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'Era concreto il rischio che la Gran Bretagna decidesse di chiudere all'Italia il Canale di Suez' PDF Stampa E-mail
MALLETT Robert, Mussolini in Etiopia, 1919-1935. Le origini della guerra dell'Italia fascista in Africa. CORRIERE DELLA SERA. MILANO. 2020 pag 318 8°  note indice nomi; Serie: 'Le guerre degli italiani', a cura di Nicola LABANCA, 23. Sezione V. Le guerre coloniali. ['La riluttanza dimostrata da Londra anche a proposito dei modesti cambiamenti territoriali in Etiopia ammessi da Grandi lasciava capire che le pressioni dell'opinione pubblica e degli ambienti politici britannici avrebbero costretto il governo nazionale a portare la questione di Addis Abeba al tavolo della Società delle Nazioni. Se così fosse stato, e se Ginevra avesse deciso di invocare sanzioni o addirittura un intervento militare contro l'Italia in forza dell'articolo 16, era concreto il rischio che la Gran Bretagna decidesse di chiudere il Canale di Suez. Ciò significava che il supporto logistico per la guerra d'Etiopia avrebbe dovuto prendere la strada del Capo di Buona Speranza e tutto sarebbe stato "estremamente difficile". Ma se davvero la Società delle Nazioni avesse deciso un proprio intervento diretto, l'Italia avrebbe dovuto fare i conti con conseguenze ancora peggiori: i francesi si sarebbero inevitabilmente schierati dalla parte della Gran Bretagna perché ne avevano bisogno per affrontare lo "spettro tedesco" che li terrorizzava. Come soluzione Cavagnari suggeriva che Mussolini chiudesse un occhio su "eventi europei che stavano evolvendosi molto rapidamente" e facesse sapere a tutti che prima o poi Parigi e Londra avrebbero avuto bisogno dell'amicizia dell'Italia. Nel frattempo le divisioni già partite alla volta dell'Eritrea e della Somalia avrebbero rappresentato un avvertimento per l'Etiopia e Mussolini poteva cominciare a far sentire opportune parole di condanna per il paese stesso in quanto inadeguato a far parte della Società delle Nazioni, e rivendicare per l'Italia il mandato di governarlo. Sarebbe stato possibile imporre un governo più diretto in un momento successivo (295)' (pag 187)] [(295) DDI, 7, XVI, Cavagnari a Mussolini, 4 marzo 1935, n. 694] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

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L'opposizione alla guerra di Libia: socialisti e cattolici intransigenti PDF Stampa E-mail
LABANCA Nicola, La guerra italiana per la Libia, 1911-1931. CORRIERE DELLA SERA. MILANO. 2020 pag 301 8°  introduzione cartine note bibliografiche (bibliografia ragionata), indice nomi e località; Serie: 'Le guerre degli italiani', a cura di Nicola LABANCA, 22. Sezione V. Le guerre coloniali. Nicola Labanca insegna Storia contemporanea all'Università di Siena. Con il Mulino ha pubblicato anche "Una guerra per l'impero" (2005) e "Oltremare. Storia dell'espansione coloniale italiana" (2012). E' presidente del Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-militare. ['Pur essendo una società per molti versi ancora agricola, l'Italia era pur sempre, in virtù della sua storia, un Paese di città, il che aggiungeva vivacità e radicalismo alla sua vita politica. Le modalità dell'unificazione  e soprattutto la presa di Roma del 1870 avevano scavato un solco dentro la classe dirigente, a lungo spaccata fra cattolici e no, o meglio fra cattolici intransigenti da un lato e cattolici transigenti e liberali dall'altro, con i primi in più occasioni non meno duri nei confronti dello Stato liberale di quanto lo fossero i socialisti. Era difficile dimenticare, per esempio, che nell'approssimarsi di Adua tanto il foglio socialista «Critica Sociale» di Filippo Turati quanto quello gesuita assai vicino al Vaticano «La civiltà cattolica» si erano concordemente augurati la sconfitta delle truppe italiane, considerate espressione di uno Stato imperialista dal primo e massonico anti-clericale dal secondo. A questa spaccatura politica fra intransigenti e liberali, tanto più grave in una società fortemente polarizzata e in un sistema politico accentuatamente autoritario, si doveva aggiungere un non imprevedibile sovversivismo delle masse popolari dal basso (cui si aggiungeva un ridotto attaccamento alle istituzioni liberali da parte delle classi superiori, un "sovversivismo delle classi dirigenti», come lo avrebbe definito Antonio Gramsci)' (pag 28)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   


 
'Mi meraviglia che nessuno abbia dedicato al concetto di egemonia maggiore attenzione alle fonti' PDF Stampa E-mail
BOBBIO Norberto TAMBURRANO Giuseppe, Carteggio su marxismo, liberalismo, socialismo. EDITORI RIUNITI. ROMA. 2007 pag 141 8°  'Queste lettere', introduzione di Giuseppe TAMBURRANO note appendice: 'Il socialismo oggi', indice nomi; Collana Biblioteca di storia / la sinistra. ['Il Suo libro è stato preso in seria considerazione e discusso. Poi ha prevalso il libro di Castelnuovo che era o sembrava più rifinito e filologicamente più ineccepibile. (...) Lei ha il merito di aver scritto il primo libro completo e 'non conformistico' su Gramsci. E proprio perché si è messo di fronte a Gramsci senza partito preso ha colto, a mio parere, alcuni aspetti genuini e fondamentali del suo pensiero. (...) Il capitolo più importante mi pare quello sulla egemonia: anche qui ho qualche volta l'impressione che Lei faccia di Gramsci un democratico più autentico di quel che fosse in realtà. Certo non era un totalitario: del resto, quando egli scriveva, il concetto di Stato totalitario, come lo possiamo formulare noi dopo l'esperienza fascista e staliniana, non esisteva ancora. Ma quel paragone del partito col principe mi ha sempre lasciato l'impressione che Gramsci di fronte al problema della conquista del potere non andasse tanto per il sottile. Comunque, in ogni interpretazione di un autore operiamo sempre una scelta: scegliamo quello che ci pare più vivo e importante per noi. Non posso rimproverarLe di aver messo l'accento in modo particolare sul concetto di egemonia, perché anch'io avrei fatto lo stesso. Rimane a vedere donde Gramsci avesse tratto questa idea: che derivi da Lenin tutti lo dicono, lo lascia intendere anche Gramsci, ma non è vero. A meno che si tratti di una traduzione diversa da quelle a cui siamo noi oggi abituati, mi pare che il termine egemonia in Lenin non ricorra mai. La parola egemonia, invece, era, nel linguaggio politico italiano, comune per indicare per esempio la situazione del Piemonte nelle guerre del Risorgimento: egemonia piemontese ecc. Direi che Gramsci applicava al problema politico un concetto che aveva derivato dai suoi studi sul Risorgimento. Ma bisognerebbe  andare più a fondo: mi meraviglia, che nessuno, salvo errore, abbia dedicato a questo concetto di egemonia maggiore attenzione dal punto di vista delle fonti. Per quel che riguarda le conseguenze in tema di rapporti tra socialismo e democrazia, le Sue riflessioni sul concetto di egemonia mi paiono da accettare. Io aggiungerei soltanto una postilla: la democrazia ha bisogno non soltanto del consenso, ma anche della 'verifica del consenso'. E questa verifica non vedo come si possa attuare se non attraverso le elezioni, più precisamente attraverso 'libere elezioni'. Le elezioni non sono tutto, ma sono pur sempre necessarie. Ma le elezioni per essere tali, e non già una finzione, devono essere libere. Una volta aperta la porta alla democrazia, questo ci rinvia immediatamente anche alle libertà individuali. È una catena in cui non possiamo fermarci al primo anello' [dalla lettera di Norberto Bobbio a Giuseppe Tamburrano, Torino, 29 agosto 1963] (pag 47-49) [(in) N. Bobbio - G. Tamburrano, 'Carteggio su marxismo, liberalismo, socialismo', Editori Riuniti, Roma, 2007]  [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
La crescita del murattismo suonava aperta sfida alla politica egemonica del Piemonte PDF Stampa E-mail
SABBATUCCI Giovanni VIDOTTO Vittorio  a cura; saggi di Romano Paolo COPPINI Antonino DE-FRANCESCO Marco MERIGGI Guido PESCOSOLIDO, Storia d'Italia. 1. Le premesse dell'unità dalla fine del Settecento al 1861. EDITORI LATERZA. BARI ROMA. 1995 pag XVI 554 8°  presentazione, introduzione al 1° volume, note, foto illustrazioni, bibliografia ragionata, cronologia 1796-1861, appendice statistica, notizie sugli autori, indice nomi argomenti località; Cronologia e indice analitico a cura di Alessandro MINIERO, appendice statistica a cura di Stefania SCHIPANI e Martina TEODOLI, ricerca iconografica a cura di Marco ZUCCARI; Grandi Opere. ['Non di meno, sarebbe improprio esagerare l'influenza del repubblicanesimo francese presso gli oppositori da sinistra di Mazzini: il federalismo di Ferrari e di Montanelli non è infatti quello di Cattaneo, mentre il loro socialismo può ricordare solo vagamente quello di Pisacane. Nelle posizioni dei due più attenti osservatori della cultura politica francese prendeva piuttosto forma quell'ideale federativo che aveva fatto la propria comparsa all'indomani del 1789 e da lì aveva poi trovato epigoni nell'Italia giacobina: presto cancellato dalla stagione bonapartista, che aveva obbligato i suoi antichi sostenitori a piegarlo nel quadro di una soluzione monarchica e costituzionale, esso si era riproposto nella Francia del 1830, quando la rilettura della grande rivoluzione operata dal movimento democratico e socialista lo rese, nel 1848, un progetto immediatamente credibile anche presso chi, nella penisola, mai aveva contestato il primato politico transalpino. Con questi presupposti, non stupisce che in Italia il federalismo socialista e repubblicano non sia riuscito a conquistarsi uno spazio di manovra, presto incrinandosi sotto i colpi inflittigli dal colpo di Stato di Luigi Bonaparte per poi crollare davanti all'avanzata unitaria del 1859-1860. Né miglior sorte, per la verità, ebbe la soluzione federale accennata nei suoi scritti da Carlo Cattaneo: di Mazzini egli contestava l'equiparazione dell'indipendenza a una meta rivoluzionaria, e per questo motivo, all'indomani del 1848, preoccupato dall'egemonismo sabaudo, ritenne che fosse possibile allontanare l'evenienza di un'Italia unita sotto l'illiberale Piemonte per il tramite di un'alternativa repubblicana e federalista. E tuttavia, le sue idee al riguardo troppo insistevano sulla libertà del cittadino e sull'autonomia dei municipi quale cellula di un ordine a tutela della libertà individuale, perché - prive come erano di un saldo ancoraggio ad un contesto sociale nazionale - potessero prendere la forma di un compiuto progetto politico. In ragione di ciò, le critiche a Mazzini valsero solo ad incrinare l'unità repubblicana, senza mai addivenire a quell'embrione di partito demo-socialista e federalista auspicato da Ferrari. Nel 1853, poi, il fallimento del tentativo insurrezionale a Milano propugnato dal genovese precipitò la crisi del suo movimento, imponendogli una revisione sul piano politico e organizzativo. Ma la nascita, nello stesso anno, di una nuova formazione, che fu chiamata Partito d'azione proprio per sottolineare il carattere di organismo di lotta, non evitò il rapido distacco, sul versante di destra, di quanti (Manin, Bertani, Mordini, Medici, Bixio) avrebbero presto trovato compatibile il radicalismo politico con un atteggiamento filosabaudo. La crisi del democraticismo molto favorì, inoltre, la crescita del murattismo, il cui motto - costituzione nelle due Sicilie e unità italiana per il tramite di una federazione con gli altri Stati della penisola - suonava aperta sfida alla politica egemonica del Piemonte. (...) E proprio allo spettro del murattismo, il cui programma federativo molto ostava alla soluzione unitaria, si deve il riavvicinamento, dopo le polemiche del 1851, tra Mazzini e Pisacane. (...) Su questo terreno tornava l'intesa con Mazzini, del quale Pisacane, oltre ad elogiare l'unitarismo (e qui sta, netta, la sua divisione da tanto democratismo di matrice carbonara del Mezzogiorno), ammirava il ruolo sino allora svolto: si doveva al genovese, infatti, se il repubblicanesimo si poteva proporre in Italia come un nuovo contratto sociale, che aveva fatto 'tabula rasa' d'ogni precedente tradizione politica. Si spiega in questi termini la sofferta adesione dell'uno all'infausta spedizione militare dell'altro: per Mazzini una ripresa dell'iniziativa nel Mezzogiorno significava rintuzzare le accuse del democratismo napoletano (che col Ricciardi non si stancava di accusarlo di inaccettabile egemonia) ed evitare la diaspora repubblicana verso i lidi del murattismo, del liberalismo cavouriano, del federalismo socialista alla Ferrari; per Pisacane, gli obiettivi erano largamente comuni, ma a questi egli assommava il timore che il marattismo potesse con un colpo di mano prevenire l'iniziativa democratica e la convinzione che nel Cilento, dove le insurrezioni contadine erano di vecchia data, non gli sarebbe stato difficile dare forma concreta al proprio progetto di una guerra sociale. La tragedia di Sapri (giugno-luglio 1857) pose fine ad ogni speranza di ripresa repubblicana nel Mezzogiorno' (pag 339-342) [Antonino De Francesco, 'Ideologie e movimenti politici'] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
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Mussolini dichiar˛ la guerra nel momento in cui credette di poter affrontare un solo nemico PDF Stampa E-mail
SABBATUCCI Giovanni VIDOTTO Vittorio  a cura; saggi di Elena AGA-ROSSI Giovanni BELARDELLI Paul CORNER Adrian LYTTELTON Fortunato MINNITI Giovanni PROCACCI Leonardo RAPONE Giovanni SABBATUCCI Bruno WANROOIJ, Storia d'Italia. 4. Guerre e fascismo, 1914-1943. EDITORI LATERZA. BARI ROMA. 1995 pag XXIII 831 8°  introduzione, note, foto illustrazioni, bibliografia ragionata, cronologia 1914-1943, appendice statistica, notizie sugli autori, indice nomi argomenti località; Cronologia e indice analitico a cura di Alessandro MINIERO, appendice statistica a cura di Stefania SCHIPANI e Martina TEODOLI, ricerca iconografica a cura di Marco ZUCCARI; traduzione del saggio di Paul CORNER di Giovanni FERRARA DEGLI UBERTI; Grandi Opere. ['Mussolini aveva cominciato a preparare la «sua» guerra con scopi ideologici e politici che andavano oltre i tradizionali obiettivi della politica di potenza (11), tra la fine del 1938 e i primi del 1939, collocandola nel quadro dell'incombente scontro delle grandi potenze che difendevano il loro status - Gran Bretagna e Francia - contro quelle che volevano migliorarlo o recuperarlo - Italia e Germania (12). Se ad agosto del 1939 egli non volle combatterla perché gli apparve politicamente oltre che militarmente inopportuna, decise però di dichiararla nel momento in cui gli si offrì l'opportunità di affrontare un solo nemico, la Gran Bretagna - che stava abbandonando il continente e si trovava nella situazione più pericolosa della sua storia di potenza mondiale (13) - invece di due - essendo la Francia invasa dai tedeschi - appena in tempo per non essere tagliato fuori dal vincitore e dai vinti dalle non lontane trattative per la definitiva sistemazione dei nuovi equilibri in Europa e in Africa. Una valutazione che si rivelò errata e costituì un errore politico e militare esiziale, aggravato dal fatto che nel processo decisionale di Mussolini fattori altrimenti determinanti, come gli accordi esistenti o da stringere con l'alleato oppure già presi in considerazione mesi prima, come la preparazione delle forze armate e le condizioni dell'economia non ebbero alcun peso, al pari delle attese della popolazione. Paradossalmente, ciò impedisce di concludere, anche se tali fattori ebbero poi importanza decisiva sul corso degli avvenimenti, che Mussolini ed il regime abbiano sbagliato tipo di preparazione. Posta a confronto con il tipo di guerra che avrebbe dovuto sostenere, e non con quella poi realmente combattuta, la preparazione c'era. Le sue componenti politiche, dottrinali e logistiche, industriali sono relativamente note; sarà dunque soffermarsi soltanto su altre tre componenti meno note e che alle precedenti conferiscono significato: quelle strategiche, relative al piano operativo predisposto; quelle economiche, legate al modello di economia funzionale alla guerra; quelle morali, date dall'atteggiamento degli italiani nell'imminenza del conflitto' [Fortunato Minniti, 'L'ultima guerra: obiettivi e strategie' (pag 583-584)] [(11) E. Gentile, 'La nazione del fascismo. Alle origini del declino dello Stato nazionale', in G. Spadolini (a cura), 'Nazione e nazionalità in Italia', Laterza, Roma-Barin, 1994, pp. 109-112; (12) A. Hillgruber, 'Storia della seconda guerra mondiale. Obiettivi di guerra e strategia delle grandi potenze', Laterza, Roma-Bari, 1989, pp. VII, 3-26. Sul ruolo di potenza dell'Italia, F. Minniti, 'Piano e ordinamento nella preparazione italiana alla guerra degli anni Trenta', in "Dimensioni e problemi della ricerca storica", 1990, n. 1, pp. 123-125; J.J. Sadkovich, 'Anglo-American Bias and the Italo-Greek War of 1940-1941', in 'The Journal of Military History', n. 58, 1994, p. 639; (13) M. Howard, 'La pensée stratégique', in 'Revue d'histoire de la deuxième guerre mondiale', n. 90, 1973, p. 4] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]    
  

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