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Papa Pio IX si scaglia contro il socialismo e il comunismo e difende la proprietà privata PDF Stampa E-mail
BARBERO Alessandro, Le parole del papa. Da Gregorio VII a Francesco. GEDI GRUPPO EDITORIALE. TORINO. 2017 pag 113 8°  introduzione: 'I pugni di papa Francesco', fonti e bibliografia, indice nomi; 'La storia raccontata da Alessandro Barbero'. ['E, infine, il papa torna a menzionare e denunciare esplicitamente i novissimi nemici: «Gli attuali nemici di Dio e dell'umana famiglia» contano «di ammorbare l'Italia coll'empietà delle loro dottrine e colla peste dei loro nuovi sistemi», e bisogna fare i nomi. «Tutto il mondo conosce che il loro scopo primario si è di spargere nel popolo, abusando delle parole di libertà e di eguaglianza, i perniciosi trovati del 'comunismo' e del 'socialismo', avvegnacché adoperino metodi e mezzi differenti, hanno per iscopo comune di tenere in continua agitazione ed avvezzare a poco a poco ad atti, anche più criminosi gli operai e gli uomini d'inferior condizione, ingannati dal loro scaltrito linguaggio e sedotti dalle promesse di una vita più felice. Essi contano di servirsi poi del loro braccio per attaccare il potere d'ogni autorità superiore, per invadere, saccheggiare, oltraggiare, dilapidare le proprietà della Chiesa dapprima, e poi di tutti gli altri particolari, per violare finalmente tutti i diritti divini ed umani, disperdere dal mondo il culto di Dio e sovvertire da capo a fondo le civili società». Perciò la Chiesa ha un dovere, che, enunciato per la prima volta con chiarezza in questa enciclica del 1849, un anno appena dopo la pubblicazione del 'Manifesto' di Marx ed Engels, rimarrà al vertice delle sue priorità per un buon secolo: predicare contro il socialismo e il comunismo, spiegando agli ingenui che le promesse dei mestatori sono solo illusioni, che chi crede alla loro propaganda affretta la propria rovina, che è vano proporsi di cambiare l'ordine sociale e che disubbidire alle autorità significa agire contro natura: «In così grande pericolo per l'Italia, egli è vostro dovere, Venerabili Fratelli, di spiegare tutte le forze dello zelo pastorale per far intendere al popolo fedele che, se essi si lasciano trascinare a queste opinioni da questi perversi sistemi, ne avranno per solo frutto l'infelicità temporale e l'eterna perdizione. I fedeli affidati alle vostre cure siano dunque fatti avvertiti che è essenziale alla natura stessa dell'umana società, che tutti ubbidiscano all'autorità legittimamente in essa costituita». La disuguaglianza è naturale, e perciò immutabile. E lo stesso vale per la proprietà privata, di cui i papi dei secoli precedenti si erano preoccupati ben poco, ma che a partire da questo momento diverrà una delle parole più importanti nei loro discorsi, dato che lì si appunta la minaccia comunista all'ordine costituito, in un modo che nessun empio sovvertitore aveva mai immaginato prima d'allora. La proprietà privata, si affanna a ribadire Pio IX, non è solo naturale, ma è prescritta da Dio, che ha dato all'uomo i Dieci Comandamenti con la precisa intenzione di difenderla; ché, «nella condizione delle cose umane, è cosa naturale ed invariabile che, anche tra coloro che non sono costituiti in autorità, gli uni soprastino gli altri, sia per diverse qualità di spirito o di corpo, sia per ricchezze od altri beni esteriori di questa fatta: e che giammai sotto nessun pretesto di libertà o di eguaglianza, può esser lecito invadere i beni od i diritti altrui, o violarli in un modo qualsiasi. A questo riguardo, i comandamenti divini, che sono scritti qua e colà nei libri santi, sono chiarissimi, e ci proibiscono formalmente non pure d'impadronirci del bene altrui, ma eziandio di desiderarlo»' (pag 60-62)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   




 
L'estrema coerenza di d'Holbach con la quale egli affronta il problema religioso PDF Stampa E-mail
BORRELLI Armando, L'ateismo militante del barone d'Holbach. (Rassegne) (Libri e problemi) IL PONTE, VALLECCHI EDITORE FIRENZE, N° 3, MAGGIO-GIUGNO 1988, pag 153-159. ['In particolare consiglierei di leggere sia il suo 'Sistema della natura', nel quale egli espone la concezione materialistica degli enciclopedisti, differenziandosi in parte da questi ultimi per l'estrema coerenza con la quale egli affronta il problema religioso; sia 'Il buon senso', riproposto da Garzanti nel 1985 con prefazione di Sebastiano Timpanaro. Si tratta di opere che il barone dovette pubblicare clandestinamente in Olanda o a Londra, sotto falso nome. Pierre Naville in 'D'Holbach e la filosofia scientifica del XVIII secolo' (Milano, Feltrinelli, 1976) documenta le principali condanne subite dalle opere del barone dopo il 1815. Tali condanne giustificano la prudenza del barone, specialmente quando affrontò questioni di carattere religioso. Il suo era un ateismo militante di grande coerenza e, secondo Naville, egli era in stato d'insurrezione permanente contro la Chiesa. Esercitò una grande influenza sugli illuministi del suo tempo, gran parte dei quali frequentavano il suo salotto (e la sua sala da pranzo). Secondo Timpanaro, anche Giacomo Leopardi dovette aver letto alcune opere del barone e il suo materialismo ne fu influenzato. (...) Come sottolinea Pierre Naville, per il barone il male è il dato primordiale dell'universo: se Dio esistesse sarebbe l'autore di tutto il male del mondo. Di qui la collera del libero pensatore contro l'impero clericale, contro i dogmi che spingono alla disperazione e dietro i quali non è difficile scorgere il gioco degli interessi potenti. «Si vuole che, formando l'universo, Dio non abbia avuto altro scopo che il rendere felice l'uomo. Ma, in un mondo fatto apposta per lui e governato da un Dio onnipotente, l'uomo è effettivamente felice? I suoi godimenti sono durevoli? I suoi piaceri non sono misti a dolore? Il genere umano non è la vittima perpetua dei mali fisici e morali? Questa macchina umana che ci viene additata come un capolavoro dell'industria del creatore non si guasta in mille modi? Rimarremmo ammirati dall'abilità di un artigiano che ci facesse vedere una macchina complicata, pronta a incepparsi ad ogni istante e destinata, dopo qualche tempo, a frantumarsi da sé?». Ed ancora: «Tutto ciò che avviene nel mondo ci mostra, nel modo più chiaro, che esso non è governato da un essere intelligente... Il fine di Dio, dicono, è la felicità della nostra specie: eppure una stessa necessità determina la sorte di tutti gli esseri sensibili, i quali non nascono che per soffrire molto, godere poco e morire. La coppa dell'uomo è piena di un misto di gioia e di amarezza; dappertutto c'è il bene, ma accanto c'è il male...». È ancora il barone a ricordare che Lattanzio attribuisce a Epicuro questa citazione: «O Dio vuole impedire il male e non può ottenerlo; o lo può e non lo vuole; o non lo vuole né lo può; o lo vuole e lo può. Se lo vuole senza poterlo, è impotente; se lo può e non lo vuole avrebbe una malvagità che non dobbiamo attribuirgli; se non lo può e né lo vuole, sarebbe insieme impotente e malvagio e quindi non sarebbe Dio; se lo vuole e lo può, donde viene dunque il male e perché Dio non lo impedisce?». Da più di duemila anni, commenta il barone, le persone sensate aspettano una soluzione ragionevole di questa difficoltà; e i nostri sapienti dicono che esse saranno rimosse soltanto nella vita futura" (pag 156)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
 
 

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Gentile finì per arrendersi agli aspetti opportunistici che motivavano le concessioni alla Chiesa PDF Stampa E-mail
AMBROSOLI Luigi, Libertà e religione nella riforma Gentile. VALLECCHI EDITORE. FIRENZE. 1980 pag 228 8°  note bibliografiche, indice nomi;  Collana Il pellicano. Luigi Ambrosoli insegna storia della scuola e delle istituzioni educative nella Facoltà di Magistero dell'Università di Padova. Ha pubblicato tra l'altro: 'La formazione di Carlo Cattaneo' (1959). ['Giovanni Gentile fu «liquidato» da Mussolini il 30 giugno 1924, venti giorni dopo il delitto Matteotti di fronte al quale si era dimostrato titubante e preoccupato dell'indignazione dell'opinione pubblica per l'orrendo crimine e per le responsabilità che venivano attribuite ai fascisti. Il Mack Smith collega l'eliminazione di Gentile all'esigenza da parte di Mussolini, dopo la crisi Matteotti, di stringere un rapporto più stretto con la Chiesa al quale il filosofo siciliano poteva essere di impedimento in quanto rimaneva l'idealista che considerava la religione soltanto come un momento di transizione verso la verità che sarebbe stata attinta dalla filosofia. Gentile rimase comunque fascista e, dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, che segna il definitivo superamento della crisi Matteotti, non trovò di meglio che scrivere al Duce: «Il Paese tutto si sveglia e torna a Lei»; ma nel 1929 egli sopportò con molta rassegnazione il Concordato con la Santa Sede soprattutto per l'estensione dell'insegnamento religioso obbligatorio alla scuola secondaria che sconvolgeva completamente la giustificazione teoretica della riforma. Del gruppo idealista rimase presto solo o quasi; Lombardo Radice lo abbandonò subito dopo il delitto Matteotti, Codignola si staccò da lui più lentamente, infine si ebbe la rottura con Benedetto Croce destinato a diventare l'ispiratore dell'opposizione liberale al fascismo. Gli furono dati dal fascismo altri incarichi di grande autorità e prestigio e divenne l'interprete ufficiale del regime per i problemi della cultura, anche se la sua immagine politica rimase sbiadita e numerose furono le contraddizioni che rivelò. Alessandro Casati, chiamato a succederli, era amico più di Croce che di Gentile e aveva sostenuto le iniziative crociane nel periodo in cui Croce era stato ministro della Pubblica istruzione; anche la riforma Gentile, di conseguenza; aveva ottenuto il suo pieno consenso ed egli aveva collaborato con il ministro coerentemente con la linea di cui era stato sempre fautore. Casati era liberale (e il chiamarlo al ministero della Pubblica istruzione significava cercare ancora il consenso dei liberali) ed era anche cattolico, anche se un cattolico indipendente, come l'esperienza del «Rinnovamento» aveva dimostrato. Era stato comunque facile che Casati potesse essere più sollecito di Gentile alle richieste del Vaticano. Che Casati fosse entrato nel gabinetto presieduto da Mussolini dopo il delitto Matteotti era ragione di stupore del quale si rendeva interprete Filippo Turati scrivendo alla Kuliscioff: «che Casati entri nella masnada per surrogare il suo maestro e amico Gentile, è un'altra stranezza». L'influenza di Gentile era stata determinante, secondo l'interpretazione dello Scoppola, prima ancora del suo avvento al ministero della Pubblica Istruzione, perché il nazionalismo italiano, abbandonato il tradizionale pregiudizio anticlericale (la Chiesa era considerata come un fattore negativo per la storia d'Italia), prendesse coscienza dell'«importanza del fattore religioso come elemento di coesione e di esaltazione dell'anima nazionale»; la posizione di Gentile era però molto sottile e maturata culturalmente mentre l'accostamento del nazionalismo alle istanze religiose rimase rozzo e strumentale tanto che, come riconosce lo stesso Scoppola, non modificò nulla «della sua più profonda ispirazione anticristiana», che trovava sempre espressione nell'esaltazione della violenza e nei miti dell'imperialismo. Divenuto ministro e accostatosi sempre di più al fascismo fino ad aderirvi ufficialmente, Gentile finì per arrendersi agli aspetti opportunistici che motivavano le concessioni fatte alla Chiesa; egli subì, ad esempio, l'imposizione di Mussolini, in adesione alla richiesta della Santa Sede, che l'idoneità all'insegnamento della religione fosse riconosciuta dall'autorità ecclesiastica mentre tale insegnamento, secondo la sua impostazione, essendo stato voluto da una legge dello Stato, dallo Stato stesso avrebbe dovuto essere gestito senza interferenze della Chiesa' (pag 174-175)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  
 
'La guerra è una forma di pazzia collettiva in cui nessuno ha la vera coscienza di quello che fa' PDF Stampa E-mail
ROSSI Ernesto, a cura di Giuseppe ARMANI, Guerra e dopoguerra. Lettere 1915-1930. LA NUOVA ITALIA EDITRICE. FIRENZE. 1978 pag LXXIV 237 8°  foto, introduzione di Giuseppe ARMANI: 'La formazione e la prima attività di Ernesto Rossi', avvertenza, lettere. ['A parte qualche momentaneo abbandono patriottico, come quando (11-12 aprile 1917) si esalta per lo «spettacolo pirotecnico» dei razzi sparati in continuazione o si compiace di avvertire «lo sforzo di una nazione che si rivela più grande di quello che era da immaginarsi, nella vera volontà di vincere» (26 aprile 1917), il tono dominante è quello della riflessione ora malinconica ora tragica sulle vicende che osserva nel «teatro» della guerra, della quale non è mai intessuto l'elogio in quanto tale, ma, semmai, è bene intesa la sostanziale pazzia. «Certo che la guerra è una forma di pazzia collettiva in cui nessuno ha la vera coscienza di quello che fa. Non è un uomo quello che quello che ammazza, rovina, squarcia, ma la materia sotto la forma di tutti i proiettili che sono diretti rappresentanti del fato che incombe sopra ciascuno di noi. Passo vicino ad un fucile puntato senza pensieri di niente, vedo nella trincea nemica un omino che va per gli affari suoi, mi vien voglia di premere il grilletto dell'arma, e così, senza neppure il desiderio di fargli del male mando magari all'altro mondo quel povero diavolo... Si vedono ridere contenti dei bravi borghesi... perché un buon colpo ha colpito in pieno, con la stessa soddisfazione del ragazzo che con una palla di cencio riesce a buttar giù orecchioni uno dei fantocci di cartapesta che sono nelle baracche delle fiere. Si va di pattuglia con la stessa emozione con la quale si va a caccia... Non è un uomo come noi, che ha le stesse nostre passioni e commozioni, che è atteso con ansia dalla famiglia che sarà messa in lutto dalla sua perdita, che ognuno di noi insidia... Si ha la vaga concezione di andar contro ad una forza a noi nemica che cerchiamo di distruggere acciocché non ci distrugga. La guerra è una pazzia...» (22 aprile 1917). A questo tono dolente non fanno contrasto i numerosi spunti che si leggono nelle lettere militari di riscontro delle storture organizzative, della stoltezza o fatuità degli ufficiali, delle misere condizioni dei soldati: essi sono naturale espressione dell'atteggiamento antiretorico di Rossi, della sua sostanziale mancanza di nazionalismo, dell'indipendenza di giudizio che la partecipazione voluta e cosciente alla guerra gli consente di conservare sempre' (pag XXI XXII)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
Gli effetti delle armi chimiche sui fronti di guerra nel 1917 e 1918 PDF Stampa E-mail
CAPPELLANO Filippo DI-MARTINO Basilio, La guerra dei gas. Le armi chimiche sui fronti italiano e occidentale nella grande guerra. GINO ROSSATO EDITORE. NOVALE, VICENZA. 2006 pag 334 8°  introduzione, foto, illustrazioni, iconografia, note archivistiche, bibliografia. ['Tante precauzioni e tanti sforzi per la difesa individuale e collettiva fanno intendere quanto gli aggressivi chimici furono temuti ed al tempo stesso quanto fossero diffusi. Nel 1917, e soprattutto nel 1918, l'impiego di queste sostanze era regolarmente contemplato, sia in chiave offensiva che in chiave difensiva, ed in una tale situazione non si può fare a meno di tentare una valutazione della loro efficacia, usando come parametro i dati relativi alle perdite subite dai diversi eserciti. Secondo una fonte statunitense degli anni Venti (1), gli effetti degli aggressivi chimici possono essere così sintetizzati: 
- Gasati in modo non letale: Germania 191.000; Francia 182.000; Gran Bretagna 181.000; Stati Uniti 71.000; Russia 419.000
- Morti: Germania 9.000; Francia 8.000; Gran Bretagna 8.100; Stati Uniti 1.500; Russia 419.000
- Percentuale di morti rispetto ai gasati in modo non letale: Germania 4.5; Francia 4.2; Gran Bretagna 4.3; Stati Uniti 2.0; Russia 11.8
Le percentuali calcolate indicano da un lato come i gas da combattimento abbiano avuto nel complesso un indice di letalità relativamente basso, dall'altra come a soffrire in misura maggiore sia stato l'esercito russo, che scontava un minor livello di preparazione. Su tutti i fronti comunque si ebbe una crescente capacità di difesa che abbatté in modo significativo il tasso di perdite. Se nell'attacco ad ondate di cloro del 22 aprile 1915 morì quasi un terzo dei colpiti, nel 1918 questa percentuale era diminuita di un ordine di grandezza, un risultato che escludeva i gas dal novero dei "produttori di morte". Un altro dato interessante, riportato  dalla stessa fonte statunitense e ripreso da altre è relativo al rapporto tra il numero delle vittime del gas ed il numero delle vittime di altri strumenti di offesa. L'esercito della grande repubblica nordamericana contò alla fine del conflitto un totale di 258.338 tra morti e feriti (2), di questi il 30% fu dovuto agli aggressivi chimici contro il 70% causato dalle armi da fuoco. La percentuale dei gasati è piuttosto alta, costituendo un'implicita conferma dell'addestramento affrettato ed incompleto di molte unità delle AEF. Al riguardo è peraltro significativo rilevare il basso numero dei morti, su un totale di 52.842 caduti meno di 1.500 furono infatti vittime del gas, e di queste solo 200 morirono sul campo di battaglia' (pag 330-331) [(1) Gilschrist H.L., 'A Comparative Study of World War Casualties from Gas and Other Weapons', Edgewood Arsenal, Chemical Warfare School, 1928; (2) Dati differenti, ma non in misura tale da modificare questo quadro, sono riportati da Heller C.E., op. cit., pp. 91-92 (224.089 feriti con 70.552 gasati dei quali 1.221 morirono)]  ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org
 

 
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