto con simpatia, dando anche alla parola «nichilista» (come sottolinea nelle 'Memorie letterarie') non un significato di biasimo ma piuttosto di esaltazione. In Bazarov, Turgenev voleva descrivere il nuovo tipo di rivoluzionario fiero e forte, privo di mollezza e di compromessi, un fermento di radicale novità nella vecchia e fatiscente società russa. Invece i «figli», i giovani rivoluzionari, insomma i destinatari del romanzo, lo presero male. Respinsero l'appellativo di «nichilisti» (con l'eccezione del critico radicale Pisarev, che l'accettò e lo fece proprio come un appello al totale scardinamento delle istituzioni, e finì in Siberia), e definirono Bazarov una caricatura, rifiutando di riconoscersi in lui. Per di più, con tutti i suoi discorsi e atteggiamenti iconoclasti, con tutta la sua rudezza e il suo anti-sentimentalismo, Bazarov finiva con l'incappare a un certo punto nel più sentimentale degli incidenti: s'innamorava, e si trascinava penosamente in quest'amore fino alla fine. Era insomma, anche lui, un eroe alla Rudin, costruito più di chiacchiere che di fatti. E anche questo non poteva certo piacere alla giovane generazione. Attacchi vennero a Turgenev anche dalla sponda opposta, quella dei benpensanti. Questi l'accusarono di simpatie per il suo eroe e ciò che esso rappresentava. «Voi strisciate ai piedi di Bazarov», scrisse un giornale conservatore, «voi l'adulate e aspettate come una grazia un suo sorriso». Quando Turgenev tornò a Pietroburgo dopo la pubblicazione del romanzo, era scoppiato, proprio quel giorno, un gigantesco incendio ai mercati generali della città. «La prima persona che incontrai», racconta lo scrittore nelle 'Memorie letterarie', «mi apostrofò dicendo: "Guardate cosa fanno i 'vostri' nichilisti! Bruciano Pietroburgo"»' (pag XIV-XV)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

  

 
'I tedeschi hanno fatto irruzione nel ghetto, organizzando un vero e proprio pogrom...' PDF Stampa E-mail
BERG Mary, a cura di Frediano SESSI, Il ghetto di Varsavia. Diario, 1939-1944. EINAUDI. TORINO. 1992 pag 289 8°  prefazione di Frediano SESSI, note, bibliografia, Piantina del ghetto di Varsavia, cronologia, appendice; Collana ET. Mary Berg, il cui vero nome è Miriam Wattemberg, nasce a Lodz in Polonia nel 1924. In seguito all'occupazione nazista si stabilisce con la famiglia a Varsavia, dove viene rinchiusa nel ghetto. Grazie alla madre, in possesso di passaporto statunitense, il 17 luglio 1942 i Wattemberg vengono rinchiusi nella prigione Pawiak, per essere poi imbarcati alla volta di New York. Il diario viene pubblicato per la prima volta negli Usa quando la guerra non è ancora finita. ["Il 16 maggio 1943 il ghetto di Varsavia veniva raso al suolo, definitivamente, ne rimaneva un cumulo di macerie, ma fu un'illusione dei nazisti pensare di poter distruggere anche il ricordo di quei terribili giorni. Mary Berg aveva lasciato il ghetto qualche mese prima, in attesa di essere scambiata con ufficiali tedeschi prigionieri delle forze alleate, con sé, sotto gli occhi vigili dei nazisti, portò le pagine del suo diario. Quando iniziò a scriverlo, il 10 ottobre 1939, Mary Berg aveva 15 anni e un'incredibile capacità di osservare quegli stessi eventi dai quali si sentiva travolta. La sua attenzione ai fatti storici, tuttavia non impedisce mai l'emergere  dei sentimenti o di aspettative della sua vita privata di adolescente. Ne scaturisce un libro che, oltre al suo valore di documento, apre a interrogativi e a risposte di bruciante attualità. Sostenuto da una scrittura scarna e veloce, ricca di partecipazione emotiva e non mai rassegnata al divario che si apriva tra la realtà e le parole per rappresentarla, il diario di Mary Berg, come quello di Anne Frank, è una testimonianza irrinunciabile del nostro tempo" (quarta di copertina); "Ahimè, i miei cattivi presentimenti prima delle feste erano fondati: ieri, vigilia del Rosh Ha-shanah, i tedeschi hanno convocato i rappresentanti della Comunità con l'ingegnere Czerniakow in testa e hanno chiesto che siano immediatamente consegnati loro cinquemila uomini per i campi di lavoro. La Comunità ha rifiutato di obbedire a quest'ordine. I tedeschi hanno fatto allora irruzione nel ghetto, organizzando un vero e proprio pogrom. La caccia all'uomo è continuata tutta la giornata di ieri e stamattina; si sentiva sparare dappertutto. Mi trovavo per caso in strada quanto è cominciata la razzia. Sono riuscita a rifugiarmi in un portone già affollato di gente, dove ho aspettato due ore. Alle otto e un quarto, riflettendo che mi occorreva mezz'ora per andare a piedi da via Leszno a via Sienna, ho deciso di avviarmi, per arrivare a casa prima del coprifuoco, cioè prima delle nove, ora dopo la quale è vietato circolare nelle strade. All'angolo di via Leszno e Zelazna una massa enorme di gente aspettava, disposta in ranghi davanti all'ufficio del lavoro. Erano quasi tutti giovani dai diciotto ai venticinque anni. La polizia ebriaca era costretta a sorvegliare che nessuno fuggisse. Quei giovani piegavano la testa con aria disperata, come se andassero al macello e in realtà non li aspetta niente di meglio. Le migliaia di uomini che sono stati mandati finora nei campi di lavoro sono svaniti quasi tutti senza lasciare traccia" [dal diario, 23 settembre 1941] (pag 97)]  [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

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'Nessuna tirannia ha mai fortificato i propri sistemi di controllo ad una grado così compiuto' PDF Stampa E-mail
PALLA Marco, Fascismo e Stato corporativo. Un'inchiesta della diplomazia britannica. FRANCO ANGELI. MILANO. 1991 pag 136 8°  avvertenza, note, indice nomi; Collana La società moderna e contemporanea, diretta da Marino BERENGO Franco DELLA-PERUTA e Lucio GAMBI. Marco Palla (Pietrasanta, 1949) è ricercatore presso il Dipartimento di storia dell'Università di Firenze. Fa parte della direzione di 'Passato e presente'. Ha al suo attivo numerosi volumi tra cui 'Storia d'Italia' (Bompiani, 1989). ['Anche se l'«antifascismo» di questo settimanale ['The Economist', ndr] derivava, secondo noi, da credo liberoscambista e dalla difesa del patrimonio dottrinario dell'economia classica più che da una consapevole e coerente scelta di battaglia politica, occorre rilevare che un atteggiamento critico fu mantenuto, pur fra oscillazioni e incertezze, non certo a scapito di un'informazione notevole per qualità e quantità. Già prima della frisi economica mondiale, il giudizio sul sistema corporativo («uno dei più notevoli esperimenti politici della storia») si era saldato con una precisa individuazione dei caratteri repressivi della dittatura fascista: "Il nuovo sistema opera a pieno ritmo. Esso rappresenta l'asservimento finale e completo dell'intera vita lavorativa della nazione italiana e di ogni singolo individuo al controllo dell'organizzazione fascista. I sindacati e le corporazioni sono controllati da fascisti e chiunque sia per qualsiasi ragione 'persona non grata' (in italiano nel testo) al fascismo non è solo messo in condizione di non poter ottenere voce in capitolo nel controllo degli affari, ma può essere  privato dell'opportunità stessa di guadagnarsi da vivere (...). Ci sono state altre tirannie e altre oligarchie ma nessuna ha mai fortificato i propri sistemi di controllo ad una grado così compiuto e comprensivo di organizzazione moderna". L'articolo concludeva con un nota di grave perplessità, ricordando che i sentimenti di amicizia per l'Italia e il riconoscimento per l'opera ideale di Mussolini si mescolavano ormai, tra gli inglesi, ad interrogativi inquietanti: "Nessuno studioso di storia contemporanea, e nessuno che operi per la stabilità e la sicurezza del mondo, può liberare la mente da cattivi presentimenti quando osservi l'evoluzione di un meccanismo che nessuna nazione civile ha fino ad oggi subito" (15). Le preoccupazione per la soppressione della libertà in Italia - ribadite in occasione delle prime conseguenze della crisi americana, considerate fra l'altro come del tutto sfavorevoli per tentare nuovi esperimenti corporativi (16) - tradivano tuttavia un'intima solidarietà con la classe imprenditoriale italiana e le sue remore ad accogliere una più massiccia pressione interventista dello Stato (17)' (pag 66-67) [(15) 'The Corporative State in Italy', The Economist, 23.6.1928 (...); (16) 'Industrial Developments in Italy', ivi, 4.1.1930, sosteneva che "la situazione economica attuale non è davvero favorevole a nuovi esperimenti. Le ripercussioni della crisi americana sono serie e le condizioni dei mercati del Sud America, del Levante, della Cina e dell'India non sono promettenti. Il numero dei disoccupati alla fine di ottobre, 297.382, non una grossa cifra, è tuttavia più alto di quello della fine di ottobre 1928, che era di 282.379. Sembra che circolino voci di scontento fra le masse lavoratrici"; (17) 'Economics of Fascism', ivi, 17.5.1930, osservava con preoccupazione la "subordinazione dell'individuo al presunto bene della comunità" e affermava che "è impossibile non simpatizzare coi datori di lavoro italiani per le loro ansie riguardo al futuro (...)"] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]     

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Il patriottismo degli italiani era, come quello degli antichi greci, amore per una singola città PDF Stampa E-mail
MACK-SMITH Denis, Storia d'Italia dal 1861 al 1969. 1. EUROCLUB. MILANO. 1985 pag VIII 191 8°  presentazione dell'autore (pag 3-53), antologia documenti testimonianze, foto illustrazioni iconografia cartine, traduzione di Alberto AQUARONE e Giovanni FERRARA, ristampa edizione 1984. Denis Mack Smith è nato a Londra nel 1920 ed è morto nel 2017. Ha studiato a Cambridge, dove è stato discepolo dello storico George Macaulay Trevelyan. Ha trascorso un periodo di studio anche all'Istituto italiano di studi storici di Napoli, al tempo di Benedetto Croce. È stato Senior Research Fellow presso l'All Souls College di Oxford. È autore di numerose opere sulla storia d'Italia, tra le quali Cavour e Garibaldi nel 1860, Storia d'Italia dal 1861 al 1969, Il Risorgimento italiano, Storia della Sicilia medievale e moderna, Vittorio Emanuele II, Le guerre del duce, è stato protagonista di una vivace polemica, con un confronto diretto in televisione, con Renzo De-Felice sui temi dell'interpretazione del fascismo data da quest'ultimo sopratutto nella sua notissima Intervista sul fascismo, Laterza 1976. ['Un altro importante fattore geografico è dato dalla posizione strategica dell'Italia. La politica estera dello Stato unitario era destinata a preoccuparsi principalmente di quei paesi che confinavano con esso, la Francia, l'Austria e la Serbia. Ognuno di questi era potenzialmente pericoloso, ma di ciascuno ci si poteva servire contro gli altri. D'altra parte la lunghezza delle coste dell'Italia, circa 6.500 chilometri in confronto ai 1.900 della frontiera settentrionale, non solo la rendeva assai sensibile nei confronti di altre potenze mediterranee come la Francia e la Gran Bretagna, ma fece anche di essa una potenza marittima e, talora, imperiale. Quasi tutte le sue importazioni venivano dal mare. Ad oriente c'era il ricordo del dominio veneziano sulla Dalmazia e sul Levante. La terraferma balcanica dista soltanto ottanta chilometri dall'Italia nel punto più stretto del canale di Otranto, mentre l'Africa settentrionale è a sole tre ore di navigazione dalla Sicilia. Non fa meraviglia, pertanto che Cavour e i suoi discepoli avessero di quando in quando delle visioni geopolitiche, in quanto l'Italia era l'unico grande paese europeo tutto proteso nel Mediterraneo, quasi che fosse un promontorio «che unisce l'Europa all'Africa». Sin da quando l'influenza della Turchia e dei corsari barbareschi cominciò a declinare, e specialmente da quando il canale di Suez divenne un fatto compiuto, vi furono alcuni che cominciarono a chiedersi se non fosse possibile ricostituire nell'Africa settentrionale l'antico impero romano.  C'erano dei vantaggi ad essere un'espressione geografica. L'impero centro-europeo di Metternich non era neppure questa, e l'Austria-Ungheria era destinata a essere fatta a pezzi dai nuovi Stati nazionali, fra cui l'Italia doveva essere uno dei maggiori e dei più pericolosi. L'idea di unità nazionale. L'Italia aveva sempre costituito un'unità geografica. Anche da punto di vista religioso essa aveva formato praticamente un tutto omogeneo sin dai tempi di Gregorio Magno e una lingua e una cultura italiana comuni erano esistite da Dante in poi. Fino al 1861, tuttavia, non era mai stata un'entità politica e si può dire che lo fosse a malapena anche allora. Come lo storico napoletano Luigi Blanch aveva osservato dieci anni prima, il patriottismo degli italiani era analogo a quello degli antichi greci, era cioè amore per una singola città, e non per un paese, era un sentimento tribale, e non nazionale. Soltanto in seguito a conquiste straniere essi si erano trovati uniti; ma una volta abbandonati a loro stessi tornavano a scindersi in tanti frammenti. Una certa coscienza nazionale era stata senza dubbio presente intermittentemente durante i secoli, ma si era sempre trattato di qualcosa di vago e incerto, che si esprimeva soltanto attraverso le ardite speculazioni di un Dante o di un Machiavelli; mentre molti altri avevano anzi sostenuto che l'unità nazionale sarebbe stata disastrosa anziché benefica; e oltre tutto moralmente ingiusta. In effetti, prima del secolo decimonono il sentimento nazionale era stato ben scarso e persino una unione doganale simile allo 'Zollverein' tedesco non poté essere attuata finché il Piemonte non fu in grado di imporla. L'Italia settentrionale e quella meridionale praticamente non si erano mai trovate unite sotto lo stesso governo; la sovranità era stata spezzettata per secoli fra città che godevano di un regime di autonomia e dinastie straniere, interessate le une come le altre a contrastare ogni movimento patriottico di cui non fossero alla testa e ad impedire che i loro vicini diventassero troppo potenti. Con l'andar del tempo tuttavia tutti gli invasori si erano amalgamati con l'ambiente circostante ed erano stati assorbiti dal 'genius loci', finché nel 1861 tutte queste numerose città e regioni, a eccezione soltanto di Venezia e Roma, si trovarono ad essere riunite in un unico Stato. Certamente, esistevano ancora delle divisioni interne profonde, e l'avvenire avrebbe visto più di una lotta intestina. È pure certo che l'unificazione venne raggiunta con metodi che non pochi italiani detestavano. Ciononostante, molti sarebbero stati disposti a convenire che nel 1861 le cinque grandi potenze d'Europa erano divenute sei, e in ogni paese libero l'opinione pubblica guardava con simpatia e ammirazione alla rinascita dell'Italia. Come e perché ciò avvenne costituisce uno dei temi più appassionanti della storia moderna'  (pag 11-15)] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
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