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Bretton Woods, 1944: la nascita del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale PDF Stampa E-mail
 STONE Norman, La seconda guerra mondiale. Una breve storia. FELTRINELLI. MILANO. 2019 pag 222 8°  introduzione, note, foto, cartine, fonti, ringraziamenti, indice nomi argomenti; traduzione di Giancarlo CARLOTTI, Universale Economica Feltrinelli. Gli accordi economici. Bretton Woods, 1944. ['La fine della Seconda guerra mondiale è stata ancor meno chiara di quella della prima. In realtà non c'è stato un vero trattato di pace tedesco per quarantasei anni, fino al 1991. Un primo tentativo fu fatto quando i tre grandi si incontrarono a Potsdam nell'estate del 1945 (...). Il meeting si sciolse senza un accordo sulle maggiori questioni, nemmeno sui nuovi confini della Germania a oriente. Comunque non c'era alcun governo tedesco con cui proseguire i negoziati: le potenze occupanti semplicemente litigarono fra di loro, con i francesi che spesso prendevano le parti dei sovietici. Poco dopo cominciò la Guerra fredda, e forse la data più simbolica per stabilirne l'inizio è il novembre 1945, quando i sovietici si rifiutarono di sostenere i progetti anglo-americani per rianimare l'economia mondiale. Una delle maggiori differenze tra i due conflitti mondiali consiste nei successivi piani economici. Oggi può sembrare grottesco, ma nel 1918 le capitali europee brulicavano di progetti per ridurre i vicini sul lastrico. Georges-Henri Soutou, nel suo libro del 1989, 'L'or et le sang', ha redatto un lungo catalogo di queste elucubrazioni, che nell'accordo postbellico furono in parte realizzate: nuove annessioni, in particolare in Medio Oriente; riparazioni per regalare alla Francia l'oro tedesco; confisca della marina militare e mercantile tedesca a favore di Londra. I belgi immaginarono perfino di poter inglobare parte dell'estuario della Schelda sottraendolo agli olandesi per favorire i traffici di Anversa. Gli americani, da questo punto di vista, non furono avidi, però da un altro furono ciechi, dato che rivolevano i loro dollari da nazioni a cui nel frattempo impedivano di guadagnare a causa delle barriere doganali. Queste insensatezze culminarono in una recessione mondiale che rimbalzò in patria a tormentare gli Stati Uniti con 25 milioni di disoccupati. Dopo la Seconda guerra mondiale i saggi presero nota di ciò e dissero: mai più. Quando Londra trattò i propri prestiti di guerra con l'America, una delle clausole riguardò inevitabilmente l'utilizzo che sarebbe stato fatto di quei dollari, e si fece il possibile per vincolare la Gran Bretagna, impedendole di usare gli aiuti americani per promuovere i propri traffici con i paesi neutrali. Churchill si sentì umiliato da queste manovre, ma da esse nacquero gli accordi sulla cooperazione monetaria e il consenso atlantico sul da farsi dopo la guerra. Non bisognava assolutamente permettere che crollassero gli scambi internazionali come era successo negli anni trenta, con milioni e milioni di persone rimaste senza lavoro. Ci voleva un qualche accordo internazionale che consentisse ai soldi per i commerci con l'estero di fluire, accordo che fu firmato a Bretton Woods nell'estate del 1944. Fu la nascita del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, accorsi in aiuto a paesi che avrebbero potuto portare a fondo con sé grandi porzioni del pianeta se li si fosse lasciati collassare. Il sistema non funzionò ancora per qualche anno dopo il conflitto perché scoppiò la Guerra fredda. Uno dei motivi per cui non ingranò è che, se volevano trarre beneficio da Bretton Woods, i paesi dovevano presentare bilanci trasparenti alle ispezioni, e invece l'Unione Sovietica si rifiutò di ottemperare. A quel punto la Germania diventò l'oggetto del contendere tra russi e Occidente' (pag 184-185)] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
 
Goethe: 'vedere la natura con gli occhi di questo o di quell'artista' PDF Stampa E-mail
HEGEL Georg Wilhelm Friedrich, edizione italiana a cura di Nicolao MERKER, Estetica. EINAUDI EDITORE. TORINO. 1972 pag XXXVII 1441 16°  prefazione di Nicolao MERKER, cronologia della vita e delle opere di G.W.F. Hegel, indice analitico (nomi, argomenti, località); Collana Nuova Universale Einaudi. ['Il senso del colore deve essere una qualità artistica, un modo peculiare di vedere e concepire i toni di colori esisenti, e del pari un lato essenziale dell'immaginazione riproduttiva e dell'invenzione. A causa di questa soggettività del tono di colore, in cui l'artista concepisce il suo mondo, e che rimane al contempo produttiva, la grande diversità di colorazione non è semplice arbitrio e maniera casuale di una colorazione, che in rerum natura non esiste in quel modo, ma è implicita nella natura stessa delle cose. Così per es., Goethe racconta in 'Poesia e verità' il seguente esempio calzante: «Quando (dopo una visita alla Galleria di Dresda) ritornai dal mio calzolaio» - presso cui egli per capriccio aveva preso alloggio - «per far colazione, facevo fatica a credere ai miei occhi: infatti mi pareva di avere davanti un quadro di Ostade, così perfetto che il suo posto giusto sarebbe stato solo nella galleria. La disposizione degli oggetti, la luce, le ombre, la tinta brunastra del tutto, tutto quel che si ammira in quei quadri, lo vedevo lì nella realtà. Era la prima volta che in così alto grado notavo il dono, che dopo ho usato con maggiore consapevolezza, di vedere la natura con gli occhi di questo o di quell'artista, alle cui opere aveva poc'anzi prestato particolare attenzione. Questa capacità mi ha riserbato molto godimento, ma anche e è stato accresciuto il desiderio mio di dedicarmi con zelo di tanto in tanto allo sviluppo di un talento che la natura sembrava avermi negato». In particolare questa diversità di colorazione compare, da un lato, nella rappresentazione della carne umana, anche facendo astrazione da tutte le modificazioni operanti esternamente, della illuminazione, età, sesso, situazione, nazionalità, passione, ecc. Dall'altro lato è la rappresentazione della vita quotidiana all'aperto o all'interno delle case, osterie, chiese, ecc., e del pari anche la natura come paesaggio, ciò che con la loro ricchezza di oggetti e di colori spinge più o meno ogni pittore ad una propria ricerca del cogliere, riprodurre ed inventare secondo la propria intuizione, esperienza ed immaginazione, questo vario gioco di parvenze che qui si presenta' (pag 947-948)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Il mito del bravo italiano: mito identitario, autogratificante e autoassolutorio PDF Stampa E-mail
FOCARDI Filippo, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale. EDITORI LATERZA. BARI ROMA. 2018 pag XIX 288 8°  introduzione, note, nota sulle fonti, ringraziamenti, indice nomi; Collana Storia e società. Filippo Focardi è ricercatore di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze politiche, giuridiche e studi internazionali dell'Università di Padova. Si è occupato di memoria del fascismo e della seconda guerra mondiale, di risarcimenti per le vittime del nazismo e della questione della punizione dei criminali di guerra italiani e tedeschi. Ha pubblicato: 'Criminali di guerra in libertà' (Carocci, 2008) e ha curato 'Memoria e rimozione. I crimini di guerra del Giappone e dell'Italia' (con G. Contini e M. Petricioli, Viella 2010). Per in nostri tipi è autore del volume: 'La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 a oggi' (2005). ['Che tale mito identitario, autogratificante e autoassolutorio, avesse avuto radici molto solide nell'immediato dopoguerra abbiamo cercato di dimostrarlo attraverso la nostra ricostruzione che ha messo in evidenza una pluralità di matrici allora convergenti: le diverse culture politiche dell'antifascismo unite nell'esaltazione della lotta del popolo italiano contro l'«oppressore tedesco e il traditore fascista»; la galassia della destra anti-antifascista impegnata a tracciare la più netta distinzione possibile fra Hitler e il «buonuomo Mussolini», fra i barbari tedeschi e gli alpini abbandonati sul Don; e poi gli apparati dello Stato coinvolti in pieno nella tragica avventura mussoliniana a fianco del Terzo Reich - in primis, ministero degli Esteri e ministero della Guerra -, solerti nello scaricare sulle spalle dell'ex alleato germanico (oltre che sul duce) il peso quasi esclusivo della responsabilità per la condotta bellica dell'Asse, con i suoi insuccessi e le sue pratiche criminali. Tutti accomunati - antifascisti di governo, anti-antifascisti di opposizione, apparati scarsamente epurati - dall'esigenza di separare le sorti dell'Italia sconfitta ma cobelligerante da quelle della Germania nazista rimasta fino alla fine a fianco del Führer e destinata a un severo castigo da parte dei vincitori. Nella «fase genetica» dell'immediato dopoguerra vi furono però anche altri fattori che contribuirono all'affermazione dell'immagine del «bravo italiano» - indole pacifica, empatia umana con gli oppressi, disponibilità a soccorrerli e ad aiutarli - rispecchiavano le virtù cristiane del «buon samaritano», ricollegandosi dunque a un alveo della cultura cattolica di cui il paese era ancora fortemente permeato (nonostante gli sforzi profusi nel ventennio dalle zelanti gerarchie ecclesiastiche a sostegno delle mire belliche del regime, dall'Etiopia alla Spagna dai Balcani all'Unione Sovietica)' (pag 180-181)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
'Quale coscienza l'Universitą medievale ha avuto in se stessa?' PDF Stampa E-mail
LE-GOFF Jacques, Tempo della Chiesa e tempo del mercante. E altri saggi sul lavoro e la cultura nel Medioevo. EINAUDI. TORINO. 1977 pag 333 8°  prefazione, note, bibliografia, indice nomi; Collana Einaudi Paperbacks. Jacques Le Goff, uno dei maggiori studiosi di storia medievale, ha insegnato all'EHESS di cui è stato per anni presidente. ['Ai tempi di Abelardo e di Filippo di Harvengt, certamente non ci sono ancora universitari. Ma, in queste scuole urbane, di cui Abelardo è il primo luminoso rappresentante e di cui Filippo di Harvengt è uno dei primi a riconoscere l'esistenza, la novità e l'utilità, stanno nascendo un nuovo mestiere e dei nuovi artigiani: il mestiere scolastico e la sua gerarchia di 'scolares' e 'magistri' da cui usciranno università e universitari. Nella 'Historia calamitatum', Abelardo si definisce anzitutto - sul piano del temperamento individuale, ma un temperamento che è anche, fin dall'inizio, professionale - rispetto al mondo della piccola nobiltà da cui è nato. Notazione preziosa, egli indica che nel suo ambiente la regola sembrava l'alleanza tra una certa cultura intellettuale e la pratica militare: 'litterae et arma'. Per lui la scelta è necessaria e drammatica. Novello Esaù, sacrificando la «pompa militaris gloriae» allo «studium letterarum», egli deve rinunziare nello stesso tempo al suo diritto di primogenitura. Così la scelta di quello che diverrà un mestiere lo fa radicalmente uscire dal suo gruppo sociale; è la rinuncia a un genere di vita, a una mentalità, a un ideale, a una struttura familiare e sociale. Invece un impegno totale: «Tu eris magister in aeternum». È tuttavia interessante notare che Abelardo - e sicuramente non è solo un artificio retorico - si esprime a proposito della sua carriera con l'ausilio di un vocabolario militare. Per lui la dialettica è un arsenale, gli argomenti delle armi, le 'disputationes' dei combattimenti. La Minerva per la quale abbandona Marte è una dea armata e bellicosa. Egli attacca, come un giovane cavaliere, i suoi vecchi maestri, il suo tirocinio scolastico è quello di un coscritto, «tirocinium». Le lotte intellettuali sono per lui dei tornei. Il figlio del piccolo nobile del Pallet resta così segnato dall'impronta della sua origine, come il suo secolo dallo stile di vita e dal vocabolario della classe dominante. È il secolo di san Bernardo, in cui gli 'athletae Domini' formano la 'militia Christi''] (pag 154-156) [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

  

 
Guevara giunto in Bolivia rompe politicamente con il capo del Pc boliviano Monje PDF Stampa E-mail
ANSALDI Saverio, Che Guevara. Quel giorno d'ottobre in Bolivia. EDIZIONI CORRIERE DELLA SERA. MILANO. 2021 pag 155 16°  introduzione di Barbara BISCOTTI; Eventi (cronologia), bibliografia, foto illustrazioni; Collana 'Grandi delitti nella storia', a cura di Barbara BISCOTTI, 22. Barbara Biscotti già curatrice per il Corriere della Sera della collana 'I grandi processi della storia' è una storica del diritto romano e insegna presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Milano-Bicocca. È membro corrispondente dell'Ehess. Saverio Ansaldi è professore di Storia della filosofia moderna e contemporanea all'Università di Reims. È autore di numerosi saggi e monografie sul pensiero di Giordano Bruno e Spinoza. Per il 'Corriere della Sera' ha pubblicato 'Giordano Bruno. L'eretico impenitente e ostinato'. ['Il primo evento che cambierà le sorti della missione boliviana si verifica l'ultimo giorno dell'anno. Il 31 dicembre, infatti, Mario Monje, segretario del Partito Comunista Boliviano, giunge al campo base per incontrare il Che e definire con lui la strategia politica da seguire nei mesi seguenti. All'inizio l'incontro sembra cordiale, ma ben presto emergono tutte le divergenze politiche che separano i due uomini. Monje pone tre condizioni essenziali per dare l'appoggio del suo partito all'operazione condotta dal Che: vuole che i cubani rinuncino a sostenere le fazioni filo-maoiste minoritarie, fonte di divisione all'interno del movimento; intende assumere la direzione militare della guerriglia fino a quando essa si svolgerà in territorio boliviano; pretende di gestire i rapporti con gli altri partiti comunisti sudamericani, affinché essi sostengano le lotte di liberazione nell'intero continente. A questo punto il confronto si fa sempre più aspro. Il Che replica con durezza alle condizioni poste da Monje. Considera la sua prima richiesta un gravissimo errore, che avrebbe indebolito il ruolo del suo partito, promuovendo una politica vacillante e accomodante, sempre alla ricerca di equilibri e di compromessi fra le parti. Rifiuta in modo categorico di cedere il comando della lotta armata: è arrivato in Bolivia per guidare i suoi uomini e per cercare di portare a termine un processo rivoluzionario di lungo termine. Nessuno può farlo al posto suo. Per quanto riguarda il terzo punto, il Che ritiene che si tratti di un'ipotesi destinata al fallimento. I contrasti fra i partiti comunisti del continente sono al momento troppo importanti e non si giungerà mai a un'intesa a breve termine. La discussione dura diverse ore, ma alla fine non viene trovato nessun accordo, nemmeno sulla base della piattaforma programmatica minima. I due rimangono sulle loro rispettive posizioni e si lasciano con l'intenzione di rivedersi nei prossimi mesi. Al termine dell'incontro, il Che scrive nel suo diario: «L'atteggiamento di Monje può, da un lato, ritardare lo sviluppo, dall'altro contribuirvi nella misura in cui mi libera da compromessi politici». La prima ipotesi sarà quella che troverà conferma nei fatti. Il Partito Comunista Boliviano, malgrado la posizione ambigua mantenuta da Monje, al limite della provocazione, rappresenta in realtà l'unica forza politica presente nelle città in grado di sostenere e di appoggiare le azioni della guerriglia" (pag 40-42)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
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