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Nello scrivere, la semplicità è un indice non soltanto di verità, ma anche di genialità PDF Stampa E-mail
SCHOPENHAUER Arthur, Sul mestiere dello scrittore e sullo stile. ADELPHI. MILANO. 1993 pag 156 16° avvertenza di Franco VOLPI, note traduzione di Eva AMENDOLA KUHN; Collana Piccola Biblioteca Adelphi. ['Si può dire (...) che vi siano tre tipi di autori: in primo luogo, coloro che scrivono senza pensare. Questi scrivono ciò che a loro detta la memoria, in base a reminiscenze, oppure attingono, perfino, direttamente da libri altrui. Questa classe di scrittori è la più numerosa. In secondo luogo, vi sono scrittori che, mentre scrivono, pensano. Essi pensano al fine di scrivere. Simili tipi s'incontrano molto spesso. In terzo luogo, vi sono scrittori che hanno pensato prima di accingersi a scrivere. Scrivono soltanto perché hanno pensato. Sono rari.' (pag 19); 'Noi vediamo, inoltre, che ogni vero pensatore cerca di esprimere i suoi pensieri nel modo più puro, chiaro, sicuro e conciso possibile. Corrispondentemente a ciò, la semplicità è sempre stata un un indice non soltanto di verità, ma anche altresì di genialità. Lo stile riceve bellezza dal pensiero; al contrario, in quegli pseudo-pensatori i pensieri dovrebbero diventare belli mediante lo stile. Non è, forse, lo stile null'altro che la 'silhouette' del pensiero? Scrivere in modo poco chiaro oppure male significa pensare ottusamente o confusamente. Perciò la prima regola, e forse l'unica, del buono stile è che 'si abbia qualcosa di dire': con questa regola si va lontano!" (pag 47); "Sarebbe bene comprar libri, se insieme si potesse comprare il tempo per leggerli, ma di solito si scambia l'acquisto di libri per l'acquisizione del loro contenuto. Pretendere che un individuo ritenga tutto quanto ha mai letto, è come esigere che porti ancora dentro di sé tutto quanto ha mai mangiato. (...) 'Repetitio est mater studiorum'. Ogni e qualsiasi libro importante deve essere letto subito due volte; in parte perché le cose vengono capite meglio la seconda volta nella loro concatenazione, e si riesce a comprendere il principio veramente bene soltanto dopo aver conosciuto la fine; in parte perché, verso ogni brano, la seconda volta ci troviamo in un diverso stato d'anime rispetto alla prima volta e, grazie a ciò, l'impressione riesce diversa, ed è come vedere un oggetto in un'altra luce'] (pag 116-117) [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
 
La crisi dell'ottobre 1929 e l'immensità delle questioni che ha lasciato nella sua scia PDF Stampa E-mail
EINAUDI Mario, La rivoluzione di Roosevelt, 1932-1952. GIULIO EINAUDI EDITORE. TORINO. 1959 pag 334 8°  prefazione, note; Collana Saggi. ['Si discute ancora sul momento esatto in cui ebbe termine la grande crisi. I pessimisti, o coloro che accettano la teoria del ristagno capitalistico, sono convinti che la crisi sia ancora in corso, e che siano soltanto le spese militari che mantengono le apparenze di prosperità. Altri diranno che non fu il New Deal, ma lo scoppio della seconda guerra mondiale, a porre fine alla crisi, provando l'inutilità di otto anni di acrobazie roosveltiane e confermando la teoria che soltanto l'intervento di fattori esterni e straordinari, come la guerra, poteva porre fine alla crisi. Ma alcuni diranno che la cifra dei disoccupati s'era ridotta della metà, nel 1937, e che la produzione lorda nazionale (valutata ai prezzi del 1953) aveva raggiunto, sia nel 1936 che nel '37, circa lo stesso volume del 1929, cifre che provano una sostanziale ripresa e un notevole successo della politica del New Deal. Mentre nel 1938 si produceva una brusca caduta, la ripresa era già avviata all'inizio del 1939, se l'indice della produzione industriale per i primi tre mesi di quell'anno, comunicato dal Federal Reserve Board, era di appena il 7% inferire a quello del corrispondente periodo del 1929. Non c'era ancora la guerra, allora. Ma circa nove milioni di lavoratori erano ancora disoccupati. Questi contrastanti opinioni circa la fine della grande crisi dimostrano l'acerbità delle dispute sollevate dalla crisi stessa, e l'immensità delle questioni ch'essa ha lasciato nella sua scia. (...) L'ottobre del 1929 appartiene alla mitologia della vita americana. Quella data possiede tutti gli elementi di dramma, di crisi personale, di intenso valore simbolico che sono necessari alla creazione del folklore e delle leggende che abbelliscono la vita delle nazioni. Il crack di Wall Street ebbe importanza di per se stesso, poiché distrusse il patrimonio di milioni di persone. Fu importante per ciò che rivelò del comportamento, delle attività, delle intenzioni e delle ruberie di una classe di finanzieri, banchieri, agenti di cambio e loro tirapiedi, che nel decennio precedente avevano assunto una posizione dominante nella vita americana. Esso fu anche una dimostrazione assai efficace delle debolezze strutturali dell'organizzazione finanziario-industriale americana, come fece rilevare John Galbraith. Le super-holdings, vulnerabilissime ai cambiamenti della fortuna, trascinarono alla rovina le holdings minori. Queste, a loro volta, fecero sopportare le conseguenze del loro tracollo alle società da loro dipendenti. Queste società, che nel loro campo produttivo avrebbero ancora trovato la possibilità d'un'attività quasi normale, furono a loro volta indotte a drastiche misure restrittive a causa delle precarie condizioni dei loro padroni finanziari. La grande crisi s'approfondì rapidamente, e con l'inesorabilità del fato. Tra il 1929 e il 1932, la produzione nazionale declinò da 104 a 58 miliardi di dollari; la massa dei salari da 45 a 25 miliardi di dollari; i profitti delle società, al lordo delle imposte, da 10 ad una perdita di 3 miliardi di dollari; il personale delle fabbriche diminuì di un terzo, e il numero dei disoccupati balzò da 400.000 a quasi 12.000.000. La produzione industriale decrebbe di più del 70%, tra il giugno 1929 e il giugno 1932, e perfino la produzione di beni di consumo immediato decrebbe di un terzo'] (pag 46-48) [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
 
'Il Mezzogiorno manifesta «ancora una volta» la sua distinzione «territoriale» dal resto dello stato PDF Stampa E-mail
FERRI Franco  a cura; relazioni di Nicola BADALONI Remo BODEI Christine BUCI-GLUCKSMANN Umberto CERRONI Franco DE-FELICE Biagio DE-GIOVANNI Gabriele DE-ROSA Giuseppe GALASSO Giuseppe GIARRIZZO Luisa MANGONI Giuseppe VACCA Rosario VILLARI, Politica e storia in Gramsci. Atti del convegno internazionale di studi gramsciani. Firenze, 9-11 dicembre 1977. I. Relazioni a stampa. EDITORI RIUNITI - ISTITUTO GRAMSCI. ROMA. 1977 pag 497 8°  nota dell'editore, note, Nuova biblioteca di cultura, Atti dell'Istituto Gramsci. ['Da Vienna, tra dicembre 1923 e gennaio '24, Gramsci incalza con quella insistenza ossessiva nello scavo in povertà di informazioni che doveva diventare negli anni del carcere il tratto dominante del suo carattere intellettuale. (...). Nella crisi italiana (...) il Mezzogiorno, «che noi abbiamo misconosciuto così come facevano i socialisti e abbiamo creduto fosse risolvibile nell'ambito normale della nostra attività politica generale», diventa sotto vari aspetti decisivo: «Io sono sempre stato persuaso che il Mezzogiorno diventerebbe la fossa del fascismo, ma credo anche che esso sarà il maggior serbatoio e la piazza d'armi della reazione nazionale e internazionale se prima della rivoluzione noi non n studiamo adeguatamente le questioni e non siamo preparati a tutto» (11). (...) E il fascismo? Si tratta d'una variabile non essenziale, il cui ruolo è in fase di rapido superamento. «Nell'attuale situazione - scriveva Gramsci pochi giorno dopo, sulla base della stessa analisi (17) -, con la depressione delle forze popolari che esiste, le masse contadine meridionali hanno assunto un'importanza enorme nel campo rivoluzionario. O il proletariato, attraverso il suo partito politico, riesce in questo periodo a crearsi un sistema di alleati nel Mezzogiorno, oppure le masse contadine cercheranno dei dirigenti politici nella loro stessa zona, cioè si abbandoneranno completamente nelle mani della piccola borghesia amendoliana, diventando una riserva delle controrivoluzioni, giungendo fino al separatismo e all'appello agli eserciti stranieri nel caso di una rivoluzione puramente industriale del nord». E' l'applicazione all'Italia della risposta russa alla «stabilizzazione del capitalismo»: in presenza d'una «depressione» del proletariato industriale europeo, di ciò quelle masse contadine si faranno capi politici «nazionali» nei loro stessi paesi. La opposizione costituzionale ha spinto il Mezzogiorno a manifestare «ancora una volta» la sua distinzione «territoriale» dal resto dello Stato, «la sua volontà di non lasciarsi assorbire impunemente in un sistema unitario esasperato - che significherebbe solo accrescimento delle antiche oppressioni e dei vecchi sfruttamenti - trincerandosi dietro una serie di posizioni costituzionali, parlamentaristiche, di democrazia formale...» (18)] (pag 325-329) [dal saggio di Giuseppe Giarrizzo 'Il Mezzogiorno di Gramsci' (pag 321-389)] [(11) Annali Feltrinelli (in seguito AFelt), III, p. 468: Gramsci a Togliatti e altri, 9 febbraio 1924; (17) CPC, 171-74: 'L'Ordine Nuovo, 15 marzo 1924 ('Il Mezzogiorno e il fascismo'); (18) Qui lo «schema di tesi» (AFeltr, a. VIII, pp. 201-202) ribadisce la formula del «governo degli operai e dei contadini», e non accoglie le indicazioni in senso federativo avanzate da Gramsci - ammettendo che in Italia il problema agrario «assume un carattere territoriale», ma concludendo che il fascismo ha unificato con la sua violenza la campagna! Poco più in là (p. 203) si parla tuttavia di integrare lo schema di rivendicazioni parziali con un punto relativo a «diritti delle minoranze nazionali». La formula gramsciana «repubblica 'federativa' degli operai e dei contadini» adatta formule discusse da Stalin tra il dicembre 1922 e il marzo '23. Era stato Stalin, un uno scritto del novembre '23, a saldare questione nazionale in Russia e problema dei ceti medi (I.V. Stalin, 'Il marxismo e la questione nazionale e coloniale', Mosca, 1948, pp. 263-269)]

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Ronald Reagan inventore del deficit americano PDF Stampa E-mail
MODIGLIANI Franco, a cura di Paolo PELUFFO, Avventure di un economista. La mia vita, le mie idee, la nostra epoca. EDITORI LATERZA. ROMA BARI. 1999 pag 318  note grafici tabelle indice nomi; Collana Storia e società. Franco Modigliani (Roma, 1918 - Cambridge, 2003) è stato professore emerito presso la Alfred P. Sloan School of Management del Massachusetts Institute of Technology (MIT). Nel 1985 ha ricevuto il premio Nobel per l'economia. Paolo Peluffo (1963), 'normalista' è dirigente generale del ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica; è stato il portavoce del ministro Ciampi. Ha curato le memorie di Guido Carli 'Cinquant'anni di vita italiana' (1993) e per Laterza una raccolta di scritti inediti di Carli 'Le due anime di Faust Scritti di economia e politica' (1996). Con V. Giacchè ha scritto 'La storia del Mediocredito Centrale' (1997). ['Le guerre possono essere finanziate in molti modi. Reagan, tra tutti i modi possibili, scelse il peggiore: quello che ha arrecato il danno maggiore alle generazioni successive, e che ha costretto i presidenti che gli sono succeduti, repubblicani e democratici, a grandi sforzi per sanare le ferite inferte dagli otto anni della sua presidenza. Per molti aspetti si può affermare che Reagan, negli Stati Uniti, è l'inventore del deficit. Prima di lui, sostanzialmente, non era mai esistito. O, meglio, era esistito come strumento di controllo ciclico della domanda in periodi di recessione, ma non come fenomeno strutturale. Fino ad allora i presidenti, sia repubblicani sia democratici, avevano sempre adottato una politica economica saggia e moderata (31). Questa analisi in qualche modo smentisce le tesi di James Buchanan (32), secondo il quale tutte le società democratiche hanno un'ineluttabile tendenza vero il deficit. La storia degli Stati Uniti smentisce questa ipotesi. Tranne sotto Ronald Reagan. Il deficit sotto Reagan arrivò addirittura fino al 6,3 per cento del PIL. Una enormità se lo confrontiamo con il pareggio del presidente Clinton. Se si adotta la correzione per l'inflazione da me proposta, a partire dal 1983 i deficit federali sono i maggiori mai registrati in tempo di pace e non danno segno di voler diminuire fino all'ultimo anno di presidenza. Nel dibattito interno americano, abbiamo assistito nel 1995 a un conflitto molto duro tra il Congresso a maggioranza repubblicana e il presidente Clinton. Ma questo conflitto non riguarda l'obiettivo di fondo, che entrambi condividono pienamente: azzerare il deficit. Piuttosto interessava semmai la distribuzione dei sacrifici, e la durata del periodo di rientro. L'aspetto sorprendente di tutto ciò è che il presidente Reagan si presentò alle elezioni dicendo: c'è al mondo un solo male, una vera e propria pestilenza, ed è il deficit pubblico. Reagan nel corso della sua prima campagna, quella contro Carter, seguiva un modello economico basato sulla cosiddetta «curva di Laffer»: se lo Stato si imbarca in spese folli, cercherà di aumentare le entrate con la tassazione; ma la tassazione ha in sé il principio della propria fine, perché essa spegne l'incentivo a produrre; e per questo il governo vede ridursi il gettito fiscale, non riesce più a finanziare la spesa e, allora, si mette a stampare moneta a tutto spiano; ma stampare moneta crea l'inflazione, secondo il modello monetarista; l'inflazione crea il disordine, il disordine crea la disoccupazione e il cattivo funzionamento del sistema. E questa era la condizione dell'America descritta da Reagan alla fine della presidenza Carter nel 1981' (pag 132-133) [(31) Cfr. F. Modigliani e A. Modigliani, The Growth of the Federal Deficit and the Role of Public Attitudes', in 'Public Opinion Quarterly', 51, 1987, pp. 459-80 (trad. it. in Modigliani, 'Consumo, risparmio, finanza', cit., pp. 499-527); (32) J.M. Buchanan, 'Liberty, Market and State', New York University Press, New York, 1985]  [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   

 
'Parigi capitale del XIII secolo: la più grande università e la più grande corte del tempo' PDF Stampa E-mail
BOITANI Piero MANCINI Mario VARVARO Alberto a cura, saggi di Teresa PAROLI Gerold HILTY Adele CIPOLLA Wolfgang G. VAN-EMDEN Walter MELIGA Alberto VARVARO Gioia ZAGANELLI William J. McCANN Sergio VATTERONI Michael DALLAPIAZZA Enrico GIACCHERINI Marcelo MELI Rosanna BRUSEGAN Janet F. VAN-DER-MEULEN Michel ZANK Laura MINERVINI Giuseppina BRUNETTI Michelangelo PICONE Alfonso D'AGOSTINO Michael DALLAPIAZZA Anna TORTI Lia VOZZO Anton M. ESPADALER Valeria BERTOLUCCI PIZZORUSSO, Letteratura, Storia, Civiltà. Medioevo volgare. Volume 22. Corti, castelli, città: i nuovi luoghi della produzione letteraria. CORRIERE DELLA SERA. MILANO. 2019 - SALERNO EDITRICE. ROMA. 2001 pag 965 8°  foto illustrazioni, tavola sigle note; 'Letteratura, storia, civiltà. Grecia antica, Roma antica, Medioevo'. ['E tuttavia questo cuore del francese è una città di frontiera. Riguardo alla produzione intellettuale e letteraria, Parigi è la città del latino come del francese o, per meglio dire, nell'epoca che ci interessa, del latino più che del francese. Bella faccenda, si dirà. Questo confine e questa divisione non sono propri della Parigi del secolo XIII: essi caratterizzano tutto l'Occidente medievale. Certamente, ma Parigi conosce allora una situazione unica che dà a questo aspetto così generale un significato e una risonanza eccezionali. La città in cui risiede il re più potente dell'epoca è anche quella in cui fioriscono le scuole più illustri. Il XIII secolo, che vede nascere la sua università, è anche il secolo in cui Parigi diventa veramente capitale. Uno stesso luogo riunisce da allora la più grande università e la più grande corte del tempo. Dal castello reale, in cui ci si vanta di parlare il miglior francese, al 'quartiere latino' in cui il latino unisce una comunità universitaria venuta dai quattro angoli del mondo, non c'è che un ponte da superare. Alla fine del XIII secolo, e ancor più nel secolo successivo, questa situazione, unita alla personalità dei re, darà una colorazione particolare alle lettere alla corte di Francia" (pag 573) [dal saggio di Michel Zink 'Parigi e il suo ambiente universitario nel secolo XIII']  [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
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