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I dilemmi del Giappone alla vigilia della guerra del Pacifico, 1941-1945 PDF Stampa E-mail
EVELANT Andrea, Il Giappone moderno dall'Ottocento al 1945. EINAUDI. TORINO. 2018 pag XV 567 8°  prefazione introduzione avvertenza grafici note cronologia bibliografia indice nomi indice argomenti e località; Collana La Biblioteca. Andrea Revelant insegna storia del Giappone all'Università Ca' Foscari di Venezia. E' autore di 'Sviluppo economico e disuguaglianza. La questione fiscale nel Giappone moderno e contemporaneo: Stato, media, processi identitari' (2012). [Dal capitolo VII 'Il Giappone nella Seconda guerra mondiale' (pag 393-447): 'Dopo pochi giorni le relazioni transpacifiche giunsero però a un punto critico, in conseguenza della messa in atto del piano di espansione a sud. Il 21 luglio il governo di Vichy acconsentì al libero movimento dell'esercito giapponese nell'Indocina meridionale, concedendo inoltre l'uso dei campi di aviazione. Ciò rappresentava una minaccia diretta per la Malesia britannica, le Indie Olandesi e le Filippine. Gli Stati Uniti, subito seguiti dalla Gran Bretagna e dal governo olandese in esilio, reagirono congelando i capitali giapponesi depositati nei loro territori e ponendo un embargo totale sulle esportazioni di prodotti petroliferi. Tali drastiche misure colsero Konoe di sorpresa. Nonostante i ripetuti avvertimenti di Washington, egli aveva creduto che operazioni interne all'Indocina sarebbero state tollerate. Il Giappone dipendeva dagli Stati Uniti per gran parte del suo fabbisogno di petrolio. Le riserve di cui disponeva in quel momento sarebbero bastate per circa due anni, senza considerare l'incremento dei consumi conseguente a nuove campagne militari. Con un simile margine di autonomia, un intervento contro l'Unione Sovietica non era più proponibile. Cosa assai più grave, la situazione giapponese in Cina diventava precaria. Il tempo giocava infatti a favore dei nazionalisti, per i quali i britannici avevano aperto un altro canale di rifornimento attraverso la Birmania. Governo e forze armate si trovarono pertanto di fronte a un dilemma. Proseguire con la forza nell'avanzata a sud avrebbe consentito al Giappone di ottenere le risorse vitali di cui abbisognava e di piegare la resistenza cinese; d'altra parte, avrebbe comportato con ogni probabilità una guerra con Stati Uniti e Gran Bretagna. In alternativa, trattando con Washington si sarebbe potuto scongiurare un allargamento del conflitto e trovare un accordo sulla Cina, ma restava da vedere se le condizioni statunitensi sarebbero state accettabili. In ogni caso una decisione andava presa rapidamente: con l'assottigliarsi delle scorte di carburante l'opzione militare sarebbe diventata impraticabile e questo avrebbe privato il paese anche del suo potere negoziale. Il 31 luglio il capo di Stato maggiore della marina Nagano Osami (1880-1947) riferì all'imperatore che se una guerra con gli Stati Uniti era inevitabile sarebbe stato meglio iniziarla subito, pur mancando la certezza della vittoria" (pag 403-404) [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  
  

 
L'assassinio del valoroso dirigente del Pcd'i Ghinaglia lascia un vuoto nella Federazione di Pavia PDF Stampa E-mail
LEONETTI Alfonso, Le origini del PC nel pavese. (Libri e problemi) (Rassegne) IL PONTE, RIVISTA MENSILE DI POLITICA E LETTERATURA, LA NUOVA ITALIA FIRENZE, N°  7, 31 LUGLIO 1970, pag 897-902; Direttore Enzo Enriques Agnoletti. ['Il Pavese - soprattutto la Lomellina - è la regione dove lo squadrismo agrario è il più ferocemente attivo. (Gli agrari, per dar vita ai fasci, si tassano in ragione di due o quattro lire per pertica, a seconda dell'estensione dei fondi. Ciò che è per essi un ottimo impiego di denaro, se si pensa al numero di sedi operaie e contadine distrutte; al numero di militanti banditi dalle loro case o uccisi; ai salari dei braccianti ridotti del 30 per cento; al crollo di tutto un sistema delle vecchie organizzazioni proletarie, che assicura ora piena libertà alle classi proprietarie). La giovane organizzazione comunista pavese ha i suoi punti di forza nei centri operai. Ma à colpita sul nascere dalla perdita del suo migliore dirigente: Ferruccio Ghinaglia, assassinato dai fascisti a Pavia la sera del 21 aprile 1921. Aveva 22 anni. La sua scomparsa apre nella Federazione comunista un grande vuoto, anche se una «leva Ghinaglia» (1) porterà al movimento nuovi giovani, che avranno una parte importante nelle lotte future. (...) Nel paese va intanto sorgendo un'organizzazione che si propone di lottare contro lo squadrismo opponendo la forza alla forza: l'organizzazione degli Arditi del Popolo. Partito comunista e partito socialista, per motivi diversi, non vi aderiscono: anzi fanno divieto ai loro membri di parteciparvi. Ma nel Pavese, ad opera di un comunista molto discusso, Franco Passalacqua, gli Arditi del Popolo prendono «uno sviluppo impetuoso, su basi di massa», riuscendo a contrastare spesso il passo ai fascisti. È un movimento che non andrà lontano: avversato e sconfessato dai partiti operai, non tarderà ad essere liquidato dalle forze di polizia dello stato" (pag 899) [(1) 'Dalla morte di Ghinaglia, i comunisti avevano perduto ogni legame con il mondo universitario' (pag 901)] [Recensione di Alfonso Leonetti del volume di Clemente Ferrario, 'Le origini del Partito comunista nel Pavese, 1921-1926', Editori Riuniti, 1969, pp. 318 L. 2.300]  [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
                                                                                         
 
Lo scrittore Heinrich Mann oppositore del nazismo, elogiatore dello stalinismo PDF Stampa E-mail
SECHI Maria, Itinerario di Heinrich Mann. (Gli uomini e il tempo) IL PONTE, RIVISTA MENSILE DI POLITICA E LETTERATURA, LA NUOVA ITALIA FIRENZE, N°  8-9 31 AGOSTO - 30 SETTEMBRE 1970, pag 1069-1076, Direttore Enzo Enriques Agnoletti. ['Gli impulsi libertari delle classi oppresse lo lasciavano diffidente. È significativo in proposito il giudizio che diede allora dei 'Tessitori', il famoso dramma di Gerhard Hauptmann: «Il dramma manca di ogni bellezza morale, in quanto la miseria che si 'rivolta' non offre, secondo me, quel fascino si pietà e di commiserazione di cui è imbevuta la rassegnazione, questa bellezza cristiana». Non erano certo parole di un rivoluzionario, o di un acceso democratico" (pag 1070); "'Dall'individualismo alla democrazia': in questa sua formula si compendia l'itinerario da lui seguito in questi anni. Ciò spiega come, allo scoppio della grande guerra, egli venisse a trovarsi in conflitto con gran parte dei suoi compatrioti. (...) Da questo stato d'animo doveva nascere, nel corso della guerra, il famoso saggio su 'Zola', che non solo rivela il contrasto ideologico con Thomas [Mann], ma l'abissale distanza dalla massa dei tedeschi. Il ripudio della politica di potenza non potrebbe essere più coraggiosamente esplicito: «un impero che non è fondato che sulla violenza non può vincere (...). La potenza è inutile e caduca se non vive che per se stessa (...). Là dove non si crede che alla potenza, essa ha cessato di esistere». La vera potenza è «morale»; la «ragione e l'umanità» sono le vere potenze. Il riferimento a Zola, e alla Francia del secondo Impero, era solo un travestimento formale che non poteva ingannare nessuno sul vero significato del saggio; il quale si proponeva di esser un altro terribile 'J'accuse'. L'allusione ai tempi nei quali Heinrich scriveva è trasparentissima. Zolà è diventato in queste pagine, un «apostolo socialista»: che è un'evidente forzatura antistorica carica di sottintesi politici. E il giudizio sulla fine del Secondo Impero, sulla democrazia che non può essere un «dono della disfatta», ha il valore di un presagio e di un ammonimento. Alla fine del conflitto europeo egli prende una posizione tra le più avanzate. Nel marzo del 1919 la sua commemorazione di Kurt Einser, assassinato in Baviera, è un apertissimo attacco alle forze antidemocratiche che vorrebbe estirpare. L'assassinio di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg lo indigna, e lo rende dubbioso dell'avvenire. Guarda inizialmente con fiducia alla repubblica di Weimar; saluta con qualche speranza la politica di Wilson e poi quella di Stresemann; ma è chiara la sua crescente preoccupazione per il volgere degli eventi in Germania. Vorrebbe con tutte le sue forze esorcizzare il passato; ma scruta con apprensione il riapparire all'orizzonte dei fanatici pangermanisti, il formarsi della stolida leggenda della Germania pugnalata alla schiena dai democratici, e soprattutto il riemergere della indifferenza per la cosa pubblica e della viltà. Rileva con amarezza: «Siamo sempre dei sudditi». Difende a oltranza la Repubblica, man mano che la vede insidiata da tante parti, e ripone ogni sua residua speranza in una gagliarda democrazia socialista. «Il nuovo umanesimo sarà socialista. La vita reale appartiene ai lavoratori di ogni ceto e di ogni professione. Solo tramite loro la vita continua. Essi soltanto hanno una fondata visione del futuro»; ed è pertanto giusto che il potere passi nelle loro mani. Ma ribadisce che il socialismo, giunto alla «piena coscienza della propria grandezza», non deve andare disgiunto dalla più ampia libertà. È facile avvedersi che Heinrich non ha nessuna conoscenza e nessun interesse per i problemi economici, o per i conflitti sociali. La lotta di classe e i problemi salariali gli sono indifferenti, e lo dice; per lui il socialismo è prima di tutto - sono parole sue - un «atteggiamento morale». Su questo sfondo più morale che strettamente politico va collocato il suo atteggiamento verso la Russia sovietica, passato dall'iniziale sospetto all'interesse, alla simpatia, all'entusiasmo. Già nel 1924, nel saggio 'Antworten nach Russland', egli inneggia alla grandezza di Lenin e alla sua opera, nella quale gli pare di scorgere il congiungersi della potenza con la saggezza ('Macht und Weishiet'), e che contrappone alla caotica situazione tedesca. Quanto più cresce il suo pessimismo sulla Germania, tanto più cresce il suo entusiasmo per l'Urss. Su questa strada egli andrà tanto avanti, da farsi celebratore della grandezza di Stalin, e perfino laudatore delle purghe del più nero periodo staliniano. In nome della «rivoluzione invisibile» egli rifiuta di associarsi alle proteste per i processi di Mosca del 1936, e ne dà una strabiliante giustificazione morale. Può sembrare cinismo, il suo; ed è una colossale ingenuità di letterato. La vera grandezza di Heinrich Mann, in questi anni, è piuttosto nella coraggiosa e precoce opposizione al nazismo" (pag 1074-1075-1076)']  [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]



 
Badoglio in Libia minacciava una repressione spietata per chi non si fosse arreso PDF Stampa E-mail
SANTARELLI Enzo ROCHAT Giorgio RAINERO Romain GOGLIA Luigi, Omar Al-Mukhtar e la riconquista fascista della Libia. MARZORATI EDITORE. MILANO. 1981 pag 337 8°  notizie sugli autori, foto, note, appendici, indice nomi; Collana storica Clio, diretta da Romain RAINERO. ['Nel dicembre 1928 Mussolini assunse la responsabilità del ministero delle colonie, lasciandone però il carico effettivo al sottosegretario De Bono, uno dei massimi esponenti del governo fascista, che aveva retto la Tripolitania come governatore dal luglio 1925 al 1928 (41). Governatore unico della Tripolitania e della Cirenaica (che però mantenevano due amministrazioni distinte) fu nominato il maresciallo Badoglio, il più illustre comandante dell'esercito, che conservava l'alta carica di capo di stato maggiore generale; e questi designò come vicegovernatore della Cirenaica (con un'autonomia molto ampia, perché Badoglio risiedeva a Tripoli) il generale Domenico Siciliani, suo fedelissimo collaboratore, nuovo però all'ambiente coloniale e privo di prestigio personale. Il comando delle truppe fu assunto dal generale Ronchetti, che aveva già prestato servizio nelle due colonie libiche. Badoglio aveva chiesto e ottenuto cinque anni di governo per la pacificazione e valorizzazione delle due colonie. Debuttò con proclama largamente diffuso, in cui prometteva ai ribelli il perdono per chi avesse consegnato le armi e fatto una piena sottomissione, ma anche minacciava una repressione spietata per chi non si fosse arreso. «Se obbligato, diceva, la guerra la farò con sistemi e mezzi potenti, che di essi rimarrà il ricordo. Nessun ribelle avrà più pace, né lui né la sua famiglia né i suoi armenti né i suoi eredi. Distruggerò tutto, uomini e cose» (42). Contemporaneamente Badoglio diramava due circolari di direttive generali alle autorità politiche e militari delle due colonie, da cui trapela un giudizio piuttosto critico verso la situazione trovata: il maresciallo chiedeva più disciplina, più ordine, maggiore correttezza verso i superiori e colleghi, maggior rispetto delle popolazioni e un autentico interesse per le loro condizioni. Riportiamo con qualche ampiezza la parte finale della sua circolare di direttive politiche del 9 febbraio perché sintetizza il programma di governo di Badoglio e il suo atteggiamento verso le popolazioni libiche con una chiarezza che non richiede commento: Noi siamo qui la nazionale dominante che ha cacciato via l'inetto dominatore, il turco, e vi si è sostituita per esercitare un'alta missione di civiltà (...)' (pag 80-81) [Giorgio Rochat, 'La repressione della resistenza in Cirenaica (1927-1931)'] [(41) Nel settembre 1929 Mussolini lasciò il dicastero a De Bono, che ebbe come sottosegretario Lessona. Si trattò di una modifica formale, perché sia prima che dopo Mussolini continuò a mostrare un certo interesse per la Cirenaica e ad intervenire in tutte le decisioni maggiori, lasciando però a De Bono la direzione del ministero; (42) Il proclama è pubblicato in 'Giglio, La confraternita senussita', cit., p. 133. Per questa ricostruzione cfr. Rochat, 'La repressione della resistenza araba in Cirenaica nel 1930-31, nei documenti dell'archivio Graziani, in 'Il movimento di liberazione in Italia', 1973, n. 110, pp 9 sgg.] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

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Il terrore non consente alcun tentativo di ribellione per la paura di altre carneficine PDF Stampa E-mail
ALBERTINI Elena, La resistenza del ghetto di Varsavia. I testimoni raccontano. UNIVERSITALIA. ROMA. 2016 pag 98 8° (F)  premessa introduzione note bibliografia appendice postfazione di Marina REGNO MANDI. ['Nella lettura de 'Il ghetto di Varsavia lotta' riscontriamo quanto appena evidenziato, anche nel pensiero di Marek Edelman: "semplicemente per noi rappresenta uno sforzo sovrumano riuscire a superare la nostra disperata apatia, intraprendere una qualsiasi azione e opporsi all'atmosfera di panico" (41). Nemmeno il rispetto delle regole imposte preserva gli ebrei da vessazioni, persecuzioni e massacri, ingenerando terrore in chiunque. Infatti, quando nei "primi giorni di novembre del 1939 vengono fucilati 50 uomini, (...) come rappresaglia per una presunta aggressione contro un poliziotto polacco. La paura del tedesco cresce fino a diventare inenarrabile" (42). Il terrore instaura una situazione di sgomento generale e di terrore viscerale, che non consente alcun tentativo di ribellione per la paura di altre carneficine. Si crea una sorta di staticità, che ingenera un assoggettamento fisico e mentale, rafforzandosi il binomio 'violenza-razzismo' e l'ideologia ad esso sottesa: l'inferiorità dell'Altro conseguita attraverso l'utilizzo della forza e della crudeltà. D'altronde, avocando ancora il pensiero di Fanon, "un paese che vive e si sostenta sfruttando altri popoli, deve porli in stato di inferiorità" (43). Solo utilizzando il razzismo come chiave della propria superiorità si trasforma l'Altro a semplice 'cosa' senza alcuna remora, né dubbio morale. La cronaca di Marek Edelman prosegue sull'operato del Bund e di quanto il partito riuscisse a realizzare, nonostante i tedeschi avessero instaurato uno stato di panico diffuso. Di fatto il partito non smise mai la propria attività, avvicendando ad azioni socio-assistenziali - come le mense e le cucine popolari - altre di carattere più propriamente politico ed informativo come la pubblicazione del quotidiano del partito 'Folktsaytung' e il 'Biuletyn', testimoniando quest'ultimo l'impresa di aver avversato il pogrom organizzato dai tedeschi durante la festività della Pasqua del 1940. Secondo Marek era necessario che la popolazione sapesse che il Bund esisteva (...). Nel novembre del 1940, i tedeschi istituiscono il ghetto. Tutti gli ebrei che abitano al di fuori della zona prescritta devono trasferirsi nell'area destinata; i polacchi che risiedono nello spazio che lo diventerà, sono costretti a lasciare le proprie case. Poco dopo, iniziano le confische dei beni e degli immobili appartenenti agli ebrei trasferendole gratuitamente la proprietà a commercianti e trafficanti polacchi' (pag 36-37) [(41) Edelman Marek, in 'Il ghetto di Varsavia lotta', cit., p. 43; (42) Ivi, p. 42; (43) Giovanni Pirelli (a cura), Fanon, 1, Opere scelte, cit, pp. 56-57] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

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