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1921: la campagna elettorale si svolse nel clima determinato dalla violenza fascista PDF Stampa E-mail
MARSILII Anna, Gaetano Perillo e la rivista "Il Movimento Operaio e Socialista". ACADEMIA.EDU. 2019 - RIVISTA STORIA E MEMORIA. GENOVA. 2. 2010 pag 30 8° (F)  note. ['Il comunista Ugo Alterisio considerava i fascisti alla stregua di un gruppo di banditi organizzati "non per un ideale di patriottismo, ma per servire gli arricchiti di guerra e la borghesia pescecanesca" (132). (...) Il partito comunista avrebbe dovuto affrontare il fascismo - che per Alterisio era un tutt'uno con lo Stato - per costringerlo ad abbandonare il terreno della guerra civile e ritornare alla lotta d'idee, rispettosa della legge. Il primo maggio del 1921 (133) la festa dei lavoratori in Liguria si celebrò in un'atmosfera malinconica, diversa rispetto a quella dell'anno precedente quando ad ascoltare il comizio nel quale intervenne l'anarchico Malatesta la prefettura (134) registrò 6.000 persone a Savona e 4.000 a Genova. I comizi si tennero ovunque nel Genovesato, ma in forma privata. Solo a Sampierdarena e a Sestri Ponente la folla che vi partecipò fu numerosa; di tutti i circoli socialisti e comunisti esistenti a Genova, solo il Circolo operaio di via Nizza aveva issato la bandiera rossa, ma per ordine del Commissario i socialisti la ammainarono subito. Con un manifesto dal tono drammatico la giunta socialista di Sampierdarena faceva riferimento alla ventata folle di brutale violenza, al cupo medioevo che si era abbattuto sulle organizzazioni operaie e sulle istituzioni. Il manifesto cominciava con le parole "Triste è l'ora che passa come le ore più tristi della guerra" (135) e concludeva con un appello a resistere, a rimanere "nella burrasca fermi e disciplinati al vostro posto. Stringete le file, serratevi attorno ai vostri organismi di classe". Anche i socialisti savonesi rilevavano la profonda tristezza per "nostalgici ricordi" (136) che albergava in ognuno il giorno della festa dei lavoratori. Invitavano il proletariato a un atto di fede nell'avvento, prima o poi e nonostante l'intensificarsi delle violenze fasciste, del socialismo in virtù della missione storica che esso incarnava. Tale atto di fede era ormai impossibile da accettarsi per chi aveva vissuto quei mesi in Toscana, in Emilia Romagna, in Veneto, dove le spedizioni punitive avevano spinto le leghe contadine ad aderire al fascismo, dove le Camere del Lavoro restavano chiuse e presidiate dalle Guardie regie, dove le giunte erano minacciate dalla camicie nere e costrette a presentare le dimissioni. I comunisti non avevano migliore percezione della "grave ora che volge" (137), ma ciò non impediva loro di additare "le grandi verità del metodo rivoluzionario", forti dell'esempio del proletariato russo che sulla strada della rivoluzione aveva preceduto gli oppressi di tutto il mondo. Se nella situazione attuale grosse difficoltà si presentavano a rendere il compito più gravoso, non per questo si doveva rinunciare: "l'inferno" costituito dalla vita sociale del dopoguerra "non può presentare altra soluzione che la rivoluzione". Nel dilagare delle spedizioni punitive fasciste in tutta la penisola, finanziate dagli industriali e dai proprietari terrieri nonché permesse dalla indulgenza della forza pubblica o dalla loro totale partecipazione, Giolitti sciolse le Camere con la speranza che le elezioni avrebbero indebolito i socialisti e nel contempo con lo scopo di legalizzare l'azione dei fascisti, includendoli nel blocco nazionale. In gran parte d'Italia la campagna elettorale si svolse nel clima determinato dalla violenza, caratterizzato da devastazioni e imprese sanguinose da parte dei fascisti. In molte zone del paese la propaganda dei partiti operai fu impedita, la distribuzione delle schede resa difficile, i comitati elettorali presi d'assalto, come le Camere del Lavoro e le sedi dei partiti, diversi attivisti minacciati, feriti e uccisi. Anche in Liguria si verificarono episodi allarmanti, come a Savona, Albisola superiore, Voltri, Rivarolo, Busalla e nella riviera di levante, con scontri e l'incendio di alcune Camere del Lavoro nel mese di aprile (138)' (pag 20-21)] [(132) Ugo Alterisio, 'La risposta da imitarsi', 'Bandiera Rossa', a. III, n. 9, 12.3.1921; (133) Ispettore generale di pubblica sicurezza al Prefetto di Genova, 1.5.1921, (...) Fasc. "1° maggio 1921"; (134) Sottoprefetto di Savona a Prefetto di Genova, 1.5.1920; Questore a Prefetto di Genova, 1.5.1919; (...) Fasc. "1° maggio 1921"; (135) 'Triste è l'ora che passa...', 1.5.1921, (...) Fasc. "1° maggio 1921";M (136) 'Primo maggio di sangue', 'La Voce dei Lavoratori', a. 1, n. 10, 30.4.1921; (137) 'Per il Primo Maggio', 'Bandiera Rossa', a. III, n. 16, 30.4.1921; (138) In aprile si verificarono scontri tra fascisti e comunisti, invasioni dei consigli comunali, devastazione e incendio delle Camere del Lavoro di Voltri e Lavagna. Sandro Antonini, op. cit., p. 241 e segg.] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
Oddino Morgari, socialista, scrive: «Per detto unanime lo sfondo della tragedia è finanziario» PDF Stampa E-mail
GEROSA Guido VENE' Gian Franco  a cura, Il delitto Matteotti. I documenti terribili. MONDADORI. VERONA. 1972 pag 171 8°  foto illustrazioni iconografia, I personaggi, documenti, Che cosa scrivevano i giornali di allora; Ricerche bibliografiche e fonti iconografiche di Luciana CONFORTI. ['«Matteotti è sparito? Sarà andato a donne» insinua Mussolini' (pag 66); 'Esistono anche tesi più complesse sui moventi del delitto e sui mandanti. Qualcuno sostiene si trattasse di un complotto massonico e che gli ideatori fossero Cesare Rossi, l'ex braccio di D'Annunzio, Alceste De Ambris e Campolonghi. Vi è chi avanza la tesi di un movente «economico», facendo del delitto Matteotti una specie di «caso Mattei» con quarant'anni di anticipo. Matteotti, si dice, era alla vigilia di fare importanti rivelazioni sulla parte avuta dai capi de fascismo nel contratto per la concessione di permessi di ricerche petrolifere sul suolo italiano alla società americana 'Sinclair'; o aveva una documentazione atta a provocare un dibattito sulle responsabilità nella crisi dell''Ansaldo'; o stava per attaccare le tariffe doganali protezionistiche e i favori accordati dal fascismo ad alcuni grandi gruppi finanziari. L'ipotesi che il mondo affaristico italiano di allora, appena uscito dalla marcia su Roma e dalla connivenze con il fascismo nella conquista del potere avesse interesse a eliminare Matteotti è suggestiva, ma non sufficientemente provata. Oddino Morgari, esponente socialista, scrive il 5 luglio 1924: «Per detto unanime lo sfondo della tragedia Matteotti è finanziario». Sembra accertato che un grosso gruppo di potere fosse interessato alla convenzione per la ricerca e lo sfruttamento delle zone petrolifere, conclusa nell'aprile 1924 tra il ministro dell'Economia nazionale e la 'Sinclair Exploration Company'. Si fanno i nomi del sottosegretario agli Interni Finzi, di Filippo Filippelli, direttore del 'Corriere Italiano', e di Filippo Naldi, direttore del 'Resto del Carlino'. Matteotti era un testimone molto scomodo. E di petrolio in Italia (qualche volta) si muore. Il personaggio più singolare della vicenda è Filippo Naldi. Aveva fondato il 'Tempo' di Roma nel febbraio 1921, facendosi dare i soldi dal commendator Naldi della Banca Commerciale. In seguito il tentacolare Naldi si ritrova alle origini del 'Popolo d'Italia' e del 'Giornale di Roma'. Per trovare finanziamenti, non ha eguali. Rileva le azioni del 'Corriere Italiano' di Filippelli e riesce ad assicurare con tecnica di maestro il silenzio giornalistico sull'affare Sinclair' (pag 114-115)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Le commesse all'industria per l'esercito italiano e il "partito dei buoni affari" PDF Stampa E-mail
RAINERO Romain H. BIAGINI A.  a cura; saggi di Fortunato MINNITI Nicola DELLA-VOLPE Lucio CEVA Andrea CURAMI Pierluigi BERTINARIA Giovanni DE-LORENZO Ezio FERRANTE Pietro PASTORELLI Gianluca ANDRE' Paola BRUNDU OLLA Luigi GOGLIA Mario M. MONTANARI Ferruccio BOTTI Alberto SANTONI Giorgio GIORGERINI Romain H. RAINERO, L'Italia in guerra. Il 1° anno - 1940. Cinquant'anni dopo l'entrata dell'Italia nella 2ª guerra mondiale. Aspetti e problemi. COMMISSIONE ITALIANA DI STORIA MILITARE. ROMA. 1981, 2009 pag 273 8° (F)  presentazione di Renato SICUREZZA, Comitato d'onore, Comitato scientifico, note; ristampa 2009. ['Già considerevoli per la Marina e per l'Aeronautica negli anni Venti e primi anni Trenta, divennero importanti anche per l'Esercito, almeno dell'autunno 1938, con il varo dei programmi di artiglieria e col noto anticipo del 15% a fondo perduto sulle commesse in corso (31). Naturalmente la ripetuta tassativa ingiunzione di servirsi della sola industria nazionale per l'allestimento di materiale bellico e di restringere l'importazione in valuta (32), comportava spese eccezionali per lo Stato e margini cospicui per i produttori. Qualcuno ha calcolato per esempio che le navi da battaglia tipo «Littorio», se allestite dall'industria francese, sarebbero costate circa la metà. Ai guadagni delle commesse si aggiungevano quelli dell'esportazione dei manufatti bellici molto incoraggiati, per ragioni valutarie, dopo la fine delle Sanzioni. Né vanno dimenticati i profitti delle guerre d'Etiopia e di Spagna. Specialmente della seconda in quanto la prima era sopravvenuta con rapidità che rese inevitabili importazioni non solo di materie prime ma anche di manufatti industriali dei Paesi non sanzionisti (ad es. materiale automobilistico nordamericano affluito direttamente in Africa orientale). Tale panorama congiunturale favoriva soprattutto monopoli ed oligopoli, soggetti variamente consorziati, e in genere potentati con quote di mercato riservato (vds. oltre). Ed è riconosciuto che, contrariamente a quanto in teoria dovrebbe accadere, le posizioni di monopolio in Italia non favorirono né la ricerca né il rinnovo degli impianti. Dilagò invece la «provincializzazione» del panorama industriale, concordemente riconosciuta dagli studiosi (33). Puntuali riscontri emergono anche nelle finora limitate indagini di settori particolari (34). L'indisponibilità alla guerra dell'industria e della finanza italiane è riflessa nel notissimo Rapporto 5 agosto 1939 di Guarneri a Mussolini (35). Il Ministro per gli Scambi e Valute sintetizzava anzitutto - con dosati miscugli di incenso e di velature critiche - le vicende monetarie, valutarie e della bilancia commerciale dal 1927 in poi. Constatava il pauroso disavanzo conseguito all'aver affrontato «avvenimenti eccezionali di portata storica» sia sul piano 'internazionale' (Etiopia, Spagna, Sanzioni, crisi centro-europee del marzo e settembre 1938 e del marzo 1939, Albania) sia su quello 'nazionale' (sfavorevoli campagne agricole del 1936, potenziamento dell'Impero, autarchia, riarmo, politica razziale). Proclamava quindi l'urgenza di rimedi così alternativamente indicati: a) abbattimento del fabbisogno valutario contraendo le importazioni e rinunciando apertamente al riarmo; b) svalutazione monetaria mascherata con creazione di un doppio mercato basato su una semilibertà dei cambi che, ancora una volta scoraggiando ulteriormente le importazioni, avrebbe dovuto salvare la residua riserva. Ma a parte le difficoltà del raffigurarsi della soluzione b) in tutti i suoi risvolti tecnici e psicologici, è chiaro che entrambe non avrebbero potuto reggersi senza il taglio delle spese, incominciando da quelle militari (36). Seguì la destituzione di Guarneri nel «cambio della guardia» governativo 31 ottobre 1939. Senonché, già coi primi di settembre 1939, l'attenzione di molti uomini d'affari era subitaneamente attratta, più che dall'inizio di una nuova tragedia mondiale, dalle allettanti, concretissime e insperate prospettive aperte dalla «non belligeranza». Chi ricorda quel tempo può testimoniare che il «duce», alla cui esaltazione perfino la stampa asservita mise qualche momentanea sordina, era invece più che mai apprezzato da taluni personaggi economici. Naturalmente pochi conoscevano i retroscena e pochissimi avrebbero mai immaginato l'avvilimento personale del tiranno cui la realtà presentava i conti per un triennio di politica intessuta di ansie, di angosce, di «sogni farneticanti» (De Felice), di terrore della Germania e di miscugli ideologizzante dal non eccelso profilo (37). Il «partito dei buoni affari» (Castronovo) badava al sodo. Considerando l'esportazione dei soli armamenti, forse mai più larga e incondizionata richiesta straniera aveva fatto riscontro a così infima qualità di prodotti. Gli importatori, effettivi e potenziali, non erano più i Paesi del sottosviluppo su cui aveva dovuto contare nel 1920-1921 l'ultimo sprazzo dell'Ansaldo perroniana. Adesso si trattava della Francia e della Gran Bretagna, oltre a vari Stati scandinavi, balcanici, asiatici ed americani. Né conta stabilire quante di tali richieste obbedivano a necessità militari o di manovra politica, tanto più che raramente i due aspetti erano separabili. E neppure si dimentichi che un simile «decollo» veniva a premiare chi non ne aveva certo pagato i consueti prezzi in termini di ricerca, di affidamento tecnologico e di rinnovo d'impianti. Vi era addirittura ala possibilità che, se il tutto fosse durato, sarebbe stata la progredita tecnologia altrui a rifluire senza spesa nel nostro Paese, secondo un procedere non infrequente nei vortici economici scaturiti dalle urgenze belliche. E' noto, peraltro, come al di là di un certo numero di affari non fu possibile andare. Primo ma non definitivo inceppo fu il sopravvenuto «veto» di Mussolini alle maggiori esportazioni di materiale, specie aeronautico e terrestre, che la Gran Bretagna condizionava alla fornitura di proprio carbone, in sostituzione di quello tedesco affluente per l'usuale via di Rotterdam (38). Resta comunque che «le più grosse imprese continuarono ognuna, a tirar acqua al proprio mulino senza un minimo di programmazione, sollecitando materie prime e favori doganali e valutari per poi collezionare all'estero una commessa dopo l'altra» (Castronovo). Era il Governo stesso a favorire questo stato di case, stretto dalle necessità valutarie che il riarmo rendeva ancora più acute. Cosicché forniture belliche e non belliche alle «democrazie» durarono, come è noto, ben al di là del gran rifiuto «di facciata» mussoliniano (febbraio 1940) e non s'interruppero si può dire che nelle ore in cui la guerra venne dichiarata (39)' (pag 40-41-42) [note: (31) Fra i vari contributi: il mio 'Un intervento di Badoglio e il mancato rinnovamento delle artiglierie italiane', in "Il Risorgimento" (Milano) 2/1976 pp: 117-172; Andrea Curami, Fulvio Miglia, 'L'Ansaldo e la produzione bellica', in AAVV, 'L'Italia nella seconda guerra mondiale e nella Resistenza', Milano, Angeli, 1985, pp. 257-281 e testi ivi cit. nonché L. Ceva, 'La meccanizzazione dell'esercito italiano dalle origini al 1943' (2 voll.), Roma, SME Ufficio Storico, 1989, specie II doc 49/a; (32) Felice Guarneri, 'Battaglie economiche', Milano, Garzanti, 1953, 2 voll. V. esemplificativamente  II pp. 214 e sgg; (33) R. Romeo, 'Breve storia della grande industria in Italia, 1861-1961', Milano, Il Saggiatore, 1988 (prima ed. 1961), pp. 151-152 e passim.; (34) Ancora L. Ceva, A. Curami, 'La meccanizzazione' ecc., cit, e per l'Aeronautica, Id.'Air Army and Aeronautical Industry in Italy, 1936-1943', relazione in corso di pubblicazione al 'Lubfkriegführung im Zweiten Weltkrieg. Ein Internationaler Vergleich', Friburgo, 1988. Per l'artiglieria soprattutto A. Curami, F. Miglia, 'L'Ansaldo' ecc., cit.; (35) F. Guarnieri, cit., pp. 394-411; (36) Rinvio soprattutto a Salvatore La Francesca, 'La politica economica del fascismo', Bari, Laterza, 1972, pp. 104-107. V. anche Luciano Zani, 'Fascismo, autarchia e commercio estero. Felice Guarneri un tecnocrate al servizio dello «stato nuovo»', Bologna, Il Mulino, 1988); (37) R. De Felice, 'Mussolini il duce' II., Torino, Einaudi, 1981, pp. 85 e sgg., 333, 448, 584 e sgg., 805 e sgg. e passim; (38) Vedi: Macgregor Knox, 'Mussolini Unleashed Cambridge', Cambridge University Press, 1982, pp. 69-74 e William Nort Meddlicott, 'The Economic Blockade', Londra HMSO (2 voll.), 1 pp. 280-311; (39) V. Castronovo, 'Giovanni Agnelli', cit., pp. 556-591 e in particolare 558] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

  

 
Nasce il 1° governo Mussolini. Invitati a partecipare esponenti di ambienti cattolici, socialisti... PDF Stampa E-mail
MONTANELLI Indro GERVASO Roberto, Storia d'Italia. Volume 39. L'avvento del fascismo. BUR. BIBLIOTECA UNIVERSALE RIZZOLI. MILANO. 1978 pag VIII 155-297 16°  cronologia eventi politici e militari, civili, culturali e artistici, foto illustrazioni; Collana Bur. ['Ma il suo sforzo maggiore fu quello di sottrarsi subito ad ogni condizionamento di destra. Tutti erano convinti ch'egli avrebbe chiamato al suo fianco Salandra per garantirsi l'appoggio delle forze conservatrici. Invece non ne prese in considerazione nemmeno l'eventualità e tenne a marcare subito le distanze dagli uomini che si erano adoperati per una «combinazione» con lui. (...) E' difficile pensare ch'egli credesse veramente a un loro tradimento. Ma gli faceva comodo fingere di crederci per tenere a bada, mettendole in stato d'accusa, le forze di destra ch'essi incarnavano. Coloro di cui più diffidava erano i nazionalisti, legatissimi al gruppo salandrino, che del resto reciprocavano il suo atteggiamento. E il vero motivo per cui tenne per sé il portafogli degli Esteri fu per non darlo a Federzoni, che lo considerava una sua spettanza e che venne invece relegato alle Colonie. Come al solito, Mussolini non voleva essere etichettato «di destra» e tentava di dare al suo governo un carattere socialmente aperto. Offrì un portafogli anche al repubblicano Comandini che rifiutò. Ma l'operazione riuscì coi «popolari» che, di fronte al suo invito, si divisero. Contrari si dichiararono la sinistra e il gruppo di centro che faceva capo a Don Sturzo. Ma la destra e i centristi di De Gasperi, appoggiati dalla Chiesa, si dichiararono invece favorevoli, ed ebbero partita vinta perché Don Sturzo, contro le sue battagliere abitudini, sentendo - come disse Donati a Salvemini - «la sconfessione e la scomunica pendergli sul capo», lo piegò. Così Tangorra andò al Tesoro, e Cavazzoni al Lavoro. Mussolini però covava un disegno ancora più ambizioso: quello di attrarre nella combinazione anche i socialisti. (...) Il momento sembrava favorevole. I socialisti erano ormai irrimediabilmente divisi. L'ala riformista di Turati, che contava quasi la metà degli effettivi del PSI, si era staccata dal partito per costituirne un altro autonomo, il PSU, e la Confederazione Generale del Lavoro ne aveva preso pretesto per dichiararsi indipendente da entrambe. Fu su questa che Mussolini esercitò le sue pressioni rimandando a un momento più favorevole eventuali trattative con Turati. Per farlo si servì di un curioso personaggio, che vedremo ricomparire sempre nelle sue funzioni di mediatore al tempo della Repubblica Sociale: il giornalista socialista Carlo Silvestri che, prima pupillo di Turati, era poi passato al 'Corriere' di Albertini. La sera del 30 egli fece pervenire a Mussolini un biglietto in cui egli diceva che i suoi sondaggi presso i capi della Confederazione aveva avuto esito positivo: Baldesi accettava di entrare nel suo governo, e Buozzi si disponeva a seguirne l'esempio. «Ma  - avvertiva - bisogna fare in fretta, e impedire che da parte di coloro che sono rimasti sbalorditi dalla rivelazione del vostro piano - e, voi mi capite, non alludo ai socialisti - si cerci di forzare la situazione». Non è chiaro se l'offerta a Baldesi e Buozzi (e qualcuno dice anche a D'Aragona) fosse stata fatta e accettata a titolo personale, senza impegno da parte della Confederazione. Silvestri ha poi detto che non solo la Confederazione, ma anche il PSI ne discusse e vi dette il suo assenso. Ma De Felice lo contesta, e crediamo che abbia ragione' (pag 194-195)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

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L'avvento del fascismo: Mussolini era visto come «l'uomo dell'emergenza» PDF Stampa E-mail
MONTANELLI Indro GERVASO Roberto, Storia d'Italia. Volume 39. L'avvento del fascismo. BUR. BIBLIOTECA UNIVERSALE RIZZOLI. MILANO. 1978 pag VIII 155-297 16°  cronologia eventi politici e militari, civili, culturali e artistici, foto illustrazioni; Collana Bur. ['Il paese nella sua stragrande maggioranza, aveva accettato il fatto compiuto con un respiro di sollievo. Era stanco. Tre anni di guerra civile gli avevano ispirato un solo desiderio: l'ordine, e il fascismo lo prometteva. (...) Il mito di Mussolini nacque in quei giorni, non tra i fascisti, ma contro i fascisti, e Cesare Rossi ne coniò lo slogan: «Prima mussoliniani, poi fascisti». Lo condivise anche la classe dirigente, e non soltanto - come poi si disse - quella di destra. Le lettere di Giolitti ai suoi amici parlano chiaro: non bisognava ostacolare Mussolini «che ha tratto il Paese dal fosso in cui finiva per imputridire». E Nitti: «Bisogna che l'esperimento fascista si compia indisturbato: nessuna opposizione deve venire da parte nostra». Ma non diversamente la pensava Amendola, secondo cui occorreva aiutare Mussolini a ripristinare la legalità; mentre Salvemini andava oltre augurandosi che Mussolini spazzasse via «queste vecchie mummie e canaglie» della vecchia classe politica. «Se Mussolini venisse a morire, e avessimo un ministero Turati, ritorneremmo pari pari all'antico. Motivo per cui bisogna che Mussolini goda di una salute di ferro, fino a quando non muoiano tutti i Turati». Ma è curioso che lo stesso Turati, come risulta dall'epistolario della Kuliscioff, riconosceva che la pacificazione poteva ottenerla solo Mussolini. Non bisogna tuttavia equivocare. In questi consensi ci sarà stata anche della codardia, della stanchezza e della volontà di capitolazione. Ma c'era anche un atto di contrizione. La vecchia classe politica sapeva di aver fallito il compito di guardiana delle istituzioni, e si rendeva conto di essere caduta, di fronte alla pubblica coscienza, nel più totale discredito. In queste condizioni era logico ch'essa vedesse in Mussolini l'unico uomo in grado, per l'intatto prestigio che gli conferiva la sua «novità», di addossarsi i compiti ai quali essa aveva coscienza di essere stata impari. Lo vedeva insomma come «l'uomo dell'emergenza» destinato ad esaurirsi con l'emergenza. E la Kuliscioff lo diceva chiaro: «Bisogna ch'egli possa percorrere tutta la sua parabola, dovesse rimanere anche un paio d'anni al potere...». Poi, essa sottintendeva - come tutti gli altri -, i partiti tradizionali avrebbero ripreso in mano il mestolo di un Paese normalizzato, facendo tesoro della lezione' (pag 198-200)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
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