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Campanella trascorre i primi cinque anni della prigionia impegnato al progetto della nuova società PDF Stampa E-mail
CAMPANELLA Tommaso, a cura di Giacomo SCARPELLI, La città del sole. CARLO MANCOSU EDITORE. ROMA. 1993 pag 138 16°  introduzione di Giacomo SCARPELLI; Collana Lo Scrigno, diretta da Plinio PERILLI. ['Nel 1594 Campanella viene infatti riacciuffato dal Sant'Uffizio e tradotto a Roma, a Castel Sant'Angelo, assieme a Giordano Bruno, accomunati dall'accusa di eresia. Il vecchio Bruno sceglie il martiri. Il giovane Campanella abiura e dichiara sottomissione assoluta ai dogmi dell'ortodossia cattolica. Il processo così si conclude con la ripetizione dell'ingiunzione a rientrare in Calabria. Il fraticello si è arreso solo per poter continuare. Ritrova il proprio paese fiaccato dallo sfruttamento spagnolo e da un apparato clericale corrotto e immutabile nella dura precettistica. Campanella si getta allora a capofitto in una campagna di riscossa morale e sociale, confidando in una sorta di comunismo ascetico in cui sono identificabili istanze del riformismo anabattista, nonché credenze astrologiche e millenaristiche. La sua 'verve' di profeta dinamico e la sua tambureggiante loquacità gli procurano proseliti fra i nobili con aspirazioni indipendentistiche, fra i contadini vessati, i banditi redenti e i frati alla ricerca del primitivo cristianesimo. Con costoro Campanella arriva a macchinare una ribellione contro il regime usurpatore. Causa un tradimento, la congiura viene sventata. Il 6 settembre 1599 l'incorreggibile predicatore di un mondo più giusto cade nelle mani dell'Inquisizione spagnola, che si rivelerà assai più inflessibile del clero di Roma. Tradotto a Napoli Campanella viene sottoposto a torture spietate. Ma egli mette in opera tutta la sua scaltrezza per difendersi e salvare la vita. Sa bene che per la prassi inquisitoria cattolica può essere condannato alla pena capitale solo chi abbia fatto atto di pentimento e di apostasia, in assenza di che nell'Aldilà il demonio ne approfitterebbe per impadronirsi della sua anima. Frate Tommaso quindi esibisce atteggiamenti maniacali e allucinati, dando in tal modo ad intendere che il suo anelito rivoluzionario sia l'effetto di una follia congenita e visionaria, che gli impedisce di intendere e di volere, e dunque anche, e soprattutto, di pentirsi coscientemente. In tal modo scampa alla mano del boia e viene condannato al carcere. Riuscirà ad ottenere la libertà solo dopo ventisette anni. Durante questo periodo di solitudine e di tenebra compone le sue opere maggiori, con la perseveranza che gli viene dalla consuetudine alla clausura monastica, e sorretto dalla caparbia certezza che al di là delle pareti madide della cella splenda tutt'ora il sole del libero credo. Trascorre i primi cinque anni della prigionia, nella fortezza napoletana di Castel Nuovo, impegnato a dare profilo definito al progetto della sospirata nuova società. Rifacendosi alla tradizione di Platone, Sant'Agostino, Moro e Doni, nel 1602 inizia la stesura del dialogo 'La Città del Sole'. In questo capolavoro (redatto nella doppia versione volgare e latina), frate Tommaso armonizza in nitida prosa slancio idealistico, sottigliezza filosofica e passione mistica' (pag 9-10) [introduzione di Giacomo Scarpelli] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

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1922: la sconfitta del movimento rivoluzionario e le ondate di aggressioni degli squadristi PDF Stampa E-mail
ACCIAI Enrico  a cura; saggi di Elena PAPADIA Giacomo BOLLINI Antonio SENTA Matteo STEFANORI Luigi BALSAMINI Giovanni C. CATTINI Eva CECCHINATO Claudio SILINGARDI Giorgio SACCHETTI Enrico ACCIAI, Anarchismo e volontariato in armi. Biografie e traiettorie di combattenti transnazionali. VIELLA LIBRERIA EDITRICE. ROMA. 2021 pag 224 8°  premessa di Enrico ACCIAI: 'Gli anarchici italiani e la scelta volontaria delle armi: una storia lunga', note, notizie sugli autori, indice nomi; Collana I libri di Viella. Enrico Acciai insegna Global History presso l'Università di Roma 'Tor Vergata'. Si è occupato di storia dell'antifascismo europeo, storia dell'anarchismo e storia del volontario transnazionale in armi. ['Ardito del Popolo a Sarzana, fuoriuscito in Francia, Marzocchi sarà combattente in Spagna nella Colonna italiana della Francisco Ascaso e quindi nel Maquis. La sua traiettoria transnazionale, foriera di spazi geografici e reti relazionali nuove, include ben tre fra le esperienze fondamentali di volontariato in armi sullo scenario novecentesco, e ci svela i processi multidirezionali della circolazione delle idee sul continente, fra adattamenti e rigenerazione intellettuale, in chiave cosmopolita (4). Già conosciuto come attivista sindacale ed esponente dei gruppi giovanili anarchici alla Spezia aveva avuto modo di compiere la sua prima esperienza personale di lotta armata. A Roma aveva incontrato Argo Secondari e Giuseppe Gaetano Mingrino, massimi dirigenti degli Arditi dl Popolo (AdP) (5), Proprio alla vigilia dei noti fatti di Sarzana. Qui, in collaborazione con Ugo Boccardi 'Ramella', aveva assunto il comando di una cinquantina di arditi (6). Il 21 luglio 1921 una colonna di cinquecento fascisti, in gran parte provenienti dalla Toscana, nel tentativo di liberare i propri camerati rinchiusi nella fortezza di Sarzanello a seguito di una sanguinosa spedizione punitiva, ingaggiava uno scontro a fuoco, prima con carabinieri e guardie regie, poi con gli AdP. Le perdite per le camicie nere erano state ingenti: quattordici morti e decine di feriti. Quanto al nostro, la sconfitta del movimento rivoluzionario e le tentate aggressioni degli squadristi lo avevano spinto a un primo trasferimento da Spezia a Savona. In quest'ultima città, dove aveva trovato un provvisorio impiego in Comune, svolgeva attività nel gruppo "Pietro Gori" e nel sindacato, mantenendo aperti canali di contatto sia con il direttorio nazionale degli AdP, sia con Errico Malatesta. Si occupava dell'espatrio clandestino dei perseguitati, per mare e per ferrovia, avendo approntato un percorso sicuro fra Savona e Ventimiglia, fino a Mentone e Nizza (7). Nell'estate 1922 le squadre fasciste erano padrone della Liguria e la seconda ondata aveva domato le roccaforti proletarie più riottose. Dopo Sarzana, Spezia, Genova, sarebbe toccato a Savona. Fra il 31 luglio e il 4 agosto, in concomitanza dello sciopero generale dell'Alleanza, si compiva il destino di quella città. Tremila camicie nere provenienti dal Carrarese, dall'Alessandrino e dal Genovesato, al comando dell'ex-sovversivo Massimo Rocca, chiudevano la partita debellando le ultime resistenze. Messe a ferro e fuoco tutte le sedi operaie, il comune "rosso" invaso fu pavesato con il tricolore. A seguire il provvedimento prefettizio che dichiarava decaduta la giunta. Si apriva allora la caccia al sovversivo anche fra gli impiegati comunali. E qualcuno, con affanno ma senza esito, cercava Marzocchi ormai uccel di bosco (8). La scelta della laica Francia come rifugio fu un fatto naturale, per vicinanza ma anche per una consuetudine consolidata nell'emigrazione economica. Era quella la prima ondata di fuggiaschi, popolare, spontanea e non organizzata, base per i successivi adattamenti, esito nefasto della guerra di classe. Si stabilizzavano così oltralpe gruppi di profughi sovversivi già in grado di pubblicare, fin dal 1923, propri organi di stampa (9)' (pag 200-201) [(in Giorgio Sacchetti, 'Antifascismo in armi. Umberto Marzocchi combattente transnazionale' (pag 199-214)] [(4) Cfr. Renato Camurri, The Exile Experience Reconsidered: A Comparative Perspective in European Cultural Migration during the Interwar Periodo' in 'Transatlantica', 1.2014, pp. 1-14; (5) Cfr. Luigi Balsamini, 'Gli Arditi del Popolo. Dalla guerra alla difesa proletaria contro il fascismo (1917-1922), Casalvelino Scalo, Galzerano editore, 2018; 6. ACS, CPC, b. 3117 fasc. Marzocchi Umberto. Cfr. Giorgio Alberto Chiurco, 'Storia della Rivoluzione Fascista, vol III, Anno 1921, Firenze Vallecchi, 1929, pp. 459 e ss.; Andrea Ventura, 'I primi antifascisti. Sarzana, estate 1921, Politica e violenza tra storia e storiografia, Sestri Levante, Gammarò, 2010; (7) Cfr. Intervista a U.M. (1978); (8) Ibidem. Cfr. Rodolfo Badarello, 'Cronache politiche e movimento operaio del Savonese', Savona, Comune di Savona, 1987, pp. 363-370; (9) Cfr. Leonardo Bettini, Bibliografia dell'anarchismo', vol. 1, tomo 2. Periodici e numeri unici anarchici in lingua italiana pubblicati all'estero (1872-1971), Firenze, CP editrice, 1976] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Furono i capi e i governanti africani coloro che più beneficiarono del commercio con i portoghesi PDF Stampa E-mail
MARTINEZ José Luis, a cura di Ernesto FRANCO, Passeggeri delle Indie. I viaggio transatlantici del XVI secolo. MARIETTI. GENOVA. 1998 pag XIX 336 8°  prefazione di Ernesto FRANCO, ringraziamenti, introduzione, note, appendici: I. Fray Antonio de Guevara, 'Arte del navigare' 1539; II. Fray Tomás de la Torre, 'Diario del viaggio da Salamanca a Ciudad Real, 1544-1545': III. Eugenio de Salazar, 'Il mare descritto da chi ha patito il mare', 1573; indice nomi; traduzione di Monica LAVINO e Edda CIGOGNA; Collana di saggistica. J.L. Martinez (Messico, 1918) erudito, bibliofilo, è autore di moti studi letterari e storiografici . E' stato direttore editoriale del Fondo de Cultura Economica (casa editrice messicana).  [La tratta degli schiavi. 'Gli schiavi provenienti dalla Mauritania, così come dal Marocco - mori e berberi -, erano chiamati «schiavi bianchi» e, poiché professavano la religione islamica, e venivano considerati infedeli, la loro importazione in America fu proibita e vi si recarono solo piccoli gruppi nei primi tempi. Gli autentici negri erano quelli che provenivano dai territori situati a sud del fiume Senegal. Fra questi, i più ricercati erano quelli originari della Guinea, «per la loro laboriosità, allegria e adattabilità». Padre Sandoval li colma di elogi e descrive, inoltre, le caratteristiche di altre tribù africane che giungevano a Cartagena. La cattura dei futuri schiavi veniva compiuta dai portoghesi con la forza, in quei territori che opponevano loro resistenza. Più tardi, presero la strada più facile degli scambi e dei trattati con i capi tribali. Visto che la schiavitù era una pratica ricorrente fra i popoli della costa occidentale africana, si schiavizzavano i prigionieri di guerra, i colpevoli di delitti e addirittura molti africani vendevano se stessi per poter sopravvivere. C.R. Boxer spiega che gli africani «spesso si ottenevano dalle guerre intertribali dell'interno e la crescita del traffico di schiavi probabilmente aggravò lo stato di violenza e insicurezza esistente - o in ogni caso non si fece niente per migliorarlo. Furono i capi e i governanti africani coloro che maggiormente beneficiarono del commercio con i portoghesi, e (...) la maggior parte di loro prese sempre parte volontariamente al traffico degli schiavi» [C.R. Boxer, 'The Portuguese seaborne empire, 1415-1825', New York, 1969]' [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 


 
'Non c'è un capitalismo pacifico, sano, a cui si opporrebbe il capitalismo finanziario' PDF Stampa E-mail
COLLETTI Lucio, a cura di Luciano ALBANESE, collaborazione di Mariacristina MASI, Lezioni di filosofia politica. RUBBETTINO. SOVERIA MANNELLI. 2017 pag LII 242 8°  presentazione di Laura BOLDRINI, prefazione di Renato BRUNETTA e Paolo ROMANI, note, postfazione: 'Colletti e Sartori, Sovranità e Rappresentanza' di Mariacristina MASI, bibliografia, indice nomi; Collana Saggi Filosofia. Lucio Colletti, filosofo italiano (Roma 1924 - Venturina, Livorno, 2001) ha insegnato filosofia della storia e filosofia teoretica. Antifascista e partigiano, ancora liberale, si laurea con una tesi fortemente critica sulla filosofia di Benedetto Croce. Dopo l'incontro con Galvano della Volpe, abbraccia il marxismo e si iscrive al PCI che lascerà nel 1964. E' del 1958 il suo primo lavoro più impegnativo: l''Introduzione' ai 'Quaderni filosofici' di Lenin, mentre nel 1969 pubblica si suoi due libri più noti, il 'Marxismo e Hegel' e 'Ideologia e società'. Dopo un lungo periodo di ripensamenti, nel 1974, vista l'impossibilità di coniugare marxismo e scienza, abbandona anche il marxismo teorico. Altre sue opere: 'Tra marxismo e no' (1979), 'Tramonto dell'ideologia' (1981), 'La logica di Benedetto Croce' (1993), 'Fine della filosofia e altri saggi' (1996). Negli ultimi anni della sua vita ha svolto l'attività di parlamentare in Forza Italia. ['Passando alla fase dell'imperialismo non assistiamo alla fine di quelli che erano i caratteri della prima fase del capitalismo. Questi caratteri, questo capitalismo del primo periodo torna a operare all'interno dell'imperialismo stesso. È l'imperialismo stesso che mentre per un verso nasce proprio dalla progressiva riduzione della sfera della concorrenza e, quindi, della concentrazione capitalistica, d'altra parte questo stesso capitalismo nella fase dell'imperialismo rigenera perennemente le forme da cui si è prodotto; rigenera la concorrenza, rigenera le forme del piccolo imprenditore e del commerciante, ecc. Il problema viene fuori con chiarezza nel dibattito che si sviluppa tra Lenin e Bucharin nell'VIII Congresso del Partito bolscevico. La tesi di Bucharin in apparenza sembrava una tesi più a sinistra di quella di Lenin. Egli sosteneva che nella fase dell'imperialismo fosse inutile continuare l'analisi delle forme originarie del capitalismo. Di conseguenza tutta la prospettiva politica doveva ormai essere costruita soltanto in funzione della dinamica e dello sviluppo dell'imperialismo stesso. Le critiche di Lenin a Bucharin sono particolarmente interessanti perché è da questa diversa analisi economica che si pongono prospettive di alleanza politica, e quindi di sviluppo rivoluzionario, completamente diverse. L'imperialismo puro - dice Lenin - senza la base fondamentale del capitalismo non è mai esistito, non esiste in nessun luogo e non potrà mai esistere. Quella di Bucharin è una generalizzazione errata, come è sbagliato tutto ciò che è stato detto sui sindacati, i cartelli, i trusts, il capitale finanziario, da coloro che presentavano il capitalismo finanziario come se non reggesse su nessuna delle basi del vecchio capitalismo. L'apparente concretezza di Bucharin consiste nell'esposizione libresca del capitalismo finanziario. In realtà noi osserviamo dei fenomeni di diverso genere, e in ogni governatorato agricolo vediamo la libera concorrenza accanto all'industria monopolizzata. In nessun luogo del mondo il capitalismo monopolistico non è esistito e non esisterà mai senza che in parecchi settori dell'economia sussista la libera concorrenza. Descrivere tale sistema al modo di Bucharin significherebbe descrivere un sistema staccato dalla vita e falso. È un errore nel quale si cade molto facilmente. Se ci trovassimo di fronte a un imperialismo integrale,, che avesse rifatto da cima a fondo il capitalismo, il nostro compito sarebbe centomila volte più facile, perché avremmo un sistema nel quale tutto sarebbe sottomesso al solo capitale finanziario. Non ci resterebbe allora che sopprimere la cima e mettere il resto nelle mani del proletariato. Sarebbe una cosa infinitamente piacevole, ma che non esiste nella realtà. In realtà l'imperialismo è una sovrastruttura del capitalismo, e quando crolla ci si trova di fronte alla cima distrutta e alla base messa a nudo. Il capitale finanziario, la concentrazione monopolistica non impedisce che alla base dell'edificio si rigenerino continuamente le figure del piccolo imprenditore, del commerciante, e anche dell'usuraio. Non impedisce, insomma, che si rigeneri continuamente la piccola borghesia, che in base a questa più realistica diagnosi diventa quindi un fattore permanente del quale il politico rivoluzionario deve tener conto e con la quale deve cercare di stabilire un'alleanza. È interessante rilevare che quando non si colga questa interrelazione fra la fase monopolistica, tra il vertice della costruzione e la base della piramide, si cade nella posizione tipica del discorso socialdemocratico. I kautskiani - dice sempre Lenin nei 'Quaderni sull'imperialismo' (6) - adducono questi fenomeni, cioè il rigenerarsi continuo del piccolo imprenditore e delle altre figure, come esempio di un capitalismo pacifico, sano, basato sullo scambio pacifico, al quale si opporrebbe il capitalismo finanziario. Ma non cogliendo l'interrelazione fra questi due aspetti l'analisi socialdemocratica è portata a distinguere due lati nel capitalismo: un lato cattivo, il lato bellicista, aggressivo, che sarebbe il lato del capitalismo monopolistico, al quale essa oppone l'altro lato, il cosiddetto lato buono, che sarebbe, invece, espresso in quella base della piramide dove, appunto, si rigenera permanentemente il regime della libera concorrenza. Conseguentemente la socialdemocrazia oppone un capitalismo buono a un capitalismo cattivo, il che è di nuovo il presupposto per capire certi discorsi come quello di Strachey. Secondo Strachey attraverso i semplici modi della democrazia politica (dove per democrazia politica si intende di nuovo il mero funzionamento tecnico del sistema), ci sia la possibilità di imbrigliare e rimuovere progressivamente gli aspetti negativi e deteriori del capitalismo, e, quindi, vi sia la possibilità di costruire uno Stato del benessere senza arrivare a superare le differenze di classe" (pag 159-162)  [Lucio Colletti, 'Lezioni di filosofia politica', Rubbettino, Soveria Mannelli, 2017] [(6) V.I. Lenin, 'Quaderni sull'imperialismo', Roma, 1971, pp. 164-165)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 

 
I bombardamenti aerei delle città italiane e la reazione di Mussolini PDF Stampa E-mail
IMBRIANI Angelo Michele, Gli italiani e il duce. Il mito e l'immagine di Mussolini negli ultimi anni del fascismo (1938-1943). LIGUORI EDITORE. NAPOLI. 1992 pag 223 8°  presentazione di Aurelio LEPRE, ringraziamenti, introduzione, note, appendice, indice nomi; 'Strumenti', Scienze storiche collana diretta da Aurelio LEPRE. Angelo Michele Imbriani è nato ad Avellino nel 1962. Si occupa di storia del fascismo e dei movimenti politici di destra. 'Mussolini diviene, per gran parte degli italiani, il responsabile unico della rovina della Nazione, della guerra, della fame e di lutti, il "tirapiedi di Hitler", il pazzo megalomane, il ciarlatano vigliacco, il vagabondo figlio di un fabbro, e, addirittura, il menagramo: è l'antimito di Mussolini sul quale pure si proiettano esperienze e passioni, immagini e sentimenti degli italiani in guerra' (retrocopertina); Il discorso del 2 dicembre 1942. Reazioni e commenti. 'Mussolini, migliorate le sue condizioni fisiche, parla alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, il 2 dicembre. Con la sua ricomparsa in pubblico, egli riesce a dimostrare di essere ancora vivo e in discrete condizioni di salute, ma le sue parole non gli consentono di recuperare il prestigio e la credibilità che ha ormai perduto in una vasta area del Paese. Il legame tra il declino politico e morale, da un lato, la malattia fisica e la morte, dall'altro, si rivela, peraltro, così forte, nell'immaginario e nella sensibilità popolare, da indurre alcuni a ipotizzare che la voce ascoltata alla radio non sia, in realtà, la voce di Mussolini: "si dice che non sia stato Lui a parlare, perché è malato, e poi quello non era il timbro della sua potente e dominatrice voce" (9)' [(9) Polizia politica, b. 225, "Discorsi del Duce", Roma, inf. "A8", relaz. dell'11 dicembre 1942] (pag 173); 'Venendo ai contenuti del discorso (11), si nota subito come Mussolini, più che a tranquillizzare la popolazione, miri a suscitare l'odio e l'indignazione nei confronti del nemico. I britannici, dice, hanno programmato "attacchi aerei prolungati, scientifici e annientatori", contro le città italiane. Mussolini quindi apre una significativa parentesi, dedicata alle possibilità di difesa da tali incursioni, e ammette che i rifugi si sono rivelati inadeguati e che se ne dovranno costruire di nuovi; la protezione, per il resto, sarà sia "attiva" che "passiva": la prima sarà affidata soprattutto alle nuove artiglierie che i tedeschi si sono impegnati a fornire e che andranno a potenziare la contraerea italiana; la seconda dovrà tradursi nello "sfollamento" dai maggiori centri urbani e industriali. La popolazione viene invitata quindi a "disperdersi nelle campagne". (...) Questa violenta invettiva anti-britannica del Duce ha, anzitutto, un valore strumentale. Mussolini pensa di poter indirizzare contro gli inglesi la rabbia e lo sdegno di una popolazione duramente provata dalle angosce e dalle privazioni e profondamente delusa e scoraggiata, stornando così l'attenzione dalle responsabilità sue e del regime" (pag 174-175) [(11) Polizia politica, Napoli, inf. "150", relaz. dell'8 dicembre 1942] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
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