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Bordiga e Gramsci sul problema dei consigli operai. Il dibattito in Italia PDF Stampa E-mail
RAFFAELE Giovanni, Democrazia operaia e tematica consiliare, 1919-1920. ESTRATTO DA 'PROBLEMI DEL SOCIALISMO'. ROMA. N. 19-20 GENNAIO-APRILE 1974 pag 163-193 8° (F)  note, 'Contributi'. ['In Russia (...) Bordiga - e in ciò è suffragato dagli studi di Nicolini apparsi su 'Comunismo', la rivista di Serrati, e criticati da Gramsci su 'L'Ordine Nuovo', - vede la lampante dimostrazione che dopo la presa del potere i Consigli di fabbrica si sono visti ridimensionare i propri poteri, in favore di organismi centrali a livello locale, regionale, nazionale (43). Su queste basi Bordiga attacca le tesi del Congresso di Bologna del 1919 e 'L'Ordine Nuovo', secondo cui « (...) il fatto essenziale della rivoluzione comunista sta appunto nella costituzione dei nuovi organi di rappresentanza proletaria destinati alla gestione diretta della produzione, il cui carattere fondamentale è di aderire strettamente al processo produttivo» (44). Ma siamo sotto il potere borghese; perciò « (...) prima di allora e durante il periodo di transizione dall'economia capitalista a quella comunista, gli aggruppamenti di produttori attraversano un periodo di continue trasformazioni, ed i loro interessi possono venire a cozzare con quelli generali e collettivi del movimento rivoluzionario del proletariato (45), il quale per Bordiga, trova invece il suo vero strumento nel partito: «E' un errore credere che trasportando nell'ambiente proletario attuale, tra i salariati del capitalismo, le strutture formali che si pensa potranno formarsi per la gestione della produzione comunista, si determinino forze per se stesse e per intrinseca virtù rivoluzionarie» (46). Comunque, Bordiga non si oppone alla costituzione dei Consigli di fabbrica in periodo di dominio borghese, se li chiedono le maestranze stesse e le loro organizzazioni; ne rigetta però ogni formulazione astratta e esprime l'esigenza che in seno ad essi operino veri comunisti, che ne impediscano il deterioramento corporativo. Anche questo tipo di 'soviet', può, al limite, essere organo della rivoluzione, «(...) nel senso però che esso può costituire, ad un certo stadio, il terreno adatto per la lotta rivoluzionaria che il partito conduce. E in quel certo stadio il partito tende a formarsi un tale terreno, un tale inquadramento di forze» (47). Però, questo stadio in Italia, pur essendo in prospettiva, non è ancora imminente. «Ed allora noi pensiamo molto più urgente il problema di avere in Italia un vero partito comunista, che quello di creare i soviet (...) appunto perché il Soviet non è, secondo noi, un organo per essenza sua rivoluzionario». L'attività del Partito Comunista deve impostarsi su altra base: sulla lotta per la conquista del potere politico, la quale «(...) può trovare campo opportuno nella creazione di una rappresentanza operaia: ma questa deve consistere nei 'consigli operai di città o di distretto rurale' direttamente eletti dalle masse per essere pronti a sostituire i consigli municipali e gli organi locali del potere statale nel momento del tracollo dei forze borghesi» (49)' (pag 184-185) [(43) V.N. Bucharin, 'Dal controllo al governo dell'industria', in AaVv, 'Il controllo operaio', Roma, 1972, p. 33; (44) A. Bordiga, 'La costituzione dei Consigli operai', in 'Soviet', 1 febbraio 1920; (45) Ibid.; (46) Ibid.; (47) A. Bordiga, 'La costituzione dei Consigli operai', in 'Soviet0, 1 febbraio 1920; (48) Ibid.; (49) A. Bordiga, 'Per la costituzione dei Consigli operai in Italia' in 'Soviet', 4 gennaio 1920] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
Socialismo o barbarie. La guerra mondiale č una straordinaria illustrazione di questa barbarie PDF Stampa E-mail
DUMENIL Gérard LÖWY Michael RENAULT Emmanuel, Les 100 mots du marxisme. PUF. PARIS. 2009 pag 126 16°  prefazione note glossario; Que sais-je?. Gérard Dumenil è un economista, direttore di ricerca al CNRS. Codirige la rivista 'Actuel Marx' (Puf). Michael Löwy è un sociologo e filosofo direttore di ricerca emerito al CNRS. Insegna all' EHESS. Emmanuel Renault è filosofo, maitre de conférences à l' ENS di Lione. Hanno pubblicato insieme il volume 'Lire Marx' (Puf, coll. Quadrige', 2009). ['Si dans le 'Manifeste du parti communiste' (1848), Marx et Engels opposent encore les «nations barbares» et les «nations civilisées», on trouve aussi dans leurs écrits une approche plus appropriée. Considérant certaines des manifestations le plus sinistres du capitalisme comme les lois sur les pauvres, Marx écrit en 1847: «La barbarie réapparaît, mais cette fois elle est engendrée au sein même de la civilisation et en fait partie intégrante». Dans les chapitre sur l'accumulation primitive du 'Capital', ce sont les pratiques des colonisateurs occidentaux qui sont caractérisées comme «barbares». Marx reprend à son compte le discours d'un auteur chrétien, les révérend William Howitt, selon lequel «les barbaries et atrocités exécrables perpétrées par les races soi-disant chrétiennes (...) n'ont pas de parallèle dans aucune autre ère de l'histoire universelle, chez aucune race si sauvage, si grossière, si impitoyable qu'elle fût». Cette remarque définit donc une sorte de barbarie moderne, propre aux civilisatons capitalistes. C'est à celle-ci pense Rosa Luxemburg quand elle formule, dans 'La crise de la social-démocratie' (1915), le célèbre mot d'ordre «socialisme ou barbarie». La guerre mondiale est à ses yeux une illustration frappante de cette barbarie qui manifeste les poténtialités destructrices et inhumanines des sociétés capitalistes avancées. Avec ce mot d'ordre- qui, contrairement à ce qu'elle laisse entendre, ne vient pas de Marx ou Engels, mais apparaît pour la première fois dans sa brochure - Rosa Luxemburg, se dissocie de la vision déterministe traditionnelle du socialisme comme résultat inévitable des contradictions du capitalisme. Le socialisme apparaît maintenant comme l'une des possibilités historiques, dans une sorte de bifurcation dont l'autre branche est la barbarie. Par la suite, un courant marxiste dissident en France, autour de Cornelius Castoriadis et de Claude Lefort, va se définir, au cours des années 1950, par l'expression 'Socialisme ou Barbarie'' ["Se nel 'Manifesto comunista' (1848), Marx ed Engels oppongono ancora le "nazioni barbare" alle "nazioni civili", si può trovare anche nei loro scritti un approccio più appropriato. Considerando alcune delle manifestazioni più sinistre del capitalismo come le leggi sui poveri, Marx scrive nel 1847: "La barbarie riappare, ma questa volta è generata all'interno della stessa civiltà e ne costituisce parte integrante". Nel capitolo sull'accumulazione primitiva del "Capitale", sono le pratiche dei colonizzatori occidentali che si caratterizzano come "barbare". Marx riprende il discorso di un autore cristiano, il reverendo William Howitt, secondo cui "le atrocità barbare e spaventose perpetrate dalle cosiddette razze cristiane (...) non hanno confronti con nessun'altra era della storia universale, presso ogni razza per quanto selvaggia, per quanto rozza, per quanto spietata che fosse». Questa osservazione definisce dunque una sorta di barbarie moderna peculiare della civiltà capitalista. Questo è ciò che pensa Rosa Luxemburg quando formula, in "La crisi della socialdemocrazia" (1915), il famoso slogan "socialismo o barbarie". Ai suoi occhi, la guerra mondiale è una straordinaria illustrazione di questa barbarie, che manifesta le potenzialità distruttive e inumane delle società capitalistiche avanzate. Con questa parola d'ordine che, contrariamente a ciò che lascia intendere, non viene da Marx ed Engels, ma appare per la prima volta nel suo opuscolo - Rosa Luxemburg si dissocia dalla visione tradizionale deterministica del socialismo come risultato inevitabile delle contraddizioni del capitalismo. Il socialismo appare ora come una delle possibilità storiche, in una sorta di biforcazione in cui l'altro ramo è la barbarie. In seguito, una corrente dissidente marxista in Francia, guidata da Cornelius Castoriadis e Claude Lefort, si è definita, nel corso degli anni 1950, con l'espressione 'Socialismo o barbarie"] (pag 17-18) [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
'La distanza fra il "socialismo proudhoniano" e il socialismo scientifico di Marx č notevole' PDF Stampa E-mail
VIOLI Carlo, Il socialismo di Proudhon. (Storia del movimento operaio) CRITICA MARXISTA. ROMA. N. 1 GENNAIO-FEBBRAIO 1969 pag 174-180 8°  'Rubriche'. ['All'Assemblea nazionale, del resto, pur riscuotendo il consenso da parte di Marx («il suo comportamento (...) non merita che elogi, sebbene dimostri la sua poca intelligenza della situazione») si batte per l'attuazione di alcuni provvedimenti economici e umanitari (come il diritto al lavoro, la riduzione delle ore lavorative, la parità dei salari, la istituzione della Banca del credito ecc.), ossia, appunto, per la rivendicazione di un programma "riformistico", rilevatosi; dopo il movimento rivoluzionario del 1848, fragile e inconsistente (Marx osserva il Thiers, in risposta alle proposte di Proudhon, «svelò il meschino piedistallo su cui si ergeva questa colonna della borghesia francese» e che, di fronte a Thiers, Proudhon "assume infatti le proporzioni di un colosso antidiluviano"). Dopo la rivoluzione del 1848, Proudhon assume, nei confronti di Luigi Napoleone, un atteggiamento contraddittorio, ben individuato da Cerroni (pp. XVI-XIX, prefazione a P.J. Proudhon, 'Che cos'è la proprietà? o ricerche sul principio del diritto e del governo', trad. e note di A. Salsano, Prefazione, cronologia, bibliografia, a cura di U. Cerroni, Bari, Universale Laterza, 1967). Accoglie, infatti, la sua elezione alla presidenza della Repubblica, avvenuta a larga maggioranza, con questo singolare commento: «Luigi Bonaparte è condannato dal suffragio universale a completare la rivoluzione del 1848 (...). Socialista o traditore: non ha vie di mezzo». L'anno successivo lo attacca duramente («Bonaparte, eletto dalla reazione, è in questo momento tutta la reazione», e viene processato. Dal carcere, dove rimane tre anni, scrive al suo amico Maurice: «Cercherò di non restare al di sotto del mio passato e di rendermi sempre più degno della stima degli uomini onesti (...). Preferirei tuttavia assai più uscire per una amnistia che per una rivoluzione». Ma, di fronte al colpo di Stato di Luigi Napoleone, le sue posizioni sono, assai poco chiare (Cerroni riporta appunto, oltre alle annotazioni, contraddittorie, dello stesso Proudhon, i giudizi di Victor Hugo, di Antonine Etex e di Marx, il quale criticò lo scritto di Proudhon; dedicato al colpo di Stato, sostenendo che «la ricostruzione storia del colpo di Stato si trasforma in lui in una apologia storica dell'eroe del colpo di Stato»). Il dato più indicativo del "limite" ideologico-politico di Proudhon, consiste, dunque, nel suo costante e deciso rifiuto della lotta rivoluzionaria, quale mezzo di trasformazione della società («La rivoluzione sociale - scrive Proudhon nel 1845 - è seriamente  compromessa se arriva mediante la rivoluzione politica»). All'invito di collaborazione, rivoltogli da Marx, nel 1846, un anno prima della definitiva rottura, Proudhon risponde: «Non dobbiamo porre l'azione rivoluzionaria come mezzo di riforma sociale, perché questo preteso mezzo sarebbe semplicemente un appello alla forza, all'arbitrio, in breve, una contraddizione». La distanza, perciò, fra il "socialismo proudhoniano" («il socialismo dal punto di vista degli interessi borghesi») e il socialismo scientifico, di derivazione marxiana, è notevole. Tuttavia, nonostante questo "limite" teorico, il proudhonismo trova, almeno in Francia, un ambiente abbastanza "ricettivo", non solo nelle file del movimento operaio ma, addirittura, nella stessa cultura (notevole l'influenza del proudhonismo - ricorda Cerroni - nella Internazionale, anche attraverso Bakunin, nella Comune, nel sindacalismo rivoluzionario di stampo soreliano, su Georges Gurvitch e Léon Deguit, ossia nella elaborazione teorica del diritto sociale)' (pag 178-179)]  [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
'Dopo la battaglia d'Inghilterra c'era tempo sufficiente per una «guerra rapida» contro la Russia' PDF Stampa E-mail
DEIGHTON Len, La battaglia d'Inghilterra. TEA. MILANO. 2003 pag 288 8°  introduzione di A.J.P. TAYLOR, foto illustrazioni grafici note ringraziamenti bibliografia indice nomi; traduzione di Gianfranco SIMONE; Collana Saggistica.  Len Deighton (Londra, 1929) ha qui approfondito gli aspetti tecnico-strategici della battaglia d'Inghilterra. Ha pubblicato pure 'La guerra lampo. Un capolavoro di storia militare', Longanesi, 1981. ['Hitler s'era interessato da vicino ai piani per l'attacco alla Polonia e li aveva migliorati. Per l'offensiva contro la Danimarca e la Norvegia si era servito del suo ufficio all'OKW (comando supremo delle forze armate) per controllarla in larga misura. Pianificando l'invasione della Francia, del Belgio e dell'Olanda aveva incoraggiato l'idea di concentrare il peso dell'offensiva su Sedan, cosa che alla fine si dimostrò la chiave della vittoria. Invece Hitler si disinteressò dell'attacco aereo contro la Gran Bretagna. Hitler fu uno dei più abili sfruttatori del successo del ventesimo secolo. (Come ha dettagliatamente spiegato lo storico A.J.P. Taylor, non esisteva un piano nazista di guerra ed espansione). L'interesse di Hitler a «Leone Marino» era una scommessa azzardata nella speranza che la Gran Bretagna crollasse per paura. Quando la perse, Hitler scosse le spalle e cominciò a spulciare le carte geografiche dell'Urss. Benché i britannici si considerassero totalmente impegnati un una guerra disperata e pericolosa, Hitler vedeva la situazione in maniera diversa. Il fronte occidentale era al sicuro - non esisteva il minimo pericolo di una invasione britannica del continente - e c'era tempo sufficiente per una «guerra rapida» contro la Russia (2). Comunque da lungo tempo i pensatori militari tedeschi erano convinti che la vittoria sulla Gran Bretagna poteva essere ottenuta soltanto interrompendo le sue linee marittime di comunicazione. Benché in pratica ogni paese prepari piani d'emergenza per una guerra contro i vicini (compresi i suoi più stretti alleati), la Germania non ne stese alcuno contro la Gran Bretagna, fino al giugno 1937. E la Luftwaffe non scrisse mai un memorandum sulle incursioni aree contro la Gran Bretagna fino al febbraio 1938. Vale la pena di tenere in conto queste considerazioni'(pag 248-249)] [(2) La decisione che Hitler prese di invadere l'Urss è stata interpretata come una contraddizione rispetto a sue precedenti dichiarazioni. Nel novembre 1939 aveva detto: «Possiamo opporci alla Russia solo quando avremo la pace a Occidente». Nel giugno 1940, mentre era ancora in corso la guerra con la Francia, disse che avrebbe attaccato la Russia «quando la situazione militare lo renderà possibile». La fine della battaglia d'Inghilterra portò la pace in occidente dal punto di vista di Hitler - le incursioni del Comando Bombardieri non erano più che punture di spillo - e se si considera la velocità del Blitzkrieg che progettava, la situazione militare rendeva possibile l'attacco all'Urss]  [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
'Masse crescenti di moneta vagano nel mondo in cerca di chi offre un tasso di interesse migliore' PDF Stampa E-mail
MENGARELLI Gianluigi, Origini e crisi del sistema monetario internazionale. CRITICA MARXISTA. ROMA. N. 4-5 LUGLIO-OTTOBRE 1969 pag 116-154 8°  note. ['In questa situazione [fine del '58, ndr] i paesi europei possedendo delle riserve valutarie sufficienti e incominciando a poter contare su un'economia molto rafforzata e competitiva, erano in grado di ammettere la convertibilità libera delle loro monete. Con ciò anche il FMI veniva ad assumere un ruolo più attivo dopo 10 anni di "congelamento". Infatti, acquistando maggior importanza le monete europee, e perdendone relativamente il dollaro, affiorò una componente che non mancherà di ricoprire un ruolo fondamentale sulla scena monetaria degli anni successivi: i capitali fluttuanti. Storicamente questo fenomeno incominciò a manifestarsi già subito dopo la prima guerra mondiale, a partire dal 1918 (36). La sua importanza venne via via crescendo fino al '39. A partire dal '58, in relazione e in virtù della ripristinata convertibilità, i capitali fluttuanti (detti 'Hot Money'), cioè moneta che scotta) hanno ripreso il loro ruolo di elemento perturbatore, conferendo al sistema un motivo nuovo di instabilità che prima non possedeva, in quanto esistevano i controlli sui cambi (37). Un altro elemento di instabilità, ma con caratteristiche diverse, fu la ripresa degli investimenti esteri da parte non solo degli USA ma anche dei paesi europei industrializzati. Per quanto riguarda la 'Hot Money', non sempre è facile spiegarne le origini; ha però la caratteristica di differenziarsi dalle antiche esportazioni di capitali destinati a investimenti esteri come le intendevano Lenin e Rosa Luxemburg. Si tratta infatti di masse crescenti di moneta che vagano in cerca di chi offre un reddito migliore, e quindi non vengono investite in industrie o attività produttive, ma prestate a banche o aziende, oppure investite in forme di quasi-moneta, molto liquide (titoli pubblici, azioni, certificati di deposito, ecc.), pronte a ritramutarsi in moneta a vista. Nell'ambito del sistema capitalistico non v'è dubbio che siano il frutto dell'aumentato benessere, che consente, secondo l'analisi keynesiana, maggiore risparmio sia privato che d'impresa (autofinanziamento). Ma si tratta di risparmio che non riesce a trovare sistemazione stabile nell'investimento direttamente produttivo a causa della caduta del saggio di profitto che provocherebbe (38). Perciò vaga in cerca della continua sistemazione ottima, come dicono i "marginalisti", pronto a spostarsi improvvisamente da un paese all'altro, dopo adeguati arbitraggi sugli interessi, sui rischi relativi alla svalutazione dei cambi, ecc.'] (pag 128-129) [(36) Cfr. G.Y. Bertin, 'L'investissement international', Paris, PUF, 1967, p. 21; (37) Gli scambi del dopoguerra furono soggetti a notevoli restrizioni anche se il FMI non dichiarò il dollaro: "moneta scarsa". La qual cosa avrebbe legittimato tali politiche restrittive anche secondo lo statuto del FMI. Si crearono comunque vari blocchi regionali di scambi come l'Unione europea dei pagamenti e l'area della sterlina. Cfr. A.C.L. Day: op. cit., p. 138; (38) Sarebbe estremamente interessante approfondire l'argomento, non solo in relazione ai finanziamenti internazionali, ma anche nazionali. Questa non è però la sede, comunque si può consultare utilmente: A. Pesenti, 'La moneta', cit., p. 58] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
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