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Sfondamento di Caporetto. Il sacrificio dei soldati e l'ottusitą dei comandi PDF Stampa E-mail
SILVESTRI Mario, Isonzo, 1917. RIZZOLI. MILANO. 2001 pag XVIII 533 8°  introduzione di Raimondo LURAGHI, nota tecnica, foto cartine iconografia, note, elenco delle principali citazioni, bibliografia, indice nomi, Collana Bur, Rizzoli. Mario Silvestri (1919-1994) è stato professore al Politecnico di Milano e titolare della cattedra di impianti nucleari. Appassionato di storia, tra le sue opere ricordiamo 'La decadenza dell'Europa occidentale' e 'Isonzo 1917'. ['"Sfido qualsiasi patriota a venire a passare come semplice soldato, solamente mille notti in prima linea, senza odiare la patria" (Da un dialogo fra due soldati francesi, un giorno di primavera del 1917) (in apertura); ['L'ordine per un banale errore di trascrizione, imponeva che la ritirata si svolgesse il mattino del 27, anziché del 26. Benché il tenente giurasse e spergiurasse che si trattava di una svista, e che la ritirata si svolgesse il mattino del 27, anziché del 26. Benché il tenente giurasse e spergiurasse che si trattava di una svista, e che la ritirata doveva cominciare subito, l'Antonicelli di fronte ad un ordine scritto non volle intendere ragioni e rimandò il portaordini, con l'incarico di tornare con disposizioni più precise. Ma prima che ciò potesse ripetersi, la Salerno, completamente circondata, capitolava. Il generale Zoppi così commenta la fine della brigata Salerno: «Pretendere che i soldati, in quelle vicende, facciano della strategia e della grande tattica può essere un bel sogno di chi non ha mai provato lo strazio mentale di essere nell'impossibilità di sapere... pretendere che il soldato aggirato e sorpreso ossia vinto ancora prima di combattere, sappia col suo valore rovesciare una situazione inesorabilmente compromessa, è follia». La Commissione d'inchiesta giudicò tuttavia che il contegno della Salerno era stato, al solito, «passivo», poiché nulla la brigata aveva fatto, per tenersi al corrente e per disturbare «il facile dilagare del nemico nella sottostante conca di Creda e Caporetto». La Salerno, comunque, combatté duramente: insieme a 3.800 prigionieri, la storia ufficiale delle brigate italiane registra 1.400 morti e feriti. Nel corso della mattinata del 26, tutti i reparti circondati sul Matajur, salvo un migliaio di uomini, si arresero e presero la strada della prigionia. Quarantotto or erano bastate perché del VII Corpo d'Armata sopravvivesse solo il nome' (pag 437)]  [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  
 
 
'Max Weber imperialista "per convinzione"' PDF Stampa E-mail
BARBERA Sandro, Due studi tedeschi su Weber. IL PONTE, LA NUOVA ITALIA FIRENZE, N° 5, 31 MAGGIO 1982, pag 476-483,  Rivista di dibattito politico e culturale fondata da Piero Calamandrei. ["Mommsen (1) insiste sul Weber «eminente rappresentante» di quel 'Kulturimperialismus' che si afferma negli anni '90 tra i ceti intellettuali, e soprattutto i professori. «Certamente Max Weber non ha rappresentato sempre, e con la stessa nettezza come negli anni '90, finalità nazionalistiche, ma in sostanza l'ideale di un forte stato nazionale è rimasto per tutta la sua vita un'idea-guida dominante del suo pensiero politico» scrive Mommsen, che poi cita da un articolo del '17, 'Das Preussische Wahlrecht', non incluso nella raccolta di scritti politici e rimasto finora ignorato, questa drastica dichiarazione di Weber: «Per il sottoscritto la "democrazia" non è mai stata scopo in sé. La possibilità di una politica nazionale realistica di una Germania forte e unita in vista della politica estera: questo lo ha interessato e lo interessa». Né si tratta di un'opzione interpretabile con mere ragioni tattiche. Certamente la politica imperialistica à intesa da Weber come strumento di «liberalizzazione» della società tedesca, secondo un disegno teso a battere, come dice Mommsen, i conservatori sul loro stesso terreno: in quanto acceleratrice del processo di industrializzazione, essa contribuisce a smantellare le basi sociali dei ceti agrari prussiani, e in tal modo può essere intesa come «una specie di ideologia emancipatoria». Ma Weber è, ancor più, «imperialista per convinzione» e non si può fare della sua opzione in politica estera un valore gerarchicamente subordinato ai valori liberali. Si tratta di una struttura antinomica di valori, che Weber ha sviluppato con piena coerenza e rigore, e a parere di Mommsen solo se non si attenuano in conciliazioni forzate queste antinomie si riesce a cogliere l'intera ricchezza del suo pensiero politico: È soprattutto in questo modo, infatti; che Weber «rende visibili le contraddizioni interne al sistema dei valori liberali classici, che si instaurano quando tale sistema si vede confrontato con i rapporti di una società industriale avanzata». Allo stesso modello antinomico va allora riportata, secondo Mommsen, la discussione circa il rapporto che nella democrazia plebiscitaria intercorre tra 'Führer' e democrazia. Qui l'elemento di autolegittimazione carismatica della direzione politica, per cui «secondo Weber, i capi governano in definitiva sulla base della loro personale responsabilità» convive con «il principio dell'autodeterminazione del singolo attraverso la scelta formalmente libera, non limitata nell'oggetto, circa il capo». Weber ha portato alle conseguenze limite questa impostazione, esprimendo il convincimento che «ogni effettivo ordinamento democratico (...) non può avere consistenza senza grandi capi che agiscono sulla base della propria responsabilità personale» in nessun modo riducibile al mondato elettorale. Mommsen continua la sua analisi mostrando che questi due elementi antinomici costituiscono, e propri per il loro carattere oppositivo, le basi complementari di un saldo ordinamento democratico, giacché per Weber la "minimizzazione del dominio dell'uomo sugli uomini", l'illimitato allargamento del principio della volontà popolare, portano a quella "democrazia senza capi" in cui l'azione politica è ridotta a 'routine'. Ma la morte della politica come nudo rapporto di dominio, il suo assorbimento nella prassi burocratico-amministrativa, è del tutto funzionale al processo di razionalizzazione formale a cui è sottoposta la civiltà occidentale moderna." (pag 476-477) [(1) 'Die antinomische Struktur des politischen Denkens Max Webers', 'Historische Zeitschrift', 1981]  [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

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La reale portata del prestito Morgan del novembre 1925 al governo di Mussolini PDF Stampa E-mail
BERGAMI Giancarlo, Il fascismo nei suoi rapporti con gli anglosassoni (Rassegne) (Libri e problemi) IL PONTE, LA NUOVA ITALIA FIRENZE, N° 11-12, 30 NOVEMBRE - 31 DICEMBRE 1972, pag 1524-1529. ['Il campo di indagine si può allora utilmente estendere alle relazioni tra i banchieri di Wall Street e i progetti del capitale statunitense, già penetrato da noi al tempo dei ministeri di F.S. Nitti e di G. Giolitti, e il governo mussoliniano. Le scarne parziali riflessioni a questo proposito di Jean-Baptiste Duroselle ('De Wilson à Roosevelt: Politique extérieure des Etats-Unis 1913-1945', Paris, 1960; seconda parte) e Renzo De Felice ('Mussolini il fascista. L'organizzazione dello Stato fascista 1925-1929', Torino, Einaudi, 1968, cap. III) non approfondiscono la reale portata del prestito Morgan del novembre 1925 al governo italiano e della collaborazione tra la Banca federale di New York e la Banca d'Italia, né in esse risultano chiari i collegamenti tra i fenomeni come la rivalutazione della lira nell'estate del 1926 e le necessità di assestamento interno del regime. Il lavoro recente di Gian Giacomo Migone, 'Problemi di storia nei rapporti tra Italia e Stati Uniti (Rosenberg & Sellier, Torino, 191, pp. 157 L. 2000), pur non esaurendo affatto le motivazioni di un disegno finanziario che avrebbe alla fine aiutato «in maniera decisiva la stabilizzazione della lira e l'inserimento della Banca d'Italia nella comunità delle banche d'emissione occidentali» (op. cit., pp. 45-46) offre numerose precisazioni attinte ad una documentazione di prima mano e quasi sempre inedita, sui riflessi politico-sociali dell'arrivo del capitale americano in Europa. In particolare l'analisi rivela le maggiori novità nella caratterizzazione del piano Leffingwell in cui si riassume la linea di espansione perseguita dall'Amministrazione wilsoniana e dalla finanza americana all'indomani della prima guerra mondiale. (...) Si spiegano le richieste di un «contenimento della spesa pubblica e la conseguente stabilizzazione dei rapporti sociali in ciascuno dei paesi interessati», in breve di un regime di deflazione. In tale cornice il governo fascista, dopo avere saldato il debito di guerra con gli statunitensi - il pagamento del debito è la condizione ineliminabile perché il Dipartimento di Stato dia il proprio benestare a operazioni di credito in favore dei paesi debitori -, riesce nel 1925-1926 a farsi concedere dei prestiti dalla Banca Morgan, e da altri Istituti. Prima beneficiaria è la Banca d'Italia, poi via via i Comuni di Roma e di Milano, e numerose imprese private quali la Fiat, la Pirelli, le aziende elettriche, ecc. I crediti concorreranno in sostanza a «riconsolidare i rapporti sociali vigenti, e quindi lo stesso regime, all'interno del paese (op. cit. p. 46), rafforzando e garantendo gli interessi di quella piccola e media borghesia dei traffici e dei risparmi, vera base di massa del fascismo al potere' (pag 1525-1526)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

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Il piano tedesco non prevede l'intervento italiano, ma Mussolini decide subito di scendere in campo PDF Stampa E-mail
SAMPAOLESI Maria Catia  a cura; testi di Enzo BIAGI Elsa MORANTE Giulio BEDESCHI Mario RIGONI STERN Renata VIGANO' Franco GIUSTOLISI Anna Rosa NANETTI Oliviero TOSCANI Enrico PIERI Italo CALVINO Elio VITTORINI Miriam MAFAI Primo LEVI Liliana SEGRE Giorgio PERLASCA Raoul PUPO Roberto SPAZZALI Giuseppina MELLACE Paolo MONELLI Giuseppe CAMPANA, La seconda guerra mondiale. Raccolta antologica di racconti e testi. LA SPIGA EDIZIONI. LORETO. 2017 pag 159 8°  introduzione, cronologia, testimonianze, percorsi di lettura, Focus, Dossier, illustrazioni. ['La campagna italiana di Russia. La ritirata. La campagna di Russia prende il via il 22 giugno 1941 quando Hitler, con l'Operazione Barbarossa, decide di attaccare l'Unione Sovietica violando il patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop che era stato firmato nell'agosto del 1939. Il piano tedesco non prevede l'intervento dell'attaccante italiano, ma Mussolini decide prontamente di scendere in campo con un Corpo di spedizione in Russia (CSIR), costituito da tre divisioni. Nell'aprile del 1942 sono inviati in Russia altri due corpi d'armata italiani che assieme al CSIR vengono riuniti nell'8a Armata, meglio conosciuta come ARMIR (Armata Italiana in Russia). I soldati italiani vengono impegnati inizialmente a protezione delle truppe tedesche coinvolte nella battaglia di Stalingrado e poi nella guerra di trincea lungo il Don. Qui nel dicembre del 1942 subiscono la prima controffensiva russa con conseguente ritirata dei primi corpi d'armata italiani. Il secondo sfondamento, più a nord, iniziato il 12 gennaio 1943, chiude ben presto in una sacca alcune divisioni del Corpo d'Armata Alpino, rimasto a difendere la ritirata degli altri soldati italiani. Il 17 gennaio giunge l'ordine di ripiegare. È una ritirata condotta in condizioni proibitive, a piedi in mezzo alla neve, con vestiario insufficiente e scarpe inadatte, con scarsità o assenza di cibo e sotto il fuoco di ripetuti attacchi nemici. A fine gennaio gli alpini superstiti  arrivano a Sebekino. Trasportati su carri ferroviari prendono avvio le operazioni di rimpatrio durate sino alla fine di marzo. Il costo umano della guerra per l'ARMIR è elevatissimo: 29.600 tra feriti e congelati; 84.830 tra caduti e dispersi, quasi metà dei quali alpini; un numero imprecisato di prigionieri in Russia (40.000 o forse 80.000 italiani), 12.500 dei quali faranno ritorno in patria, mentre dei rimanenti non si saprà più nulla' (pag 29)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Atrocitą contro i prigionieri dopo il rifiuto di partecipare allo sforzo bellico PDF Stampa E-mail
GRAFFARD Sylvie TRISTAN Léo, I Bibelforscher e il nazismo (1933-1945). I dimenticati della Storia. EDITIONS TIRESIAS - MICHEL REYNAUD. PARIS. 1994 pag 231 8°  cartina, traduzione di Rosalia CIONI Francesca ZARA Luca MARINI Ursula PERSICHETTI, avviso ai lettori, nota dei traduttori, ringraziamenti, premessa, introduzione, note, illustrazioni, glossario, bibliografia. ['"«Circa novanta Bibelforscher dichiararono di non voler più eseguire lavori in rapporto con la guerra (1). Ciò avvenne a Ravensbrück all'inizio del 1942. Le Bibelforscherinnen smisero di lavorare, sia quelle del Kommando «orticoltura» sia quelle del Kommando «allevamento d'angora», perché «la lana dei conigli era utilizzata per l'esercito (...) e la verdura era destinata a un ospedale militare (2). Per tre giorni e tre notti, restarono in piedi nel cortile del Bunker, poi «furono messe nel Bunker, al buio (3)». Per quaranta giorni. «Le Bibelforscherinner, molte delle quali avevano tra cinquanta e sessant'anni, ricevettero ognuna venticinque bastonate per tre volte (4)». Berlino aveva dato l'ordine che ogni rifiuto di lavoro fosse punito con settantacinque bastonate. «Al termine dei quaranta giorni le vidi nei bagni. Erano scheletri ambulanti, coperte di lividi (5)». Siccome si ostinavano a non volersi presentare all'appello, ve le portavano con la forza. Fra le Blokowa, alcune, più umane, le facevano portare fino al piazzale dell'appello, le altre invece le trascinavano di forza per la strada del campo, ad ogni appello. (...) Jeanne Kemna, una giovane olandese di diciotto anni, spiega che dopo la settimana di riflessione accordata dal comandante Kögel, durante la quale dovettero spalare la neve, le loro razioni furono dimezzate. Le Bibelforscherinnen furono rinchiuse nel loro Block senza pagliericci né coperte. Malgrado queste vessazioni, non cedettero (...). Siccome persistevano, le punizioni divennero più dure. Alcune morirono in seguito ai maltrattamenti e alla privazione di cibo durati sei settimane. Fu dato ordine alla decana, prigioniera politica, di sorvegliare da vicino le agitatrici. «Annotò i nomi di tredici sorelle. Più tardi venimmo a sapere da altre prigioniere che erano state impiccate (8)». Jeanne Kemna riuscirà a venire fuori da questo inferno. (...) Le prime esperienze di utilizzazione dei gas furono effettuate ad Auschwitz il 3 settembre 1941 su seicento prigionieri sovietici e trecento malati. Nel gennaio 1942, ad Auschwitz-Birkenau avvennero i primi invii collettivi nelle camere a gas. Il prigioniero Kogon ricorda che il primo dell'anno del 1942 tutti i «Fondamentalisti» detenuti a Buchenwald furono chiamati «Criminali di Stato, porci bigotti!». Fu detto loro inoltre: «Lavorerete fino a notte con venti gradi sotto zero. Toglietevi subito tutto ciò che avete sotto i vestiti! (12)». Questa punizione fu imposta dall'ispettore del campo perché costoro avevano rifiutato di raccogliere dei capi di lana per le truppe hitleriane" (...). H. Langbein cita «un Testimone di Geova russo che, a Dora, rifiuta di prestarsi alla fabbricazione di armi (16)» e anche il caso di Ernst Raddatz, un tedesco che, a Neuengamme nel 1942, rifiutò di adempiere agli obblighi militari e di firmare la convocazione nonostante gli fosse stato promesso che avrebbe potuto tornare a casa e occuparsi di sua moglie" (pag 148-150) [(1) - (6) Buber-Neumann, op. cit.; (7) - (8) Citato nella lettera della Betel olandese in data 12 giugno 1990; (12) E. Gogon, op. it.] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
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