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Galileo Galilei criticato, per le sue idee, dagli ambienti scientifici tradizionalisti PDF Stampa E-mail
BIXBY William, L'universo di Galileo e Newton. ARNOLDO MONDADORI EDITORE. MILANO. 1966 pag 152 8°  introduzione, foto illustrazioni iconografia grafici, ringraziamenti, indice nomi argomenti; edizione a cura della redazione della rivista Horizon, consulenza di Giorgio de SANTILLANA; I libri della Caravella.  ['Continuando le sue osservazioni per molti mesi Galileo ebbe la soddisfazione di veder ricomparire le macchie scure sul lato opposto del disco solare. E allora tutto fu chiaro: il Sole ruotava sul suo asse, con quello stesso movimento che Galileo e Copernico attribuivano alla Terra. La scoperta delle macchie solari avrebbe avuto un'enorme portata. Galileo, però, nonostante l'evidenza con cui questa sua nuova scoperta dava credito alla teoria copernicana, non sapeva decidersi se usarla con prudenza o con audacia. Non tenne alcuna lezione su queste sue nuove scoperte davanti agli studenti universitari di Padova. Continuò invece ad insegnare il sistema tolemaico. Ed anche quando si decise a pubblicare qualcuno dei suoi nuovi studi, lo fece senza attaccare direttamente le teorie riconosciute. Ma pur avendo agito con tanta cautela, le sue pubblicazioni suscitarono negli ambienti tradizionalisti grande scalpore. Clavius di Roma, il famoso matematico gesuita, disse con scherno della scoperta delle lune di Giove: «Lasciamo pure a Galileo le sue nuove opinioni. Io rimango delle mie». Due professori, uno di Padova e uno di Pisa, respinsero decisamente le conclusioni di Galileo. Quello di Pisa, Julius Libri, morì nel 1610 rifiutandosi di guardare attraverso un telescopio. E il commento caustico di Galileo fu che se il Libri aveva da vivo rifiutato di credere nei satelliti di Giove, di passaggio ora per il cielo poteva accertarsene direttamente. Uno studioso di Aristotele divulgò questo scritto col quale esprimeva il suo disgusto per le teorie di Galileo: «Non dobbiamo credere che la natura abbia fornito Giove di quattro satelliti per rendere immortali i nomi dei Medici. Si tratta invece delle idee ridicole di uomini disutili che le preferiscono al nostro duro lavoro in difesa della vera teoria dell'Universo. La natura detesta queste situazioni di terribile confusione e questa vanità è veramente deplorevole agli occhi di chi è veramente saggio». Non era però la certezza che le idee di Galileo fossero errate a suscitare lo sdegno di questi ostinati tradizionalisti, quanto la preoccupazione che egli potesse avere ragione' (pag 60)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
La nascita della AFL, la Federazione Americana del Lavoro. Samuel Gompers e Adolph Strasser PDF Stampa E-mail
BRUMM John M.  REEDY Theodore W., Il movimento sindacale negli Stati Uniti. OPERE NUOVE. ROMA. 1952 pag 70 16°  appendice: Quadro cronologico del movimento sindacale negli Stati Uniti. ['Nel 1881, sei delle più importanti unioni di mestiere - quelle dei tipografi, dei siderurgici, dei modellatori, dei sigarai, del falegnami e dei vetrai - e vari altri gruppi operai si riunirono a Pittsburgh, creando la Federazione dei Mestieri Organizzati e delle Unioni Operaie (Federation of Organized Trades and Labor Unions). I suoi dirigenti erano Samuel Gompers e Adolph Strasser, ambedue dell'Unione dei Sigarai. All'inizio la Federazione aveva approssimativamente 45.000 membri; per cinque anni restò debole ed offuscata dal fiorente Ordine dei Cavalieri del Lavoro. Quando i Cavalieri, nel loro Congresso annuale del 1886, si rifiutarono di rispettare la giurisdizione delle grandi Unioni di Mestiere, parecchie di queste ultime si riunirono a Columbus, Ohio, e fondarono la Federazione Americana del Lavoro. La F.O.T.L.U., che trovavasi riunita a Congresso anche essa a Columbus, si fuse col nuovo gruppo. Gompers fu eletto Primo Presidente della nuova Federazione, posto che tenne, con l'interruzione di un anno (1894-95) fino alla morte, avvenuta nel 1924. La forza della AFL si basava anzitutto sulle unioni dei carpentieri, dei sigarai, dei tipografi, dei siderurgici e dei modellatori in ferro, cominciò con circa 138.000 membri nel 1886, e quel numero andò gradatamente raddoppiandosi nei dodici anni seguenti' (pag 17)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
Pareto vede nei fenomeni di frammentazione, di squilibrio la prova che l'evoluzione non č rettilinea PDF Stampa E-mail
BUSINO Giovanni, Vilfredo Pareto e l'industria del ferro nel Valdarno. Contributo alla storia dell'imprenditorialità italiana. BANCA COMMERCIALE ITALIANA. MILANO. 1977 pag 920 8°  note grafici tabelle appendice: lettere di Vilfredo Pareto; indice grafici, tabelle, nomi di persona, nomi di imprese individuali, società, enti e di luogo, indice materie, indice delle lettere di Vilfredo Pareto; Studi e ricerche di storia economica italiana nell'età del Risorgimento. ['Rispetto a un Karl Marx, ad un Auguste Comte, ad un Herbert Spencer (1) e ad un Émile Durkheim che miravano, per esprimerci molto sommariamente, a spiegare le tendenze secolari della società, Vilfredo Pareto presta attenzione piuttosto a problemi più modesti e circoscritti. Egli s'interessa ai cambiamenti nelle condizioni e nei modi di vita, nell'organizzazione sociale del paese, insomma limita la sua analisi all'azione storica, cioè alle persone ed ai partiti che condizionano l'orientamento della società, che fanno la storia. Il che, evidentemente, lo porta a trascurare i fattori di cambiamento, i cui interessi, i cui valori, le cui ideologie gli appaiono allora determinanti e condizionanti il divenire della società. Donde l'attenzione quasi esclusiva che porta all''élite' sociale, e più particolarmente all''élite' dirigente che detiene le leve del potere, il che gli impedisce d'elaborare una vera analisi della modernizzazione del paese, e anzi gli preclude la via alla costruzione di un giudizio analitico del processo reale e concreto di sviluppo dell'economia e della società italiane. Senza dubbio Pareto non s'accorge punto che l'affarismo, le speculazioni, la gallofobia, i singulti nazionalistici sono conseguenze del processo di modernizzazione del paese, dello scontro tra norme e valori vecchie e norme e valori nuovi. Questo scontro dà luogo sempre ad una frammentazione della vita sociale, vale a dire che gli elementi vecchi e gli elementi nuovi non riescono ad integrarsi in maniera adeguata. (...) Certo che il non aver riconosciuto tutto ciò attribuisce al pensiero di Pareto l'ambivalenza e l'ambiguità, che quasi tutti gli studiosi contemporanei concordano nel mettere in risalto in tutti i suoi scritti. Da un lato, le sue analisi degli agenti storici del cambiamento sociale sono d'un realismo davvero impressionante e d'una crudezza affascinante, da un altro lato queste stesse analisi sboccano in una forma di profetismo (...). Tutti sanno che Auguste Comte considerava inevitabile il progresso verso una società più pacifica e più giusta; che Herbert Spencer intravedeva la nascita di una società liberale ed individualista, pacifica e industrializzata; che Marx ed Engels auspicavano e lottavano per una società più armoniosa, più libera, più giusta, senza oppressori né oppressi, che avesse eliminato definitivamente qualsiasi forma di stratificazione classistica. Pareto, invece, vede nei fenomeni di frammentazione e di squilibrio, che la società contemporanea appalesa, la prova che l'evoluzione non è rettilinea né continua, ma al contrario che il movimento sociale è ciclico' (pag 241-242-243)] [(1) Cfr. C. Barbé, 'Progresso e sviluppo. La formazione della teoria dello sviluppo e lo sviluppo come ideologia (Auguste Comte - Herbert Spencer), Torino, Giappichelli, 1974] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
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I 45 mesi di effettiva convertibilitā della lira e di libertā dei movimenti di capitali PDF Stampa E-mail
DE-CECCO Marcello  a cura, L'Italia e il sistema finanziario internazionale, 1919-1936. EDITORI LATERZA. ROMA BARI. 1993 pag XII 1195 8°  presentazione di Carlo Azeglio CARLI, abbreviazioni, elenco dei fondi archivistici, introduzione di Marcello DE-CECCO (pag 3-103) , tavole e grafici; avvertenze; Documenti e note a cura di Pier Francesco ASSO, Marcello DE-CECCO, Efisio ESPA e Gabriella REITANO; cronologia; Ministri responsabili dei dicasteri economici; Direzione della Banca d'Italia; Biografie dei personaggi citati; Opere citate; indice cronologico e sintesi dei documenti; indice dei nomi; indice degli enti e istituzioni; indice analitico; Collana storica della Banca d'Italia, comitato di coordinamento: Paolo BAFFI Guido CARLI Carlo Azeglio CIAMPI Pierluigi CIOCCA Franco COTULA Antonio FINOCCHIARO Giorgio SANGIORGIO consulente scientifico per la serie documenti Carlo M. CIPOLLA. ['Ma il vero vincitore è senza dubbio Strong [Benjamin, banchiere americano, governatore della Fed, ndr], che, pur dovendosi impegnare duramente di persona, e anche eccedendo il mandato ricevuto dal suo Consiglio, ha preso definitivamente in pugno il timone del sistema monetario internazionale, relegando Norman [Montagu Collet, governatore della Bank of England] a una posizione di comprimario. Il suo regno incontrastato durerà, tuttavia, meno di un anno, fino alla sua prematura scomparsa. E la scomparsa di Strong, unita alla posizione di 'leadership' da lui acquisita per il suo paese e per la sua banca sul sistema monetario internazionale, contribuiranno in maniera importante forse a determinare, ma certamente ad aggravare, gli squilibri che portano al crollo dell'edificio costruito dallo stesso Strong quando al posto di quest'ultimo si insedia un successore assai poco portato ad ereditarne il «fardello». E' interessante ricercare, nei documenti, quanto duri la figura del banchiere centrale indipendente che Norman ha richiesto per il governatore italiano e che Strong ha convinto Mussolini a concedere a Stringher [Bonaldo, governatore della Banca d'Italia, ndr]. Si è già detto che Volpi [Giuseppe, ministro delle finanze, ndr] ha capito che è ora di cambiare registro nei confronti della Banca d'Italia sin dalla visita di Strong a Roma, nel maggio 1926. Ma la consacrazione ufficiale del nuovo ruolo di Stringher e del suo istituto ha luogo in occasione del trionfale resoconto che Volpi fa della riforma monetaria nella seduta del Senato del Regno del 17 febbraio 1928. Volpi descrive tutto l'iter della riforma monetaria come univocamente diretto a collocare la Banca d'Italia al centro del sistema monetario e creditizio italiano e a farne l'unico tramite tra questo e il sistema monetario internazionale. Egli addita Bonaldo Stringher alla gratitudine della nazione per avere, «con fervore instancabile dato tutta la sua esperienza, la sua reputazione, la sua fede per l'attuazione di questa grande impresa dell'Italia fascista». Volpi afferma che d'ora in avanti la Banca d'Italia potrà esercitare tutte le prerogative di vera banca centrale che il regime fascista le ha concesso, libera com'è dalle pastoie precedenti nei confronti del Governo e abilitata a regolare da sola il mercato monetario e creditizio e a vigilare su quest'ultimo per i poteri conferitile dalla riforma bancaria del 1926. Ma nello stesso discorso Volpi celebra anche l'assoluta essenzialità, per l'attuazione della riforma monetaria, della peculiarissima forma di politica dei redditi e dei prezzi adottata dal regime. Senza di essa non si sarebbe potuto risolvere il «problema di giustizia sociale distributiva» mediante la fissazione della parità a un livello elevato. Parole, quelle di Volpi, che abbiamo visto già usate d Strong nel suo incontro con Mussolini. Ad esse il ministro aggiunge una ulteriore affermazione della necessità di rivalutare per giovare alla peculiare struttura economica del paese, al presente, e per molti anni ancora, grande importatore di merci essenziali. A questo è servita e servirà ancora la «politica dei prezzi e salari» coercitiva del fascismo. A questo sono serviti i controlli, tradizionali e non, sui cambi e sul movimento dei capitali, per i quali egli fa intravedere una dismissione assai graduale. Il messaggio è dunque chiaro. L'Italia si può permettere il lusso di partecipare al nuovo ordine monetario internazionale e di avere un sistema monetario e bancario degno di un paese sviluppato, con al centro una banca centrale vera e autonoma, e con un cambio assai più elevato di quel che molti ritengono saggio, solo perché il fascismo, coi suoi metodi di persuasione dell'opinione pubblica e con la proibizione di tutte le manifestazioni di difesa sindacale, con l'instaurazione del dirigismo corporativo, lo ha reso e lo rende possibile. Peculiare visione, ma certo non lontana dalla realtà. Alla banca centrale è concesso di comportarsi come se si trovasse in un paese a regime economico liberista, così come dettato dalla filosofia di Strong e Norman, solo perché le conseguenze negative di tale liberismo sono esorcizzate dalla presenza vigile del dirigismo fascista. Il fascismo crede di avere così acquistato le capacità di camminare sul filo, coniugando funambolicamente tra loro il liberismo monetario interno e internazionale, che serve ad acquistare prestigio internazionale e, si spera, a convincere i capitali stranieri a collocarsi in Italia, e la difesa dei risparmiatori, ottenuta mediante un cambio eccessivamente elevato, senza dover pagare un prezzo troppo alto in termini di recessione industriale e disoccupazione. Queste funamboliche capacità il fascismo le dispiegherà in maniera abbastanza convincente fino alla grande crisi del 1931, fino a quando non sarò lo stesso Norman, rimasto solo al centro del sistema senza tuttavia la forza finanziaria degli Stati Uniti, a dover gettare la spugna. Nei quarantacinque mesi che vanno dal ritorno della lira alla convertibilità alla svalutazione della sterlina, sembra in effetti che Stringher e poi brevemente Vincenzo Azzolini [direttore generale di Bankitalia, ndr], che ne prende il posto alla sua morte, abbiano la libertà di comportarsi secondo il decalogo di Norman-Strong. Nel 1930, con una decisione difficilmente spiegabile, e forse motivata dalla speranza che si riescano così ad attirare capitali in Italia, il Governo italiano decide addirittura di instaurare la piena libertà valutaria. Tra questa misura veramente anacronistica e le prime misure di controllo amministrativo di cambi e capitali che lo stesso Governo è costretto a prendere, passa solo un anno (si vedano le note 3 e 4 al doc. 217). Gradualmente, come vedremo, le misure si fanno sempre più esigenti ed ufficiali. E di libertà di movimenti di capitale se ne riparlerà solo nel 1990. I quarantacinque mesi della effettiva convertibilità della lira coincidono con uno dei periodi più turbinosi che l'economia mondiale ha attraversato nei nostro secolo' [dall'introduzione di Marcello De Cecco] (pag 81-82-83)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
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Dietro a Walther Rathenau possiamo scorgere la particolare vicenda del capitalismo tedesco PDF Stampa E-mail
CAVAZZUTI Francesco, Capitale monopolistico, impresa e istituzioni. Le teorie giuridiche e ideologie. SOCIETA' EDITRICE IL MULINO. BOLOGNA. 1974 pag 154 8°  introduzione note indice nomi; Collana Studi e ricerche. Francesco Cavazzuti è nato a Modena nel 1939. Attualmente è professore incaricato di Diritto commerciale presso la Facoltà di Economia e Commercio dell'Università di Modena. E' autore di numerosi contributi apparsi nelle principali riviste giuridiche italiane. ['Dietro a [Walther] Rathenau possiamo scorgere facilmente la particolare vicenda del capitalismo tedesco (15), specie nella sua fase del capitalismo di guerra (16). In Germania la nascita e l'affermazione del sistema capitalistico, sin dai suoi inizi, ebbe, di caratteristico il fatto che l'autoritarismo prussiano svolse una funzione di primo piano nella formazione e nello sviluppo dell'industria moderna tedesca (17). Ciò che in altri paesi si sviluppava per opera di una borghesia liberale che allo stato attribuiva unicamente la funzione 'of granting contracts', in Germania avveniva anche direttamente all'insegna della stretta alleanza fra grande industria e pubblici poteri (18) culminante nella politica degli armamenti (19). Di questa specificità della storia del capitalismo in Germania è un esempio indicativo che solo nel 1923 si giunge a una, peraltro assai debole, legislazione anticartellistica (20), mentre per tutto il periodo precedente i processi di concentrazione erano stati espressamente favoriti dai pubblici poteri (21); tendenza che si era ulteriormente rafforzata nel corso del primo conflitto mondiale durante il quale il processo di concentrazione e razionalizzazione dell'economia aveva costituito il presupposto e lo strumento dello sforzo bellico (22). Si comprende allora come le opinioni di Rathenau (23), che vengono, particolare di non secondaria importanza, espresse negli anni attorno al primo conflitto mondiale, insistano sull'impresa come «colonna dello Stato», portatrice di interessi obiettivi, svincolata dalle remore «utilitaristiche» degli azionisti. Si comprende come Rathenau affermi che la stessa forma azionaria non è più rispondente al profondo mutamento verificatosi. Gli interessi pecuniari  dei piccoli azionisti diventano un ostacolo al raggiungimento di scopi che ormai trascendono il «lucro» per coincidere invece con quello generale del paese (24)' (pag 17-19) [(15) Sul che si veda Böhme, 'L'ascesa della Germania a grande potenza', Milano-Napoli, 1970. Sullo stesso argomento restano ancora di grande interesse le osservazioni di Veblen, 'La Germania imperiale e la rivoluzione industriale', a cura di F. De Domenico, Torino, 1969; (16) Cfr. 'L'economia nuova', cit., p. 93: «la nostra economia di guerra, sebbene in singoli luoghi possa essere fallita ed anzi essersi demolita, offre appunto la dimostrazione, se la si osserva rettamente, che i sistemi apparentemente più immutabili possono essere trasformati non in una sola, ma in molte maniere e che lo Stato, in quanto esso sia opportunamente diretto, può coi suoi organi e le sue istituzioni adattarsi e muoversi efficacemente in ogni campo del lavoro»; (17) Il fenomeno si accentuò, dopo una parentesi liberista (c.d. periodo Delbrück), a seguito della crisi del 1873 (cfr. Böhme, 'L'ascesa della Germania', cit., pp. 352 ss.) che portò alla organizzazione, prima, alla fondazione della Federazione dell'industria pesante (1874), poi della Confederazione generale dell'industria tedesca (1875) e quindi ad una generale riconversione della politica economica in senso protezionista e di stretta alleanza fra grande industria e apparato statale; (18) La specificità della politica economica perseguita dai governanti prussiani «è ancora di tipo cameralistico» scriveva Veblen, 'La Germania imperiale', cit., p. 490: questo autore poco dopo aggiungeva: «In perfetto accordo con le tradizioni cameraliste e con la linea politica perseguita con un così ragguardevole successo dalla lunga successione degli statisti prussiani, il governo degli Hohenzollern nella Germania imperiale ha posto correntemente le esigenze dello stato, o della dinastia, a supremo oggetto della su cura... si trattava però di una saggezza dinastica e quindi di una politica sostanzialmente mercantilistica, o perfino cameralistica». Si veda in proposito anche quanto afferma Pietranera nella 'Introduzione' a Hilferding, 'Il capitale finanziario', Milano, 1961, p. XXXVI, sul periodo antecedente il 1870: «In Germania, nell'ambito della politica mercantilistica, lo Stato aveva una funzione attiva nel promuovere la fondazione della società per azioni. Molto più tardi, prevalse ancora, nel campo del diritto societario, il principio che la fondazione di una società azionaria derivasse sempre da una «concessione» statale e tale concezione perdurò sino al 1870... Il che costituisce un'anticipazione formale del rapporto fra Stato e Capitalismo finanziario che ha forse richiamato l'attenzione di Hilferding». E' chiaro che nella storia tedesca la specificità non è tanto rappresentata, quanto alle modalità di fondazione delle società per azioni, dal particolare intervento statale nell'epoca mercantilistica: la vicenda delle grandi 'companies' inglesi ed olandesi del secolo XVII ci dà in questo senso esempi ben più rilevanti; essa discende piuttosto dal perdurare di tali modalità anche in un periodo dove negli altri paesi, la costituzione delle società per azioni si era ormai svincolata da ogni remora pubblicistica; (19) Cfr., sul punto, Fischer, 'Assalto al potere mondiale. La Germania nella guerra 1914-1918', a cura di E. Collotti, Torino, 1965, p. 11 ss., dove si trova un ampio panorama sul ruolo svolto da stato e grande industria nella formulazione della politica imperialistica tedesca; (20) Cfr. Liefmann, 'Die Unternehmungen und ihre Zusammenschlüsse', II. Kartelle, Konzerne und Trusts', Stuttgart, 1930, pp. 203 ss; (21) Vedi quanto dice Fischer, 'Assalto al potere modiale', cit., p. 17, sulla definitiva affermazione dei cartelli e delle grandi società per azioni in corrispondenza dell'introduzione del protezionismo doganale nel 1879. Sulla funzione dei cartelli nella pianificazione dello sforzo bellico tedesco cfr Liefmann, 'Die Unternehmungen', cit., pp. 117 ss.; (22) Si noti che Rathenau, personalmente, giocò un ruolo non irrilevante sia nella formulazione degli obiettivi della politica imperiale tedesca (la formazione di una «Mitteleuropa» sotto l'egemonia germanica e l'espansione coloniale per la formazione di un'Africa centrale tedesca), sia come organizzatore dello sforzo bellico (dal 1914 gli venne affidata la direzione della Divisione per le materie prime belliche presso il Ministero della Guerra). Cfr. Fischer, 'Assalto al potere mondiale', cit., pp. 28, 111, 128, 185 s., 299; (23) Queste vennero esposte principalmente nell'opera 'Vom Aktienwesen-Eine geschäftliche Betrachtung', in Gesammelte Schriften, Berlin, s.d. (ma 1925), vol. V, della quale si cita la trad. it. a cura di L.M. e A.M. in «Riv. soc.», 1960, pp. 918 sa. Ciò che Rathenau prospetta come un modello era stato già in precedenza oggetto di quella che resta una indagine fondamentale sul ruolo della grande società per azioni nel quadro dell'economia capitalistica. Mi riferisco ad Hilferding, 'Il capitale finanziario', cit., pp. 121 ss. Tutti i temi della polverizzazione della proprietà azionaria, della trasformazione della posizione del socio in quella di semplice titolare di un diritto di credito sono trattati nell'opera di questo scrittore, il quale anticipa la problematica propria della grande impresa nei motivi che verranno poi via via toccati dalla letteratura successiva. Già del resto Marx, 'Il capitale', 1965, vol. I, p. 687, e vol. III, pp. 517 ss, aveva individuato nella società per azioni lo strumento principale della concentrazione dei capitali. Come è noto per Marx (vedi Pietranera, 'Introduzione', cit., p. XLI) la società per azioni fa parte del sistema creditizio nel suo complesso che include oltre che le banche vere e proprie anche ogni altra istituzione finanziaria; Marx (così Pietranera, 'Introduzione', cit., p. XLIII) «rileva che, con la formazione della società per azioni, si ha la trasformazione del capitalista realmente operante, in semplice dirigente, amministratore dei capitali altrui». Anche se in queste sede non si possono richiamare le differenze fra la impostazione di Marx e quella di Hilferding, (sul che vedi sempre Pietranera, 'Introduzione' cit., p. XLIII), va comunque sottolineato che il secondo degli autori citati insiste particolarmente ('Il capitale finanziario', cit., pp. 142 ss.) sulla funzione della banca mista nella formazione delle grandi concentrazioni industriali e sulla crescita di un apparato di burocrati non proprietari in posizione di dominio sulla società: tema questo che rappresenterà il filo conduttore, anche se in chiave radicalmente diversa, di tutto il pensiero c.d. managerialista] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]



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