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'L'eterna retorica esibizionistica dell'intellettualoide italiano di tutti i tempi' PDF Stampa E-mail
PERTICONE Giacomo, La formazione della classe politica nell'Italia contemporanea. EDIZIONI LEONARDO - CASA EDITRICE G.C. SANSONI. FIRENZE. 1954 pag XXIII 266 8°  elenco opere autore, premessa: 'La classe dei tecnici e la classe politica', introduzione 'Storia politica e storia della classe politica', note; Collana Studi storici e politici. ['In questi anni 1919-21 si ripresentano tutti i problemi del Risorgimento, negli stessi termini di mezzo secolo avanti. E si ripresentano nelle stesse condizioni, vale a dire senza che il paese possa attingere a una sua riserva di forze morali, capaci di trasformare la quotidiana lotta per la vita e la rissa dei partiti, in un serio impegno, in un compito storico, che sia suo, il compito storico dell'Italia nel mondo contemporaneo. (...) Il primo Dopoguerra annunciò bruscamente la gravità e l'urgenza di problemi sociali che erano stati abbandonati al trattamento di una serie di temporeggiatori. Ora non si poteva più restare inerti e aspettare che le questioni si assestassero e si risolvessero da sé; ora bisognava decidersi e governare, cioè bisognava comandare e obbedire e assumersi tutta la responsabilità storica di una trasformazione sociale. (...) Le vecchie 'élites' del 1915 si fecero avanti dopo il 1918, ciascuna con la sua formula. Vi era una 'soluzione giolittiana' per il compromesso parlamentare, sulla base di un indebitamento delle classi uscite dalla guerra con grandi ambizioni, da una parte le organizzazioni operaie irrompenti sul piano politico, dall'altra le falangi di smobilitati della media e piccola borghesia ansiosa di comando. Vi era poi la 'soluzione nittiana' della grande rinuncia, della limitazione dei consumi e degli sperperi, dell'accrescimento della produzione, in cui tutte le classi si sarebbero sentite solidali come se tutte ne potessero sentire ed apprezzare i vantaggi. Vi era la 'soluzione nazionalista', che puntava sui diritti inalienabili della vittoria, e sugli immancabili riconoscimenti che se ne sarebbero dovuti imporre, non si sa bene con quali mezzi, agli alleati ed associati. Il metodo paternalistico, che era soltanto sottinteso delle due prime soluzioni, in quanto i demo-liberali delle varie scuole tenevano in conto gli istituti rappresentativi, nella terza soluzione, diventava preminente ed unico, poiché solo l'onnipotenza dell'esecutivo poteva rimuovere gli ostacoli che sorgevano sulla sua strada. L'insufficienza di queste soluzioni è rivelatrice dell'insufficienza della «classe politica» e dei suoi gruppi dirigenti, che continuavano a ragionare o comunque a parlare nel Dopoguerra nei termini di quietismo, compatibili con la situazione dell'Italia, avanti il 1914. (...) I quadri della nuova classe politica venivano dalla guerra: organizzatori e propagandisti che vengono dalla trincea. Era la retorica, l'eterna retorica esibizionistica dell'intellettualoide italiano di tutti i tempi. Ma alla retorica seguiva ora l'azione diretta: cioè l'attacco a uomini, partiti, istituzioni e simboli del pacifismo e del neutralismo, come difesa armata delle classi che la rivoluzione socialista colpiva a fondo e che la rivoluzione cattolica non mancava di minacciare. Agli agitatori, in cerca di fortune politiche, si dovevano aggiungere i difensori del privilegio economico, anche questi in nome di un 'superiore interesse', l'interesse della produzione e della potenza del popolo italiano. Ed il circolo era chiuso. Attorno ad esso potevano gravitare i relitti della classe spodestata, ansiosi di inserirsi nel nuovo sistema' (pag 140-141)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

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Il principio che è a base di tutta la struttura dei poteri divisi: solo il potere arresta il potere PDF Stampa E-mail
ARENDT Hannah, Sulla rivoluzione. EDIZIONI DI COMUNITÀ. MILANO. 1983 pag LXXVII 339 8°  introduzione di Renzo ZORZI, introduzione: 'Guerra e rivoluzione', note, bibliografia, indice nomi; traduzione dall'inglese di Maria MAGRINI. Hannah Arendt (1906-1975) fu allieva di Heidegger, Bultmann e Jaspers. Emigrata a Parigi all'avvento del nazismo, nel 1941 si trasferì negli Stati Uniti. Docente all'Università di Chicago e, dal 1968, alla New School for Social Research di New York, è autrice di molte opera alcune tradotte anche in Italia. [Divisione o equilibrio dei poteri. 'È noto che in questi dibattiti nessun problema ebbe una parte tanto importante quanto il problema della divisione o equilibrio dei poteri; ed è perfettamente vero che la nozione di questa divisione non fu affatto scoperta esclusiva di Montesquieu. In realtà l'idea stessa - ben lungi dall'essere conseguenza di una visione del mondo meccanica, newtoniana, come qualcuno recentemente suggeriva - è molto antica: la troviamo, almeno implicitamente, nella tradizionale descrizione delle forme miste di governo, e si può quindi farla risalire ad Aristotele, o almeno a Polibio, che forse fu il primo a rendersi conto di alcuni vantaggi insiti nei controlli e negli equilibri reciproci. Sembra che Montesquieu non fosse a conoscenza di questi precedenti storici; si era orientato in base a ciò che riteneva essere la struttura unica ed esclusiva della costituzione inglese; e non ha importanza oggi, come non ne aveva neppure nel diciottesimo secolo, che egli abbia o non abbia interpretato questa costituzione nel modo corretto. La scoperta di Montesquieu infatti concerneva effettivamente la natura del potere: e questa scoperta è in contraddizione così flagrante con tutte le nozioni convenzionali sull'argomento che è stata quasi totalmente dimenticata, malgrado abbia in larga misura ispirato la fondazione stessa della repubblica americana. Questa scoperta, contenuta in una sola frase, enuncia il dimenticato principio che è a base di tutta la struttura dei poteri divisi: solo "il potere arresta il potere", ossia dobbiamo aggiungere, senza distruggerlo, senza porre l'impotenza al posto del potere (19)' (pag 168-169)] [(19) La frase si trova in 'Esprit des Lois', XI, 4 (trad. it., cit., p: 206) (...)] ['Montesquieu distingue fra libertà filosofica, che consiste "nell'esercizio della volontà" (''Esprit des Lois', XII, 2) e libertà politica, che consiste nel 'pouvoir faire ce que l'on doit vouloir' (ibidem, XI, 3), in cui l'accento è sulla parola 'pouvoir' (...) [Nota 17 (pag 167)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

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La rivoluzione di Ottobre, il crollo dell'impero ottomano e le trattative di Brest-Litovsk PDF Stampa E-mail
McMEEKIN Sean, Il crollo dell'Impero ottomano. La guerra, la rivoluzione e la nascita del moderno Medio Oriente, 1908-1923. EINAUDI. TORINO. 2017 pag XIV 552 8°  introduzione elenco delle cartine nota dell'autore ringraziamenti, foto illustrazioni, note bibliografia indice nomi e località; Collana La Biblioteca.  Sean McMeekin insegna Storia al Bard College, New York. Per alcuni anni ha insegnato all'Università Koç di Istabul e all'Università Bilkent di Ankara. Ha pubblicato: 'The Berlin-Baghdad Express','The Russia Origins of the First World War', 'July 1914'. ['Tra tutti i miracoli in punto di morte che avevano salvato l'Impero ottomano nell'era moderna, la rivoluzione di Lenin fu sicuramente il più grande. L'inverno precedente aveva visto la Turchia agli sgoccioli, mentre la Gran Bretagna e la Francia erano pronte a reclamare ciò che restava della carcassa ottomana. Con le armate russe che si stavano sciogliendo, Talât Pascià, ora gran visir, pensava che il colpo di Lenin avesse «aperto le porte alla realizzazione dell'Impero orientale turco». Quotidiani ottomani equilibrati come «Sabah» e «Tasvir-i-Efkar» discutevano dell'«immediato recupero di terre nell'Anatolia orientale e in Transcaucasia». Tradotto in politica, ciò significava che i diplomatici ottomani inviati ai negoziati per l'armistizio a Brest-Litovsk potevano chiedere non soltanto la restaurazione dei confini del 1914 tra Turchia e Russia, ma anche quelli del 1877, compresa l''Elviye-i-Selâse', le «tre province» di Kars, Ardahan e Batumi conquistate della Russia dopo l'ultima guerra russo-ottomana. Persino Baku, centro dell'industria petrolifera russa e porta del Mar Caspio e dell'Asia centrale turca, adesso poteva entrare in gioco, anche se lì i turchi avrebbero dovuto competere con i loro alleati tedeschi, che volevano il petrolio. Dopo un periodo orribile nel 1916, Enver sembrava destinato a entrare nella storia come il più grande turco vivente, l'uomo che aveva sconfitto l'acerrimo nemico dell'impero a nord. Ovviamente, trasformare Enver Pascià in un eroe «Gazi» non era proprio quello che i bolscevichi avevano in mente di fare prendendo il potere. Dalla prospettiva di Lenin, andava benissimo che il cessate il fuoco avesse accelerato la disintegrazione delle armate zariste, eliminando il tal modo l'arma più pericolosa della controrivoluzione. Ma ciò non significava che voleva consentire ai nemici della Russia di costruire i propri imperi a sue spese' (pag 368)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]     
  

 
'Sull'origine delle comunità ebraiche in Europa Orientale' PDF Stampa E-mail
OVADIA Moni, L'ebreo che ride. L'umorismo ebraico in otto lezioni e duecento storielle. EINAUDI. TORINO. 1998 pag 224 16°  Confessione, glossario, note; Einaudi Tascabili, Stile libero. Moni Ovadia è nato a Plovdiv, in Bulgaria, nel 1946 da una famiglia ebraica. Nel 1993 si impone al grande pubblico con 'Oylern Goylem', sorta di teatro musicale in forma di cabaret (...). ['Un altro evento storico influisce, a parere di alcuni studiosi, sull'aggregarsi delle comunità ebraiche dell'est-Europa e sulla loro consistenza numerica: la dissoluzione dell'impero dei Khazari. Di origine etnica incerta, forse turco-finnica, i Khazari, giunti verso la metà del VI secolo nelle steppe del Caucaso, vi fondarono un potente impero che si estendeva dal basso Volga al medio Dnepr comprendendo la Crimea con capitale Itil' sul delta del Volga. Dediti al commercio, i Khazari godettero di grande fioritura economica grazie agli stretti rapporti con i Bizantini, con i quali frequentemente si allearono, arrivando anche ad imparentarsi con essi. Collocati in prossimità di due grandi imperi - come appunto quello bizantino e quello della potenza araba, entrambi sorretti culturalmente e spiritualmente da due religioni forti e monoteiste come il cristianesimo e l'islamismo - i Khazari sentirono il bisogno di emanciparsi da una «debole» fede animista e si rivolsero verso l'unica fede monoteista a portata di mano che non avrebbe potuto creare loro problemi di influenza egemonica: l'ebraismo. È documentato che verso la fine del 700, Re Bulan, 4.000 nobili della corte e una parte della popolazione si convertirono all'ebraismo. Una testimonianza di questo evento è il dialogo filosofico 'Il Khazaro o il re dei Khazari' di Guido Levita. Questa conversione non sortì, come d'abitudine in questi casi, devastanti effetti di intransigenza, perché i regnanti khazari mantennero nei confronti degli altri due monoteismi - così come verso l'antica fede animista - spirito di tolleranza e parità di diritti. Nel IX secolo, sotto i colpi prima dei magiari e poi dei russi, iniziò la loro decadenza, che doveva concludersi con la dissoluzione definitiva dell'impero khazaro nei primi due decenni del X secolo' (pag 29)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
 
Pearl Harbor: attraverso quattro intercettazioni, Roosevelt apprese dell'azione militare giapponese PDF Stampa E-mail
STINNETT Robert B., Il giorno dell'inganno. La verità su Pearl Harbor. IL SAGGIATORE. MILANO. 2004 pag 479 8°  personaggi, prefazione, appendice A. Proposta d'azione di McCOLLUM; appendice B. Ricerche per 'Il giorno dell'inganno'; appendice C. Una serie di avvenimenti del governo degli Stati Uniti; appendice D. Documenti scelti dei servizi informativi, 1940-1941; appendice E. Trentasei americani autorizzati a leggere le intercettazioni diplomatiche e militari giapponesi nel 1941; note, foto illustrazioni, indice nomi argomenti località; Collana Net Storica. 'Questo libro è dedicato allo scomparso esponente democratico del Congresso John Moss (rappresentante della California), a cui si deve la legge sulla libertà di informazione (Freedom of Information Act). Senza tale legge, questo libro non avrebbe visto la luce. Robert B. Stinnett, militare nella Marina degli Stati Uniti dal 1942 al 1946 e più volte decorato, ha lavorato come giornalista e fotografo per la Dakland Trbune fino al 1986, quando si è dimesso per dedicarsi al libro su Pearl Harbor. Esperto della guerra del Pacifico, ha collaborato con la BBC e la rete giapponese NHK'. ['Dopo il ritorno alla Casa Bianca, il 1° dicembre, Roosevelt discusse per più di un'ora con il ministro della Marina Knox, il segretario di Stato Hull e con l'ammiraglio Stark, l'unico ufficiale militare presente. Almeno quattro messaggi diplomatici tra Giappone e Germania attendevano il presidente. Durante l'ultima settimana di pace, il ministro degli Esteri giapponese, Shigenori Togo, il suo ambasciatore in Germania, il barone Hiroshi Oshima, e l'ambasciatore di Washington Kichisaburo Nomura, furono loquaci nelle loro trasmissioni puntolinea come lo era stato l'ammiraglio Nagumo (12). Attraverso queste quattro intercettazioni, Roosevelt apprese che l'azione militare giapponese era vicina. Tutte e quattro furono raccolte da una delle postazioni di ascolto del Pacifico, la stazione SAIL di Seattle, che ascoltò di nascosto le trasmissioni radio del ministro degli Esteri e i messaggi inviati in codice Purple, il più sicuro dei sistemi di codifica per le missioni diplomatiche d'oltreoceano. Un'intercettazione della stazione SAIL del 28 novembre riporta: "Nel giro di pochi giorni i negoziati tra Stati Uniti e Giappone saranno di fatto interrotti, non date l'impressione che i negoziati siano già cessati". Seguirono altri due dispacci di Togo; contenevano istruzioni per l'ambasciatore Oshima a Berlina e fornivano ulteriori informazioni circa le intenzioni del ministro degli Esteri. Erano diretti a Adolf Hitler e al suo ministro degli Esteri, Joachim von Ribbentrop. Uno di questi dispacci recitava: "Comunica loro in massima segretezza che esiste un serio pericolo che la guerra possa scoppiare improvvisamente tra le nazioni anglosassoni e il Giappone attraverso qualche scontro d'armi. Potrebbe accedere più in fretta di quanto si possa immaginare". Roosevelt chiese una copia del messaggio da conservare nel suo archivio personale (13). Sebbene nessuno dei dispacci in codice Purple citati sopra menzionasse Pearl Harbor come bersaglio dell'attacco, una quinta intercettazione ricevuta a metà settimana avrebbe eliminato qualsiasi dubbio' (pag 209)] [(12) Cfr. i messaggi del ministro degli Esteri Shigenori Togo in PHPT 12 pag. 195 (Togo all'ambasciatore Nomura a Washington: "Non dia l'impressione che i negoziati si siano interrotti", 28 novembre 1941), pag 204 (un messaggio in due parti dall'ambasciatore Oshima a Berlino: "Comunichi a Hitler che esiste un estremo pericolo che scoppi la guerra con gli Stati Uniti", 30 novembre 1941), pag. 206 (Togo all'ambasciatore Oshima a Berlino: "gli Stati Uniti considerano il Giappone un nemico", 30 novembre 1941), pag. 208 (Togo all'ambasciatore Nomura a Washington: "Per impedire che gli Stati Uniti diventino eccessivamente sospettosi dica che i negoziati sono ancora in corso", 1° dicembre 1941); (13) Per la richiesta di F.D.R. di avere una copia del dispaccio di "estremo pericolo", cfr. Feis, Herbert, 'The Road to Pearl Harbor', Princeton University press, 1950, pag 346] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 

 
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