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'Sopravvalutazione dello spirito internazionalista del partito socialista e delle sua capacità...' PDF Stampa E-mail
ISNENGHI Mario, Le guerre degli italiani. Parole, immagini, ricordi. 1848-1945. CORRIERE DELLA SERA. MILANO. 2020 pag VII 385 8°  introduzione alla presente edizione di Nicola LABANCA introduzione di Mario ISNENGHI, note bibliografia indice nomi; Serie: 'Le guerre degli italiani', a cura di Nicola LABANCA, 25. ['Ciò che era fallito (o si era voluto evitare) il 24 maggio, riesce in maggior misura l'8 novembre 1917, nel cosiddetto proclama di Peschiera. L'esercito ha appena «fatto» Caporetto e nell'antica fortezza austriaca sul Lago di Garda sono convenuti i capi politici e militari dell'Intesa per stabilire se e che cosa sia ancora in grado di fare l'Italia, che la rotta di ottobre presenta in quel momento come il ventre molle dell'alleanza. (...) Il proclama regale era stato un sigillo istituzionale su tutto questo e un riequilibrio delle forze e dei valori in campo in senso tradizionalista e dinastico. Dopo Caporetto, questo non è più consigliabile né possibile. Sciolta l'ipoteca dinastica, la guerra può continuare e riprendere vittoriosamente solo se si rigenera come guerra unanimista di sentimenti e di valori, mobilitando tutte le energie sociali, facendo appello ai borghesi quanto ai militari, chiamando in causa il civismo, l'unità nazionale, persino «il popolo che lavora». A Peschiera, accanto al Re e ai ministri di parte liberale, c'era anche il ministro Bissolati, socialista e patriota. Già da un anno Cesare Battisti, un altro parlamentare socialista, è divenuto apostolo e martire di una riunificazione nazional-popolare. Persino per Filippo Turati l'Italia è al Piave. Quello che sta venendo è il momento di coloro che gli internazionalisti bollano sprezzantemente come «socialpatrioti». L'appello alle virtù sociali non esclude affatto, anzi, si combina con quello alle virtù nazionali. L'ipotesi politica è quella del blocco unico di resistenza, capace di lasciare da parte ogni conflitto e partito, e anche ogni divisione nell'analisi delle cause dell'accaduto. Qui bisogna tenere presente che, viceversa, intanto, si era scatenata la ridda delle interpretazioni, delle accuse e delle chiamate di correo per Caporetto: sconfitta militare o «sciopero» dei soldati, disgrazia o sabotaggio, sfortunate contingenze o tradimento vero e proprio? Correvano tutte le voci, accreditate - anche le più aspre e inquietanti - ai massimi livelli di autorità. Lo stesso generale Cadorna, è risaputo, aveva cercato di far ricadere la colpa su alcuni reparti che avrebbero volutamente tradito e gettato le armi, arrendendosi: la «brigata Scappa» di cui molti sussurrano. Dietro quest'interpretazione di Caporetto - che il Governo cerca affannosamente di bloccare - c'è la sopravvalutazione, effettiva o strumentale, dello spirito internazionalista del partito socialista e della sua volontà e capacità di organizzare in concreto l'estraneità e l'insubordinazione delle masse' (pag 71-73)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
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Niccolò Machiavelli sulla mancata unificazione della penisola italiana PDF Stampa E-mail
MACHIAVELLI Niccolò, a cura di Michele SCHERILLO, Il Principe e altri scritti minori. ULRICO HOEPLI EDITORE-LIBRAIO DELLA REAL CASA. MILANO. 1924 pag 520 8°  dediche, saggio introduttivo di Michele SCHERILLO: 'La mente e l'opera di Niccolò Machiavelli' (pag 3-74), avvertenza, note, sentenze diverse; Seconda edizione rinnovata. ['"Io mi logoro!": questo è per anni il suo grido di angoscia e di rammarico' (...) (pag 40) [dal saggio introduttivo di Michele Scherillo]; 'E riassumeva finalmente, con molta energia, il suo pensiero, nel 'Ricordo 236°'; che dice: "Tre cose desidero vedere innanzi alla mia morte, ma dubito, ancora che io vivessi molto, non né vedere alcuna: uno vivere di repubblica bene ordinato nella città nostra, Italia liberata da tutti i barbari, e liberato il mondo dalla tirannide di queste scelerati preti". Il Machiavelli non seppe e non volle seppellire nei forzieri dell'archivio domestico, come fece il suo grande amico, i suoi scritti sediziosi. L'amore geloso del 'particulare suo' non gli soffocò la generosa voce nella strozza: e questo, se Dio vuole, è titolo d'onore che né l'invidia o la malafede dei contemporanei, né la settaria persecuzione o la saccenteria critica dei posteri varranno a diminuire. Nei 'Discorsi' (I, 12) egli non s'era fatto riguardo di affermare che, «per gli esempi rei» della corte di Roma, questa provincia d'Italia, la dilettissima Italia sua «ha perduto ogni divozione e ogni religione: il che si tira dietro infatti inconvenienti e infiniti disordini; perché, così come dove è religione si presuppone ogni bene, così dove ella manca si presuppone il contrario. Abbiamo, adunque, con la Chiesa e con i preti noi Italiani questo primo obbligo, d'essere diventati senza religione e cattivi; ma ne abbiamo ancora un maggiore, il quale è cagione della rovina nostra. Questo è che la Chiesa ha tenuto e tiene questa nostra provincia divisa. E veramente, alcuna provincia non fu mai unita o felice, se la non viene tutta alla obedienza d'una repubblica o d'uno principe, come è avvenuto alla Francia e alla Spagna. E la cagione che l'Italia non sia in quel medesimo termine, né abbia anch'ella o una repubblica o uno principe che la governi, è solamente la Chiesa: perché avendovi abitato e tenuto imperio temporale, non è stata si potente né di tal virtù, che l'abbia potuto occupare il restante d'Italia, e farsene principe; e non è stata, dall'altra parte, sì debole, che per paura di non perdere il dominio delle cose temporali, la non abbi potuto convocare uno potente che la difenda contra a quello che in Italia fusse diventato troppo potente». Qui siamo già, non solo al pensiero politico di Vittorio Alfieri, che s'intende, ma a quello del Conte di Cavour e - potrebbe parere un paradosso - di Alessandro Manzoni (1)' (pag 48-49)] [dal saggio introduttivo di Michele Scherillo] [(1) Cfr. i miei saggi: 'Manzoni e Napoleone III', 'Manzoni e Roma laica', 'Manzoni e Cavour', ora in appendice al vol. 'Le Tragedie, gl'Inni Sacri, le Odi di A. Manzoni', Milano, Hoepli, 1922] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
Urss, 1928-29: 'svolta verso la produzione' messa al centro dei compiti dei sindacati PDF Stampa E-mail
CAFAGNA Luciano, 'Le alternative della pianificazione e la storia della economia sovietica', (in) PASSATO E PRESENTE. ROMA. N. 2 MARZO-APRILE 1958 pag 118-257 8°  note, nota bibliografica. ['Il pianificatore viene ad operare (...) non solo dal lato della domanda della forza-lavoro (...) ma anche da lato dell'offerta. Non opera solo cioè influenzando e deformando le alternative di scelta in modo da rendere questa il più obbligata possibile (...), attraverso le condizioni della domanda, ma opera direttamente 'costringendo' l'offerta. (...) Sta di fatto, però, che la via per la quale una simile operazione deve passare è la rottura di ogni effettiva «bilateralità» nel rapporto, e ciò si realizza soprattutto attraverso la trasformazione dei sindacati da organismi difensivi delle esigenze immediate della mano d'opera in strumenti di esecuzione del piano e attraverso la introduzione di misure per la ripartizione coercitiva della mano d'opera fra i diversi settori produttivi e le località diverse (1). Al primo di questi due punti bisogna annettere il carattere di una grossa trasformazione istituzionale. Ne segnò l'inizio l'VIII Congresso sindacale dell'URSS (dicembre 1928 - gennaio 1929). Fu posto al bando il punto di vista difeso da Tomski, presidente fino a quel momento del CC dei Sindacati, che rivendicava libertà di premere per miglioramenti continui delle condizioni materiali degli aderenti, nel presupposto che proprio in questi aumenti salariali nelle singole industrie consistesse la prosperità della nazione e negava l'assunzione di responsabilità inerenti al piano da parte dei sindacati. Si iniziò invece una campagna, guidata dall'esponente staliniano Kaganovic, perché al centro dei compiti dei sindacati e dei loro iscritti fosse posto l'aumento della produzione, il raggiungimento ed il superamento del piano: non l'aumento delle paghe ma l'incremento della ricchezza totale doveva essere considerato il vero modo di tutelare l'interesse dei lavoratori (2). Questa venne chiamata, nella storia dei sindacati sovietici , la «svolta verso la produzione». Come osserva il Dobb, «nel periodo compreso fra il 1930 e il 1940, i legami tra l'apparato organizzativo dello Stato e i sindacati si fecero più stretti»" (pag 148)] [(1) C. Bettelheim, 'Problèmes théoriques et pratiques de la planification', Paris, 1951; (2) . e B. Webb, 'Il comunismo sovietico: una nuova civiltà', Torino, 1950, vol. I, pp. 279 sgg; M. Dobb, 'Storia dell'economia sovietica', Editori Riuniti, Roma, 1957, pp. 249 sgg; P. Barton, 'Conventions collectives et réalités ouvrières en l'Europe de l'Est', Paris, 1957] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  
 

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'Era concreto il rischio che la Gran Bretagna decidesse di chiudere all'Italia il Canale di Suez' PDF Stampa E-mail
MALLETT Robert, Mussolini in Etiopia, 1919-1935. Le origini della guerra dell'Italia fascista in Africa. CORRIERE DELLA SERA. MILANO. 2020 pag 318 8°  note indice nomi; Serie: 'Le guerre degli italiani', a cura di Nicola LABANCA, 23. Sezione V. Le guerre coloniali. ['La riluttanza dimostrata da Londra anche a proposito dei modesti cambiamenti territoriali in Etiopia ammessi da Grandi lasciava capire che le pressioni dell'opinione pubblica e degli ambienti politici britannici avrebbero costretto il governo nazionale a portare la questione di Addis Abeba al tavolo della Società delle Nazioni. Se così fosse stato, e se Ginevra avesse deciso di invocare sanzioni o addirittura un intervento militare contro l'Italia in forza dell'articolo 16, era concreto il rischio che la Gran Bretagna decidesse di chiudere il Canale di Suez. Ciò significava che il supporto logistico per la guerra d'Etiopia avrebbe dovuto prendere la strada del Capo di Buona Speranza e tutto sarebbe stato "estremamente difficile". Ma se davvero la Società delle Nazioni avesse deciso un proprio intervento diretto, l'Italia avrebbe dovuto fare i conti con conseguenze ancora peggiori: i francesi si sarebbero inevitabilmente schierati dalla parte della Gran Bretagna perché ne avevano bisogno per affrontare lo "spettro tedesco" che li terrorizzava. Come soluzione Cavagnari suggeriva che Mussolini chiudesse un occhio su "eventi europei che stavano evolvendosi molto rapidamente" e facesse sapere a tutti che prima o poi Parigi e Londra avrebbero avuto bisogno dell'amicizia dell'Italia. Nel frattempo le divisioni già partite alla volta dell'Eritrea e della Somalia avrebbero rappresentato un avvertimento per l'Etiopia e Mussolini poteva cominciare a far sentire opportune parole di condanna per il paese stesso in quanto inadeguato a far parte della Società delle Nazioni, e rivendicare per l'Italia il mandato di governarlo. Sarebbe stato possibile imporre un governo più diretto in un momento successivo (295)' (pag 187)] [(295) DDI, 7, XVI, Cavagnari a Mussolini, 4 marzo 1935, n. 694] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

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L'opposizione alla guerra di Libia: socialisti e cattolici intransigenti PDF Stampa E-mail
LABANCA Nicola, La guerra italiana per la Libia, 1911-1931. CORRIERE DELLA SERA. MILANO. 2020 pag 301 8°  introduzione cartine note bibliografiche (bibliografia ragionata), indice nomi e località; Serie: 'Le guerre degli italiani', a cura di Nicola LABANCA, 22. Sezione V. Le guerre coloniali. Nicola Labanca insegna Storia contemporanea all'Università di Siena. Con il Mulino ha pubblicato anche "Una guerra per l'impero" (2005) e "Oltremare. Storia dell'espansione coloniale italiana" (2012). E' presidente del Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-militare. ['Pur essendo una società per molti versi ancora agricola, l'Italia era pur sempre, in virtù della sua storia, un Paese di città, il che aggiungeva vivacità e radicalismo alla sua vita politica. Le modalità dell'unificazione  e soprattutto la presa di Roma del 1870 avevano scavato un solco dentro la classe dirigente, a lungo spaccata fra cattolici e no, o meglio fra cattolici intransigenti da un lato e cattolici transigenti e liberali dall'altro, con i primi in più occasioni non meno duri nei confronti dello Stato liberale di quanto lo fossero i socialisti. Era difficile dimenticare, per esempio, che nell'approssimarsi di Adua tanto il foglio socialista «Critica Sociale» di Filippo Turati quanto quello gesuita assai vicino al Vaticano «La civiltà cattolica» si erano concordemente augurati la sconfitta delle truppe italiane, considerate espressione di uno Stato imperialista dal primo e massonico anti-clericale dal secondo. A questa spaccatura politica fra intransigenti e liberali, tanto più grave in una società fortemente polarizzata e in un sistema politico accentuatamente autoritario, si doveva aggiungere un non imprevedibile sovversivismo delle masse popolari dal basso (cui si aggiungeva un ridotto attaccamento alle istituzioni liberali da parte delle classi superiori, un "sovversivismo delle classi dirigenti», come lo avrebbe definito Antonio Gramsci)' (pag 28)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   


 
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