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La finanza emerge come uno degli strumenti pił importanti della competizione tra gruppi differenti PDF Stampa E-mail
BRIOSCHI Francesco BUZZACCHI Luigi COLOMBO Massimo G., Gruppi di imprese e mercato finanziario. La struttura di potere nell'industria italiana. NIS - LA NUOVA ITALIA SCIENTIFICA. ROMA. 1990 pag 204 8°  prefazione introduzione note appendici tabelle grafici bibliografia; Collana Studi superiori NIS, Economia. ["Gli dei, infatti, secondo il concetto che ne abbiamo, e gli uomini, come chiaramente si vede, tendono sempre, per necessità di natura, a dominare ovunque prevalgano per forze. Questa legge non l'abbiamo istituita noi e non siamo nemmeno stati i primi ad applicarla; così, come l'abbiamo ricevuta e come la lasceremo ai tempi futuri e per sempre, ce ne serviamo, convinti che anche voi, come gli altri, se aveste la nostra potenza, fareste altrettanto" [Tucidide, 'La guerra del Peloponneso', libro V, discorso degli Ateniesi ai Meli]; "La questione, infatti, se abbiamo un po' di senno, non deve riguardare se quelli hanno mancato, ma come possiamo prendere una decisione che sia saggia per noi. Poiché, anche se dimostrassi che essi sono in grave colpa, non per questo consiglierei che si debbano distruggere, se ciò non fosse utile; e se poi dovesse risultare che hanno anche qualche attenuante, non direi di lasciarli in pace, se alla città non sembrasse cosa ben fatta. Ma io sono del parere che ora stiamo prendendo una decisione più per il futuro che per il presente" [Tucidide, 'La guerra del Peloponneso', libro III, discorso di Diodoto ali Ateniesi sulla ribellione di Mitilene] [pag 13, introduzione]; 'Qualche serio dubbio sull'efficienza del sistema dei gruppi, sia in generale che con riferimento al caso italiano, sembra lecito in una prospettiva di più lungo periodo. La forma di gruppo consente e favorisce infatti il mantenimento di uno stesso nucleo familiare alla testa di un'impresa per più generazioni. D'altro canto, come faceva notare il grande storico belga Pirenne, in tutta la lunga storia del capitalismo, anche nell'epoca preindustriale, le dinastie capitalistiche sono sempre durate poco: due o tre generazioni al massimo. Il blocco nel meccanismo di ricambio intergenerazionale dei capitalisti può certamente portare a consistenti inefficienze, le quali, a causa della disattivazione del tradizionale meccanismo di controllo costituito dal mercato del 'corporate control' e dalla presenza, documentata nel corso del lavoro, di una fitta rete di alleanze fra gruppi diverse, possono perdurare molto più a lungo che in altri sistemi, con conseguenze assai più gravi e radicali. Ma è sul versante dell'equità che il sistema dei gruppi suscita le riserve più forti. Tale sistema istituzionalizza infatti la partizione descritta da Hilferding tra capitalisti che contano e capitalisti che non contano. La posizione del piccola azionista nei gruppi è ben più fragile di quella del piccolo azionista nelle 'public companies' di stampo anglosassone. Entrambi non partecipano alla gestione dell'impresa. Tuttavia, il secondo ha la possibilità reale, anche se indiretta, di entrare a far parte della maggioranza, ad esempio vendendo le proprie azioni a un gruppo che, attraverso una scalata ostile, tenti di modificare l'assetto di controllo dell'impresa. Tale possibilità è invece inibita al primo, il quale, stante la diversa struttura proprietaria delle varie imprese che compongono un gruppo, è inoltre scarsamente protetto, in assenza di un'adeguata legislazione (come è il caso del nostro Paese), in eventuali conflitti di interesse con l'azionista di controllo e soggetto a comportamenti opportunistici da parte di quest'ultimo. Il controllo di attività sempre più grandi emerge in modo chiarissimo, dall'esame delle vicende dei gruppi industriali italiani nel decennio degli anni Ottanta, come l'obiettivo dominante dei gruppi stessi. La tematica del potere risulta quindi essere centrale per la comprensione dei relativi comportamenti e la finanza, anziché velo delle attività reali secondo la concezione neoclassica, emerge come uno degli strumenti più importanti della competizione tra gruppi differenti oltre che naturalmente della raccolta di capitale di rischio e quindi del coinvolgimento degli azionisti minori nella struttura proprietarie dei gruppi' [pag 16-17, introduzione] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

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L'evento della maternitą aveva spesso il sapore della natura: al tempo stesso di vita e di morte PDF Stampa E-mail
PANCINO Claudia, Il bambino e l'acqua sporca. Storia dell'assistenza al parto dalle mammane alle ostetriche (secoli XVI-XIX). FRANCO ANGELI. MILANO. 1984 pag 261 8° (F)  ringraziamenti abbreviazioni introduzione note appendici nota bibliografica indice nomi; Collana Studi e ricerche storiche, diretta da Marino BERENGO e Franco DELLA-PERUTA, 'Storia'. Claudia Pancino (Venezia, 1950) lavora presso il dipartimento di teoria, storia e ricerca sociale dell'Università di Trento (1984). Da anni si occupa di questo argomento. ['Le donne, la cui vita era fatalmente scandita da gravidanze, parti e allattamenti, trovavano nelle mammane l'aiuto e il conforto che né la scienza assente e tanto meno l'impossibile conoscenza del proprio corpo potevano dar loro. Necessariamente la conoscenza pratica del corpo della donna, l'attività sanitaria e terapeutica delle mammane si dissolvevano in un contesto di normalità quotidiana. Ed in questa quotidianità l'evento biologico della maternità aveva molto spesso il sapore della natura: al tempo stesso di vita e di morte. Rudimentali e incerti mezzi di controllo delle nascite, seppur da sempre esistiti, non hanno probabilmente avuto effetti significativi soprattutto a livello delle masse contadine della penisola. Sia perché tali metodi non erano propri del normale contesto familiare, sia perché anche nell'ipotesi che lo fossero, incerta era la loro efficacia. Il metodo più sicuro per controllare la fecondità rimase fino a tutto l'Ottocento quello dell'allattamento prolungato. La relativa sterilità provocata dall'allattamento, unita a misere condizioni di vita e ad una scarsa alimentazione, rendevano con buone probabilità questo periodo completamente infecondo. La povertà e il lavoro faticoso come pure i parti difficili, erano a volte anche causa di amenorrea prolungata o di sterilità, temuta e combattuta con l'arte delle mammane e con il ricorso a speciali pratiche religiose. La gravidanza non distoglieva le donne dai lavori abituali nella casa e nei campi ed era regolata più da tabù che da attenzioni particolare. Con la medicalizzazione emergeranno delle indicazioni di comportamento per la cura della gravidanza, che si limiteranno però ad essere prescrizioni in negativo, tendenti ad evitare possibilità di aborto. Passerà molto tempo prima che la cura della gravidanza diventi un interesse specifico per il maggior benessere della donna incita e per un miglior esito del parto (45). E di parto si moriva. I quozienti di mortalità femminile in Italia nei secoli diciassettesimo e diciottesimo sono, nella fascia d'età compresa tra i 25 e il 35 anni, superiori a quelli della mortalità maschile' (pag 39) [(45) Si veda A. Parma, La lunga noja della gravidanza', 'Dwf, 17, 1981, pp. 90-102] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
L'immigrazione costituisce l'accumulazione di un vantaggio nei paesi di accoglienza PDF Stampa E-mail
SASSEN Saskia, Una sociologia della globalizzazione. EINAUDI. TORINO. 2008 pag XII 304 16°  introduzione all'edizione italiana prefazione note bibliografia indice nomi argomenti località; Piccola Biblioteca Einaudi Scienze Sociali. L'autore è docente di Sociologia alla Columbia University. ha pubblicato tra l'altro 'La città nell'economia globale' (Mulino, 2003). ['Allo stesso modo, è faccenda complessa determinare se l'emigrazione contribuisca alla causazione cumulativa di segno negativo evidente nei paesi esportatori di manodopera. La documentazione mostra che singole famiglie e località possono beneficiarne, non però le economie nazionali di questi paesi. La storia sembra indicare che l'accumulazione di vantaggio, evidente nei paesi di accoglienza, non si è tendenzialmente estesa alle aree di esportazione della manodopera per la loro impossibilità a raggiungere un'effettiva spazializzazione della crescita o per esserne strutturalmente escluse, proprio perché caratterizzate da uno sviluppo disuguale. Per due secoli Italia e Irlanda sono state esportatrici di manodopera senza che ciò si trasformasse in un vantaggio macroeconomico. Il loro attuale dinamismo, e il fatto che accolgano forza lavoro immigrata, hanno poco a che fare con la loro storia di paesi d'emigrazione. Sono stati processi economici specifici, promossi da agenti specifici (lo stato nazionale irlandese e le imprese dell'Italia settentrionale) a far crescere le rispettive economie. In breve, da una prospettiva analitica si potrebbe sostenere che quanto più i paesi oggi importatori di manodopera si siano arricchiti e sviluppati, tanto più hanno ampliato le loro aree di reclutamento e di influenza, estendendole a un numero crescente di paesi e inglobando molteplici dinamiche di emigrazione e di immigrazione: alcune radicate in passate condizioni imperiali, altre in più recenti asimmetrie di sviluppo alla base di gran parte della migrazione odierna. Esiste una dinamica della disuguaglianza, nella quale si inseriscono le migrazioni della manodopera, che continua a contrassegnare le regioni quali esportatrici o importatrici di manodopera benché un determinato paese possa passare da una categoria all'altra, come nel caso di Irlanda e Italia al giorno d'oggi" (pag 146-147) [Cap. V, Formazione delle migrazioni internazionali]  [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

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'Filippo Turati, meticoloso e intelligente interprete dei desideri della burocrazia inferiore' PDF Stampa E-mail
MELIS Guido, Burocrazia e socialismo nell'Italia liberale. Alle origini dell'organizzazione sindacale del pubblico impiego, 1900-1922. IL MULINO. BOLOGNA. 1980 pag 213 8°  introduzione di Sabino CASSESE,  note indice nomi; Collana Saggi. Guido Melis è incaricato di Storia dell'Amministrazione Pubblica nella Facoltà di Giurisprudenza, corso di laurea in Scienze politiche dell'Università di Firenze (1980). ['Da questa analisi (...) i riformisti muovono verso una più concreta politica rivendicativa dell'impiego pubblico. Fondamentale in questo senso è l'opera di puntualizzazione concreta svolta nell'ambito del dibattito parlamentare e, in particolare, il lavoro di Filippo Turati, meticoloso e intelligente interprete dei desideri della burocrazia inferiore, specialmente impegnato in quella faticosa mediazione tra interessi corporativi e visione politica generale che caratterizza in questi anni l'azione dei riformisti italiani. Costantemente isolato e sovente incompreso o osteggiato dagli stessi compagni del gruppo parlamentare (non mancano del resto su questo tema affettuose contestazioni persino da parte della Kuliscioff; che nel gruppo dirigente socialista è senza dubbio la più vicina alle idee turatiane) (63), Turati compie, nei suoi frequenti interventi sui bilanci dei ministeri (specialmente di quelli dell'Interno e delle Poste e Telegrafi), nelle numerosissime interpellanze; nei discorsi sulle variazioni d'organico un puntuale lavoro di chiarificazione intorno al rapporto tra la strategia riformista e i problemi dell'organizzazione dello Stato e della sua trasformazione da apparato borghese a Stato socialista (64). Quello che caratterizza l'attivismo parlamentare di Turati è la capacità di sintesi che il deputato riformista mette in evidenza nell'ambito di discussioni nelle quali, viceversa, predominano interessi di gruppi ristretti, visioni particolaristiche, vocazioni parlamentaristiche di deputati alla ricerca di facili consensi elettorali" (pag 43-44) [(63) Cfr. in proposito i numerosi spunti contenuti in F. Turati A. Kuliscioff, 'Carteggio', cit, II, tomi I e II. (...); (64) Tra i molti interventi di Turati alla Camera sono da segnalare per questi primi anni del secolo quello dell'11 marzo 1901 (sull'interpellanza al ministro delle Poste sul servizio telefonico di Milano, densa di riferimenti tecnici al problema (...)"] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
«La nuova plutocrazia di fabbricanti d'armi, imprenditori, speculatori e dubbi avventurieri PDF Stampa E-mail
ROW Thomas, Il nazionalismo economico nell'Italia liberale. L'Ansaldo, 1903-1921. IL MULINO. BOLOGNA. 1997 pag 254 8°  premessa introduzione: 'L'eredità del XIX secolo', note bibliografia, indice nomi; 'Storia e studi sull'impresa'. Thomas Row è assistant professor di storia contemporanea presso il Bologna Center della Johns Hopkins University (1997). ['La creazione della Banca italiana di Sconto rappresentò il punto di convergenza tra il movimento nazionalista e i gruppi di interesse che confluirono nella formazione della banca. La conseguenza fu la nascita di un potente blocco politico-industriale che legava insieme nazionalisti, Banca di Sconto e Ansaldo, ma che ricomprendeva anche politici dell'area liberale, come ad esempio Nitti, che condivideva le teorie della produzione dei primi. La fondazione della Banca di Sconto costituiva, sia in termini politici che economici, una sfida diretta per la Banca Commerciale. Insieme al Credito italiano, la Commerciale dominava il capitale finanziario industriale dell'intera penisola. Attorno al 1910, la grande banca milanese possedeva, da sola, il 40% circa del valore complessivo del credito industriale. Dato il carattere estremamente concentrato dei mercati finanziari italiani, «le due grandi banche erano le prime a scegliere i clienti, e le altre erano costrette a prendere ciò che rimaneva» (42). La Banca Commerciale e il Credito Italiano svolsero un ruolo-chiave nello sviluppo dell'industria pesante italiana, grazie soprattutto alla loro brillante gestione, agli stretti legami con i mercati finanziari internazionali e ad una larga base di capitale. La Commerciale regnava sovrana in due settori importanti come quello dell'elettricità e dell'acciaio. Dopo la riorganizzazione della produzione italiana dell'acciaio, avvenuta nel 1911, l'intero settore rimase praticamente nelle mani della Commerciale; così che, nel 1916, l'ingegnere nazionalista Pietro Lanino poteva affermare: "Se si fa eccezione del solo gruppo ligure Ansaldo, il quale forma corpo attivo in sé, con indirizzo arditamente suo proprio, si può dire che tutta la nostra industria siderurgica si raccolga così sotto il controllo della Banca Commerciale Italiana, collegata in questo al Credito Italiano" (43). La Banca Italiana di Sconto, esattamente come il suo predecessore, la Società Bancaria, dovette lottare contro l'egemonia della Banca Commerciale in un mercato interno molto ristretto. Essa era tra quelli che dovevano scegliere i loro clienti «tra quelli che rimanevano». Se la «fazione della Commerciale comprendeva la classe dirigente industriale e i leader autoritari e rispettati dell'industria, i cui consigli venivano tenuti nel debito conto dal governo», la Banca di Sconto doveva basarsi sulla «nuova plutocrazia di fabbricanti d'armi, imprenditori, speculatori e dubbi avventurieri che operavano nella zona d'ombra tra l'industria e la politica» (44). La creazione della Banca di Sconto rappresentava anche una sfida di natura politica per la Banca Commerciale. Nell'Italia liberale era difficile tracciare una distinzione netta tra puri interessi economici e politici. Era soprattutto l'industria pesante a dipendere dallo stato per quanto riguardava commesse, sussidi e protezione; i politici, in cambio, ricevevano spesso ingenti somme per campagne elettorali, quotidiani e «scopi speciali» (45)' (pag 103-104)] [(42) J.S. Cohen, 'Financing Industrialization in Italy, 1894-1914: The Partial Transformation of a Late-Comer', in Journal of Economic History, 27, 1967, p. 369; (43) P. Lanino, 'La Nuova Italia industriale', Roma, L'Italiana, 1916, vol. 1, Industrie metallurgiche, combustibili ed energia elettrica. Industrie estrattive, p. 20; (44) A. Lyttelton, 'The Seizure of Power', cit., pp. 206-207; (45) R. Webster, 'Industrial Imperialism', cit., pp. 145-151] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
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