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La guerra di Libia e la nascita del movimento nazionalista PDF Stampa E-mail
GAETA Franco  a cura, La stampa nazionalista. CAPPELLI EDITORE. FIRENZE. 1965 pag XC 593 8°  introduzione dell'autore note avvertenza illustrazioni note introduttive antologia indice nomi; 'Il periodo fascista: stampa e opinione pubblica, collana diretta da Renzo DE-FELICE. ['I risultati del convegno fiorentino furono quanto mai vaghi: il movimento nazionalista non né uscì con una fisionomia definita. Accolta la pregiudiziale monarchica; il problema della guerra restava indefinito tra la concezione nazionale-irredentistica di Sighele e quella imperialista di Corradini; in politica economica restavano impregiudicate le impostazioni liberista e protezionista; all'inteventismo di Sighele veniva messa la sordina. Nella stessa casa continuarono a vivere sino al 1912 Arcari e Coppola, Rivalta e Federzoni, Sighele e Corradini. Ma nei due anni che passarono tra il primo e il secondo congresso nazionalista avvenne il fatto capitale della guerra libica: il primo conflitto che l'Italia affrontasse da sola dal momento della sua costituzione unitaria. Essa fu la grande e davvero non sprecata occasione dei nazionalisti, il fatto che determinò il loro serio inserimento nel tessuto della vita politica italiana. Si sa come andarono le cose: alle pacate decisioni giolittiane si sovrapposero il rumore delle 'Canzoni' dannunziane e il fragore nazionalista e futurista; la voce dimessa di Pascoli ebbe un'impennata concorrenziale (e decisiva per i suoi destini poetici) verso il suo per allora minore fratello e la pacifica Italia giolittiana scese in campo stranamente accompagnata dai fantasmi dei legionari romani di Scipione e da quelli di Erodoto e Plinio che furono suscitati a consacrare con la loro autorità (opportunamente manipolata) la feracità della quarta sponda. Si verificò una sorta di appropriazione indebita della guerra e l'inebriamento toccò punte estreme non solo in retorica. Il solito Corradini, inarrestabile, minacciò un'azione «estremamente rivoluzionaria», anche contro cose e persone che ora non si nominano», vale a dire contro la monarchia ed il re. A questa campagna per l'impresa libica aveva partecipato in prima linea un settimanale uscito da poco, l''Idea Nazionale', ch'era destinato a divenire il foglio più rappresentativo e più importante del movimento nazionalista. Il gruppo di redattori era costituito da Corradini, Maraviglia, Federzoni, Coppola, Forges-Davanzati: un'équipe che, nonostante la diversa provenienza ideologica e politica, nonostante la differente preparazione culturale dei suoi componenti, si ritrovava cementata da alcune fondamentali esigenze e soprattutto dalla volontà di dare al nazionalismo un programma politico preciso, tale che trasformasse il movimento in un'elite capace di agire non solo in funzione d'una generica ripresa nazionale, ma in una ben individuata direzione lungo la quale forse si sarebbero presi molti amici, ma i seguaci sarebbero stati più forti e più sicuri. Di questo gruppo, Corradini restava l'oracolo: ma accanto a lui, apparivano in posizione di rilievo il duttile Federzoni, un tecnico delle questione internazionali quale Coppola, un transfuga del sindacalismo come Forges dotato d'un consequenziario dottrinarismo girondino (10) e un pubblicista di penna facile e brillante come Maraviglia. Fu appunto attorno all''Idea Nazionale' che conversero tra il 1911 e il 1912 gli uomini destinati a dar vita al vero e proprio nazionalismo politico italiano; e fu proprio sulle impostazioni politiche e dottrinarie di questo gruppo che avvenne la prima chiarificazione in seno al movimento' (pag XIV-XV) [(10) La definizione è di L. Federzoni, nelle 'Memorie' pubblicate a puntate ne "L'indipendente" di Roma tra il maggio e il luglio 1946. Cfr. n. 20 giugno] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
Cinque secoli, cinque modelli, cinque ordini internazionali PDF Stampa E-mail
BONANATE Luigi, Ordine internazionale. Fondamenti di relazioni internazionali. JACA BOOK. MILANO. 1995 pag 87 8°  illustrazioni bibliografia, I luoghi; Collana EDO Enciclopedia d'orientamento. Luigi Bonanate nato nel 1943, è Ordinario di Relazioni internazionali nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Torino. Si è occupato di teoria strategica, dimensioni della violenza politica, di teoria generale delle relazioni internazionali. Ha pubblicato tra l'altro 'Etica e politica internazionale' (1992) e 'Terrorismo internazionale' (1994). ['Anche alla luce degli studi pionieristici svolti da G. Modelski sul concetto di «ciclo lungo» della storia (Modelski, 1987; Modelski, a cura di, 1987), che trova le sue radici culturali nell'opera sia di F. Braudel sia di I. Wallerstein, è possibile periodizzare la storia delle relazioni internazionali in alcune fasi scandite dalle diverse «guerre costituenti». Esse sono: 1) la Guerra tra Carlo V e Francesco I (1521-1559); 2) la Guerra dei trent'anni (1618-1648); 3) la Guerra di successione spagnola (1701-1713); 4) la Guerra delle coalizioni anti-napoleoniche (1805-1815); 5) la Prima guerra mondiale (che molti studiosi legano alla Seconda, costruendo così una nuova «guerra dei trent'anni», durata quindi fino al 1945). A ciascuna di queste guerre toccherebbe il ruolo «costituente» di aver dato vita a un nuovo sistema internazionale, inteso come strutturazione di un ordine gerarchico, il cui contenuto è stato forgiato sul campo di battaglia. Tralasciando la circostanza (di per sé tutt'altro che irrilevante, per quanto inspiegabile, così come lo è quella secondo cui ciascuna guerra inizia all'incirca nel primo ventennio di ciascun secolo) che tra l'inizio di ognuna delle guerre costituenti intercorre circa un secolo (il che offre il senso di una vera e propria ciclicità), su cui da Toynbee in poi moltissimi studiosi si sono interrogati (Toynbee 1954; Levy 1983; Goldstein 1988), interessa piuttosto dal nostro punto di vista osservare che ciascun ciclo possa, a sua volta, essere ridefinito alla luce della situazione di 'leadership' che vi si determina, come se cioè la vittoria in guerra (e questo potrebbe essere considerato in buona sostanza il bersaglio principale che tutta questa presentazione aveva di mira) non consistesse in altro che nell'assegnazione dello scettro del governo dell'ordine internazionale a questa o a quella potenza. E così, il primo ciclo sarà quello dell'egemonia spagnola, il secondo vede invece l'imporsi della Repubblica delle Province Unite (l'Olanda), il terzo assiste all'ascesa francese; il quarto all'espansione della potenza britannica; il quinto infine può essere considerato come l'apogeo del «Concerto europeo», ma anche e consecutivamente, come il tracollo della centralità millenaria dell'Europa (...)' (pag 61-62)] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
L'esempio di Sparta. Richelieu e Proudhon. PDF Stampa E-mail
REYNAUD Paul, Memorie. II. CAPPELLI EDITORE. FIRENZE. 1962 pag 477 8°  introduzione: 'Al lettore', note ffoto cartine appendici documenti: 'Processo verbale della seduta del Gabinetto di guerra del 12 aprile 1940', lettere, 'Proposta di unione franco-britannica' etc.; indice nomi traduzione di Alberto MELLINI; Collana Testimoni per la storia del nostro tempo, collana di memorie diari e documenti; titolo originale: 'Memoires. Venu da ma Montagne', Flammarion, Paris. ['Un felice caso mi ha fatto leggere l'altro giorno in Tucidide - un Ateniese ed una delle menti più chiare dell'antichità - il patetico racconto della dichiarazione di guerra di Sparta ad Atene ventiquattro secoli or sono. Il popolo riunito a Sparta, ha appena udito le lagnanze dei Corinzi, protetti da Sparta, contro Atene e la risposta degli Ateniesi. Poi, congedati i Corinzi, il Re parla al suo popolo, ai suoi uomini «valorosi in guerra e saggi nei consigli», «educati troppo semplicemente per disprezzare le leggi ed abbastanza severamente per non disubbidirle», «abbastanza forti per non mostrare insolenza nel successo né debolezza nella disgrazia». Atene, gli dice loro, ha grandi ricchezze e, in guerra, le ricchezze contano più delle armi, perché permettono di comperarne. Ha una celebre cavalleria e specialmente una Flotta potente. Certo, armiamoci, ma negoziamo! Così parlò il Re. Ma regnava su uomini liberi. Uno dei «sindaci di palazzo» rileva l'insolenza degli Ateniesi che avevano ricordato che era il loro popolo, e soltanto il loro popolo, che aveva battuto i Persiani a Maratona ed a Salamina ed enumera le aggressioni di Atene contro Stati protetti da Sparta. Ma soprattutto è l'opinione generale a Sparta che, se non dà subito un colpo d'arresto a Atene, quest'ultima dominerà tutta la Grecia. E l'eroico coraggio degli Spartani li spinge così al combattimento. Al referendum sulla proposta del Re favorevole a negoziare con Atene, vincono coloro che sono contrari. E' vero che il Re non aveva minacciato i suoi soggetti di abdicare. Ebbe luogo la guerra del Peloponneso. Infuriò dalla Sicilia all'Oriente, alla Francia, al Nord. Durò ventisette anni. Sparta vinse. Atene dovette distruggere la sua «lunga muraglia» e cambiare regime politico. Se è vero che Sparta non poté prendere il posto di Atene, poiché la gigantesca figura di Filippo il Macedone sorgeva al Nord, che coraggio, che costanza negli intenti in quel piccolo popolo! Che contrasto con il quadro che ho dovuto tracciare del nostro popolo che gode di tante scuole, di università, della televisione e che, qualche volta, è giudicato come il popolo più intelligente del mondo! (...) Se, purtroppo io credo, come Richelieu, alla leggerezza francese, non accetto l'ingiurioso giudizio di Proudhon: «Il Francese ama la farsa, l'esagerazione, la buffonata. Triste specie. Il Francese odia il serio, il profondo, il vero in sé. Tende ad abbassare, a diminuire, a rimpicciolire, a rendere volgari o meglio triviali le cose»' (pag 447-449)] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

 
Keynes: tendenza alla riduzione dello stimolo all'investimento e della propensione al consumo PDF Stampa E-mail
PESENTI Antonio, Scienza delle finanze e diritto finanziario. EDITORI RIUNITI. ROMA. 1967 pag 453 8°  presentazione avvertenza note tabelle grafici esercitazioni e bibliografia; Collana Nuova biblioteca di cultura. ['Punto di partenza della nuova teoria è il riconoscimento di un permanente squilibrio esistente nel sistema economico capitalistico odierno, per cui le leggi elaborate dagli economisti rimangono valide (secondo il Keynes e in genere i keynesiani) in caso di piena occupazione di tutti i fattori produttivi e non lo sono più nel caso che tale occupazione non si verifichi e piuttosto che un ritorno spontaneo all'equilibrio si determina un sovrapporsi di più fattori di squilibrio. E', come è ricordato, il capovolgimento della tesi del Say e del Ricardo nota come legge degli sbocchi. E' bene richiamare la sostanza del pensiero keynesiano che tanta importanza ha nella stessa pratica della attività finanziaria e che tanto è stato elaborato, successivamente, da altri autori sulla base della impostazione keynesiana. Il Keynes, pur non accettando per nulla la spiegazione marxista basata sulla legge della caduta tendenziale del saggio del profitto, come a volte affermano superficialmente i keynesiani di sinistra, constata che specie nelle società capitalistiche avanzate (e tale era l'Inghilterra) diminuiscono l''inducement to invest' (lo stimolo all'investimento) e relativamente (come si è visto nelle lezioni di economia politica), la 'propensity to consume' (propensione al consumo) sicché si determina una riduzione della domanda globale ed una mancata occupazione di tutti i fattori produttivi. Un intervento statale perciò, secondo il Keynes, può correggere la situazione di squilibrio, far funzionare il sistema capitalistico in modo da raggiungere il massimo di occupazione e rendere così effettivamente valida la teoria classica (nel senso keynesiano, quella anteriore a lui). Il mezzo di ricondurre e mantenere l'equilibrio è costituito dall'intervento dello Stato nei vari termini del processo economico. Cioè lo Stato può, secondo il Keynes, mantenere la spesa ed investimento al livello di equilibrio agendo sull'investimento, sia controllando i saggi di interesse, con una adeguata politica monetaria e creditizia, sia esercitando un controllo non ben specificato sui tipi di investimento, sia investendo egli stesso in lavori pubblici o altre opere e intervenire sulla 'propensity to consume', aumentando il potere di acquisto dei ceti più poveri con pensioni e con una tassazione che favorisca i redditi minimi che non risparmiano. Come abbiamo già ricordato nelle lezioni di economia, il Keynes ripropone con altri termini il problema ricardiano del sostegno del saggio del profitto (che in sostanza rappresenta l' 'inducement to invest') in un'epoca in cui, per i motivi previsti dal Marx, il saggio del profitto è diminuito e ha raggiunto un basso livello. E appunto per questo il Keynes risolve anche il classico antagonismo profitto-salari in favore dei profitti contro i salari, con il nuovo strumento della manovra monetaria, con la nota distinzione tra salari nominali e salari reali e il consiglio di decurtare i salari reali attraverso la manovra monetaria ('General Theory', p. 8)' (pag 70-71-72)] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  
 
De Gaulle: rivoluzione nell'arte della guerra apportata dal motore a scoppio in terra e nell'aria PDF Stampa E-mail
REYNAUD Paul, Memorie. I. CAPPELLI EDITORE. FIRENZE. 1962 pag 477 8°  foto illustrazioni note appendici I. La mia lotta contro il Cartello; II, III, IV. La mia lunga lotta per la svalutazione; V. La mia lunga lotta per il Corpo corazzato; indice nomi traduzione di Alberto MELLINI; Collana Testimoni per la storia del nostro tempo, collana di memorie diari e documenti; titolo originale: 'Memoires. Venu da ma Montagne', Flammarion, Paris. ['Alle sue parole [di De Gaulle] sul «rabberciamento» di un sistema militare invecchiato e decadente che il Governo ci offriva, sotto la specie di un semplice prolungamento della durata del servizio militare, si sentiva in lui una rassegnata stanchezza al ricordo di ragionamenti fatti tante volte a personaggi che non volevano capire. Ma, una volta lanciato nella dimostrazione, parlando con voce di una dolcezza sorprendente in quel lungo corpo, imponeva la sua convinzione. Quando protendeva avanti il viso appuntito, allargando lentamente i due avambracci, lo si sentiva compenetrato da una evidenza irresistibile. Era impregnato delle parole di Amleto che egli aveva scritto in esergo al suo libro 'Il filo della spada': «Essere grandi vuol dire sostenere una grande battaglia». Questo Esercito pesante da guerra di trincea, mi disse De Gaulle, concepito per la situazione d'ante-guerra, allorché la Francia era sulla difensiva e con il potente alleato russo ad oriente, non corrisponde affatto alla situazione di una Francia circondata da popoli che sollecitano l'appoggio della sua forza contro un eventuale attacco dell'Esercito tedesco. Il nostro Esercito non ci permette nemmeno di far onore alla parola della Francia. Non abbiamo l'Esercito della nostra politica. Inoltre questo Esercito non ci permette nemmeno di proteggere il suolo nazionale. La linea Maginot? Il nemico avrebbe a disposizione 350 Km non protetti, ad occidente di questa linea fino al Mare del Nord, per penetrare in Francia attraverso il Belgio, sulla classica via delle invasioni, quella del rapido Berlino-Parigi. Il corpo corazzato che la Germania sta approntando darà il colpo di maglio, sfonderà il nostro fronte ed il grosso dell'Esercito seguirà. La nostra dottrina ufficiale ignora la rivoluzione apportata nell'arte della guerra dal motore a scoppio sulla terra e nell'aria. Queste parole mi colpivano tanto più in quanto risvegliavano in me il ricordo delle previsioni che avevo fatte dieci anni e cinque mesi prima, nella 'Revue Hebdomadaire'" (pag 378-379)] [ISC Newsletter N° 86] ISCNS86TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
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