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Nenni tra socialismo massimalista e populismo ottocentesco PDF Stampa E-mail
SABBATUCCI Giovanni, Il riformismo impossibile. Storie del socialismo italiano. EDIZIONI LATERZA. ROMA BARI. 1991 pag 131 16°  premessa, introduzione: 'Le ragioni di una sconfitta', note, indice dei nomi; Saggi Tascabili Laterza. Giovanni Sabbatucci (Sellano, Perugia, 1944) ha insegnato Storia contemporanea alla facoltà di Lettere dell'università di Macerata. E' autore tra l'altro di 'La stampa del combattentismo' (1979) e curatore di una 'Storia del socialismo italiano' in 6 volumi (1980-81). Per Laterza ha pubblicato 'I combattenti nel primo dopoguerra' (1974) e 'La crisi italiana del primo dopoguerra' (1976). ['La migliore definizione sintetica del Nenni politico l'ha data forse Gaetano Arfè nel titolo del suo saggio introduttivo alla raccolta degli scritti nenniani del '44-'45. 'Pietro Nenni libertario e giacobino'. I due termini possono sembrare antitetici, e in parte lo sono davvero. Certo non lo erano all'interno di quella cultura politica di matrice ottocentesca, insurrezionalista e populista, un pò mazziniana e un po' bakuniana, in cui Nenni si era formato e alla quale erano legate le sue prime e decisive esperienze (6). Una cultura che si allacciava senza soluzione di continuità alla tradizione delle rivoluzioni ottocentesche e aveva come principale punto di riferimento gli esempi della rivoluzione francese («È da essa - ha scritto ancora Arfè - che Nenni trae il suo 'ethos' politico, criteri di interpretazione e suggestioni per l'azione» (7). Una cultura ugualmente lontana dalle forme istituzionali della democrazia liberale e dalla prassi della socialdemocrazia europea. Il problema è quello di capire come mai un rappresentante tipico di questa tradizione (appena corretta da una superficiale spolveratura di marxismo) sia diventato, e sia rimasto per tanto tempo, il leader del socialismo italiano. La risposta sta nel fatto che tutto il socialismo massimalista - ossia il filone politicamente maggioritario del socialismo italiano, quello a cui Nenni aderì nel 1921 - era fortemente impregnato di ribellismo e di spiriti giacobini, aveva - come ha osservato Roberto Vivarelli (8) - una sotterranea colleganza con un certo intrasigentismo di matrice mazziniana e conservava, sotto una scorza di duro classismo, una forte vena di populismo ottocentesco. «Populismo» (termine che uso in senso non necessariamente spregiativo, per indicare una visione indifferenziata delle masse popolari come soggetto di pulsioni ribellistiche piuttosto che come portatrici di interessi concreti, come fonte di legittimazione data una volta per tutte piuttosto che come agente di opzioni politiche verificabili attraverso le procedure elettorali) è un'altra parola-chiave necessaria per capire i tratti caratteristici della politica nenniana. Per Nenni, che pure non disdegna le citazioni da Marx ed Engels, «proletariato» e «popolo» sono concetti molto vicini, se non completamente fungibili. Le masse popolari - anche quando sono definite in base a parametri socioeconomici - sono in sostanza quelle che reclamano giustizia, che si ribellano ai privilegi e ai poteri costituiti, che riempiono fisicamente le piazze nelle manifestazioni politiche della sinistra e nei movimenti di protesta sociale' (pag 67-68) [(6) Sulla formazione e le esperienze giovanili di Nenni, oltre ai primi due capitoli della citata biografia di Santarelli, v. F. Biondi Nalis, 'La giovinezza politica di Pietro Nenni', Angeli, Milano, 1983 e M. Ridolfi, 'll giovane Nenni e la cultura politica dei partiti popolari', 'Storia e problemi contemporanei', gennaio-giugno 1990, pp. 37-48; (79) Nella citata Introduzione a 'Vento del Nord', p. XI; (8) R. Vivarelli, 'Rivoluzione e reazione in Italia negli anni 1918-1922', in 'Il fallimento del liberalismo', cit., pp. III - 62] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  


 
1933: la sconfitta del movimento operaio tedesco di fronte al terrore nazista PDF Stampa E-mail
NATOLI Claudio a cura, Saggi di Martin BROSZAT Simona COLARIZI Enzo COLLOTTI Giuseppe DALL'ONGARO Klaus GOTTO Jürgen KOCKA Hans MOMMSEN Klaus-Jürgen MÜLLER Detlev J.K. PEUKERT Jens PETERSEN Giorgio VACCARINO, La Resistenza tedesca, 1933-1945. FRANCO ANGELI. MILANO. 1989 pag 275 8°  abbreviazioni, premessa, introduzione del curatore, note, indice dei nomi, Collana studi e ricerche storiche, diretta da Marino Berengo e Franco Della Peruta. ['Il movimento operaio tedesco è stato sconfitto, ancor prima di aver combattuto. Questa è la verità decisiva dell'anno 1933. (...) La presa del potere da parte dei nazionalsocialisti nel 1933, avvenuta praticamente senza lotta, dimostra quanto questa immagine (il movimento operaio tedesco visto nelle sue componenti socialdemocratiche e comuniste come una organizzazione unitaria, ndr) rappresentasse solo una verità parziale. Le divisioni politiche in Germania erano più profonde che in altri paesi, e infatti i diversi protagonisti si erano affrontati negli anni dal 1919 al 1923 come antagonisti in una guerra civile. Inoltre, alle divisioni politiche corrispondeva, all'interno della classe operaia tedesca, una crescente segmentazione sociale lungo una linea di demarcazione che distingueva i lavoratori in specializzati e non specializzati, anziani e giovani, occupati e disoccupati, al cui interno il Partito comunista tedesco (Kpd) rappresentava piuttosto lavoratori giovani, non specializzati e disoccupati, mentre per converso il Partito socialdemocratico tedesco (Spd) quelli più anziani, specializzati e occupati. Questa situazione oggettiva , in presenza della crisi sociale e politica generale in cui versava la Germania dopo la fine della guerra mondiale, aggravata dalla crisi dell'economia mondiale, condusse i socialisti democratici all'immobilismo e a una posizione espressamente difensiva, che intendeva sostenere e difendere quanto restava in piedi della Repubblica e che provocò una ghettizzazione, verbalmente molto radicale, dei comunisti, che vedevano la distruzione della Repubblica e la lotta contro i "fascisti" come due facce della stessa medaglia rivoluzionaria. Non è affatto certo che, seguendo una strategia diversa, il movimento operaio sarebbe stato in grado di sconfiggere i nazisti. Fatale fu senza dubbio il fatto che, nelle settimane decisive tra gennaio e giugno 1933, esso perse assolutamente l'occasione per un intervento e fu costretto ad entrare nell'illegalità senza neppure un atto simbolico di difesa. Nel 1933, l'atto decisivo per il futuro della classe operaia compiuto dai nazionalsocialisti non fu lo scioglimento delle organizzazioni operaie, né l'incarcerazione dei loro funzionari direttivi, bensì lo sfrenato terrore "selvaggio" praticato agli inizi nei quartieri operai dalle SA (1). Queste ultime regolavano così vecchi conti in sospeso dall'epoca delle lotte precedenti, e nel contempo, in numerosi campi di detenzione provvisori, esercitavano un potere assoluto di ita e di morte sui prigionieri. Più tardi, dalla primavera sino all'autunno 1933, seguirono gli interventi sistematici di SA, SS (2) e polizia contro i quartieri operai. Alla fine di quei mesi di terrore "selvaggio" e di razzie sistematiche, la soglia di rischio, anche per la più passiva e innocua forma di sostegno alla Resistenza, aveva raggiunto livelli tanto insostenibilmente alti, da isolare - nella pratica - un'avanguardia politica comunque ancora pronta a rischiare e la massa dei suoi antichi seguaci. Questa separazione tra classe e quadri sarebbe stata, sino al 1945, il tratto strutturale decisivo della Resistenza" (pag 43-44) ((1) Formazioni paramilitari della NSDAP, trasformatesi in organizzazione di massa parallela al partito ed eliminate il 30 giugno 1934 con la "notte dei lunghi coltelli" e l'uccisione di Röhm e dei suoi collaboratori (Ndc); (2) 'Schutzstaffeln', polizia interna della NSDAP, successivamente polizia di stato nel Terzo Reich preposta all'organizzazione e all'amministrazione del terrore e dello sterminio di massa (Ndc)] [dal saggio di Detlev J,K. Peukert, 'La resistenza operaia. Problemi e prospettive' (pag 40-66)]  [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]         

  

 
Polonia: gli Alleati mostrarono indifferenza di fronte al consumarsi del genocidio PDF Stampa E-mail
KARSKI Jan (KOZIELEWSKI), a cura di Luca BERNARDINI, La mia testimonianza davanti al mondo. Storia di uno stato segreto. ADELPHI EDIZIONI. MILANO. 2013 pag 513 8°  postscriptum, 'Messaggero, testimone, personaggio: l'uomo che cercò di fermare la Shoah' di Luca BERNARDINI. Jan Karski, pseudonimo assunto durante il secondo conflitto mondiale da Jan Kozielewski, nacque a Lodz nel 1914. Emissario della Resistenza polacca nei tumultuosi anni 1939 - 1943, alla fine della guerra si stabilì negli Stati Uniti, dove insegnò a lungo Scienze politiche presso la Georgetown University. Morì a Washington nel luglio del 2000. Pubblicato a Boston nel 1944, 'Story of a Secret State' (il titolo qui adottato riprende quello della traduzione apparsa in Francia nel 1948) è stato attentamente rivisto dall'autore in occasione della prima edizione polacca (1999). ['Nel corso della prima permanenza londinese di Karski (25 novembre 1942 - 9 giugno 1943) la situazione politica del governo in esilio a Londra si fece sempre più complessa giacché si ruppero i rapporti diplomatici con l'Urss in seguito all'istanza, avanzata dal generale Sikorski, affinché fosse istituita una commissione d'inchiesta internazionale sulle fosse di Katyn. Qui il 13 aprile 1943 i tedeschi avevano scoperto i corpi di migliaia di ufficiali polacchi fatti uccidere da Stalin nella primavera del 1940. La missione di Karski a Washington nell'estate del 1943 aveva lo scopo di sottolineare il contributo polacco alla causa alleata, così ostentatamente negato dai sovietici. Karski tuttavia contava di riuscire anche nell'intento di convincere gli americani a compiere qualche azione concreta per mettere in salvo gli ebrei dell'Europa Orientale. Quando incontra Felix Frankfurtur, giudice della Corte Suprema, Karski non sospetta nemmeno che i massimi esponenti della comunità ebraica statunitense, Nahum Goldman e il rabbino Stephen S. Wise, presidente dell'American Jewish Congress, in realtà sappiano tutto del genocidio fin dall'agosto  del 1942, ma siano stati obbligati al silenzio dal Dipartimento di Stato (1). Il giudice Frankfurter commenterà il racconto di Karski con un'affermazione che per l'emissario sarebbe suonata misteriosa per lunghi anni: «Non dico che... lei stia mentendo. Dico solo che non posso credere a quello che mi ha detto» (2). Lo stesso F.D. Roosevelt, con cui Karski in realtà si era incontrato prima di vedere Frankfurter, aveva evitato di replicare sia alla notizia che, dal giorno della partenza dell'emissario da Varsavia, era stati uccisi un milione e ottocentomila ebrei polacchi, sia alla richiesta di bombardamenti di rappresaglia, mentre aveva concentrato la propria attenzione sulla questione dei confini postbellici della Polonia e sull'attività dei comunisti nel paese' (pag 500) [Luca Bernardini, Messaggero, testimone, personaggio. L'uomo che cercò di fermare la Shoah] [(1) Si veda a questo proposito A.D. Morse, 'While Six Million Died. A Chronicle of American Apathy', Random House, New York, 1968 ('Mentre sei milioni morivano: la soluzione finale e l'inerzia dell'Occidente', trad. it. di F. Franconeri, Mondadori, Milano, 1968); (2) Cfr. Jankowski, Karski, cit., p. 332]] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]         
  



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'Gli indios trattati come bestie dai conquistatori e dai primi religiosi spagnoli' PDF Stampa E-mail
IANNARONE Reginaldo, Padre, La scoperta dell'America e la prima difesa degli Indios. I domenicani. EDIZIONI STUDIO DOMENICANO. BOLOGNA - EDITRICE DOMENICANA ITALIANA. NAPOLI. 1992 pag 290 8°  prefazione, note, appendice: 'Una comunità a servizio dell'indio', indice nomi, indice degli autori. ['La pratica dell'asservimento degli indios cominciò ben presto, praticamente con i primi marinai che Colombo, dovendo rientrare in Spagna, aveva lasciato al fortino della Navidad nella Española (1). Col suo ritorno cominciò anche l'incetta di oro, che gli indigeni portavano in forma di pepite o in polvere (2). Pedro Margarit mise l'isola a ferro e fuoco, e , insieme a Fra' Boil - il capo del primo gruppo di religiosi venuti in America! - trattò gli indios come bestie. Sarebbe stato necessario porre fine all'anarchia, invece gli spagnoli se la presero con gli indigeni che avevano ucciso qualcuno dei loro aguzzini, e ne risultò un bagno di sangue. Quelli presi vivi furono inviati come schiavi in Spagna. Quelli che non riuscivano a trovare abbastanza oro per i conquistatori furono venduti al mercato. Dei quattrocento schiavi ammucchiati sulle caravelle partite per l'Europa il 2 febbraio 1494, al comando di Antonio de Torres, duecento morirono fra Madera e Cadice; la maggior parte degli altri cadde vittima di qualche malattia poco dopo essere stati venduti sul mercato di Siviglia dall'arcidiacono Fonseca, che tanta parte avrà nell'amministrazione dell Indie (3). Dal maggio 1495 al marzo 1496 Bartolomeo e Cristoforo Colombo cercarono di sottomettere l'isola per costringere i nativi a pagare i tributi. Ogni indiano al di sopra dei quattordici anni era tenuto a fornire ogni tre mesi un cornetto pieno di polvere d'oro. Un cacicco doveva consegnare una zucca piena ogni due mesi. Dove mancava l'oro nelle vicinanze, gli indigeni dovevano portare trimestralmente venticinque libbre di cotone filato o tessuto. Una volta pagato il tributo, veniva appeso al collo del contribuente un contrassegno di rame. (...) Ben presto Colombo si accorse che era difficile raccogliere anche la metà di quanto si pretendeva, ma mantenne l'imposta in quanto temeva le difficoltà che avrebbe incontrate  qualora fosse rientrato in Spagna senza una quantità d'oro abbastanza grande. I nativi fuggirono sulle montagne, uccisero dei cristiani e di riflesso vennero uccisi a loro volta in numero anche maggiore" (pag 63-64) [(1) (...) G. Fernandez de Oviedo, Historia natural y general de las Indias' - Los viajes de Colón', Madrid, 1944, c. 8, p. 59; (2) Cfr. Ch. Verlinden, Cristoforo Colombo, Roma, 1985, p. 64 e ss.; (3) Cfr. Ibid., p. 71-72] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
Sul potere di arbitrato del papato tra potenze contendenti PDF Stampa E-mail
BURCKHARDT Jacob, Lezioni sulla storia d'Europa. PAOLO BORINGHIERI. TORINO. 1959 pag 374 8°  introduzione, cronologia di Jacob Burckhardt, appendice; traduzione di Mario CARPITELLA, Enciclopedia di autori classici, diretta da Giorgio COLLI, titolo originale: 'Historische Fragmente aus dem Nachlass' (1929, postumo). ['Sul potere del papato. Esso rivendica pretese di arbitrato tra nazioni e sovrani in conflitto; impone (anche se per lo più invano) la pace all'Occidente, perché si possa unificare contro l'Islam; si conosce ad esempio l'offerta di Bonifacio VIII ai re contendenti (Inghilterra e Francia, Angiò ed Aragona). Dopo il periodo avignonese e lo scisma esso accampa nuovamente questa pretesa: Eugenio IV risolve il conflitto tra la Castiglia e il Portogallo sul possesso delle isole Canarie, così come più tardi Alessandro IV traccia nell'oceano Atlantico il meridiano tra i due. Anche Niccolò V promulgò bolle in materia di scoperte portoghesi. Naturalmente, quando Roma, come potenza territoriale italiana, fu implicata negli affari di tutto il mondo, non poté più mantenere questa pretesa, eppure forse Alessandro VI (tra Carlo VIII e Ferrante), e ancora Leone X tentarono del loro meglio. Ma c'è anche l'ingenuità di Leone, quando nel 1513-14 volle l'Italia settentrionale e quella meridionale per Giuliano e Lorenzo de' Medici. Il Papato era per di più l'istanza suprema in materia di fede e in questioni di pena e di grazia ecclesiastica. Il Papato sarebbe forse sfuggito alla Riforma tedesca, anche se la sua condotta fosse stata del tutto corretta? Anche quando fosse stata affrontata la questione dei pagamenti al Papa? Era pericolosa l'assuefazione alle armi spirituali, come la scomunica, l'interdetto, eccetera. (Pio II mise l'elusione delle miniere di allume di Tolfa tra i peccati mortali, per i quali non c'era indulgenza!). Se in qualche luogo si superava il terrore tradizionale, non solo l'effetto era finito, ma gli avversari si inasprivano e riprendevano forza rispondendo con maledizioni, chiamando il Papa Anticristo, eccetera' (pag 137-138)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
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