spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
Home arrow News
News
Mussolini perse la certezza che i Tedeschi fossero i guerrieri invincibili che in molti credevano PDF Stampa E-mail
CANCOGNI Manlio, Gli scervellati. La seconda guerra mondiale nei ricordi di uno di loro. EDIZIONI DIABASIS. REGGIO EMILIA. 2003 pag 262 8°  Collana Al Buon Corsiero. 'Generato dalla memoria cinquant'anni dopo con la freschezza del reportage questo libro dell'antifascismo e dell'antipatriottismo viene oggi pubblicato a Reggio Emilia per conto della Diabasis. Manlio Cancogni, nato nel 1916 a Bologna da genitori toscani, insegnante di Storia e di Filosofia, ha pubblicato i primi racconti su 'Frontespizio' e 'Letteratura'. Dopo la guerra si è dedicato al giornalismo (è stato inviato speciale dell'«Europeo» e dell'«Espresso»), ritornando alla letteratura nel 1956 con 'La carriera di Pimlico'. Ha pubblicato numerosi e fortunati romanzi tra cui 'La linea Tomori' (1966) premio Bagutta'. ['Come la quasi totalità degli Italiani, eravamo sudditi privi di spirito civico, di coscienza nazionale. E tutto sommato, non ci pareva fosse un gran male. (...) Eravamo degli 'écervelés', come quelli di Coblenza, al tempo di Robespierre e Napoleone, che ne aspettarono il crollo, pensando che fosse per l'indomani; ma questa volta sarebbero passati più di vent'anni", "Rommel non andò oltre El Alamein. A ogni attacco, Auchinlek rispondeva con un contrattacco. La posizione del maresciallo tedesco preferito da Hitler era tutt'altro che sicura. Tuttavia il Duce che non pare s'intendesse molto di cose militari, contagiato dal generale ottimismo credette venuto, dopo tanti mesi di digiuno, il suo momento di gloria. Si trasferì in Libia. Vi portò il suo cavallo bianco. Impugnò la spada dell'Islam che gli era stata regalata da non so quale sceicco. Anche Bonaparte, in Egitto, nel '98, aveva creduto di conquistare i musulmani, dichiarandosi seguace del Corano. Gli Ulema e l'Iman gli avevano reso ipocritamente omaggio. Egli s'era illuso di averli con sé. Aveva immaginato una grande sollevazione in tutto il Medio Oriente che si sarebbe fatta sentire fino nel Golfo Persico, fino in India, scuotendo le basi della potenza inglese. C'è da chiedersi se in politica l'immaginazione sia una dote. Oggi si sente spesso deplorarne l'assenza. Mancano d'immaginazione, si dice dei politici, come s fosse il loro peggiore difetto, senza indicare che cosa potrebbero immaginare. Napoleone d'immaginazione ne aveva moltissima. Ne aveva anche Hitler. Di ogni avvenimento egli vedeva subito le conseguenze; da un particolare la sua mente; di effetto in effetto, saliva al generale; con uno sguardo ampio e ardito nel futuro, anticipava i tempi, faceva la storia e se ne riteneva il mallevadore. Pericolo esercizio. la mente che spaziando  sulla realtà crede di impadronirsene, è vittima di un inganno. È come una rete, dalle maglie troppo larghe. E più le maglie si allargano e più la realtà vi passa attraverso, sconosciuta. E all'ultimo, l'uomo, vedendo il vero rivelarsi al posto dell'immaginato, prima  si ostina a negarlo, poi si ritira come un bambino offeso, fra i fantasmi evanescenti dei suoi sogni, facendo il broncio. Anche Mussolini non ne mancava. Fra l'altro, diversamente da Napoleone era un pigro. I sogni gli servivano perciò da alibi. Dopo la conquista dell'Impero, trascurando l'amministrazione della cosa pubblica, egli s'era chiuso fra le proprie immaginazioni, spaziando nell'avvenire, nell'Europa, nel mondo, nei desini dell'umanità, convinto di giocarvi un ruolo quasi taumaturgico, facendo tacere il lato opportunistico della propria natura, che era stato, a ben vedere, la sua forza. L'immaginazione! Si fa presto a invocarla. A conti fatti i due migliori uomini di stato che ha avuto l'Italia unita sono stati Giolitti e De Gasperi, che ne erano scarsamente provvisti. Non sappiamo né sapremo mai fino a che punto il Duce credesse veramente che l'appello rivolto agli Arabi avesse un seguito. Di certo era, in proposito, pochissimo informato. Oggi, sessant'anni dopo quell'episodio più patetico che buffo nessuno sa ancora che cosa vogliano gli Arabi e addirittura che razza di gente siano. Figuriamoci all'epoca. Dopo aver snudato la spada, lanciato l'appello all'Islam, egli dovette rientrarsene in Italia deluso, amareggiato, avendo fra l'altro perso la certezza che i Tedeschi fossero i guerrieri invincibili che in molti credevano. Anche in Russia segnavano il passo. Peggio: dove si erano spinti troppo avanti, oltre il Don, verso il Volga e più a Sud verso il Caucaso, le loro linee, come in Africa, si stavano allungando paurosamente. Intanto l'estate finiva e anche i pochi che si ostinavano a credere nel genio e nella buona stella dei due condottieri, cominciavano a vedere con apprensione l'avvicinarsi dell'autunno e dell'inverno' (pag 136-137)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
Una tecnocrazia di orientamento social-riformista tentò la carta della modernizzazione autoritaria PDF Stampa E-mail
VACCARO Rosa, Intervento pubblico e Mezzogiorno. Note per un seminario sul dualismo economico italiano. CEDAM - CASA EDITRICE DOTT. ANTONIO MILANI. PADOVA. 1989 pag 131 8°  prefazione di Ciro MANCA, introduzione, note, tabelle e grafici, bibliografia. ['Francesco Saverio Nitti ebbe un ruolo fondamentale nel difficile periodo compreso tra il primo conflitto mondiale e l'avvento del fascismo. Fu ministro del Tesoro dal novembre 1917 al gennaio 1919 e Primo ministro dal maggio 1919 al giugno 1920 (20). Il suo progetto politico per il dopoguerra prevedeva di arrivare nei tempi più brevi possibili ad un totale smantellamento dell'apparato bellico e di trovare una intesa con le potenze alleate che assicurassero un buon contributo economico alla ripresa del Paese. Sarebbe stato possibile in tal modo avviare un programma di ricostruzione nell'ambito del quale lo Stato avrebbe avuto la funzione di elemento razionalizzatore del processo di sviluppo. In un momento in cui l'Italia e l'intera Europa erano turbati da forti tensioni sociali e da ideologie estremiste, comprese tra la rivoluzione bolscevica e l'espansione nazionalista, il progetto di Nitti non trovò una base sufficientemente solida che ne consentisse la completa attuazione. L'impossibilità di riformare gli equilibri che avevano costituito la base della politica liberale e la successiva occupazione del potere da parte del fascismo segnarono la fine dell'attività pubblica dello statista lucano, che nel 1924 prese la via dell'esilio (21). La sua scomparsa dalla scena politica segnò anche la fine di quel fecondo dibattito di politica economica che sarebbe stato denominato «meridionalismo classico». Una corrente di pensiero caratterizzata da un contenuto prevalentemente critico, infatti, non poteva trovare spazio in un contesto politico privo di libertà di espressione. L'idea di uno stato capace di orientare lo sviluppo in funzione dell'interesse generale e di una politica economica che consentisse di sanare i più gravi squilibri strutturali del paese era tuttavia condivisa da personalità del mondo tecnico e finanziario, come Angelo Omodeo e da alti funzionari pubblici, quali ad esempio Arrigo Serpieri e Alberto Beneduce, che erano stati collaboratori di Nitti e Bonomi negli ultimi governi dell'Italia liberale. Anche l'incapacità delle forze politiche di giungere ad un accordo operativo per attuare un efficace programma di ricostruzione economica, comunque, favorì l'adesione al fascismo di una parte importante dell'intellighenzia tecnica: «Omodeo avrebbe confidato alla Kuliscioff di essere disposto ad appoggiare anche il "governo del diavolo" pur di vedere realizzato il suo progetto elettroirriguo ... idraulici, agronomi e finanzieri si preparavano con realistico agnosticismo politico a tentare la carta della modernizzazione autoritaria» (22). Questa tecnocrazia di chiaro orientamento social-riformista occupò posizioni di primo piano nella politica economica del fascismo ed assicurò la continuità del progetto nittiano tra gli ultimi ministeri dell'Italia liberale ed i primi governi formati da Mussolini' (pag 63-65) [(20) F.S. Nitti nacque a Melfi nel 1868 e morì a Roma nel 1953. Fu intimo amico e discepolo di G. Fortunato. Cominciò la sua attività di pubblicista già nel 1888, ma la sua figura deve essere inserita nell'ambito dell'età giolittiana, periodo nel quale maturano i suoi contributi più originali; (21) Cfr. F. Barbagallo, 'Francesco Saverio Nitti', Torino, 1984; (22) G. Barone, 'Mezzogiorno e modernizzazione', Torino, 1986, p. 99] [La tecnocrazia riformista tra socialdemocrazia e fascismo] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]


  

 
Difficoltà nel processo di unificazione italiana: diversità di natura, di costumi, di storia PDF Stampa E-mail
GALLI-DELLA-LOGGIA Ernesto, L'identità italiana. IL MULINO. BOLOGNA. 1998 pag 171 8°  notazioni bibliografiche, indice nomi; Collana Identità italiana. Ernesto Galli della Loggia insegna Storia dei partiti e dei movimenti politici nell'Università di Perugia (1998). Tra i suoi libri 'Intervista sulla destra' (1994) e 'La morte della Patria' (1996) (Laterza). ['Ma non solo l'unificazione italiana si compie senza un centro; non appena compiuta essa cominciò subito ad apparire un edificio senza solide basi per la troppa diversità delle sue parti costitutive e in specie del Sud rispetto al Nord. Nella celebre esclamazione che in una lettera del 27 ottobre 1860 a Cavour esce dalla penna di Luigi Carlo Farini, da pochissimo giunto nell'ex Regno di  Napoli che egli si appresta provvisoriamente a governare come Luogotenente di Vittorio Emanuele: «Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Africa: I beduini a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile», in questa esclamazione, dicevo, ci sono già tutti gli elementi che formeranno lo stereotipo antimeridionale che il resto del paese applicherà al Sud, ricambiato da quest'ultimo, del resto, se non del medesimo disprezzo, certamente del medesimo sentimento di estraneità. Un'estraneità che certo era esasperata e destinata ad apparire irrimediabile anche per effetto della contrapposizione violenta subito sorta tra il nuovo Stato sabaudo e larga parte delle masse contadine meridionali, ma che poggiava comunque su una reale, ampia, diversità di natura, di costumi, di storia. Sta di fatto che, sorta da tale drammatica diversità, immediatamente la bipolarità Nord-Sud, con la sua altissima potenzialità disgregativa dell'unità appena realizzata e dunque con l'allarme che suscitava, valse a cancellare, a rendere del tutto secondaria, e perciò inesistente come problema, tutta la variegata molteplicità italiana che era confluita nella costruzione unitaria, tutto l'imponente fenomeno di policentrismo urbano-regionale che in tale costruzione pure si ritrovava con l'intero peso della sua tradizione antichissima. Si delinea in tal modo un fatto decisivo: la tendenziale cesura tra l'identità nazionale e l'identità italiana, cioè tra il modo di nascita e di essere dello Stato nazionale e il passato storico del paese, divenuto la sua natura" (pag 64-65)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
'Elemento fondamentale del 'cristianesimo paolino' fu il cosiddetto "immobilismo sociale"' PDF Stampa E-mail
SUCCA Alessio, Economia e Finanza dell'Impero Romano. EDIZIONI DEL FARO - GRUPPO EDITORIALE TANGRAM. TRENTO. 2017 pag 282 8°  introduzione, bibliografia. Alessio Succa si è laureato in Economia Aziendale presso l'Università degli Studi di Cagliari. Scrittore e consulente editoriale, collabora con diverse organizzazioni internazionali specializzate nello studio delle civiltà antiche. ['Nel corso del I secolo dopo Cristo, l'Impero Romano fu interessato da un fenomeno di grande rilievo: la diffusione del Cristianesimo. La nuova religione, si affermò abbastanza rapidamente nel vastissimo territorio di Roma, caratterizzato da una fitta rete di relazioni culturali e commerciali. Il "monoteismo orientale" fu accolto con entusiasmo (e coraggio) non solo dai ceti sociali meno abbienti, ma anche da quelli più elevati. Nonostante la forte opposizione del potere imperiale, spesso sfociata in violente persecuzioni, il Cristianesimo influenzò profondamente la società dell'epoca, creando le fondamenta della futura "civiltà occidentale". La dottrina cristiana attraversò diverse fasi, contraddistinte talvolta da una dialettica interna assai complessa e articolata; inoltre, manifestò atteggiamenti differenti verso il tema della schiavitù e nei confronti dell'autorità imperiale, espressione più alta di comando e controllo dello Stato romano. Il "Cristianesimo primitivo" era sicuramente contrario allo schiavismo, almeno a livello teorico; non a caso, le affrancazioni promosse dalla Chiesa riguardavano soprattutto i credenti. L'obiettivo principale era infatti l'incremento del numero di cristiani, e non l'abolizione della schiavitù. Ben presto, si impose una nuova corrente di pensiero, spesso in contrasto con la precedente: il "Cristianesimo paolino"; il principale esponente fu Paolo di Tarso, in seguito sostenuto dall'apostolo Pietro. Elemento fondamentale della scuola paolina fu il cosiddetto "immobilismo sociale": l'essere umano non doveva alterare la propria posizione nella società, in quanto derivante dalla Volontà Divina. Paolo esortava gli uomini a servire con devozione i padroni terreni, come se si servisse direttamente il Signore. Tali insegnamenti ebbero l'effetto di incanalare i malesseri sociali verso nuove mete, come la perfezione spirituale e quindi la "vita eterna", capaci di mitigare le sofferenze dell'esistenza terrena. Con il trascorrere del tempo, le masse popolari furono private di qualsiasi energia rivoluzionaria, poiché proiettate verso una ricompensa ultraterrena. Da queste considerazioni, si può dedurre che la nuova religione contribuì all'estinzione delle rivolte servili, come già accennato nelle pagine precedenti. Nei primi decenni del IV secolo dopo Cristo, l'imperatore Costantino avviò un processo di avvicinamento tra Impero e Chiesa, che condusse al famoso "compromesso costantiniano". I cristiani ebbero libero accesso alla struttura burocratica e amministrativa dello Stato romano, colpito in quel periodo da una persistente crisi economica e sociale. la fase del "Cristianesimo integrato", fu contraddistinta dalla stretta collaborazione fra autocrazia e monoteismo. Pertanto, la Chiesa si impegnò a sostenere l'impalcatura schiavista della società romana, in cambio di potere politico e soprattutto economico. I vescovi, ad esempio, diventarono proprietari di vastissimi latifondi (in Gallia e nella penisola iberica), nei quali lavoravano tantissimi schiavi; in tali contesti i 'servi ecclasiae' non potevano beneficiare della 'manumissio', pena la scomunica del 'dominus'. Per molti secoli, la Chiesa accettò l'istituto del lavoro servile, ritenendolo necessario per consentire, ad una parte dell'umanità, di dedicarsi interamente alle attività spirituali. Questo concetto, fu ripreso nel Medioevo dal frate domenicano Tommaso d'Aquino (1225-1274) (...)'] (pag 102-104) [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
Cause della debolezza della Resistenza antinazista. Il coinvolgimento dei militari. PDF Stampa E-mail
HOFFMANN Peter, Tedeschi contro il nazismo. La resistenza in Germania. IL MULINO. BOLOGNA. 1994 pag XVI 187 8° (F)  introduzione all'edizione italiana di Paolo POMBENI, introduzione dell'autore, note; indice nomi; traduzione di Gino SCATASTA. Peter Hoffmann (1930) ha insegnato Storia nella McGill University di Montréal. Specialista di storia della Resistenza tedesca ha pubblicato "Widerstand, Staatsstreich, Attentat" (1969), 'Die Sicherheit des Diktators' (1975), 'The History of the German Resistance' (nuova ed: 1979), 'Claus Schenk Graf von Stauffenberg und seine Brüder' (1992). ["Se la Resistenza fu rappresentativa dell'intera società tedesca da un punto di vista sociologico, economico e politico, essa non fu tale da un punto di vista quantitativo, come una sorta di parlamento ufficioso. Quel che mancava all'attività della Resistenza, così come anche alle sue idee, era un vasto sostegno, reale o potenziale, fra la popolazione tedesca. Erano tre le principali cause per l'assenza di tale appoggio alla Resistenza. In primo luogo, la maggioranza dei tedeschi accettava il regime di Hitler in quanto egli aveva conquistato il potere in modo corretto e, a rigor di termini, legittimo. Questa posizione veniva condivisa anche dal Vaticano, dai governi della Gran Bretagna, della Francia, dell'Italia, degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica, dagli organizzatori dei giochi olimpici del 1936, dai presidenti delle associazioni straniere dei combattenti, dai membri della famiglia reale inglese, da famosi esploratori e studiosi internazionali, e da altre figure di prim'ordine a titolo privato o semi-ufficiale. Nel 1938, durante la crisi dei Sudeti, il primo ministro Neville Chamberlain rifiutò di acconsentire alle pressione segrete della Resistenza tedesca e opporsi alle richieste di Hitler in modo da abbattere il dittatore per aver dato inizio in modo irresponsabile a una nuova guerra. Chamberlain giustificò il suo rifiuto paragonando l'opposizione tedesca ai sostenitori di Giacomo II d'Inghilterra che erano stati scacciati dall'Inghilterra nella Gloriosa Rivoluzione del 1688: quei «giacobiti» avrebbero voluto rovesciare Guglielmo III d'Orange e mettere sul trono inglese Giacomo II (1). Un'altra delle cause alla base dello scarso sostegno alla Resistenza fu il successo del governo di Hitler, che aveva restaurato l'ordine, sconfitto la disoccupazione, ricostituito una capacità difensiva credibile e ottenuto ampie revisioni territoriali rispetto al trattato di Versailles. In seguito il regime hitleriano sembrò vittorioso anche in una guerra che, secondo moltissimi tedeschi, era stata imposta alla Germania. Gli insuccessi militari cominciarono a manifestarsi in modo significativo solo a partire dal 1942 e non apparvero irrimediabili neppure nel 1943 e nel 1944. Quando l'autorità del governo cominciò a crollare nel 1944 e nel 1945, la fedeltà del popolo tedesco ai propri dirigenti politici e militari ne soffrì ancora solo marginalmente. I tedeschi in genere non si sentivano minacciati dalla politica del regime quanto piuttosto dalle incursioni aeree degli alleati, dall'avanzata dei loro eserciti a oriente e occidente e dalla prospettiva di un'occupazione militare alleata. Le campagne governative di sterminio contro polacchi, ebrei, prigionieri di guerra sovietici, testimoni di Geova, zingari e altri gruppi perseguitati erano segretissime e poco note; quel che si sapeva di esse non sembrava minacciare la popolazione nel suo insieme, ma solo gli appartenenti a una delle categorie perseguitate. L'ultimo motivo che spiega l'assenza di un ampio sostegno alla Resistenza fu la sensazione che la polizia di stato nazista e i suoi strumenti fossero onnipresenti. Oltre alla Gestapo e la SD, c'erano innumerevoli agenti, agenzie e informatori del partito, a livello provinciale (Gau), distrettuale (Kreis), locale (Bezirk) e di zona. L'opposizione «naturale» ai nazisti, costituita da sindacati, socialdemocratici e comunisti, presentava al proprio interno contrasti maggiori di quelli che i suoi singoli componenti avevano con i nazisti prima che Hitler venisse nominato e anche in seguito. (...) L'esercito e i suoi ufficiali, invece, erano largamente immuni dalla sorveglianza e dalla penetrazione della Gestapo come anche dall'influenza del Partito nazista. Il tessuto sociale degli ufficiali dell'esercito e il loro codice morale lasciava poco spazio agli informatori, oltre al fatto che persone del genere avevano per natura la tendenza a entrare a fare parte di organizzazioni poliziesche. Nonostante le lamentele di Hitler dopo il 20 luglio 1944 sulla slealtà degli ufficiali dell'esercito, il corpo degli ufficiali rimase fedele al dittatore e gli fu utile (3)" (pag 97-98-99) [(1) Chamberlain a Halifax, 19 agosto 1938; Dbfp, III serie, vol. II (1949), p. 686; (2) Cfr. H. Weber, 'Hauptfeind Sozialdemokratie', cit; (3) H. Heiber, a cura, 'Hitlers Lagebesprechungen: Die Protokoll-fragmente seiner militärischen Konferenzen, 1942-1945', Stuttgart, Deutsche Verlags-Anstalt, 1962, pp. 587-588; National Archives, Washington, DC, T-84, roll 175, 1544124-5] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 73 - 81 di 1998
spacer.png, 0 kB

Cerca nel sito

spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB