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Un sempre maggior numero di professori di scienze sociali sono consulenti della grande industria... PDF Stampa E-mail
ROSZAK Theodore  a cura; scritti di Theodore ROSZAK Louis KAMPF Sumner M. ROSEN Staughton LYND Marshall WINDMILLER Kathleen GOUGH John WILKINSON Robert ENGLER Christian BAY Gordon C. ZAHN Noam CHOMSKY, L'università del dissenso. EINAUDI. TORINO. 1968 pag 318 16°  prefazione, note, notizie sugli autori; Collana Nuovo Politecnico. T. Roszak, dottorato alla Princeton University e insegnamento alla Stanford e al California State College, Harvard, dove è professore associato di storia e direttore accademico del programma di storia della cultura occidentale. ['Quanto ai professori, sono diventati anche loro dei trafficanti attenti a non lasciarsi sfuggire nessuna occasione. Non si limitano alla propria università. I più abili hanno imparato a manovrare anche con altre istituzioni - altre università, istituti, fondazioni, industrie, il governo. Un sempre maggior numero di professori di scienze sociali sono consulenti della grande industria e di vari organismi del mondo degli affari. L'ufficio delle ricerche applicate della Columbia University e l'istituto delle ricerche sociali della università del Michigan, per esempio, hanno condotto numerosi studi per questi clienti. Le direzioni aziendali sono particolarmente interessate a inchieste sul comportamento in connessione con i problemi del personale. In un discorso alla università del Michigan Arjay Miller, presidente della Ford Motor Company, ha spiegato questa reciproca attrazione. «La grande industria in un certo senso è un laboratorio clinico nel quale le teorie sulla natura umana sono verificate sul terreno dei fatti. Lo studioso di scienze sociali e l'umanista hanno molto da imparare dall'esperienza della più ampia e sistematica metodologia delle loro ricerche. Sia l'una che gli altri quindi avranno tutto da guadagnare se si troverà il modo di rendere più stretti e più frequenti i loro rapporti di lavoro». La scienza contribuisce allo sviluppo economico e lo sviluppo economico crea le premesse di maggiori aiuti finanziari per le università, proseguì Arjay Miller. E si dichiarò dell'avviso che in un mondo interdipendente i sempre più numerosi rapporti tra università e industria «possono essere facili e costruttivi - o reciprocamente irritanti e dannosi». (...) I professori sono interessati al reddito, al prestigio, al rispetto dei loro pari e al potere, o all'accesso alle stanze dei potenti: o per lo meno alla possibilità di pretendere con se stessi e con i colleghi, come già fanno con gli studenti, di essere addentro alle segrete cose. Quando tornano dalle visite di prammatica alle agenzie federali, alla Casa Bianca o alle centrali della grande industria scrivono, e i il loro tono è quello di storici ed economisti di corte più che di studiosi disinteressati. Anche nelle università tradizionalmente note per il rispetto per l'insegnamento e per la ricerca onesta si guarda con particolare favore a chi sa lanciare progetti redditizi dal punto di vista delle finanze e delle pubbliche relazioni' (pag 206-207) [Robert Engler, 'Scienze sociali e rifiuto della responsabilità sociale. Lo scandalo delle università'] [Robert Engler, professore di scienze politiche al Queens College e della City University di New York e al Sarah Lawrence College (1968)]  [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

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L'obsolescenza. Il concetto di «durata utile» di un impianto PDF Stampa E-mail
TONINELLI Pier Angelo, La Edison. Contabilità e bilanci di una grande impresa elettrica (1884-1916). SOCIETA' EDITRICE IL MULINO. BOLOGNA. 1990 pag 374 8°  introduzione note appendice statistica (supporto statistico a cura di Claudio PAVESE): guida alle tabelle, tabelle; Pubblicazione della Fondazione Assi, Storia e studi sull'impresa. Pier Angelo Toninelli è ricercatore all'Università di Milano e segretario scientifico della Fondazione ASSI. Si è occupato principalmente di problemi dello sviluppo economico e di storia d'impresa. ['Il concetto di «durata utile» di un impianto non si esaurisce, tuttavia, in quello di vita media, dato che quest'ultimo non tiene necessariamente conto delle differenze che possono esistere tra «vita tecnica» e «vita economica» dell'impianto stesso, cioè della sua obsolescenza, complicando quindi ulteriormente la determinazione di un adeguato tempo di ammortamento. Questa problematica, specificamente rivolta alle imprese elettriche, viene affrontata in tutte le sue implicazioni da Luigi Guatri in un saggio del 1961 (107). Dall'insieme  delle sue argomentazioni, confortate anche dall'evidenza empirica, risulta che nelle aziende elettriche opera un complesso di circostanze che determina notevoli motivi di obsolescenza, che non sono in grado comunque di produrre «tumultuosi sconvolgimenti tecnici e di mercato». Egli conclude che «uno scarto dell'ordine del 15-20% tra vita economica e vita tecnica delle immobilizzazioni dovrebbe considerarsi non lontano dalla realtà». A conclusione analoghe era giunto d'altronde anche il D'Alessandro, quando sosteneva che nelle imprese elettriche «i progressi della tecnica non costituiscono, isolatamente considerati, motivo di obsolescenza». Perché ciò avvenga, occorre «che essi vengano adottati da imprese concorrenti, e l'ipotesi è praticamente molto lontana dalla realtà, per le particolari condizioni nelle quali si svolge la gestione delle aziende considerate» (109)' [(107) L. Guatri, 'Ammortamenti ed oneri finanziari nelle aziende elettriche', Milano, 1961, spec. pp. 7-47; (108) Ibidem, p. 45. Il Guatri riporta a conferma di ciò i dati forniti dalla 'British Electricy Authority' sulla durata media dei vari tipi di impianti elettrici (...); (109) Cfr. L. D'Alessandro, Studi sulla gestione delle imprese elettriche', Roma, 1953, pp. 72-73] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
Il babouvismo è la prima dottrina che imposta il problema sociale nei suoi termini concreti PDF Stampa E-mail
SANGIGLIO Cristino G., Interpretazione di Babeuf. MOVIMENTO OPERAIO E SOCIALISTA - CENTRO LIGURE DI STORIA SOCIALE. GENOVA. N. 3-4 LUGLIO-DICEMBRE 1964 pag 305-318  8°  note. ['Per contro, si dimentica che il babouvismo è la prima dottrina che, allontanandosi dalle teorizzazioni morelliane e dalle astrattezze e talora assurdità saint-simoniane e fourieriste, imposta il problema sociale nei suoi termini concreti, come attiva partecipazione, prima di tutto, dell'elemento popolare, come coscienza dei suoi diritti. Non giunse tuttavia, il babouvismo ad enucleare un preciso concetto del proletariato, peccò di una certa astrattezza (non era poi tanto facile liberarsi dalle remore illuministiche) e soprattutto di una certa ingenuità, mancò al Babeuf stesso, probabilmente, una visione sicura, precisa, politica, del momento (23); ma di qui a definire il suo sistema «utopistico» il passo è troppo grande. Questo errore di interpretazione, si diceva, era stato notato dagli studiosi più preparati. Già nel 1904 il Fournière (24) scriveva: «Sarebbe un errore credere che l'azione concentrata dei lavoratori, per la loro emancipazione, dati dall'appello di Karl Marx ai lavoratori di tutti i paesi. Marx ha sistemato questa azione, l'ha illuminata sui suoi fini e sui suoi mezzi: ne ha fatto un'arma e una bandiera sotto il nome della 'lotta di classe' e grazie a lui le associazioni per la lotta si sono sostituite ai minuscoli centri sociali sognati dai novatori, le «icarie» e i falansteri hanno ceduto il posto ai sindacati e ai partiti di classe organizzati. Ma prima di lui, Babeuf, Buonarroti e Blanqui avevano creato questa 'tradizione' di un 'proletariato rivoluzionario' (pag 312-313)] [note: (23) Non è, però, il caso di accettare i rilievi eccessivi dello stesso Leroy: «Agitatore, spirito insoddisfatto, Babeuf non ha posseduto alcuna qualità dell'uomo politico. Il suo trionfo, se le circostanze l'avessero permesso, si sarebbe urtato con le sue impazienze, che l'avrebbero necessariamente spinto, come i suoi predecessori, alla crudeltà... Miscuglio di terrorismo e di assistenza sociale, il babouvismo si è ispirato ad un robespierrismo che non sembra corrispondere alla verità storica...». Op. cit., pp. 85 e 87; (24) E. Fourniere, 'Les théories socialistes au XIX siècle de Babeuf à Proudhon', Paris, Alcan, 1904] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

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La strategia del regime fascista in Libia: deportare la popolazione per spezzare la resistenza PDF Stampa E-mail
LABANCA Nicola, La guerra italiana per la Libia, 1911-1931. SOCIETA' EDITRICE IL MULINO. BOLOGNA. 2012 pag 293 8°  introduzione cartine note bibliografiche (bibliografia ragionata) (pag 237-278), indice nomi e località; Collana Biblioteca storica. Nicola Labanca insegna Storia contemporanea all'Università di Siena. Con il Mulino ha pubblicato anche "Una guerra per l'impero" (2005) e "Oltremare. Storia dell'espansione coloniale italiana" (2012). E' presidente del Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-militare. ['(...) [I]l regime e Badoglio - superate le operazioni del 1929-1930 e lo strumentale intermezzo della politica della pacificazione - avevano delineato il quadro d'azione. Era a loro chiaro che non sarebbe più bastata un'operazione militare di fronte al persistere della ribellione in Cirenaica. In maniera anche più chiara rispetto a quella della Tripolitania, di fatto un'evoluzione e un perfezionamento delle operazioni già avviate dall'Italia liberale, la fase finale della riconquista di quella provincia sarebbe nata da una nuova politica. Si sarebbe dovuto colpire non più solo i reparti armati della resistenza anticoloniale ma l'intera popolazione di quei territori, sul Gebel e fra i deserti e le oasi meridionali, che i pur riformati reparti militari stentavano a riconquistare. In quel frangente di resilienza della resistenza anticoloniale, era possibile infatti guardare alla popolazione civile sostanzialmente in tre modi: o cercando di guadagnarsela come alleata per staccarla dalla resistenza, o lasciandola neutrale nello scontro contro la resistenza intervenendo solo con o contro i suoi notabii, o infine vedendola come avversaria. Mussolini, il suo ministro delle Colonie, i governatori e i comandanti italiani delle truppe finirono per scegliere di fatto quest'ultima ipotesi. (...) A Badoglio per primo toccò tradurre in pratica il nuovo indirizzo. In Cirenaica, egli scrisse, «non ci fu mai distinzione fra sottomessi e ribelli [...] i sottomessi alimentavano la ribellione tanto che Omar al-Mukhtar, nonostante perdite avute in combattimento, ebbe sempre rifornimenti e uomini sottomessi». Tutta la regione era «un organismo intossicato». L'idea di fondo era quella di deportare le popolazioni del Gebel per rescindere i suoi legami con la resistenza armata: «Unica via da seguire è quella di isolare anzitutto il dor dalla rimanente popolazione e stroncare tutto l'intreccio dell'organizzazione fra popolazione e dor». Invece di continuare a cercare di battere la resistenza, ci si proponeva di colpire la popolazione, segregandola, per rescindere i suoi legami con i resistenti. Ciò significava, come ha lucidamente riassunto Giorgio Rochat, che i militari e il regime avevano «abbandonata ogni illusione di distruggere i duar con una serie di successi campali e invece impostata una strategia di logoramento di lungo respiro, che aveva la sua premessa essenziale nella deportazione delle popolazioni». Per il suo sostegno ai ribelli, la popolazione diventava insomma un nemico in sé, da piegare: non certo da schiacciare o sterminare come la resistenza, ma comunque da punire nella sua totalità. Era una visione, se vogliamo, poco militare e poco coloniale: era una visione totalitaria della guerra coloniale. Non era la strategia del solo Badoglio, ma del fascismo' (pag 186-187)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   


  

 
Migliaia di soldati italiani dopo l'armistizio hanno partecipato alla resistenza jugoslava PDF Stampa E-mail
IUSO Pasquale, Esercito, guerra e nazione. I soldati italiani tra Balcani e Mediterraneo orientale, 1940-1945. EDIESSE. ROMA. 2008 pag 309 8°  introduzione note indice nomi; Collana Storia e memoria. Pasquale Iuso è professore associato di Storia contemporanea nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università degli Studi di Teramo dove insegna Storia contemporanea e Storia delle organizzazioni politiche e della rappresentanza degli interessi. ['Sono circa 50.000 i militari italiani (22.000 nella Divisione Garibaldi, 4.000 nella Divisione Italia, migliaia sparsi in reparti jugoslavi oppure organizzati nei battaglioni lavoratori, man mano che venivano liberati dall'arretramento delle forze tedesche) (101). che partecipano alla resistenza jugoslava. Nella diaspora e nel drammatico quadro delle catture e deportazioni tedesche, si inserisce un particolare aspetto della ricomposizione della frattura provocata dall'occupazione italiana in Jugoslavia. Slovenia, Dalmazia, Croazia, Bosnia, Erzegovina, Montenegro videro partecipare migliaia di soldati ad una forma di guerra non solo nuova nelle sue caratteristiche, ma determinante da un punto di vista psicologico e motivazionale rispetto alla nazione, al fascismo ed alle forze armate. Sottrarsi alla cattura ed avviarsi verso le montagne per combattere ed entrare in contatto con coloro che, fino a qualche giorno o ora prima, erano considerati e trattati come nemici, barbari, briganti non era un passaggio facile né sotto il punto di vista materiale (con i rischi di rappresaglia che questo poteva provocare, né dal punto di vista individuale e mentale. Significava attraversare un confine, passare da una esperienza di guerra ad un'altra. Un contatto non facile che portò all'incontro con quel nemico invisibile, nascosto nella popolazione civile, così difficile da affrontare e colpire negli anni di occupazione, che adesso si svela per quello che realmente è: un esercito che lotta per la sua liberazione composto da uomini, donne, adolescenti, anziani, con una organizzazione, una disciplina ed una motivazione profonda' (pag 94-95) [1.7 'Una nuova guerra: i militari nella Resistenza jugoslava' (pag 94-100)] [(101) Sul numero di militari italiani rimasti in Jugoslavia dopo l'armistizio la cifra non può che essere orientativa. Se infatti prendiamo a riferimento la "Relazione sull'opera svolta a favore dei prigionieri italiani in Jugoslavia" (ACS, PCM, 1944-49, b. 152, fs. 10.599, sfac. 12), risulta che i militari italiani in Jugoslavia assommavano a circa 62.000. Circa 50.000 operanti nei reparti della resistenza rimpatriarono entro il 31 ottobre 1946, mentre i restanti 10.000-12.000 vennero raccolti in campo di concentramento] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
    
  

 
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