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La secolare renitenza degli italiani alla coscrizione militare PDF Stampa E-mail
MONTANELLI Indro GERVASO Roberto, Storia d'Italia. Volume 25. Da Waterloo alla Restaurazione. BUR. BIBLIOTECA UNIVERSALE RIZZOLI. MILANO. 1976 pag XVI 179-356 16°  cronologia eventi politici e militari, civili, culturali e artistici, foto illustrazioni; Collana Bur. ['Alcuni storici dicono che se Gioacchino [Murat] perse il trono per il suo doppio giuoco, Eugenio [di Savoia] lo perse per la sua fedeltà. Ci permettiamo di dubitarne, anzi crediamo che lo avrebbe perso comunque. Il Viceré era rientrato dalla campagna di Russia nel maggio del '13, dopo aver esercitato per qualche tempo il comando supremo disertato da Murat. Napoleone lo aveva rimandato in tutta fretta a Milano a preparare la difesa del Lombardo-Veneto dall'attacco dell'Austria che ormai si profilava imminente: un compito che la situazione politica rendeva molto difficile. Del disastro di Russia la gente sapeva poco perché le notizie a quei tempi viaggiavano lente e la censura vigilava. Ma abituati da secoli a fiutare il vento prima che soffiasse, gl'italiani avevano capito ch'esso era girato: lo diceva, se non altro, il mancato ritorno dei soldati. Di 27 mila che n'erano partiti, n'erano rientrati solo un migliaio, e i loro brandelli e il loro racconti non lasciavano dubbi. Questi reduci erano ciò che restava di un esercito la cui formazione era costata una dura lotta contro la secolare renitenza degl'italiani alla coscrizione. I pochi cui si era riusciti a istillare una certa coscienza militare erano stati sperperati nelle gelate steppe russe. E ora che si trattava di sostituirli, i coscritti rispondevano con la diserzione di massa. Gl'italiani non si battevano volentieri nemmeno sotto le bandiere del vincitore; figuriamoci se volevano arruolarsi sotto quelle del vinto. Quelli che accorsero al bando cercarono di compensare i vuoti col coraggio individuale. Ma erano pochi, i soliti pochi di tutte le guerre italiane' (pag 331-332)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Dicembre 1746, a Genova scoppia la rivolta popolare contro gli austriaci PDF Stampa E-mail
MONTANELLI Indro GERVASO Roberto, Storia d'Italia. Volume 22. Roma e Napoli nel '700. BUR. BIBLIOTECA UNIVERSALE RIZZOLI. MILANO. 1976 pag XVIII 326-504 16°  cronologia eventi politici e militari, civili, culturali e artistici, foto illustrazioni; Collana Bur. ['La Genova del Settecento era, dal punto di vista politico, una larva di Stato. Nell'inquieto e mobile scacchiere italiano  era sempre stata una pedina minore, aveva sempre ricoperto un ruolo di comparsa, aveva sempre cercato di mantenersi neutrale, equidistante dai blocchi, gelosa del suo isolamento. Eterno suo spauracchio era il Piemonte, che da secoli anelava ad affacciarsi sul Tirreno e a fare di Genova il proprio porto naturale. Esso incombeva sulla Superba come una spada di Damocle. Infinite furono le guerre e le guerricciole fra i due Stati, alleati ora della Francia, ora della Spagna, ora dell'Austria. L'incendio che divampò in Europa alla morte dell'imperatore Carlo VI vide la Repubblica a fianco della Francia perché il Piemonte era schierato con l'Austria. Era l'estate 1746. Gli eserciti asburgici, sfondate le linee nemiche, dilagarono in Liguria. Il 4 settembre occuparono Sampierdarena. I capi della Repubblica, colti di sorpresa, comunicarono al generale austriaco Brown di dovere, loro malgrado, prendere le armi contro Vienna per "ragioni impellenti di difesa". Brown fece orecchio da mercante e così il suo successore, Botta Adorno, figlio d'un patrizio genovese espulso dalla Repubblica per motivi politici, che non vedeva l'ora di vendicare il padre. Chiese la resa senza condizioni della città, la consegna della guarnigione, una taglia di cinquantamila "genovine", sei senatori in ostaggio e un pellegrinaggio d'espiazione del Doge e degli altri senatori a Vienna. Non contento, rincarò la dose: pretese una indennità di guerra di tre milioni da pagare in tre rate, la prima entro dieci giorni, la seconda entro otto, la terza entro quindici. La Signoria trovò la somma esorbitante e chiese uno sconto. Botta Adorno non solo glielo rifiutò, ma reclamò un altro milione. La popolazione era inviperita, ma il generale non mollò, sguinzagliò le soldatesche al saccheggio e alla violenza, ordinò il sequestro di tutte le armi e munizioni custodite nei depositi cittadini. L'atmosfera si fece tesa. Il governo perse la testa e il controllo della situazione. Scoppiarono i primi incidenti. Il 5 dicembre, un mortaio austriaco sprofondò nella mota. Per muoverlo, i soldati chiesero aiuto ai passanti, ma questi non si scomposero. Improvvisamente, nell'aria volò un sasso, lanciato da uno scugnizzo, il celebre Balilla. Fu il segnale della rivolta, che durò tre giorni. "Il Botta ha la testa dura - disse un patrizio -, ma il popolo l'ha più dura di lui". Il 9 si giunse a un armistizio. Gli Austriaci chiesero rinforzi, i genovesi profittarono della tregua per armarsi meglio. Il governo rifornì sottobanco i ribelli d'armi e munizioni, ma non osò prendere posizione. Il Botta, non vedendo giungere i soccorsi, decise di levare le tende e ripiegare su Novi. Il giorno stesso, un garzone d'osteria, eletto capo-popolo, riconsegnò con aria sprezzante al Doge le chiavi della città' (pag 411-413)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Il modello inglese. La lotta tra Tories e Whigs nell'Inghilterra del Settecento PDF Stampa E-mail
MONTANELLI Indro GERVASO Roberto, Storia d'Italia. Volume 19. Il crepuscolo del Seicento. BUR. BIBLIOTECA UNIVERSALE RIZZOLI. MILANO. 1975 pag XXII 325-506 16°  cronologia eventi politici e militari, civili, culturali e artistici, foto illustrazioni bibliografia indice dei nomi e località, voll. XVII, XVIII, XIX; Collana Bur. ['L'Inghilterra era ormai una nazione che si governava da sé. E si governava appunto attraverso i suoi due partiti, che rappresentavano le due grandi forze, materiali e morali, in cui il Paese era diviso: quella della campagna e dell'agricoltura, i 'Tories'; e quella della città, dell'industria e del commercio, i 'Whigs'. La lotta tra loro era vivace, ma di rado degenerava in scontri frontali. A impedirlo erano la conformazione e il costume delle classi dirigenti, che appunto per questo facevano spicco sul resto dell'Europa e ne venivano prese a modello. Esse erano composte quasi esclusivamente di aristocratici. Ma questi aristocratici non formavano una casta chiusa di parassiti del potere e della ricchezza. Chiunque acquistasse titoli di merito come uomo di Stato, o come finanziere, o come industriale, veniva insignito di un titolo nobiliare ed entrava a far parte della categoria, arricchendola con le sue fresche energie; mentre il figlio cadetto dl nobile, non potendo aspirare al titolo che spettava unicamente al primogenito, cercava di procurarsene un altro dandosi al servizio di Stato, o alla finanza o all'industria. Tutto questo assicurava un continuo ricambio di uomini che, anche quando si combattevano fra loro, difficilmente si dimenticavano di far parte dello stesso sistema, e ne condividevano la mentalità, il linguaggio e i fondamentali interessi. Questo non faceva dell'Inghilterra il regno della giustizia sociale. Il grande anelito democratico e egualitario che aveva animato la rivoluzione di Cromwell si era spento assieme alle passioni religiose del Seicento. Tories o Whigs, le nuove classi dirigenti avevano in comune la religione della ricchezza, e in base ad essa amministravano i diritti individuali. Quello di voto era riconosciuto soltanto a chi avesse adeguati titoli di proprietà, e quindi la massa n'era esclusa. Ma rispetto al resto d'Europa l'Inghilterra appariva la nazione più avanzata, senza esserlo tuttavia al punto da sembrare irraggiungibile. Il suo esempio funziona appunto per questo' ['L'esempio inglese'] (pag 88-89)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

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La grande letteratura russa. L'influenza di Puskin sull'opera letteraria di Gogol PDF Stampa E-mail
MERLIN A. SANTUCCI L.  a cura, Il libro dell'amicizia. ARNOLDO MONDADORI EDITORE. MILANO. 1974 pag 787 8°  premessa appendice indice delle opere citate, indice degli autori e dei principali personaggi. ['Se c'è chi, come Tennyson, libera nel canto il proprio strazio e dalla morte dell'amico attinge il fervore per dettare pagine immortali, c'è per contro altri che sotto questo dolore soccombe per non più rialzarsi. «Non potevo ricevere peggiori notizie dalla Russia. Con Puskin è sparita dalla mia vita la mia gioia suprema. Io non intraprendevo niente senza il suo consiglio. Non ho mai scritto una sola riga senza immaginarlo dinanzi a me, senza domandarmi che cosa egli avrebbe detto, che cosa l'avrebbe fatto ridere, che cosa egli avrebbe definitivamente approvato. Il suo giudizio era l'unico che mi preoccupasse e che sostenesse le mie forze... Dio mio! il mio attuale lavoro, ch'egli mi aveva ispirato, è opera sua!... Non potrò continuarlo... Ho provato diverse volte a riprendere la penna, ma essa mi è caduta dalla mano». La mano che, all'annuncio della morte di Puskin, lascia cadere la penna è quella di Gogol: e la storia ci dice che purtroppo non si trattò di una metafora epistolare. Il senso chiaro e ineluttabile di essere un uomo finito, l'autore delle 'Anime morte' lo ribadisce in una lettera scritta negli stessi giorni allo storico Pogodin: «La mia perdita è più terribile della vostra. Tu piangi come russo, come scrittore, ed io... Io non sono capace di esprimere la centesima parte del mio dolore... I più luminosi momenti della mia vita furono sempre quelli in cui creavo. Orbene, mentre creavo, l'unico che avevo davanti ai miei occhi era Puskin (...). [S]olo la parola di Puskin mi era cara. Io non intraprendevo niente, non scrivevo niente senza un suo consiglio. Devo a lui tutto quello che ho potuto fare di buono. (...)». Soltanto da un solenne impegno preso con Puskin, Gogol attinse le energie per un supremo sforzo di continuare a scrivere. «Devo continuare la mia opera: Puskin mi ha fatto giurare che l'avrei scritta, a lui ne appartiene l'idea. (...)». Ma fu uno sforzo vano. Dalla morte del suo grande amico ed ispiratore, Gogol precipitò in una disperazione che forse non ha uguali nella storia della letteratura' (pag 410-412)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
Gneisenau diceva ai suoi soldati: con un esercito battuto si può ritentare la battaglia PDF Stampa E-mail
NASO Eckart von, Moltke uomo e generale. A. MONDADORI. VERONA. 1943 pag 480 8°  introduzione foto illustrazioni. ['Con Scharnhorst il genio uscì dalla massa agendo poi sulle masse. Da quel momento rimasero invece sullo sfondo e quasi anonimi i condottieri. Questo dovette sperimentare, molto controvoglia, anche il capo di stato maggiore Gneisenau, allorché la gloria spettò al maresciallo Blücher. Gneisenau, al pari di Scharnhorst soldato e generale ad un tempo, fu il primo stratega dell'annientamento che sia stato creato dal secolo diciannovesimo. Vi riuscì compiendo il miracolo di intervenire decisamente in un'azione con truppe già battute. La deviazione verso nord-ovest da Ligny su Waterloo, da lui decisa sulla propria responsabilità per la malattia del generale, fu non meno geniale che audace. Napoleone stesso non l'aveva preveduta, ed essa gli costò la battaglia, la vittoria ed il trono. Gli costò anche l'ordine prussiano dell'Aquila Nera, che fu trovato dopo la battaglia nei suoi bagagli, proprio nel momento in cui Gneisenau diceva ai suoi soldati: «Tutti i generali hanno affermato sinora che con un esercito vinto non si può ritentare la battaglia: voi avete dimostrato l'inconsistenza di quest'affermazione». Questi era Augusto Neidhardt von Gneisenau, liberatore di Kolberg e annientatore di Napoleone. Egli rimase anonimo anche da maresciallo, perché l'intelligenza dello stratega venne oscurata dalla grandiosa figura dell'ussaro. Comunque, al consigliere di Stato prussiano, governatore di Berlino, fu conferita quell'Aquila Nera che egli stesso aveva preso al suo avversario a Waterloo. Ma ecco che in Prussia alle due stelle del morto Scharnhorst e del vivo Gneisenau venne ad aggiungersi un terzo pianeta. Bisognava usare un forte cannocchiale per distinguerne appena i vaghi contorni. Sembrava il più remoto  di tutti e le sue irradiazioni erano interrotte da cerchi di nebbia. Questi era il generale la cui grandezza, prima che giungesse ai posteri, fu nota soltanto alla sua consorte, che ne curava l'eredità: Carlo von Clausewitz, il filosofo della guerra, il più intelligente soldato dell'età sua, allora direttore della Scuola di guerra a Berlino. La nuova schiera dei capi andava allungandosi: Carlo von Grolman e Leopoldo von Boyen furono i satelliti di quel corteo' (pag 62-63)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 


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