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Un trattato greco anticipava di quattro secoli 'la grande strategia' romana PDF Stampa E-mail
CAMBIANO Giuseppe CANFORA Luciano LANZA Diego, direttori; saggi di Luciano CANFORA Guglielmo CAVALLO Anna PONTANI Enrico V. MALTESE Dieter TIMPE Paolo ELEUTERI Vincenzo ROTOLO Enzo DEGANI Johannes IRMSCHER Luigi LORETO Giulio GUIDORIZZI Goachino CHIARINI Diego LANZA Oddone LONGO Riccardo DI-DONATO Ezio PELLIZER, Grecia antica. Volume 4. L'eredità della letteratura greca dalla tarda antichità a oggi. CORRIERE DELLA SERA. MILANO. 2018 - SALERNO EDITRICE. ROMA. 1995 pag 822 8°  note; 'Letteratura, storia, civiltà. Grecia antica, Roma antica, Medioevo'. ['E.N. Luttwak ha sostenuto l'esistenza di una 'grand strategy' romana basata, nella sua seconda fase tra l'ultimo I e il III sec. d.C., su due sistemi successivi, di difesa avanzata e in profondità. Tra le principali obiezioni mossegli si pone quella di una mancanza di attestazioni positive di una relativa consapevolezza teorica. Se esatta sul piano metodologico, di un suo disinteresse 'a priori' cioè a tale problema, tuttavia sul piano sostanziale essa ha ignorato, sinora, che almeno quattro secoli prima un trattato greco, gli 'Strategika' di Enea (16 16-18), 'teorizzava' sui sistemi di difesa possibili per il territorio di uno stato ipotetico in relazione alla sua geografia individuando due tipi, appunto di difesa in prossimità dei confini e di difesa poggiata sulle posizioni tra questo e il suo centro nevralgico, la 'polis'. La trasmissione fino alla raccolta bizantina, la testimonianza intermedia di un suo studio attento da parte di Polibio (cfr. x 44 I), una circolazione in età imperiale che doveva essere notevole se - come ancora ci pare preferibile con gli unanimi precedenti editori contro Vieillefond - (8) da esso excerpiva per la sua enciclopedia, dunque per una destinazione non specialistica di laici, Giulio Africano, ci inducono a ritenere che esso fosse ben presente a chi nel governo imperiale provvedeva ad organizzare la dimensione militare dell'impero. Continuità plurisecolare: qui, per la sua positiva mediazione intellettuale, anche nelle strutture" [Luigi Loreto, 'Il generale e la biblioteca. La trattatistica militare greca da Democrito di Abdera ad Alessio I Comneno' (pag 576)] [(8) J.R. Vieillefond, 'Les 'Cestes' de Julius Africanus', Firenze-Paris, Didier, 1970 (...)] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
Il cristianesimo divenne una religione man mano fondata sul libro PDF Stampa E-mail
CAMBIANO Giuseppe CANFORA Luciano LANZA Diego, direttori; saggi di Paolo DESIDERI Pierluigi DONINI Guido CORTASSA Salvatore NICOSIA Klaus MEISTER Domenica Paola ORSI Anna Maria BIRASCHI Gianfranco MADDOLI Francesco DONADI Massimo FUSILLO Anna BELTRAMETTI Giorgio CAMASSA Mario VEGETTI Innocenzo CERVELLI Aldo BRANCACCI Bruno CORSANI Enrico NORELLI Giovanni FILORAMO Francesco ROMANO Guglielmo CAVALLO Edgar PACK Pier Franco BEATRICE Marcello GIGANTE Andrea TESSIER Giovanni SALANITRO, Grecia antica. Volume 3. I greci e Roma. Tra modelli classici e rimescolamenti di genere. CORRIERE DELLA SERA. MILANO. 2018 - SALERNO EDITRICE. ROMA. 1994 pag 774 8°  note; 'Letteratura, storia, civiltà. Grecia antica, Roma antica, Medioevo'. ['In ogni caso, quando il cristianesimo - trovandosi a operare in un'età di alfabetismo relativamente largo, pur se a livelli quantitativi e qualitativi diversi a seconda delle aree e centri del Mediterraneo - affidò anche alla parola scritta e al libro la diffusione del suo messaggio, orientò in maniera decisa la sua scelta in favore del codice. I più antichi codici cristiani non sono in ogni caso anteriori al II secolo e all'inoltrata età adrianea; ed è a partire da quest'epoca quindi che il cristianesimo divenne man mano religione fondata sul libro, con una sempre più estesa moltiplicazione di esemplari dei suoi testi. Ma anche se né più antichi né, inizialmente, di numero più consistente di quelli di contenuto profano, i primi codici cristiani - di fronte a tre rotoli soltanto, peraltro di contenuto non biblico - impongono di cercare le motivazioni di una scelta che non può essere stata casuale. Il problema, assai dibattuto, non ha finora trovato, né forse può trovare, una soluzione definitiva. Ma almeno talune linee di fondo si intravedono, partendo dalla constatazione che il codice costituiva un modello di "contenitore di testo" - libro, ma non soltanto libro - diverso dal rotolo, legato alla tradizionale cultura letteraria e perciò a una 'paideia' fatta di libri e sui libri propria delle classi dominanti. Il cristianesimo, nel suo proporsi come religione scritta rivolta a tutti faceva leva, in verità, su fasce alfabetizzate di diverso livello sociale e culturale: fasce costituite non tanto o non soltanto dal tradizionale pubblico di lettori più o meno colti adusi al libro-rotolo, ma anche da quello che si può indicare come "pubblico del codice", nel senso di individui forniti molto più che di un alfabetismo funzionale, ma privi di strumenti culturali affinati, ai quali, pur se non erano sconosciuti rotoli contenenti testi semplici o di livello letterario piuttosto basso, la cultura scritta era più vicina e familiare nella specie di 'tabulae' documentarie e di 'note-books' d'uso quotidiano, o che, praticando discipline tecniche o modeste letture scolastiche, erano adusi ad adoperare libri in forma di codice, più adatta, in quanto a "pagine", a una letteratura manualistica e di riferimento come in genere quella di testi non solo tecnici e "professionali" - grammaticali, lessicografici, medici, giuridici - ma anche di carattere sacro. Se a questo si aggiunge il fattore economico (a parità quantitativa di testo, v'era un notevole risparmio di materia scrittoria, giacché il codice veniva scritto sul 'recto' e sul 'verso' della pagina, a differenza del rotolo, scritto di norma sul solo 'recto'), pare ben giustificata la scelta cristiana, la quale comunque restò circoscritta ai testi biblici, mentre gli stessi cristiani, ove committenti o lettori dei testi della produzione letteraria non solo classica ma anche patristica, continuarono ad adoperare più volte il rotolo. Testo biblico e tipologia del codice, vennero così, a legarsi saldamente' [Guglielmo Cavallo, Discorsi sul libro. Le forme del libro tra Grecia e Roma'(pag 620-621)] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
'...quell'indistinta nozione di popolo dietro la quale si nasconde il nulla...' PDF Stampa E-mail
DONZELLI Maria  a cura; saggi di Regina POZZI Alice GERARD Luigi MASCILLI MIGLIORINI Angelica MUCCHI FAINA Annie PETIT Valentino PETRUCCI Ian LUBEK Giovanna CAVALLARI Erika APFELBAUM Luigi Antonello ARMANDO Mariapaola FIMIANI Arturo MARTONE Maria DONZELLI, Folla e politica. Cultura filosofica, ideologia, scienze sociali in Italia e Francia a fine Ottocento. LIGUORI EDITORE. NAPOLI. 1995 pag 234 8°  introduzione di Maria DONZELLI, note indice nomi; Istituto Universitario Orientale, Dipartimento di Filosofia e Politica; Atti. ['E due anni dopo ne 'La guerra e la pace nel mondo antico', non c'è ugualmente lo spazio per richiami a naturali vocazioni umane alla potenza, ad ambizioni individuali che sappiano guidare masse incerte e facilmente catturabili con l'appello alla necessarietà del combattimento. La sentenza, al contrario, è di assoluta nitidezza: «La guerra  - scrive Ciccotti - si presenta come un aspetto dello sviluppo delle forze produttive» (7). Analogamente, i progressi di medievistica, dal 'Tumulto dei Ciompi' del Falletti fino alle prime prove del giovane Rodolico, passando ovviamente per i testi salveminiani, si compiono anch'essi all'insegna di un circostanziato accertamento delle condizioni della vita economica e dei contrasti sociali che da essa si generano visti quale elemento chiarificatore della vicenda storica (8). Un lavoro, dunque, di indagine analitica non erudita, come era al contrario accaduto in passato, ma appunto sorretta da metodo e visione della storia di robusta tempra filosofica, tale da condurre come è noto il Salvemini di 'Magnati e popolani' ad esprimere energicamente la propria avversione a quell'indistinta nozione di popolo dietro la quale si nasconde il nulla, a meno di non voler riempire questo nulla con precise determinazioni di rapporti tra gruppi di cittadini e modi di produzione, tra azioni e interessi all'azione, in una parola se non lo si sostituisce con i ceti, le classi; e la loro lotta per il mutamento delle forme di subalternità produttiva (9). Un lavoro, dunque, di indagine analitica non erudita, come era al contrario accaduto in passato, ma appunto sorretta da metodo e visione della storia di robusta tempra filosofica, tale da condurre come è noto il Salvemini di 'Magnati e popolani' ad esprimere energicamente la propria avversione a quell'indistinta nozione di popolo dietro la quale si nasconde il nulla, a meno di non voler riempire questo nulla con precise determinazioni di rapporti tra gruppi di cittadini e modi di produzione, tra azioni e interessi all'azione, in una parola se non lo si sostituisce con i ceti, le classi, e la loro lotta per il mutamento delle forme di subalternità produttiva (9). Certo non manca - ne costituisce anzi uno dei temi di fondo - in 'Magnati e popolani' il problema del potere, dello sforzo che viene condotto dalle arti minori per affermare il proprio diritto alla rappresentanza politica. Esso, però, non assume mai dimensione autonoma, né in quanto obiettivo (dal momento che rimane sempre il riflesso di equilibri sociali in continua trasformazione) né in quanto dimensione fornita di dinamiche proprie distinte da quelle del conflitto economico. Non entrano mai in gioco nozioni come élites, partiti, consenso, leaders, forza militare, e se, come osservava a sua tempo Sestan, c'è nel Salvemini di 'Magnati e popolani' l'eco delle marxiane 'Lotte di classe in Francia', bisogna allora notare che proprio in quelle pagine, come in quelle sul colpo di Stato di Napoleone III, l'analisi storica di Marx si allarga con inconsueta ampiezza agli orizzonti del bonapartismo quale forma politica non coincidente con una precisa formazione economico-sociale, della figura carismatica, dell'autonomia degli apparati militari (10)" (pag 56-57-58)] [(7) Ciccotti E., La guerra e la pace nel mondo antico, Torino, 1901, in particolare p. 152. Ma è significativa anche la citazione con la quale si apre il volume: un passo da 'Le siècle de Louis XIV', di Voltaire dove si afferma a necessità di una storia che non sia piena di «minuties d'action de guerres»; (8) Falletti P.C., 'Il tumulto dei Ciompi, Studio storico-sociale', Torino, 1882. Per una discussione assai ampia e documentata del dibattito storiografico di quei decenni, ridiscutendo anche autori fondamentali come Caggese e Crivellucci, si veda ora il lavoro di E. Artifoni, 'Salvemini e il Medioevo. Storici italiani fra Otto e Novecento', Napoli, 1990, in particolare le pp. 11-47; (9) Lo ricorda Ernesto Sestan nel saggio introduttivo premesso alla edizione einaudiana ora citata di 'Magnati e popolani'. Ma su tutto questo sono ulteriormente illuminanti le pagine dedicate da E. Artifoni alla genesi di quell'opera ('Salvemini e il Medioevo', cit., pp. 49-144; (10) Per cogliere la dimensione europea di questa problematica si ricordino i due lavori di F. Furet, 'Marx et la Révolution française', Paris, 1986 e Id., 'La gauche et la révolution au milieu du XIX siècle', Paris, 1986]  [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

 
'Un atto d'accusa privo di intelligenza, un massacro della legalitą' PDF Stampa E-mail
ALTAN Ahmet, Ritratto dell'atto di accusa come pornografia giudiziaria. EDIZIONI E/O. ROMA. 2017 pag 62 8°  nota sull'autore, traduzione dall'inglese di Silvia CASTOLDI. Lo scrittore Ahmet Altan, autore di 'Scrittore e assassino' (E/O, 2016) e di 'Quartetto ottomano', è stato arrestato con migliaia di altre persone, dopo il fallito colpo di stato in Turchia del 15 luglio 2016. Con questo pamphlet corrosivo e limpido risponde al grottesco atto d'accusa del pubblico ministero, ridicolizzandone e demolendone gli argomenti. Un manifesto a favore della libertà d'espressione e della legalità contro l'idiozia e la violenza del potere. ['Vostro Onore, il misero surrogato di atto d'accusa presentato contro di me, privo non solo di intelligenza ma anche di rispetto per la legge, è troppo debole per sostenere un peso immenso della sentenza di ergastolo con applicazione delle relative aggravanti richiesta dal pubblico ministero, e non merita una difesa seria. Tuttavia, leggere le bugie sul mio conto riportate nell'atto d'accusa mi ha aiutato a comprendere meglio a quale massacro della legalità siano state sottoposte le migliaia di persone imprigionate a partire dal 15 luglio. Dato che di certo non sono l'unico bersaglio di simili bugie, si può tranquillamente ipotizzare che tali falsi capi d'accusa abbiano cominciato a propagarsi come edera velenosa, strangolando il nostro sistema giudiziario. Nel leggere l'atto di accusa si comprende facilmente che edifici come questo, che noi chiamiamo "Palazzo di giustizia", un luogo che ospita imputati, banchi degli imputati, agenti armati della gendarmeria, giudici con tanto di toga sul loro scranno, si sono trasformati in mattatoi del diritto. (...)' (pag 3)] ] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
'Le legioni romane continuarono ad essere vietate agli schiavi' PDF Stampa E-mail
SCALA Edoardo, Storia delle fanterie italiane. Volume I. Le fanterie di Roma. STATO MAGGIORE ESERCITO ISPETTORATO DELL' ARMA DI FANTERIA. TIPOGRAFIA REGIONALE. ROMA. 1950 pag XXXIV 524 8°  presentazione di C. d'A. E. MARRAS, prefazione de: Generale Guglielmo MORGARI, premessa dell'autore, illustrazioni foto cartine bibliografia appendice.  ['L'esercito imperiale si componeva, a differenza del repubblicano di due soli Corpi, le legioni e le coorti ausiliarie, le quali ultime pare che fossero truppe armate alla leggera, reclutate fra i provinciali e normalmente residenti in provincia. Le legioni continuarono a essere reclutate tra i cittadini; ma dopo Mario e per tutto il periodo imperiale, non si ebbe più riguardo né al censo, né alla condizione sociale: i poveri furono accolti nell'esercito al pari di ricchi ed a poco a poco furono anzi le infime classi della società quelle che fornirono il maggior contingente dei soldati. Sebbene la coscrizione non fosse mai stata abolita per legge, tuttavia gli uomini occorrenti furono quasi sempre tratti dai volontari, dietro promessa di un donativo di terre; come pure, man mano che ci s'inoltrò nel periodo imperiale, i legionari vennero forniti dalle Provincie dapprima e poi dagli stessi barbari alleati. Le legioni continuarono ad essere vietate agli schiavi; agli affrancati furono aperti gli equipaggi della flotta e fu poi concesso di passare da questi nelle legioni: ai liberi, ma non cittadini romani (1), furono riservate le coorti delle truppe ausiliarie. In conclusione, a considerare soltanto il sistema di reclutamento, l'esercito imperiale non poté più essere l'immagine della nazione. Sembrerebbe che con i nuovi elementi fosse impossibile disporre di truppe valide e disciplinate; ma tale era ancora l'efficacia delle tradizioni militari, che le antiche virtù vennero in parte trasfuse nelle nuove milizie. La durata del servizio era fissata a 20 anni ed a 25 per gli ausiliari; ma nella realtà questi limiti venivano spesso oltrepassati, per le domande di coloro che volevano essere, come diremmo ora, raffermati. Il soldato arrivava alla legione fra il diciottesimo ed il ventiduesimo anno e non ne usciva che in età avanzata. Egli dimenticava ben presto le sue origini; non avendo, per ricordarle, né interessi materiali, perché povero; né affetti durevoli perché mancavagli il tempo di costituirsi una famiglia. Ormai egli non aveva altra famiglia che la legione, altri Capi che i suoi comandanti, altre leggi che la volontà di questi. Estraneo alla società civile, concentrava tutte le sue aspirazioni sul mestiere militare, la cui influenza sul carattere degli uomini è forse fra tutte la più efficace' (pag 446-447)] [(1) Furono i così detti peregrini, il cui numero andò diminuendo a misura che alla Provincie venne esteso il diritto di cittadinanza romana. E' da ricordare, a questo proposito, che la estensione del diritto di cittadinanza venne suggerita dal fatto che i Romani non volevano più essere soldati; ma non volevano neppure affidare a stranieri la difesa dell'Impero. In altre parole, per accordare un'apparenza di rispetto alla legge, che nella realtà si violava, si nominava cittadino romano ogni provinciale chiamato alle armi] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
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