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Il filosofo Heidegger alla manifestazione della scienza tedesca in appoggio a Hitler (1933) PDF Stampa E-mail
FARIAS Victor, Heidegger e il nazismo. BOLLATI BORINGHIERI. TORINO. 1988 pag 356 8°  prefazione introduzione note indice nomi; traduzione dal francese e dallo spagnolo di Mario MARCHETTI, traduzione dal tedesco di Paolo AMARI, collaborazione di Enzo GRILLO; Collana Nuova Cultura. Victor Farias, nato nel 1940 a Santiago del Cile, è docente di filosofia alla Libera Università di Berlino. E' stato allievo di Heidegger e ha partecipato tra l'altro al seminario privato su Eraclito tenuto da Heidegger nel 1967. ['Tra gli impegni politici di politici di Martin Heidegger per «rivoluzionare» l'università occorre anche ricordare la sua partecipazione a quella che è stata chiamata Manifestazione della scienza tedesca, svoltasi a Lipsia nel novembre del 1933 per iniziativa del Führer dell'Associazione dei professori nazionalsocialisti (NSLB) della Sassonia, il 'Gauobmann' (capo distrettuale) Arthur Göpfert. Il simposio era stato pensato come un omaggio della scienza - ossia dei più prestigiosi uomini di scienza tedeschi - al governo hitleriano. L'incendio del Reichstag del 27 febbraio 1933 aveva fornito a Hitler il destro per promulgare il decreto di sospensione di tutti diritti costituzionali, decreto che gli dava anche facoltà di controllo diretto su tutte le province del Reich. Le elezioni del marzo, malgrado il totale spiegamento di forze nazista, diedero a Hitler soltanto il 44 per cento dei suffragi. Egli aveva ancora evidentemente bisogno di rafforzare il proprio potere. A tal fine, dopo aver proceduto alla nomina - in aprile - dei 'Reichsstatthalter' con la funzione di assicurare la disciplina nelle province del Reich, indisse un plebiscito per il 12 novembre 1933, in vista del quale il Partito nazista mobilitò tutte le sue forze e tra queste, naturalmente, l'università. Alla solenne manifestazione organizzata da Göpfert parteciparono il professor Eugen Fischer, rettore dell'Università di Berlino, il professor Arthur Golf, rettore dell'Università di Lipsia, il rettore dell'Università di Friburgo, Martin Heidegger, il rettore dell'Università di Gottinga, Friedrich Neumann, il rettore dell'Università di Amburgo, Eberhardt Schmidt, i professori Hirsch, Pinder (Monaco) e Sauerbruch (Berlino). Alle ricerche di Schneeberger si devono le prime utili informazioni sulla cerimonia e sulla partecipazione ad essa di Heidegger (223). Ecco come inizia il discorso di Heidegger: «Insegnanti e camerati tedeschi! Uomini e donne tedeschi! Il popolo tedesco è chiamato dal Führer a votare; ma il Führer non implora nulla dal popolo, egli dà piuttosto al popolo la più diretta possibilità della libera e suprema decisione: di volere, come popolo intero, la sua propria esistenza, ovvero di 'non' volerla. Domani il popolo non sceglie nulla di meno che il suo futuro. Questa elezione non si può affatto confrontare con le elezioni che si sono avute sino ad ora. La sua unicità sta nella semplice grandezza della decisione che in essa si deve prendere. L'inesorabilità di ciò che è semplice e ultimo non tollera tentennamenti ed esitazione. Questa decisione radicale si spinge sino al confine estremo dell'esserci del nostro popolo. E che cos'è questo confine? Esso consiste in quella rivendicazione primordiale di ogni essere di conservare e salvare la propria essenza. In tal modo viene posta una barriera fra ciò che si può chiedere e ciò che non si può chiedere a un popolo. In forza di questa legge fondamentale dell'onore, il popolo tedesco custodisce la dignità e il carattere risoluto della sua vita. Tuttavia, la volontà di farsi carico della responsabilità di sé non è solo la legge fondamentale dell'esistenza del nostro popolo, ma è, a un tempo, l'evento fondamentale del conseguimento del suo Stato nazionalsocialista. (...)». Nell'analisi della relazione popolo-Führer, Heidegger si avvale delle categorie fondamentali di 'Essere e tempo'. Ma qui la possibilità della «decisione-risoluta» non viene più tematizzata a partire dall'esistenza individuale; è il popolo che viene messo di fronte a sé stesso e che deve prendere partito: scegliersi o negarsi. Ma per Heidegger, come sempre in tutte le forme filosofiche e politiche assunte dal fascismo, tale possibilità di scelta non si radica nel popolo stesso, ma in quella mediazione trascendentale e costitutiva che è qui rappresentata dal Führer' (pag 166-168)] [(223) Klassiker in finsteren Zeiten, cit., vol 2, pp. 95 sg] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
Condanna al rogo di Giordano Bruno: l'Europa protestante inorridì PDF Stampa E-mail
MONTANELLI Indro GERVASO Roberto, Storia d'Italia. Volume 16. L'età della Controriforma. BUR. BIBLIOTECA UNIVERSALE RIZZOLI. MILANO. 1975 pag XVIII 409-580 16°  avvertenza cronologia eventi politici e militari, civili, culturali e artistici, foto illustrazioni cartine indice nomi e località dei volumi XIII, XIV, XV, XVI; Collana Bur. '[Giordano Bruno] Sapeva che l'Inquisizione gli dava la caccia, ma fidava della protezione di Mocenigo [nobile veneziano], sebbene questi fosse un fervente cattolico, e in quella della Repubblica [di Venezia] a professare le sue idee, che puzzavano d'anticonformismo e d'eresia e ad assumere atteggiamenti d'indipendenza e di sfida. Fin quando il suo timoratissimo anfitrione, istigato dal confessore, lo denunziò all'Inquisizione. Prima però, avendole già pagate, volle che il maestro terminasse le lezioni [d'occultismo e di mnemonica]. Il 23 maggio 1592, il filosofo fu arrestato e rinchiuso nelle carceri del Sant'Uffizio sotto l'accusa d'aver negato l'incarnazione, la Trinità e la transustanziazione, messo in dubbio i miracoli di Gesù e degli apostoli, dileggiato i frati, deriso la religione e proposto di sostituirla con la filosofia. (...) Bruno si presentò la prima volta davanti ai giudici il 26 maggio. Le udienze si protrassero per molte settimane, e l'imputato dovette subire minuziosi ed estenuanti interrogatori. Si difesa con abilità, facendo una sottile distinzione fra il credente che accetta senza discutere le verità rivelate, e il filosofo che le sottopone al vaglio critico della ragione. (...) A settembre il cardinale Severino chiese al Senato l'estradizione del filosofo, ma solo dopo lunghi tira e molla l'ottenne. A febbraio Giordano giunse a Roma, e a dicembre ricomparve in tribunale. Il processo andò avanti a singhiozzo per sette anni, durante i quali il Bruno fu sottoposto a ogni sorta di sevizie. La più perfida e raffinata era quella di rimandare la sentenza alle calende greche per esasperare l'imputato e sfibrarne la volontà. Ma il filosofo, sebbene malato, non si piegò. Anzi, si rimangiò le ritrattazioni precedenti e fino all'ultimo tenne fieramente testa agli inflessibili inquisitori, tra i quali spiccava il gelido e ascetico cardinale Bellarmino. (...) Finalmente, l'8 febbraio del 1600, riconosciuto "eretico, impenitente e pertinace", il filosofo fu condannato a morte. Ascoltò la sentenza in ginocchio; ma, a lettura finita, si levò in piedi e puntando l'indice contro i giudici esclamò: "Il timore che provate voi a infliggermi questa pena è superiore a quello che provo io a subirla". All'alba del 17 fu condotto in Campo di Fiori (...). Prima di appiccare il fuoco, un monaco gli mise sotto gli occhi un crocifisso, ma Giordano volse sdegnosamente lo sguardo. Un attimo dopo, le fiamme presero lentamente a divorarlo. L'Europa protestante inorridì, sebbene di roghi nemmeno essa fosse avara' (pag 560-561) [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

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Possibilità di abusi: il potere di creare moneta e di prestarla al "sovrano" porta con sé un rischio PDF Stampa E-mail
VOLCKER Paul A. FAZIO Antonio SPADOLINI Giovanni, Il centenario della Banca d'Italia. LIBRI SCHEIWILLER. MILANO. 1994 pag 198 8°  presentazione, saluto di apertura del Governatore Antonio FAZIO, interventi, chiusura della cerimonia ufficiale da parte Governatore Antonio FAZIO, Udienza del Sommo Pontefice, Incontro e discorso del Presidente della Repubblica Oscar Luigi SCALFARO. ['L'idea di assicurare l'indipendenza alle banche centrali ha trovato la sua massima espressione nelle norme del Trattato di Maastricht sul sistema europeo delle banche centrali. Queste innovazioni hanno stimolato un dibattito di ampiezza forse senza precedenti sul ruolo appropriato delle banche centrali, sui rapporti non solo con il governo, ma fra loro stesse, e sull'adeguatezza dei loro strumenti al raggiungimento degli obiettivi. Questi problemi non sono nuovi, ma era ben diverso il contesto in cui venivano dibattuti quando le banche centrali, come la Banca d'Italia, furono create. Allora si poneva enfasi, invece che sulla politica monetaria come oggi la conosciamo, sul modo di affrontare le ricorrenti crisi bancarie. Si percepiva la necessità di una "banca delle banche" che garantisse un'emissione uniforme di carta moneta, che costituisce un sicuro deposito delle riserve, e che fosse il "prestatore di ultima istanza". Credo che venisse allora ben compreso come in tutte queste attività vi fosse possibilità di abusi. Il potere di creare moneta e di prestarla al "sovrano" porta con sé un potenziale di inflazione. Il processo di creazione del credito ha grande importanza per l'economia. Alcuni accorgimenti istituzionali, che generalmente includevano il mantenimento di forme privatistiche negli assetti proprietari, fornirono alle banche centrali un elevato grado di autonomia istituzionale e protezione contro le pressioni politiche. Nel contempo, l'autorità discrezionale delle banche centrali veniva compressa dalle regole del 'gold standard' e da limiti rigorosi imposti alla natura delle loro attività e alle loro pratiche operative, limiti ereditati dalle tradizioni bancarie commerciali. Questi assetti, e l'approccio relativamente passivo di politica monetaria che essi comportavano, non resistettero alle sollecitazioni che provenivano dalla Grande Depressione e alla ricaduta del nazionalismo economico. Si svilupparono nuove correnti di pensiero economico, che mettevano in risalto il ruolo della politica monetaria, nel più ampio complesso degli strumenti di politica economica. Dalla fine della seconda guerra mondiale, aveva preso quasi ovunque consistenza l'idea che i governi avessero un'ovvia responsabilità di stabilizzazione dell'economia, di mantenimento dell'occupazione e di rafforzamento della crescita. Nel contempo, lo sviluppo delle operazioni di mercato aperto, l'attivo intervento sui mercati valutari, il ricorso a controlli diretti del credito bancario e, infine, la caduta del regime dei cambi fissi amplificavano il potere discrezionale delle banche centrali. Un'attiva politica monetaria divenne in effetti un elemento chiave della politica economica generale. In queste nuove circostanze sembrò logico puntare su uno stretto coordinamento della politica fiscale e degli altri aspetti della politica economica, da attuare sotto il controllo di persone pubblicamente elette. Molte banche centrali persero così la loro autonomia' (pag 21-22) [Paul A. Volcker, L'indipendenza delle banche centrali: valori e limiti] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]


  

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Le responsabilità della Francia nei confronti dei rifugiati spagnoli in fuga dalle truppe di Franco PDF Stampa E-mail
ACCIAI Enrico CANSELLA Ilaria, Storie di indesiderabili e di confini. I reduci antifascisti di Spagna nei campi francesi (1939-1941). EDIZIONI EFFIGI. ARCIDOSSO, GROSSETO. 2017 pag 180 8°  presentazione di Luca VERZICHELLI,  prefazione di Luciana ROCCHI, nota degli autori, abbreviazioni, note indice nomi; Quaderni ISGREC, Istituto storico grossetano della Resistenza e dell'età contemporanea. Enrico Acciai è nato a Firenze (1980) Dottore di ricerca in storia dell'Europa contemporanea presso l'Università della Tuscia, ricercatore in varie sedi universitarie. Ha al suo attivo molte pubblicazioni tra cui '1945. Violenza, conflitto sociale, ordine pubblico nel dopoguerra europeo', Viella, 2017. Ilaria Cansella è nata a Milano (1982) e vive a Grosseto. Ha conseguito nel 2007 la Laurea magistrale in Documentazione e ricerca storica presso l'Università di Siena, dove ha in corso un Dottorato di ricerca sulle politiche di sviluppo dell'Italia in Africa anni Cinquanta-Settanta. Collabora con l'ISGREC e si è occupata anche di Resistenza ed epurazione. ['L'attraversamento del confine dei Pirenei e l'arrivo in Francia era stato di tutt'altro genere, per un numero non piccolo di rifugiati spagnoli, repubblicani in fuga, inseguiti dalle truppe franchiste vincitrici. Ancora Albert Camus in un'altro passo dell'articolo citato, a fine 1948, aveva scritto: «mi succede di nuovo, insieme a pochi altri francesi, di non essere fiero del mio paese». A suscitare un sentimento di vergogna, le responsabilità della Francia nei confronti del popolo spagnolo; della Repubblica fino al 1940, del governo collaborazionista di Vichy dopo l'occupazione. Dell'epoca della Repubblica citava in particolare un episodio: «il poeta Antonio Machado, messo in un campo di concentramento dal quale è uscito solo per morire (11)». Nelle parole di Camus si rintracciano ragioni morali, ma anche un segno di coerenza politica con il suo impegno di antifascista e resistente in Francia, consapevole della presenza attiva di non pochi spagnoli o membri delle Brigate Internazionali a combattere, come lui, per la libertà della Francia, tra 1940 e 1944" (12). Poiché quello dell'internamento di reduci, civili non combattenti in fuga, compreso bambini e vecchi, feriti e quanti costituirono la "marea umana" che oltrepassò i Pirenei è il tema centrale dello studio di Acciai e Cansella, contare e interpretare le tracce di memorie che lascia, nell'immediato e in tempi più lunghi, ha uno speciale valore. Quella di Camus è una tra le non numerose voci di francesi che richiamano l'esistenza di campi' (pag 11-12) [dalla prefazione di Luciana Rocchi] [(11) 'Perché la Spagna. Risposta a Gabriel Marcel', "Combat", 25 novembre 1948, p. 544; (12) A. Camus, 'Lettres à un ami allemand', Gallimard, Paris, 1948] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
 
  

 
Le conseguenze di una misura che tocca l'equilibrio generale della produzione e dello scambio PDF Stampa E-mail
CABIATI Attilio, Gli insegnamenti dell'inflazione tedesca post-bellica. ESTRATTO DA 'RIVISTA DI STORIA ECONOMICA - GIULIO EINAUDI EDITORE. TORINO. ANNO VI 1941 pag 112-123 8° (F)  note, 'Note e rassegne'; Rivista di storia economica, diretta da Luigi Einaudi. ['Il problema si può impostare così: la guerra consuma; ad un certo punto la spesa supera il reddito disponibile del paese, cioè ciò che avanza dopo avere fatto le spese indispensabili. Il paese allora ipoteca la ricchezza, ossia emette quel debito senza interesse che è l'inflazione, la quale presuppone l'abolizione dell'obbligo del cambio della carta in oro da parte dell'istituto di emissione. Ciò è, come tutti sanno, un disastro, perché altera tutti i prezzi, modifica il valore delle obbligazioni assunte dai singoli e dalle pubblica autorità che emettono debiti pubblici; altera i valori dei debiti e dei crediti dati e fatti da privati a privati, ecc. Ma è l'emissione di cara a corso forzoso ciò che, in simili circostanze impoverisce il paese? No. Ciò che impoverisce il paese è la guerra. La moneta cattiva redistribuisce arbitrariamente la ricchezza rimanente all'interno fra i cittadini. Il peggio si ha quando, avendo emessa e continuando ad emettere carta moneta, lo stato si impaccia anche dai prezzi e calmiera gli uni, lasciando liberi gli altri. Allora veramente la carta cattiva funziona iniquamente. Lo stato non dovrebbe far altro, in tali circostanze, che emettere la carta-moneta, lasciando che i cittadini e le varie classi sociali si aggiustino liberamente fra di loro per ripartirsi il carico; che discutano, che dibattano i propri interessi. Giunti a quel punto oltre il quale gli uni non possono più assolutamente cedere, gli altri sono interessati a venire senz'altro ad accordi. Anatole France ha delle pagine stupende in proposito; ed esaminando la rivoluzione francese che, osserva egli, per riportare la giustizia fra le classi sociali fece saltare centomila teste, conclude con queste parole piene di profonda saggezza politica, a proposito dello stato-giustizia: «Lorsque on veut à tout coût rendre les hommes bons, sages et genereux, on est porté fatalement a les tuer tous». Ogniqualvolta lo stato prende una misura economica, disturba senza volerlo un insieme di interessi, i quali si erano già messi del tutto d'accordo, o stavano per arrivarvi. Nessun cervello d'uomo è tale da poter prevedere con precisione quali sono le conseguenze di una misura pubblica importante, che abbia lo scopo di toccare l'equilibrio generale della produzione e dello scambio. Il Bresciani (op. cit., pp. 50 e seg.) (1) ci narra che lo stesso Havenstein sosteneva nel 1917-18 che non si poteva parlare allora di inflazione , perché, di fronte all'aumento di moneta, stavano le spese della guerra e per i paesi invasi. Egli quindi non vedeva il punto fondamentale della questione: che, cioè, il problema consisteva precisamente nel fatto che i cittadini riducessero in proporzione i propri consumi, altrimenti la carta che si emetteva non era rappresentativa di una nuova ricchezza' (pag 113-114)] [(1)  Costantino Bresciani-Turroni, 'The Economics of Inflation. A Study of currency depreciation in post-war Germany' con una prefazione di Lionel Robbins, George Allen and Unwin, London, 1937, pp. 464] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]




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