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Gramsci rispose ad alcuni quesiti di Trotsky a proposito del movimento futurista italiano PDF Print E-mail
GRAMSCI Antonio, a cura di Antonio A. SANTUCCI, Le opere. La prima antologia di tutti gli scritti. EDITORI RIUNITI. ROMA. 1997 pag XIV 447 8°  'Una lettera di Valentino Gerratana', avvertenza, note indice nomi; Collana Le idee. ['Ecco le risposte alle domande sul movimento futurista italiano che lei mi ha rivolto (1). Dopo la guerra, il movimento futurista in Italia ha perduto interamente i suoi tratti caratteristici. Marinetti si dedica molto poco al movimento. Si è sposato e preferisce dedicare le sue energie alla moglie. Al movimento futurista partecipano attualmente monarchici, comunisti, repubblicani e fascisti. A Milano poco tempo fa è stato fondato un settimanale politico, 'Il principe', che rappresenta o cerca di rappresentare le stesse teorie che Machiavelli predicava per l'Italia del Cinquecento, cioè la lotta tra i partiti locali che conducono la nazione verso il caos, dovrebbe essere accantonata per opera di un monarca assoluto, un nuovo Cesare Borgia, che si ponga alla testa di tutti i partiti che si combattono. Il foglio è diretto da due futuristi: Bruno Corra ed Enrico Settimelli. Benché Marinetti, nel 1920, durante una manifestazione patriottica a Roma sia stato arrestato per un energico discorso contro il re, ora collabora a questo settimanale. I più importanti esponenti del futurismo d'anteguerra sono diventati fascisti, a eccezione di Giovanni Papini, che è divenuto cattolico e ha scritto una 'Storia di Cristo'. Durante la guerra i futuristi sono stati i più tenaci fautori della «guerra sino in fondo» e dell'imperialismo. Solo un futurista: Aldo Palazzeschi, era contro la guerra. Egli ha rotto con il movimento, e, benché fosse uno degli scrittori più interessanti, finì col tacere come letterato. Marinetti, che sempre aveva elogiato in lungo e in largo la guerra, ha pubblicato un manifesto in cui dimostrava che la guerra era il solo mezzo igienico per il mondo. Ha preso parte alla guerra come capitano di un battaglione di carri armati e il suo ultimo libro, 'L'alcova di acciaio', costituisce un inno entusiasta ai carri armati in guerra. Marinetti ha composto un opuscolo 'Oltre il comunismo', in cui sviluppa le sue dottrine politiche, se si possono in genere definire come dottrine le fantasie di quest'uomo, che a volte è spiritoso e sempre è notevole. Prima della mia partenza dall'Italia la sezione di Torino del 'Proletkult' aveva chiesto a Marinetti, in occasione dell'apertura di una mostra di quadri di lavoratori membri dell'organizzazione, di illustrarne il significato. Marinetti ha accettato volentieri l'invito, ha visitato la mostra insieme con i lavoratori e ha espresso quindi la sua soddisfazione per essersi convinto che i lavoratori avevano per le questioni del futurismo molto più sensibilità che non i borghesi. Prima della guerra i futuristi erano molto popolari tra i lavoratori. La rivista 'Lacerba', che aveva una tiratura di ventimila esemplari, era diffusa per i quattro quinti tra i lavoratori. Durante le molte manifestazioni  dell'arte futurista nei teatri delle grandi città italiane capitò che i lavoratori difendessero i futuristi contro i giovani semi-aristocratici o borghesi, che si picchiavano con i futuristi. Il gruppo futurista di Marinetti non esiste più. (...) Si può dire che dopo la conclusione della pace il movimento futurista ha perduto interamente il suo carattere e si è dissolto in correnti diverse, che si sono formate in conseguenza della guerra. I giovani intellettuali erano in genere assai reazionari. I lavoratori, che vedevano nel futurismo gli elementi di una lotta contro la vecchia cultura accademica italiana, ossificata, estranea al popolo, devono oggi lottare le armi alla mano per la loro libertà e hanno scarso interesse per le vecchie dispute. Nelle grandi città industriali il programma del 'Proletkult', che tende al risveglio dello spirito creativo dei lavoratori nella letteratura e nell'arte, assorbe l'energia di coloro che hanno ancora tempo e voglia di occuparsi di simili questioni' (pag 138-139)] [(1) Con questa lettera datata 8 settembre 1922, Gramsci, all'epoca a Mosca, risponde ad alcuni quesiti di Trockij che stava preparando un volume sul rapporto fra letteratura e rivoluzione. Il testo venne poi inserito in appendice al quarto capitolo dell'opera, 'Il futurismo', con la seguente nota dell'autore: «Pubblichiamo in questo volume una lettera molto interessante e ricca, in cui il compagno Gramsci descrive le sorti del futurismo italiano» (cfr. L. Trockij, 'Letteratura e rivoluzione', a cra di V. Strada, Einaudi, Torino, 1973, p. 113). La traduzione italiana che qui si presenta è ripresa da A. Gramsci, 'Scritti politici', a cura di P. Spriano, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 529-531] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

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'Alcuni studiosi del movimento non hanno distinto il sindacalismo rivoluzionario dall'anarchismo PDF Print E-mail
ROBERTS David D., a cura di Antonio MESSINA, Dal sindacalismo rivoluzionario al corporativismo fascista. ARACNE EDITRICE. ROMA. 2019 pag 548 8°  presentazione di Antonio MESSINA; prefazione di Francesco PERFETTI; introduzione dell'autore all'edizione italiana, note, bibliografia, ringraziamenti; Collana Cronogrammi, Sezione I. Politica, storia e società. David D. Roberts è professore emerito di Storia presso la University of Georgia (USA). E' stato presidente della Society for Italian Historical Studies dal 2001 al 2003. E' autore di numerosi volumi incentrati su tematiche storiche, tra cui: 'Fascist Interactions: Proposals for a New Approach to Fascism and Its Era' (2016); 'The Totalitarian Experiment in Twentieth Century Europe' (2006) e 'Historicism and Fascism in Modern Italy (2007). ['Il sindacalismo rivoluzionario italiano si sviluppò non dall'interno del movimento operaio, bensì dall'interno del Partito Socialista, come prodotto delle dispute strategiche che furono determinate dalla politica conciliatoria di Giolitti. La collaborazione socialista con gruppi della classe media progressista nell'opposizione contro Luigi Pelloux del 1899 e 1900 aveva già indicato che, in un Paese relativamente arretrato come l'Italia, i socialisti avevano molto da guadagnare dalla collaborazione con altri in Parlamento. (...)' (pag 113); La Settimana Rossa. 'L'episodio in cui i propositi sindacalisti sono stati più gravemente fraintesi è quello della Settimana Rossa: la spontanea e semi insurrezionale rivolta popolare che paralizzò quasi tutte le principali città italiane per almeno due giorni nel giugno del 1914. Alcuni studiosi del movimento, incapaci di distinguere il sindacalismo dall'anarchismo, hanno semplicemente presunto che i sindacalisti considerassero la Settimana Rossa come la grande opportunità rivoluzionaria che avevano tanto atteso (99). Nel suo dettagliato resoconto della Settimana Rossa Luigi Lotti tratta senza distinguerli sindacalisti, anarchici e repubblicani ma in nessun caso dimostra che i sindacalisti vedessero la Settimana Rossa come una reale possibilità di rivoluzione. In realtà il suo resoconto chiarisce che erano i veri anarchici come Enrico Malatesta e Armando Borghi che credevano che la rivolta avesse delle concrete possibilità rivoluzionarie. De Ambris e Corridoni in effetti lavoravano per intensificare il movimento degli scioperanti, ma solo al fine di esaltarne il valore psicologico e non perché volessero trasformarlo in una rivoluzione. Quando, durante la Settimana Rossa, il movimento a Parma iniziò a uscire da ogni controllo con lanci di pietre ed episodi di violenza i sindacalisti revocarono lo sciopero appena al suo secondo giorno (100). In questo episodio e in generale i sindacalisti semplicemente non condividevano il credo anarchico nel valore delle rivolte spontanee. Coloro che interpretano scorrettamente le intenzioni del sindacalismo durante la Settimana Rossa fanno altrettanto con la lezione che essi trassero da quella esperienza. Si è sostenuto che il fallimento della Settimana Rossa portò finalmente i sindacalisti a fare i conti con la realtà dimostrando loro che la rivoluzione che auspicavano non era possibile in Italia, almeno per il momento (101). Ma poiché i sindacalisti avevano sempre distinto la loro rivoluzione dalla spontanea insurrezione popolare, come sosteneva Agostino Lanzillo, era abbastanza plausibile che il fallimento della Settimana Rossa avesse confermato e non compromesso la strategia sindacalista e il suo impegno per la maturazione graduale del proletariato (102)" (pag 149-150) [(99) L. Lotti, 'La settimana rossa', pp. VII, 256-60; O. Lupo, 'I sindacalisti rivoluzionari nel 1914', "Rivista storica del socialismo", 10, n. 32, pp. 70-71. Si veda anche E.R. Tannenbaum, 'The Fascist Experience', p. 20; (100) L. Lotti, 'La settimana rossa', pp. VII, 119-126; 146; 221-28; 236, 258; (101) Ivi, pp. 256-60; O. Lupo, 'I sindacalisti, pp. 70-71, 78] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

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A partire da Mario l'esercito romano si trasforma in un istituto assistenziale per nullatenenti PDF Print E-mail
WEBER Max, Storia economica e sociale dell'Antichità. I rapporti agrari. EDITORI RIUNITI. ROMA. 1981 pag XXV 393 8°  prefazione di Arnaldo MOMIGLIANO avvertenza di Bianca SPAGNUOLO VIGORITA, introduzione: 'Per una teoria economica del mondo antico', note bibliografia appendice: 'Le cause sociali del tramonto della civiltà antica'; traduzione di Bianca SPAGNUOLO VIGORITA; Biblioteca di storia antica, collana diretta da Luigi COLOGNESI e Luigi LABRUNA. Max Weber scrive, nel 1897, una prima stesura della voce "rapporti agrari nell'antichità" per il prestigioso 'Handworterbuch des Staatswissenschaft', allora alla seconda edizione. Per la terza edizione di questo nel 1909, egli elabora radicalmente e amplia profondamente la voce sino a realizzare una complessa interpretazione delle strutture economiche e sociali del mondo antico e del loro funzionamento. ['Alla fine, proprio per gli obiettivi militari e politici che le leggi agrarie da lui proposte si prefiggevano, Gaio Gracco, sopraffatto dalla concorrenza dei grandi proprietari terrieri e dei loro metodi demagogici, perse del tutto il favore delle masse. Le assegnazioni greccane, come quelle successive, cercavano di tutelare i poderi di nuova costituzione dal pericolo dei debiti e delle speculazioni: si voleva cioè che l'assegnatario diventasse veramente un contadino. Perciò si stanziarono sovvenzioni di vario genere per permettere ai titolari di farsi un'attrezzatura e si stabilirono per le terre assegnate importanti limitazioni: inalienabilità (...). Proprio queste restrizioni imposte per ragioni «sociali e politiche» dai Gracchi segneranno però la loro rovina. (...) La clamorosa sconfitta del movimento graccano e il trionfo dei 'landed interest' segnò la vittoria del lavoro servile su quello libero, e quindi il crollo delle antiche fondamenta dello Stato. Con la 'lex agraria' del 111, conservata per via epigrafica, le occupazioni furono dichiarate anche sul piano formale 'ager privatus' e lasciate in proprietà definitiva ai loro titolari: ciò significò in pratica la liquidazione dell''ager publicus' italico. Poco dopo da Mario erano ammessi nell'antico esercito cittadino autoequipaggiato anche i 'capite censi', i proletari armati a spese dello Stato. Solo così infatti si poteva procedere ad una riorganizzazione dell'esercito e scongiurare l'imminente pericolo dell'invasione germanica. Con la guerra sociale i contadini e i piccoli borghesi italici riuscirono ad ottenere la cittadinanza e tutti i vantaggi che questa comportava. Ma ormai essi non avrebbero avuto più alcuna incidenza politica nei comizi, nell'amministrazione pubblica, nella gestione dell'impero. A partire da Mario l'esercito si trasforma in un istituto assistenziale per nullatenenti: è il veterano ora, e non il cittadino, che partecipa alle distribuzioni di terre e l'entità stessa delle assegnazioni comincia a crescere: 30 iugeri al tempo dei Gracchi, 50 in Italia durante il triumvirato, appezzamenti ancora maggiori nelle province. A questo si aggiunga che l'obbligo dei possidenti di servire in cavalleria diventa un obbligo puramente teorico. Questi due fenomeni paralleli costituiscono la base politica del cesarismo. Le grandi rivolte di schiavi rivelano fino a che punto nelle campagne era cresciuta, per numero e per importanza, la manodopera servile. I gravi sussulti da cui era stata scossa la proprietà fondiaria a causa delle confische e delle assegnazioni, specie quelle dei triumviri, avevano avuto effetti più negativi che positivi. La struttura economica preesistente, col relativo declassamento del ceto contadino, si era ormai consolidata, e, a dispetto dei summenzionati vincoli, i veterani non rimanevano affatto legati al loro pezzo di terra. In breve, da quando erano state legalizzate le occupazioni in Italia, le terre si erano fortemente concentrate nelle mani dei grandi proprietari terrieri; in che proporzione ciò era dovuto ad una vendita diretta da parte dei contadini non si può stabilire esattamente: le 'massae' attestate dal materiale documentario che ci è pervenuto ci offrono in proposito solo sporadici punti di riferimento, per giunta tardivi. Certo è che anche per Roma bisogna guardarsi dal presumere che, in termini puramente quantitativi, la scomparsa dei contadini sia stata totale' (pag 306-308)]   [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
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A causa di un deficit di insegnamento tecnico, Londra perse la 2° rivoluzione industriale PDF Print E-mail
JENKINS Peter, Mrs Thatcher's Revolution. The Ending of the Socialist Era. JONATHAN CAPE. LONDON. 1987 pag XI 411 8°  nota dell'autore, foto illustrazioni abbreviazioni note bibliografia indice nomi argomenti località. Peter Jenkins, giornalista politico, ha partecipato a trasmissioni televisive. E' autore pure di 'The Battle of Downing Street'. ['In the second Industrial Revolution, out of which came the electrical and chemical industries and the motor car, it was the application of science of industry which was at a premium. In that Britain was already a laggard. Continuity may be the clue to the history of British decline. Certainly there is a continuity of lament. Many of the letters written to 'The Times' in the late Victorian or Edwardian era could have been reprinted in the 1960s and 1970s, or indeed today. Educational failure, particularly in the matter of producing an adequately trained labour force, and the failure to apply technology to production were then, as again now, seen as the chief national weaknesses. For example, it was not until 1902 that Britain at last arrived at a national system of secondary education and even then local authorities were only empowered, not required, to provide post-elementary education in addition to that provided by the churches. The statutory school leaving age remained at 12, although local authorities could, if they wished, raise it to 14. Until 1876 not eve elementary education had been compulsory. The Foster Act of 1870 created school boards to fill the gaps, if they thought fit, in the voluntary system. Until then elementary education had been regarded as a matter of charity rather than of national duty or purpose. Prussia, in contrast, took education to be a duty of the State from birth to adulthood. Elementary school, secondary school and university were integrated into a national system. By late Victorian times the 'Gymnasia' (grammar schools) had been complemented by the 'Realschulen' (technical schools) which were given an equal status. Classic and science were provided on an equivalent basis and held in equal esteem. In Britain no start was made on technical education until 1889. Another Paris Exhibition had brought another shock of discovery and another Royal Commission had been instituted. At that time the Polytechnic at Zurich had 600 students, half of whom were foreign but none British' (pag 37); 'Nella seconda rivoluzione industriale, dalla quale sono nate le industrie elettriche e chimiche e l'automobile, era l'applicazione della scienza dell'industria a far premio. In questo la Gran Bretagna era già in ritardo. La continuità potrebbe essere l'indizio della storia del declino britannico. Certamente c'è una continuità di lamenti: molte delle lettere scritte su "The Times" alla fine dell'era vittoriana o edoardiana potrebbero essere state ristampate negli anni '60 e '70, o addirittura oggi. Insuccesso educativo, in particolare nella questione di produrre una forza lavoro adeguatamente formata e incapacità di applicare la tecnologia alla produzione furono allora, come oggi, visti come i principali punti deboli nazionali. Ad esempio, solo nel 1902 la Gran Bretagna arrivò finalmente a un sistema nazionale di istruzione e persino le autorità locali avevano il potere, non richiesto, di fornire un'istruzione post-elementare in aggiunta a quella fornita dalle chiese. L'età scolastica obbligatoria era di 12 anni, anche se, volendolo, le autorità locali potevano portarla a 14. Fino al 1876 l'istruzione elementare non era obbligatoria. Il Foster Act del 1870 creò i consigli scolastici per colmare le lacune, se lo ritenevano opportuno, nel sistema volontario. Fino ad allora l'istruzione elementare era stata considerata una questione di carità piuttosto che un dovere o uno scopo nazionale. La Prussia, al contrario, ha preso l'educazione come un dovere dello Stato dalla nascita all'età adulta. La scuola elementare, la scuola secondaria e l'università sono state integrate in un sistema nazionale. Alla fine del periodo vittoriano, le "Gymnasia" (scuole di lettere) era stata integrata dai "Realschulen" (scuole tecniche) che avevano ottenuto lo stesso status. Classico e scienza erano forniti su base equivalente e tenuti in pari stima. In Gran Bretagna non è stato avviato alcun percorso di istruzione tecnica fino al 1889. Un'altra esposizione di Parigi aveva portato un altro shock di scoperte ed era stata istituita un'altra Commissione reale. A quel tempo il Politecnico di Zurigo contava 600 studenti, metà dei quali stranieri ma nessuno era britannico' (pag 37)]  [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  

  

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'Annientate le grandi locazioni che concentrano in mani colpevoli quantità considerevoli di grani... PDF Print E-mail
MATHIEZ Albert, Carovita e lotte sociali nella rivoluzione francese. Dalla costituente al terrore. NEWTON COMPTON. ROMA. 1974 pag 508 8°  introduzione note indice nomi; traduzione di Franco VENTURI e Paolo SERINI; Major Paperbacks - Sezione di storia e politica; Titolo originale: 'La vie chère et le mouvement social sous la Terreur', 1973. "L'opera di Albert Mathiez ha largamente contribuito a illuminare uno dei punti più trascurati, eppure fondamentali, della Rivoluzione francese: se, infatti, molto è stato scritto sull'aspetto politico della Convenzione, poco si sa su quello sociale ed economico. In particolare, Mathiez ci mostra come i Montagnardi furono costretti nel 1793 - cedendo alla pressione degli Enragés - ad imporre alla nazione il maximum generale e, per conseguenza, il rafforzamento del potere centrale e delle forze di polizia, il controllo della produzione agricola ed industriale. Più tardi, fu inoltre necessario sopprimere la libertà, riempire le prigioni, erigere in permanenza la ghigliottina. Le strade del Terrore politico e del Terrore economico s'intersecano e procedono all'unisono. Ma un tale regime, antagonista radicale d'una borghesia che aveva appena conquistata la sua libertà, non poteva non provocare - proprio in quest'ultima - una violenta reazione. Ed infine fu proprio il popolo a far le spese della Rivoluzione. La borghesia dette luogo ad un crescente fenomeno inflazionistico. E tramite l'inflazione riuscì ad acquistare a poco prezzo i terreni del clero e degli emigrati; a tacitare, o eliminare, i suoi nemici interni ed esterni; e, soprattutto, ad attrezzare senza molto sforzo le sue fabbriche di guerra, preparandosi a realizzarla. La Rivoluzione, schiacciate le classi popolari, era ormai irrimediabilmente borghese" (dalla quarta di copertina); "E Goujon (*), dopo aver formulato con nettezza quella che Karl Marx chiamerà più tardi la «legge bronzea dei salari», citava cifre impressionanti: «La giornata lavorativa è passata da 16 a 18 soldi, mentre il grano è a 36 lire al sestiere, che pesa da 260 a 270 libbre... Il salario non basta dunque per vivere». Solo la legge poteva ripristinare l'equilibrio tra salari e viveri. La legge del 16 settembre era insufficiente, perché era soltanto una mezza misura: «Ogni mezzo parziale è in questo campo pericoloso e impotente; niente mezzi termini, essi ci distruggono... Per contare sul commercio, bisogna che la libertà sia intera e, al primo impaccio, il commercio è fatalmente distrutto». Che fare dunque? Goujon concludeva con precisione: «Ordinate che tutti i grani siano venduti a peso. Fissate la tariffa massima; portatela per quest'anno a 9 lire al quintale, prezzo medio buono tanto per il coltivatore quanto per il consumatore... Annientate le grandi locazioni, che concentrano in mani colpevoli quantità considerevoli di grani..., nessuno possa pagare gli affitti in grani; e infine nessuno possa essere insieme mugnaio e fittavolo. Infine, affidate a un'amministrazione centrale scelta dal popolo, il compito d'approvvigionare ogni parte della Repubblica, e vedrete che l'abbondanza dei grani e la giusta proporzione fra il loro prezzo e quello della giornata di lavoro restituirà la tranquillità, la felicità e la vita a tutti i cittadini». La lettura di questa petizione vigorosa e logica  era appena finita che il presidente della Convenzione, il vescovo Grégoire, faceva immediatamente dar lettura d'una lunga lettera del ministro dell'Interno, Roland, che combatteva aspramente, con gli argomenti ordinari degli economisti, qualsiasi idea di regolamentazione e ancor più di fissazione dei prezzi. Roland accusava la legge del 16 settembre d'essere la causa delle agitazioni e dei tumulti. Ogni requisizione era, secondo lui, vessatoria e inefficace; ogni dichiarazione, ogni censimento, forzatamente illusorio" (pag 82-83) ['L'insurrezione operaia e contadina dell'autunno del 1792', cap. III, 'Un tentativo di regolamentazione durante la prima invasione', settembre-dicembre 1792] [(*) L'assemblea elettorale della Seine-et Oise tornò alla carica il 19 novembre con una petizione che ebbe grande risonanza. L'oratore che la lesse alla sbarra era il futuro convenzionale Goujon, destinato a figurare tra gli ultimi montagnardi, allora procuratore generale sindaco del dipartimento]  [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
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