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L'America Latina e la III Internazionale negli anni Venti PDF Stampa E-mail
NEARING Scott FREEMAN Joseph, a cura di Nino PERRONE, Diplomazia del dollaro. Studio sull' imperialismo americano. DEDALO LIBRI. BARI. 1975 pag 431 8°  edizione italiana con introduzione, grafici note e aggiornamento bibliografico, traduzione a cura di Nico PERRONE, abbreviazioni e bibliografia, prefazione (1925), introduzione: Recenti esperienze imperialistiche, note grafici cartine tabelle, appendice documenti indice nomi argomenti località; Collana 'Monthly Review Press'. Scott Nearing ha insegnato economia e sociologia all'University of Pennsylvania. Cacciato dall'insegnamento per motivi ideologici (nel 1918 fu imputato per la sua pubblicistica contro la guerra), è autore di vari volumi e commentatore economico della 'Monthly Review'. Joseph Freeman, free lancer, scomparso da qualche anno (1975). Durante la seconda guerra mondiale si impegnò in una vigorosa campagna anti-hitleriana. ['«E' la prima volta che il comunismo, i basilari principi di organizzazione del movimento comunista, le parole chiare e precise di Lenin sono riusciti a penetrare all'interno di territori immensi, in continenti nuovi, nella coscienza di nuovi popoli, di nuove categorie della classe operaia. L'America del Sud entra per la prima volta nell'orbita dell'influenza dell' Internazionale». L'enfasi di Bucharin, che parla dalla presidenza del sesto congresso (1), non è condivisa dal delegato brasiliano, Fernando Lacerda: «Vorrei fare innanzi tutto un piccolo appunto. Nelle tesi del compagno Bucharin si legge che il movimento comunista ha toccato per la prima volta i paesi dell'America latina: è l'Internazionale invece che, per la prima volta, si è interessata al movimento comunista dell'America latina. In Messico, Brasile, Argentina, Uruguay, Cile e persino in Guatemala esistono partiti comunisti, all'incirca dal 1920, cioè quasi subito dopo la fondazione dell'Internazionale. Ma questa incomincia solo ora a occuparsi di questioni dell'America latina. (...) I paesi dell'America latina avranno un ruolo sempre più importante nella politica internazionale. L'America latina costituisce il retroterra dell'imperialismo più potente, quello della più potente borghesia del mondo. Tutti i compagni hanno fatto notare che oggi sono gli Stati Uniti a governare il mondo, e che di tale supremazia essi godono in buona parte grazie alla base economica costituita dall'America latina (...). I capitali statunitensi investiti in America latina rappresentano il 46 per cento degli interi investimenti all'estero della confederazione. Basta questo soltanto a indicare l'importanza che l'America latina riveste per gli Stati Uniti (2)». Si arriva dunque al 1928 prima che l'Internazionale si occupi significativamente dell'imperialismo americano nel subcontinente; intanto gli Stati Uniti realizzano il 44.8 per cento della produzione industriale mondiale, lasciandosi alle spalle Germania (11.6) e Inghilterra (9.3) (3). Zinoviev, nel rapporto al quinto congresso, all'America latina non riserva che un breve paragrafo; fra terzo e quarto congresso (giugno 1921 - novembre 1922) gli organi dell'Internazionale ignorano la questione. Lenin stesso impernia il suo saggio (4) sull'imperialismo inglese, francese, tedesco e russo. Nella considerazione dell'Internazionale le situazioni balcaniche e mediorientali sono ritenute più importanti di quelle latino-americane. L'impostazione eurocentrica dell'organizzazione è una necessità per l'Unione Sovietica, che si preoccupa di spezzare il proprio accerchiamento. Ma non mancano diffidenza politica verso il proletariato e i 'leaders' latinoamericani (5), inclini a tendenze populiste, e scarsa conoscenza di quei problemi. Manipolazioni della storiografia - dominata in materia da autori statunitensi - e influenza di una pubblicistica che accredita gli Stati Uniti come colonia emancipata, a propria volta senza colonie, completano il quadro" (pag 7-8)] [(1) Discorso di apertura. Trad. du "Correspondance", VIII, (26.VII.1928); (2) Intervento nella discussione. Trad. da "Correspondance", VIII, (28.VIII.1928), n. 78, 67; (3) Sternberg, 256 s.; (4) Lenin, 187-303; (5) In America latina i partiti comunisti furono organizzati da inviati del Komintern, come l'indiano M.N. Roy e il giapponese Sen Katayama. Basti rammentare il sospetto verso un'organizzazione di massa, particolarmente forte in Perù e presente anche in altri paesi del subcontinente: la APRA (Alianza Popular Revolucionaria Americana). Fondata nel 1924 da VIctor Raúl Haya de La Torre con un programma di unità politica antimperialista, nazionalizzazione agrarie e solidarietà internazionalista, essa venne tacciata di «populismo» ed emarginata dall'Internazionale] [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
'Spade trasformate in vomeri e pace sulla terra... le nazioni non sapranno più cosa è la guerra' PDF Stampa E-mail
GABRIELI Vittorio   a cura; scritti di W. WALWYN J. LILBURNE C. WINSTANLEY, Puritanesimo e libertà. Dibattiti e libelli. «I dibattiti di Putney» (1647) - «Il patto del popolo» (1649) - W. Walwyn, «La giusta difesa» (1649) - J. Lilburne, «Libertà legali fondamentali» (1649) - C. Winstanley, «Il piano della legge della libertà» (1652). GIULIO EINAUDI EDITORE. TORINO. 1956 pag LXXIV 424 8°  studio introduttivo, traduzione e note di Vittorio GABRIELI, documenti; note sugli autori dei «pamphlets» e sulle principali persone da essi nominate; Collana Scrittori di politica.  ['Ma nessun uomo deve esser più ricco d'un altro? Non ce n'è bisogno; giacché la ricchezza rende gli uomini vanagloriosi, orgogliosi e li fa opprimere i fratelli; essa è fonte di guerre. Nessun uomo può esser ricco se non grazie al lavoro suo o di altri che lo aiutano. Se un uomo non riceve aiuto dal suo vicino, non potrà mai accumulare una proprietà che gli frutti centinaia o migliaia all'anno. Se altri uomini lo aiutano a lavorare, allora quelle ricchezze sono del suo vicino non meno che sue; giacché sono il frutto delle fatiche di altri uomini oltre che delle sue. Ma tutti i ricchi vivono in agiatezza, si nutrono e vestono col lavoro di altri uomini, non col proprio; ciò è la loro vergogna, non la loro nobiltà; giacché è più felicità dare che non ricevere. Ma i ricchi ricevono tutto quel che hanno dalla mano del lavoratore, e quel che danno è frutto della fatica di altri uomini, non loro; perciò essi non agiscono giustamente sulla terra. Ma non dovrà un uomo avere più titoli d'onore d'un altro? Sì: man mano che egli assolve vari uffici, sale nella scala degli onori, finché giunge alla somma nobiltà, quella d'essere un fedele rappresentante della repubblica in Parlamento. Parimenti, a chi scopre qualche segreto nella natura, sarà conferito un titolo d'onore, anche se sia giovane. Ma nessuno deve avere un titolo onorifico finché non se lo sia guadagnato con l'operosità, o vi sia giunto per età, o per cariche rivestite. Ogni uomo sopra i sessanta anni verrà rispettato da tutti i più giovani come uomo onorevole, come si mostrerà appresso. Dovrà ognuno considerare la casa del vicino come casa sua e vivere insieme come un'unica famiglia? No: sebbene la terra e i magazzini siano in comune per ogni famiglia, tuttavia ogni famiglia vivrà separata come ora; e la casa di ciascuno, la moglie, i figli, e la suppellettile che orna la sua casa, o qualsiasi cosa egli abbia preso dai magazzini e portato a casa, o si sia procurato per uso necessario della sua famiglia, è tutta proprietà di quella famiglia, per il suo benessere. (...) Non avremo avvocati? Non ce n'è bisogno, poiché non esiste più compra e vendita; né c'è bisogno di interpretare le leggi, poiché la semplice lettera della legge sarà insieme giudice e avvocato, e giudicherà le azioni di ognuno. E visto che avremo ogni anno nuovi Parlamenti, saranno stabilite delle norme per ogni azione lecita. (...) Se qualcuno dice: questo provocherà la povertà, certo si sbaglia. Perché vi sarà abbondanza di tutti i beni terrestri con meno lavoro e fatica che ora, sotto la monarchia. Non vi sarà indigenza, poiché ogni uomo potrà tenere la casa ben fornita come vuole, e non incorrere mai in debiti, in quanto il fondo comune paga per tutti. Se dite: alcuni vivranno nell'ozio, io rispondo: no; il Piano renderà gli oziosi lavoratori, come è spiegato appresso; non vi saranno né mendichi, né fannulloni. Se dite: questo spingerà gli uomini a litigare e a farsi guerra, io rispondo: no; trasformerà le spade in vomeri, e instaurerà tale pace sulla terra che le nazioni non sapranno più cosa è guerra' (pag 307-309)] [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  
 
Rivoluzione mondiale: la durissima polemica di Lenin e Trotsky contro l'opposizione di Kautsky PDF Stampa E-mail
KAUTSKY John H., Karl Kautsky. Marxism, Revolution & Democracy. TRANSACTION PUBLISHERS. NEW BRUNSWICK, USA - LONDON. 1994 pag 256 8°  prefazione introduzione: 'Karl Kautsky - Consistency and Relevance', note appendici (cronologia e bibliografia): appendice A. Biographical and Bibliographical Data; appendice B. Edited Volumes Consisting Entirely or in Part of Writings by Karl Kautsky'; Appendice C. Selected Writings on Karl Kautsky. John H. Kautsky is professor emeritus of political science at Washington University in St. Louis. He has written several books, including 'Communism and the Politics of Development', The Political Consequences of Modernization', 'The Politics of Aristocratic Empires', and 'Marxism and Leninism. Not Marxism-Leninism: an essay in the sociology of knowledge' ['Karl Kautsky's 'Dictatorship of the Proletariat' is a well-reasoned and strong plea to socialists to be faithful to democracy both before and after their expected advent to governmental power. Democracy was a more clearly defined concept to Kautsky than it is today, when all kinds of regimes, parties and ideologies claim to be democratic. When he wrote his book, democracy meant to Kautsky, what it still vaguely means to most of us in the West, a system in which great masses of people participate in the political process, particularly through universal suffrage, and are enabled to do so through civil liberties such as freedom of speech, press, and organization. (...) 'The Dictatorship of the Proletariat' was the opening gun in what became the greatest debate between social democratic and Communist interpreters of Marxism. Lenin replied to it in his famous 'The Proletarian Revolution and the Renegade Kautsky'. Kautsky returned to his attack on the Bolsheviks in 'Terrorism and Communism'. Trotsky counterattacked in a pamphlet of the same name, to which Kautsky responded in his 'Von der Democratie zur Staatsklaverei (4). To explain Kautsky's leading role in this debate, I can do no better than to quote from Max Shachtman 's foreword to the new University of Michigan Press edition of Trotsky's contribution to the debate: "(...) From the very beginning of the revolution, the Bolsheviks sought the active support of socialist outside of Russia, not only as sympathizers of the revolution they had already carried out but for the world revolution which was to be led by the Communist (the Third) International which they proposed to establish as quickly as possible. The opposition of a socialist of Kautsky's standing was therefore a matter of exceptional concern. Hence the vehemence, the intensity, and extensiveness, of Lenin's and Trotsky's polemics (5)"' (pag 205-208) [(4) Lenin, 'The Proletarian Revolution and the Renegade Kautsky', in 'Collected Works', 45 vols, (Moscow, Progress Publishers, 1960-70), 28:227-325; Kautsky, 'Terrorism and Communism' (London, The National Labour Press; 1920; first German edition June 1919); Leon Trotsky, 'Terrorism and Communism: A Reply in Karl Kautsky (Ann Arbor: University of Michigan Press, 1961); Kautsky, 'Von der Demokratie zur Staatskaverei: Eine Auseinandersetzung mit Trotzki' (Berlin: Freiheit, 1921); (5) Trotsky, 'Terrorism and Communism', V-VII] ["La dittatura del proletariato" di Karl Kautsky è una ben argomentata e forte invocazione ai socialisti di essere fedeli alla democrazia sia prima che dopo il loro previsto avvento al potere governativo: la democrazia era per Kautsky un concetto più chiaramente definito di quanto lo sia oggi, quando tutti i tipi di regimi, partiti e ideologie pretendono di essere democratici. Quando scrisse il suo libro, la democrazia significava per Kautsky, cosa che ha ancora oggi un significato vago per la maggior parte di noi in Occidente, un sistema in cui grandi masse di persone partecipano al processo politico, in particolare attraverso il suffragio universale, e sono abilitati a farlo attraverso le libertà civili come libertà di parola, stampa e organizzazione. (...) [L'opera] "La dittatura del proletariato" è stata il punto di partenza di ciò che è diventato il più grande dibattito tra social-democratici e comunisti, interpreti del marxismo. Lenin replicò nella sua famosa "Rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky". Kautsky tornò all'attacco contro i bolscevichi in "Terrorismo e comunismo" . Trotzky contrattaccò in un opuscolo omonimo, al quale Kautsky rispose nel suo 'Von der Democratie zur Staatsklaverei (4). Per spiegare il ruolo principale di Kautsky in questo dibattito, non posso fare a meno di citare la prefazione di Max Shachtman alla nuova edizione della University of Michigan Press del contributo di Trotsky al dibattito: "(...) Fin dall'inizio della rivoluzione, i bolscevichi cercarono il sostegno attivo dei socialisti al di fuori della Russia, non solo come simpatizzanti della rivoluzione che avevano già realizzato, ma per la rivoluzione mondiale che doveva essere guidata dall'Internazionale comunista (la Terza) che proposero di istituire prima possibile. L'opposizione di un socialista della statura di Kautsky era quindi una questione di eccezionale preoccupazione, da qui la veemenza, l'intensità e l'estensione delle polemiche di Lenin e Trotsky (5)" (pag 205-208) [(4) Lenin, "The Proletarian Revolution and the Renegade Kautsky", in "Collected Works", 45 vols, (Moscow, Progress Publishers, 1960-70), 28: 227-325; Kautsky, "Terrorism and Communism" (Londra, The National Labor Press, 1920, prima edizione tedesca, giugno 1919); Leon Trotsky, "Terrorism and Communism: A Reply in Karl Kautsky (Ann Arbor: University of Michigan Press, 1961); Kautsky, "Von der Demokratie zur Staatskaverei: Eine Auseinandersetzung mit Trotzki" (Berlino: Freiheit, 1921); (5) Trotsky, "Terrorismo e comunismo", V-VII]]  [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
 
'Kautsky: in Marx non c'è una teoria del crollo, questa è un'invenzione polemica di Bernstein' PDF Stampa E-mail
MATTICK Paul DEUTSCHMANN Christoph BRANDES Volkhard, Crisi e teorie della crisi. Crisi e teoria della crisi (Mattick); La crisi dell'economia mondiale come problema della teoria marxista (Deutschmann); Sulle cause della prosperità del dopoguerra. Una critica a Paul Mattick (Vorkhard Brandes). DEDALO LIBRI. BARI. 1979 pag 236 8°  note traduzione dal tedesco di Giuseppe MININNI; collana Per Marx- Critica della politica e dell' economia politica; (Tit. orig.: 'Krisen und Krisentheorien', 1974). ['Tuttavia, alla fine del XIX secolo sembrava che la crisi, come ebbe a constatare Friedrich Engels, andassero attenuandosi e che i periodi congiunturali fossero più lunghi, per cui anche la situazione economica degli operai risultava migliorata. La produttività del lavoro si era elevata quanto bastava per mantenere la redditività del capitale accumulantesi per periodi di tempo più lunghi. Da questa situazione scaturì poi il riformismo socialdemocratico e l'abbandono della teoria marxiana dell'accumulazione come teoria della crisi e del crollo. Mentre Engels vide nell'attenuazione della crisi il germe del sopraggiungere di crisi di gran lunga più violente, Eduard Bernstein nel 1899 constatava: «(...) Nasce piuttosto un terzo problema (...): se, cioè, l'espansione geograficamente gigantesca del commercio mondiale, unita alla straordinaria riduzione del tempo richiesto per le informazioni e i trasporti, non abbiano a tal punto aumentato le possibilità di 'compensazione' degli squilibri, e se l'enorme aumento della ricchezza degli stati industriali europei, unito all'elasticità del sistema creditizio moderno e alla nascita dei cartelli industriali, non abbiano a tal punto ristretto la 'capacità di reazione' degli squilibri locali o particolari sulla situazione generale degli affari,  - che occorra considerare improbabili, almeno per un periodo abbastanza lungo, la possibilità di crisi economiche generali del tipo delle precedenti (79). Bernstein rispose lui stesso al quesito che si era posto con l'affermazione che «lo schema delle crisi, in o per Marx, non era un'immagine del futuro, ma un quadro del presente (80), così che oggi «a meno che non siano eventi 'esterni' e imprevisti ad apportare una crisi generale (...) non c'è ragione sufficiente di concludere, in base a motivi puramente economici, che tale crisi è imminente». Per Bernstein e per il riformismo in generale, quindi, una teoria della lotta di classe edificata sullo statuto della crisi era superata, perché non si poteva più far affidamento su una situazione rivoluzionaria determinata dal crollo capitalistico. Nella sua risposta al revisionismo di Bernstein, Karl Kautsky proclamò che in Marx non si possa trovare una teoria del crollo, ma che questa sarebbe un'invenzione polemica di Bernstein. (...) Così, secondo Kautsky, la teoria marxiana aveva sì termine nel crollo del capitale, benché non ci fosse nessuna teoria marxiana del crollo' (pag 89-90)] [Paul Mattick, 'Crisi e teorie della crisi']  [(79) E. Bernstein, Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie', Reinbek, 1969 (tr. it., 'I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia', Laterza, Bari, 1968, p. 117); (80) Ivi, p. 123; (81) Ivi, p. 131)] [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
La ricerca della conoscenza della natura e lo sforzo di basare su di essa la vita PDF Stampa E-mail
ADORNO Francesco, La filosofia antica. I. FELTRINELLI EDITORE. MILANO. 1961 pag 601 8°  introduzione note bibliografia indice nomi; 'Storia della filosofia'. ['[L]'appello di Epicuro (15) allo studio della fisica - che si risolverà in una ripresa dell'atomismo, ed il suo appello a romperla contro la cultura suonano chiaramente come un atteggiamento polemico, come invito alla serietà dell'indagine che non esca fuori dalle possibilità umane e non finisca in vuote chiacchiere o in astratti sistemi che non servano a niente (questa la 'Cultura' contro cui le la prende Epicuro). Il filosofare, inteso come riflessione sulla realtà, ha un senso in quanto aiuti l'uomo, attraverso la comprensione del mondo in cui si vive, a rendersi contro della propria natura e delle proprie possibilità restituendo sé a se stesso, liberandosi dai timori e dalle apprensioni di una realtà soprannaturale. «Della scienza della natura non avremmo bisogno, se sospetto e timore delle cose dei cieli non ci turbasse, e non temessimo che la morte possa essere per noi qualcosa, e non ci nuocesse il non conoscere il limiti dei dolori e dei desideri. Non scioglie il terrore di ciò che all'uomo più importa, chi non sa quale sia la natura dell'universo e sta in ansia e sospetto per le favole dei miti... ('Massime Capitali', XI e XII). Non dobbiamo pretendere di studiare la filosofia, ma studiarla realmente, poiché non abbiamo bisogno dell'apparenza della salute, ma della salute stessa» ('Gnomologium Vaticanum', 54). Si è parlato - ha sostenuto il Farrington, 'Scienza e politica nel mondo antico', trad. it., Milano, 1960 - di una totale indifferenza dell'epicureismo per i valori della cultura greca, mentre esso rappresenta, invece, una conservazione dell'elemento più caratteristico e vitale di tale cultura, della sua essenziale originalità, dell'unico suo contributo all'umanità: la ricerca cioè della conoscenza della natura e lo sforzo di basare su di essa la vita' (pag 431-432)] [(15) Nato a Samo nel 342/40, da genitori ateniesi, emigrati a Samo, Epicuro, giovanetto, avrebbe avuto contatti col platonico Pamfilo. Negativamente avrebbe influito su Epicuro il mestiere della madre Cherestrata, che, sembra, fosse lettrice di carmi lustrali. Sappiamo che nel 322 circa Epicuro venne ad Atene, ma che presto ne ripartì per soggiornare in alcune città dell'Asia Minore, in particolare a Colofone e a Teo, dove avrebbe conosciuto il democriteo Nausifane. Nel 310 circa si stabilì a Mitilene. Qui ebbe inizio il suo insegnamento e qui si formò una prima comunità di amici epicurei. Si trasferì poi a Lampsaco, dove ebbe nuovi discepoli e dove si formò un'altra comunità epicurea. A trentaquattro anni, nel 307, era di nuovo ad Atene, dove insegnò fino alla morte, avvenuta nel 270. Morì, tra terribili sofferenze, per calcoli vescicali: celebre in tanti tormenti, la sua serenità e il suo coraggio. La scuola di Epicuro fu detta anche il "Giardino" (Képos) per un giardino ch'era nell'edificio, che Epicuro, nel 306, aveva comperato per sé e per i suoi discepoli. La scuola era aperta a chiunque, dotti e non dotti, donne e schiavi. (...)]  [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
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