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1944: tentativo di trasmissione indolore del potere, da parte di ambienti della RSI ai socialisti PDF Print E-mail
FABEI Stefano, I neri e i rossi. Tentativi di conciliazione tra fascisti e socialisti nella Repubblica di Mussolini. MURSIA. MILANO. 2011 pag XX 460 8°  prefazione di Giuseppe PARLATO, introduzione appendice documenti note ringraziamenti bibliografia indice nomi; Collana Testimonianze fra cronaca e storia, 1939-1945: Seconda guerra mondiale. Giuseppe Parlato, nato a Milano nel 1952, è professore ordinario di Storia contemporanea all'Università Luspio di Roma e presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. Fra le sue ultime pubblicazioni: 'La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato' (Mulino, 2008); 'Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia (1943-1948)' (Mulino, 2006); 'Mezzo secolo di Fiume. Economia e società a Fiume nella prima metà del Novecento' (Cantagalli, 2009). Stefano Fabei, nato a Passignano sul Trasimeno nel 1960, laureato in Lettere moderne, insegna a Perugia. Suoi saggi sono apparsi su 'Studi Piacentini' e 'Treccani Scuola'. Collabora a 'I sentieri della ricerca', 'Eurasia' e 'Nuova Storia contemporanea'. Ha al suo attivo varie opere tra le quali 'I cetnici nella Seconda guerra mondiale' (2006), 'Il fascio, la svastica e la mezzaluna' (2002), 'Mussolini e la resistenza palestinese' (2005), 'Operazione Barbarossa' (2010). ['Negli ultimi mesi della Repubblica sociale italiana prese corpo un progetto politico, chiamato «ponte», mirante non solo a rendere meno cruenta la guerra civile, che si profilava sempre più sanguinosa, ma anche a creare i presupposti per una trasmissione indolore del potere, da parte di Mussolini e degli ambienti più moderati della RSI, alle forze, come i socialisti, ritenute dal Duce meno lontane, sotto il profilo ideologico, da quel fascismo rivoluzionario e delle origini che aveva in qualche modo tentato una sua riproposizione tra il 1943 e il 1945, e non contrarie in modo pregiudiziale a un passaggio dei poteri senza spargimento di sangue. Questo piano  - cui si sarebbero con tutte le forze opposti, oltre ai fascisti intransigenti, esponenti di spicco del Comitato di liberazione nazionale come Lelio Basso e Sandro Pertini - doveva trovare concreta attuazione sulla base degli accordi che, per volontà del Duce, intercorsero tra il generale Nicchiarelli, vicecomandante della Guardia nazionale repubblicana, e Corrado Bonfantini, responsabile delle formazioni militari del Partito socialista italiano, per costituire le formazioni miste, i «battaglioni del popolo» che, agli ordini di ufficiali della GNR, sarebbero entrati in azione nel momento in cui i tedeschi si fossero ritirati. Oltre a questi motivi ufficiali va da sé che potessero esisterne altri per pervenire a un accordo: l'adesione di elementi di entrambe le parti, a un programma di moderazione e pacificazione al fine di scongiurare, per ragioni ideali o di semplice opportunità, la lotta fratricida; il tentativo da parte fascista di mettere in atto sia una manovra tattica per creare spaccature nello schieramento opposto, tutt'altro che compatto, sia una manovra alibistica cui alcuni uomini della RSI credevano di poter ricorrere quando fosse sopraggiunto il momento della resa dei conti' (pag 1-2) (introduzione dell'autore)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
2° guerra mondiale: diserzione di soldati tedeschi. Unione con le formazioni partigiane PDF Print E-mail
DE-AGOSTINI Mauro SCHIRONE Franco, Per la rivoluzione sociale. Gli anarchici nella Resistenza a Milano (1943-1945). ZERO IN CONDOTTA. MILANO. 2015 pag 366 8°  prefazione di Giorgio SACCHETTI, introduzione, note, documenti, indice nomi; Collana Memoria resistente. Mauro De Agostini (Milano, 1955), docente di storia nei licei, si occupa di storia del movimento anarchico e dei sindacati. Ha collaborato al Dizionario biografico degli anarchici italiani (Bfs, 2003-2004); Franco Schirone (Pulsano, 1950) si occupa di storia del movimento anarchico ed anarco-sindacalista. E' tra i redattori della 'Rivista storica dell'Anarchismo' e ha collaborato al Dizionario biografico degli anarchici italiani (Bfs, 2003-2004). ['Oltre ai soldati slovacchi di Corteolona, i casi di diserzione dall'esercito tedesco non sono affatto rari (anche se a tutt'oggi il fenomeno è ancora poco studiato dalla storiografia). Fuggire vuol dire rischiare la vita, alcuni disertori vivono nascosti negli ultimi mesi di guerra, altri si uniscono direttamente alle formazioni partigiane. E' ad esempio il caso dell'austriaco Karl Hansen che passa alle "Matteotti" asportando "un camion carico di armi e di munizioni" (322). Una testimonianza interessante è quella rilasciata dall'austriaco Franz Kosik in una lettera a Lia Bellora. «Fino alla fine di novembre 1937 ho vissuto a Vienna e a quell'epoca si capiva che l'Austria prima o poi sarebbe stata vittima del nazismo, che a me non piaceva; soprattutto non mi piaceva il servizio militare. Allora ho preso la decisione di partire per Roma con la speranza di trovare un lavoro e di ottenere dalle Autorità austriache la temporanea sospensione dell'obbligo militare con la scusa di voler imparare la lingua italiana. (...) Purtroppo, in primavera del 1938 c'è stata l'annessione dell'Austria alla Germania e io sono diventato automaticamente un cittadino tedesco. Poi, nell'autunno del '39 scoppiò la guerra e io riuscii a far finta di niente fino alla fine del 1940, quando i miei vari tentativi di non essere reclutato fallirono definitivamente. Ma ebbi ancora fortuna, perché mi mandarono in Sicilia come interprete dell'aviazione (...)». In seguito Kozik viene inviato a Derna in Libia, ma sempre lontano dal fronte: «non ho mai avuto un'arma e quindi non ho mai sparato (...) sono sempre stato con gli ufficiali dell'aviazione tedesca e italiana e di nazismo e di fascismo non si parlava mai». Dopo la caduta della Libia viene impiegato prima a Roma, poi a Genova infine in provincia di Cremona, sempre con l'incarico di interprete. Ma «in settembre 1944, mi pervenne l'ordine tassativo di presentarmi ad un comando di smistamento a Verona, che poi mi avrebbe destinato al fronte, in quanto, dato le sconfitte ai vari fronti, l'esercito aveva bisogno di giovani come carne da macello!». Immediata è la scelta di disertare. Trasferitosi a Milano si occulta grazie a "una carta d'identità al nome di Federico Cozzi nato a Trieste (per giustificare in qualche modo la mia pronuncia straniera) rilasciata - così mi era stato detto - dall'Arcivescovo [sic]». Un geometra del Comune di Milano, Otto Brambilla, gli trova una camera nascondiglio presso un certo Pietro Barezzi in via Rubens 10. «Ricordo - prosegue la lettera - che anche tu [Lia] mi avresti ospitato, ma uno dei tuoi colleghi è stato contrario. Forse sarebbe stata la mia fine, perché se tu e Michele [Concordia] siete stati arrestati, anch'io sarei andato a finire in prigione e come disertore sarei stato fucilato. Non mi ricordavo del Vostro arresto, ma sicuramente ero stato informato, tant'è vero che dopo la liberazione mi avete rilasciato come CLN, l'allegata dichiarazione del 1° maggio 45, che mi è stata molto utile per non essere perseguitato dagli Alleati come ex-militare tedesco (323)»' (pag 138-139) [(322) Libero Cavalli, Carlo Strada, 'Nel nome di Matteotti. Materiali per una storia delle Brigate Matteotti in Lombardia, 1943-45', pref. di Libero Biagi, Milano, Angeli, 1982, p. 62; (323) Franz Kozik a Lia Bellora, 22.2.2001, INSMLI, Fondo Bellora (...)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]




  

 
Voto truffa: brogli e violenze dei fascisti in occasione del plebiscito del marzo 1929 PDF Print E-mail
LEONETTI Alfonso  a cura; SARACENO Guido, I comunisti di fronte al plebiscito fascista. Alfonso Leonetti: 'Fu tutto un errore' (1). Guido Saraceno: '«No». Come si è votato il 24 marzo in Italia (fatti e documenti sul plebiscito fascista)' e altri documenti. EDIZIONI DEL GALLO. MILANO. 1967 pag 108 8°  introduzione di Alfonso LEONETTI: 'Fu tutto un errore?' (1), documenti; Strumenti di lavoro / Archivi del movimento operaio. '(1) Pubblichiamo quale introduzione ai documenti editi in questo Strumento di lavoro alcune considerazioni di Alfonso Leonetti desunte da una lettera alle nostre edizioni' (nota, in apertura); ['Durante il periodo elettorale le perquisizioni personali e domiciliari furono all'ordine del giorno per prevenire possibili atti di sabotaggio e per trovare i manifestini comunisti. Forze armate erano di ronda specialmente nella notte dal 23 al 24 marzo, per le vie di tutti i paesi. Nella provincia di Gorizia, in molti paesi (...) i fascisti si servirono anche del tradizionale sistema elettoralistico di corruzione con lo spaccio gratuiti del vino nei locali adiacenti alle aule elettorali. I minatori di Idria dovettero recarsi sotto la scorta dei propri capi-squadra alle sezioni e 'riportare la scheda bianca nell'ufficio-pagamento della miniera'. Esercenti di osterie e piccoli commercianti furono costretti di far propaganda per il "sì", pena il ritiro della licenze di esercizio. Ma fin quasi a mezzogiorno le aule elettorali andarono quasi completamente deserte. Gli uffici centrali di propaganda di Gorizia, Trieste, Pisino e Pola mandarono allora centinaia di automobili e camions montati da carabinieri e da militi, da avanguardisti e studenti fascisti, per rastrellare i «disertori». La popolazione slava fuggì terrorizzata per i boschi, per i campi e le vigne. Per le strade furono acchiappati tutti i maschi che fu possibile trovare, anche minorenni, caricati su camions e portati alle urne. Agitatori fascisti, incaricatisi della incetta di certificati elettorali, muniti di mandati arbitrari, non fecero che votare per tutti. E malgrado il terrore, malgrado il trucco e la frode, alle 7 di sera non aveva ancora votato il 40 per cento degli iscritti. Allontanati allora gli scrutatori slavi dai seggi, si operò il miracolo per cui l'indomani fu possibile annunziare che i votanti per il regime erano l'80-90 per cento. Gli stessi gregari fascisti rimasero molto perplessi' (pag 54-55) ['La cronaca del 24 marzo', di Guido Saraceno, estratto da 'Fascismo e lotta di classe', 'Edizioni italiane di coltura sociale', Parigi] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  
 
'Tre qualità, passione, senso di responsabilità, lungimiranza fuse nella personalità di A. Labriola' PDF Print E-mail
GERRATANA Valentino; SICILIANI-DE-CUMIS Nicola, Antonio Labriola e la politica (Gerratana); Per una «autobiografia» intellettuale e politica di Antonio Labriola (Siciliani de Cumis). ESTRATTO DA 'STUDI STORICI' - RIVISTA TRIMESTRALE DELL'ISTITUTO GRAMSCI. ROMA. N. 3 LUGLIO-SETTEMBRE 1985; N. 4 OTTOBRE-DICEMBRE 1985 pag 565-580; 775-788  note, 'Ricerche'. ['Del resto l'aspetto tecnico della politica, per quanto necessario, non può mai diventare una sua dimensione, se non in una forma degenerata. L'arte di trattare con gli uomini e di associarli in un lavoro comune deve servire a uno scopo; se il mezzo diventa fine a se stesso (l'aspirazione al potere per il potere) ciò che ne risulta è una dimensione degenerata e corrotta della politica, come riconosce anche Max Weber quando afferma che il puro 'Machtpolitiker', pur quando riesce a esercitare una forte influenza, «opera di fatto nel vuoto e nell'assurdo» (23). Proprio il confronto con un «classico» come Weber, vale a chiarire, attraverso le convergenze e le divergenze, il discorso su Labriola «uomo politico». Tre sono, com'è noto, secondo Weber, le qualità decisive per l'uomo politico, per «colui al quale è consentito di mettere le mani negli ingranaggi della storia» o, se si preferisce, per chi «ha il sentimento di avere tra le mani un filo conduttore delle vicende storiche e di elevarsi al di sopra della realtà quotidiana». Sono tre qualità («passione, senso di responsabilità, lungimiranza») che ritroviamo fuse nella personalità di Labriola e che sono per lui strutture costitutive della sua dimensione della politica. «Passione», non nel senso di semplice «fermento interiore», che sbocca spesso in quella «agitazione sterile» degli intellettuali romantici di cui parlava Simmel, ma nel senso di 'Sachlichkeit' chiarito da Weber come «dedizione appassionata a una causa» (24). Una dedizione che richiede senso di responsabilità, verso la «causa» al cui servizio si è messo l'uomo politico, e una lungimiranza, che rende possibile questo senso di responsabilità, sono tutto ciò che distingue Labriola dai «dilettanti della politica che semplicemente "si agitano a vuoto"» (Weber). Questa consonanza dell'ispirazione del marxista Labriola con i temi weberiani dell''ethos' della politica è tanto più avvertibile quando si leggono le pagine di 'Politik als Beruf' dedicate ai difetti più gravi degli uomini politici. Al centro di essi è quel difetto assai diffuso - e dal quale forse nessuno va del tutto esente - che è la vanità. Ma mentre in altri campi di attività questo difetto, per quanto antipatico, risulta relativamente innocuo (e ciò vale anche negli ambienti accademici, dove, secondo Weber, è «una specie di malattia professionale»), nell'uomo politico diventa la fonte delle peggiori perversioni, perché lo porta a smarrire la «causa» che lo giustifica e a peccare di «mancanza di responsabilità»' (pag 571) [(23) M. Weber, 'Politik als Beruf', in op. cit., p. 547 (trad. it., cit., p. 136); (24) Ivi, pp. 545-546 (trad. it., cit., pp. 133-134)] [dal saggio di Valentino Gerratana]; 'Una linea di soluzione è nella capacità di guardare alla dimensione storica della politica attraverso il prisma della politica quotidiana; che non è necessariamente la politica del giorno per giorno, della politica di corridoio e di intrigo, quella che Gramsci chiamava la «piccola politica». Gramsci riproponeva appunto il problema delle dimensioni della politica attraverso la contrapposizione di «grande politica» e di «piccola politica»: «La grande politica comprende le quistioni connesse con la fondazione di nuovi Stati, con la lotta per la distruzione, la difesa, la conservazione [e la trasformazione, possiamo aggiungere oggi] di determinate strutture organiche economico-sociali. La piccola politica le quistioni parziali e quotidiane che si pongono nell'interno di una struttura già stabilita per la lotta di preminenza tra le diverse frazioni di una stessa classe politica». (...) E' merito di Labriola, socialista laico, di aver compreso già prima di Gramsci - altro socialista laico - che far politica con la «piccola politica» è non solo affare da dilettanti ma anche il classico mondo con cui le vecchie classi dominanti riescono a tenere le masse lontano della politica' (pag 579-580) [saggio di Valentino Gerratana] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 


  

 
La tesi dell'«imperialismo della povera gente» trasferiva la lotta di classe sul piano delle nazioni PDF Print E-mail
MASINI Pier Carlo, Le parole del Novecento. Breve glossario di politica e storia. BFS EDIZIONI - BIBLIOTECA FRANCO SERANTINI. ROMA. 2010 pag 219 16°  introduzione di Giorgio MANGINI: 'Masini, Montanelli e le parole della storia', note appendice: 'Futurismo e anarchismo', Sindacalismo rivoluzionario e fascismo', 'Fiumanesimo e anarchismo'; indice biografico dei nomi; Collana Reprint. Pier Carlo Masini (1923-1998) è stato uno dei maggiori storici del movimento operaio, libertario e delle eresie politiche in Italia nella seconda metà del Novecento. Ha collaborato a riviste come 'Movimento operaio', 'Rivista storica del socialismo', 'Critica sociale', 'Rivista storica dell'anarchismo'. Tra le sue opere principali: 'Storia degli anarchici italiani. Da Bakunin a Malatesta (1969); Cafiero (1974), Storia degli anarchici italiani nell'epoca degli attentati (1981), e per Bfs Edizioni 'Mussolini, la maschera del dittatore' (1999). Giorgio Mangini vive e lavora a Bergamo dove insegna al Liceo classico "Sarpi" (2010). Ha pubblicato e curato diversi saggi tra cui 'Aldo Capitini, "la Cittadella" e il movimento di religione', Rivista storica dell'anarchismo, I, 1999, 'Pier Carlo Masini un profilo a più voci', atti della giornata di studi sulla figura e l'opera di Pier Carlo Masini', Civica biblioteca Angelo Mai, 2001. Per le Bfs edizioni ha curato con F. Bertolucci, il volume 'Pier Carlo Masini. Impegno civile e ricerca storica tra anarchismo, socialismo e democrazia'. ['Sarebbe troppo semplice liquidare la confluenza nel fascismo di alcuni leader del sindacalismo rivoluzionario come una serie di casi di opportunismo personale e di trasformismo politico. Certo ci furono anche i casi di adattamento al regime trionfante ma questo avvenne più tardi, ad esempio con la collaborazione di alcuni ex sindacalisti rivoluzionari alla rivista "La verità", fondata e diretta dall'ex comunista Nicola Bombacci. Il problema si pone in modo diverso per quel numeroso contingente di sindacalisti rivoluzionari che invece contribuì prima alla prefigurazione ideologica del fascismo e poi alla sua formazione con idee, quadri dirigenti, esperienze, metodo di lavoro, di organizzazione, di propaganda, rapporti con una base popolare di consenso. Del resto lo stesso Mussolini scrivendo la voce "fascismo" per l'Enciclopedia italiana riconobbe esplicitamente questi apporti, di cui bisognerebbe ora fare l'inventario: da Bianchi quadrumviro a Rossoni ministro, dagli scrittori di regime come Orano, Olivetti e Panunzio ai numerosi ex organizzatori sindacali (Dinale, Pasella, Malusardi) integrati nelle strutture del regime. Se n'è parlato recentemente a Ferrara in un convegno di studi sul sindacalismo rivoluzionario promosso dal locale Istituto per la storia contemporanea del movimento  operaio e contadino, con interventi che hanno riferito su esperienze locali e personali e anche con una prima sommaria riflessione sulle cause di questo fenomeno (1). A mio parere, la causa principale fu di ordine ideologico e cioè la contaminazione nazionalista del sindacalismo, favorita da alcune reattive esperienze all'estero di capi sindacalisti (Rossoni negli Stati Uniti, Olivetti nel Ticino, Dinale in Savoia) ma soprattutto da una mentalità, da uno stato d'animo già socialpatriottico e nazional-proletario, presente nell'ambiente sindacalista rivoluzionario negli anni Dieci. Il traghetto ideologico l'aveva fornito Enrico Corridoni con la teoria dell'«imperialismo della povera gente» (Michels) che tendeva a trasferire la lotta di classe sul piano delle nazioni: teoria ambigua, antiplutocratica ma non anticapitalista, che pure trovava un'eco emotiva nella coscienza operaia nei suoi interpreti sindacalisti ma che oggettivamente serviva gli interessi della giovane borghesia espansionista. Qui si palesava la debolezza teorica e politica del sindacalismo rivoluzionario che ebbe una prima sbandata con la guerra libica, ed una seconda, più grave, con la guerra mondiale. Nel '14 un altro fattore di ritardo ideologico entrò in giuoco: che i sindacalisti rivoluzionari, alcuni cresciuti alla scuola mazziniana, vedevano le questioni nazionali - Trento e Trieste, Alsazia e Lorena, Bosnia e Erzegovina - nell'ottica ottocentesca delle nazionalità, ignari di ciò che era mutato nel mondo nell'era dell'imperialismo cioè dopo le guerre ispano-americana e russo-giapponese. Quanto sia cruciale questo punto è dimostrato da fatto che su di esso si produrrà una decisiva frattura: quella fra i sindacalisti rivoluzionari interventisti che poi fondarono l'Unione italiana del lavoro e gli anarcosindacalisti (anti-interventisti) che presero la guida dell'Unione sindacale italiana (USI), alla quale restò fedele la grande maggioranza della base, nettamente ostile alla guerra' (pag 189-190-191)] [voce: 'Sindacalismo rivoluzionario e fascismo'] [(1) Il Sindacalismo rivoluzionario nella storia del movimento operaio internazionale', convegno storico, Ferrara, 2-5 giugno 1977] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

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