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Matteotti denuncia la violenza fascista: alle nostre masse manca l'abitudine alla barbarie PDF Stampa E-mail
FABBRI Fabio, Le origini della guerra civile. L'Italia dalla Grande Guerra al fascismo, 1918-1921. UTET. TORINO. 2009 pag XXXVI 712 8°  introduzione ringraziamenti abbreviazioni note, appendice I: Le statistiche della violenza; II. Cronologia delle violenze, bibliografia indice nomi; Collana Utet Libreria.  Fabio Fabbri, già docente presso le Università di Salerno e Roma 'La Sapienza', è professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Università di Roma-Tre. E' autore di saggi sulla storia del socialismo italiano, sulla cooperazione e sulle origini del fascismo. ['Il discorso pronunciato da Matteotti, che il Salvatorelli (1964, p: 183, e Roveri, 1974, p: 159) considerò il «preludio» al più noto «canto del cigno» del 30 maggio 1924, aveva l'indubbio merito, storico e politico, di documentare e ricostruire direttamente in Aula il lugubre scenario delle vie delle città emiliane: «Percorse da gruppi armati, militarmente indrappellati, pieni di fascisti armati [che] nell'ora del passeggio, parti[vano] dalle città maggiori, per esempio a Ferrara, davanti alla cattedrale, qualcuno con due rivoltelle nelle mani, e sfilavano allegramente per le strade, con canti di vendetta, senza che alcun si muova». Per la prima volta, nel Parlamento italiano, venne squarciata «la leggenda del patriottismo di cui si ammantava il fascismo italiano» (100). Risuonò circostanziata «l'esposizione veritiera» delle violenze perpetrate dallo squadrismo, alla presenza o con la complicità delle forze di polizia: ferimento di avversari politici, leghe distrutte e incendiate, assalti notturni di passanti, spedizioni nei paesi vicini contro i capilega. Già sottoposto a intimazioni e minacce, Matteotti formulò la sua «prima denuncia del fascismo come reazione di classe» (Caretti, 1985a, p. 81). (...) Era una battaglia, la sua, intrapresa non solo per la causa del socialismo ma per «quella della civiltà». «La sorpresa, la non abitudine delle nostre masse a codesta lotta malvagia e barbarica della violenza episodica ha disorientato le nostre organizzazioni. Lo scompiglio di esse è proprio determinato  dal fatto che ad esse manca l'abitudine alla barbarie. Ma se voi continuerete - disse rivolto ai suoi avversari politici - non voi avrete la conservazione, non noi la rivoluzione, ma si sarà purtroppo, creata la 'guerra civile', e la dissoluzione del paese». Sulla natura «malvagia e barbarica» delle incursioni squadriste, altri oratori si soffermarono nel corso del dibattito, che in un certo senso segnò il «battesimo parlamentare» (102) del fascismo' (pag 430-432)] [(100) 'Note sulla seduta', Avanti!, 1 febbraio 1921; (102) A. Cappa, 'Reazione borghese e partito socialista', 'L'Ordine Nuovo', 4 febbraio 1921 (editoriale)] [ISC Newsletter N° 89] ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
La dottrina della 'profonditą strategica' di Ahmet Davutoglu PDF Stampa E-mail
OTTAVIANI Marta Federica, Il Reis. Come Erdogan ha cambiato la Turchia. TEXTUS EDIZIONI. L'AQUILA. 2016 pag 262 8° Euro 17.50  prefazione di Paolo WULZER, note bibliografia indice nomi; Collana Oltrefrontiera, di Storia e Politica internazionale.  Marta Federica Ottaviani è nata a Milano nel 1976. Laureata in Lettere moderne all'Università Statale di Milano. Si è specializzata all'Istituto per la formazione al giornalismo 'Carlo De Martino'. Nel 2005 si è recata in Turchia, ad Istanbul, dove ha iniziato a scrivere per le principali testate italiane e agenzie di stampa. Collabora con 'Avvenire' e 'La Stampa'. Ha pubblicato 'Cose da Turchi' e 'Mille e una Turchia' editi da Mursia. ['Vale comunque la pena di iniziare dando qualche informazione su quello che per cinque anni è stato il capo, e per molti anche la rovina, della diplomazia turca. Ahmet Davutoglu nasce a Konya, la capitale religiosa indiscussa della Turchia, nel 1958. Per una strana coincidenza della sorte, lo stesso giorno di Recep Tayyip Erdogan, ossia il 26 febbraio. Ma le vite dei due uomini sono parecchio diverse. Davutoglu viene al mondo in una famiglia molto benestante, frequenta le scuole più prestigiose di Istanbul, impara a parlare diverse lingue straniere. Una formazione occidentale sotto tutti i punti di vista. Nel frattempo studia anche l'arabo e il Corano. I due uomini si conoscono dai tempi del 'Refah', dove anche Davutoglu milita, ma senza ricoprire cariche dirigenziali e preferendo la carriera universitaria. Nel 2001, quando è già un accademico molto conosciuto e stimato, esce il suo libro più famoso 'Stratejik derinlik', 'Profondità strategica'. Si tratta di un testo molto importante per comprendere come si sia evoluto il rapporto fra la Turchia e il mondo esterno. La tesi portante del suo pensiero è che la Turchia possiede una profondità strategica speciale e unica, che le deriva dalla sua storia e dalla sua posizione geografica ed è uno dei pochi paesi che possono permettersi di esercitare un potere centrale. Per questo, la sua aspirazione deve essere quella di esercitare un ruolo di guida in diverse regioni come i Balcani, il Caucaso, l'Asia Centrale, il Medioriente, i paesi del Golfo e il Mediterraneo in generale. Non un ponte fra Occidente e Oriente, quindi, come viene considerata dall'Unione Europea, ma un'entità a sé stante, in grado di sviluppare una politica proporzionale alle sue potenzialità. Per fare questo, la Turchia doveva rinunciare alla sa identità di Stato militarizzato e promuovere la risoluzione dei conflitti sul territorio, in modo da poter rappresentare un punto di riferimento per la cooperazione economica con le sue aree circostanti: Come spiega lo stesso Davutoglu: "La Turchia è caratterizzata da molteplici identità regionali e per questo ha la capacità e la responsabilità di perseguire una politica estera integrata e multidimensionale. (...) Contribuire alla risoluzione dei conflitti, alla pace internazionale e alla sicurezza in queste aree è un richiamo al dovere che emerge dalla profondità di una storia multidimensionale come la nostra (1)". Una Turchia piena protagonista del suo tempo, insomma, ma soprattutto più autonoma dagli Stati Uniti e dall'Europa' (pag 178-179) [paragrafo: 'La politica estera e il 'panislamismo' di Ahmet Davutoglu] [(1) I. Grigoriadis, 'The Davutoglu doctrine and Turkish foreign policy', Working Paler 8.2000, Eliamep] [ISC Newsletter N° 89] ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
Italia, 1975: un decreto-legge 'omnibus' blocca lo sviluppo delle autostrade e dei trafori PDF Stampa E-mail
MENDUNI Enrico, L'Autostrada del Sole. IL MULINO. BOLOGNA. 1999 pag 138 8°  tabelle grafici bibliografia indice nomi; Collana L'Identità italiana. Enrico Menduni insegna nella Facoltà di Scienze della comunicazione dell'Università di Siena e di Roma La Sapienza. Con il Mulino ha pubblicato tra l'altro 'La televisione' (1998). ['Vi fu un cambiamento nello spirito pubblico, e in strati abbastanza larghi dei ceti dirigenti. Con la subitaneità di un verdetto, il giudizio sulla motorizzazione passò da un estremo all'altro. L'automobile, che era stata presentata come simbolo di libertà e di benessere, appariva adesso come qualche cosa che non riusciva a mantenere le sue promesse perché la congestione e il traffico la paralizzavano, che poteva inquinare, che rimaneva attaccata ad un'etica individualista poco attenta all'interesse collettivo. L'autostrada da strumento di un'epopea nazionale fu declassata rapidamente, dalle élite  e poi dal senso comune, ad «opera del regime», a deturpazione del paesaggio, a macchina mancia-soldi: l'aumentato costo del denaro, del resto, aveva aumentato ai limiti dell'intollerabile i costi della costruzione. Si era - occorre ricordarlo - in quella prima metà degli anni Settanta in cui sembravano declinare insieme il ruolo dirigente della Democrazia cristiana e le ambizioni modernizzanti del Centro-sinistra. (...) Queste erano le condizioni quando lo sviluppo autostradale fu interrotto da un evento improvviso. Si trattava di un episodio abbastanza frequente nella vita parlamentare: l'approvazione di uno dei tanti decreti-legge, che pena la decadenza devono essere convertiti in legge dal Parlamento entro sessanta giorni e che rappresentavano (talvolta rappresentano ancora oggi) una corsa contro il tempo e contro le opposizioni, spesso evitata dalla contrattazione di emendamenti concordati, ritenuti utili dalle varie parti politiche di governo e di opposizione. Il Dl 13 agosto 1975, n. 379 («Provvedimenti per il rilancio dell'economia riguardante le esportazioni, l'edilizia e le opere pubbliche»), era un classico provvedimento 'omnibus': un convoglio di disposizioni varie, grandi e piccole, riunificate per meglio sfuggire ai siluri del voto parlamentare. In sede di conversione, fu aggiunto un art. 18 bis che recita: «è altresì sospesa la costruzione di nuove autostrade o tratte autostradali e di trafori di cui non sia stato effettuato l'appalto, ancorché assentiti amministrativamente». Si fermò così la costruzione delle autostrade per quella che fu chiamata una "pausa di riflessione". Essa durò sette anni: solo nel 1982, con la l. 531, furono riprese nuove costruzioni. Tuttavia molte opere allora non appaltate (ad esempio l'autostrada tirrenica fra Livorno e Civitavecchia) non sono state più compiute e sono divenute, per vari motivi ambientali e di compatibilità, improponibili. Nessuno è più disposto a giurare che vi sia una correlazione positiva (che pure in passato indubbiamente c'è stata, in casi determinati) tra la realizzazione di grandi arterie stradali, lo sviluppo economico, il benessere. Per costruirle ci si affida sempre più ai finanziamenti per eventi eccezionali (come i Campionati di calcio del 1990, o le Colombiadi del 1992), secondo la logica del «convoglio» sopra illustrata. Ma la concomitanza tra grandi programmi di opere pubbliche ed eventi speciali, come nel caso del Giubileo del 2000, desta ancora maggiori e più diffidenze. Si può dunque affermare con relativa certezza che il periodo d'oro della costruzione delle autostrade, innescato dall'Autosole e poi proseguito fino al 1975, era finito per sempre; con esso terminava una piccola epopea nazionale. La costruzione esemplare dell'Autostrada del Sole era così sottratta alla cronaca, alle passioni, a ricordi e testimonianze frammentarie per diventare un episodio, fra tanti altri, della modernizzazione dell'Italia' (pag 124-125)] [ISC Newsletter N° 89] ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
Oppenheimer avrebbe voluto che non ci fosse stato il lancio delll'atomica su Hiroshima PDF Stampa E-mail
GORZ André, La morale della storia. CASA EDITRICE IL SAGGIATORE. MILANO. 1963 pag 256 8°  note indice nomi argomenti località; traduzione di Jone GRAZIANI, Collana Storia, critica, testi. ['Il dubbio, confessato o no, diventa (...) un delitto. Quando gli interessi e il funzionamento della società richiedono da ognuno il rinnegamento di se stesso, la rinunzia a ogni esigenza umana, l'umano diventa sospetto, lo scrupolo debolezza, il turbamento slealtà. Conosco pochi esempi, a questo riguardo, più eloquenti dell'interrogatorio, avvenuto il 16 aprile 1954, di Julius Robert Oppenheimer da parte dell'avvocato Robb, rappresentante della"Commissione di Sicurezza del Personale" della Commissione Americana dell'Energia Atomica, Robb si sforza di dimostrare che Oppenheimer è stato sempre un "rischio di sicurezza" (security risk), un traditore "ravveduto", un agente virtuale del nemico: mancava di passione nel suo compito, non aveva la convinzione necessaria che tutto quanto si fa per la "buona causa" è bene. Oppenheimer, coordinatore scientifico del "progetto Manhattan" (che culminò con i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki), direttore dei lavori scientifici sulle armi nucleari, consigliere del governo, Oppenheimer dunque, si concedeva il lusso di "scrupoli morali". Per Robb, le funzioni di Oppenheimer sono decisamente incompatibili con "lo scrupolo morale". Robb lo dimostrerà: gli scrupoli hanno disturbato Oppenheimer nell'adempimento del suo dovere. Oppenheimer si difende, pietosamente, mistificato dagli argomenti dell'avversario: i suoi scrupoli, lo ammette, erano "atroci"; avrebbe voluto che non ci fosse stato il bombardamento di Hiroshima, o almeno, che non ci fossero state "tante vittime". Ma è a un tal grado intossicato dall'ideologia ufficiale che perora la sua causa a rovescio: invece di rivendicare i propri scrupoli e di contestare la necessità della politica da lui servita nell'angoscia, contesta che i suoi scrupoli abbiano diminuito la sua efficacia e la sua devozione al dovere. Si batte, vilmente, sul terreno dell'avversario: sostiene che i suoi scrupoli 'non avrebbero avuto gravi conseguenze' poiché egli era pronto a "fare tutto quanto gli fosse stato chiesto" eccetto, forse, una cosa assurda: l'utilizzazione di una bomba H contro un bersaglio piccolo quale Hiroshima. In breve, Oppenheimer rifiuta di assumere i propri scrupoli come sua verità, non osa provare a se stesso di essere insorto contro direttive mostruose. Questa viltà gli costerà cara: sarà considerato traditore nei confronti della ragione di Stato per non aver 'amato' ciò che gli chiedevano di fare, perché i suoi scrupoli comportavano il 'rischio' che un giorno egli vi cedesse; e sarà un traditore nei confronti di se stesso per non aver osato trarre la conseguenza dei suoi scrupoli, né rivendicarli in piena luce. Perderà sui due fronti' (pag 111-112)] [Interrogatorio di Julius Robert Oppenheimer da parte dell'avvocato Robb, rappresentante della"Commissione di Sicurezza del Personale" della "Commissione Americana dell'Energia Atomica", avvenuto il 16 aprile 1954] [ISC Newsletter N° 89] ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

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De Gaulle a Churchill: 'Lasciate che gli Usa prendano la guida della guerra. Spetta a voi prenderla! PDF Stampa E-mail
DE-GAULLE Charles, Memorie di guerra. II. L'unità (1942-1944). GARZANTI. MILANO. 1959 pag 298 8°  cartine foto illustrazioni; traduzione dal francese di Pier Luigi GANDINI. ['Dopo il pranzo a Downing Street, durante il quale la signora Churchill dovette usare tutta la sua buona grazia per animare la conversazione fra le donne, inquiete, e gli uomini, preoccupati, il Primo Ministro ed io riprendemmo il nostro colloquio a quattr'occhi. «Per voi,» mi dichiarò Churchill, «il momento è penoso, ma la posizione è magnifica. Giraud già adesso è liquidato sul piano politico. Darlan non potrà essere sostenuto a lungo. Voi rimarrete solo». E aggiunse: «Non prendete di petto gli Americani. Abbiate pazienza! Saranno loro a venire da voi, perché non vi è altra alternativa». «Può darsi,» risposi. «Ma nell'attesa, quante cose andranno in pezzi! Voi poi, non vi capisco. Fate la guerra dal primo giorno. Si può perfino dire che voi personalmente siete questa guerra. Il vostro esercito avanza in Libia. Gli Americani sono in Africa solo in quanto voi state battendo Rommel. Ancora adesso non un soldato di Roosevelt ha incontrato un soldato di Hitler, mentre da tre anni i vostri uomini combattono sotto tutte le latitudini. D'altronde, nella questione africana è in giuoco l'Europa e l'Inghilterra fa parte dell'Europa. Ciononostante, lasciate l'America prendere la direzione del conflitto. Ora, spetta a voi di assumerla, almeno in campo morale, Fatelo! L'opinione pubblica europea sarà dalla parte vostra». La mia uscita colpì Churchill. Lo vidi oscillare sulla sedia. Ci separammo dopo esserci accordati sul fatto che la crisi in corso non doveva provocare la rottura della solidarietà franco-britannica e che questa rimaneva più che mai conforme all'ordine naturale delle cose, soprattutto ora che, gli Stati Uniti intervenivano nelle questioni del Vecchio mondo. In serata, la radio di Londra trasmise, come avevo richiesto, che «il generale de Gaulle e il Comitato nazionale non partecipavano in alcun modo e non assumevano alcuna responsabilità nei negoziati in corso ad Algeri», e che «se i negoziati avessero portato a decisioni che conservassero il regime di Vichy nell'Africa del Nord, queste evidentemente non sarebbero state accettate dalla Francia combattente». Il nostro comunicato concludeva: «L'unione di tutti i territori d'oltremare nella lotta per la liberazione è possibile solo in condizioni che siano conformi alla volontà e alla dignità del popolo francese»' (pag 62-63)] [ISC Newsletter N° 89] ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
 

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