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I contenziosi tra il Venezuela e il mondo "civile" nei primi anni del '900 PDF Stampa E-mail
FERRAIOLI GianPaolo, L'Italia e la «Dollar Diplomacy». Percezioni della politica estera americana durante la presidenza di William H. Taft (1909-1913). ESI - EDIZIONI SCIENTIFICHE ITALIANE. NAPOLI. 2018 pag 550 8°  abbreviazioni introduzione note indice nomi; Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, Dipartimento di Scienze Politiche «Jean Monnet», Quaderni; Comitato scientifico: Domenico AMIRANTE Ida CARACCIOLO Giuseppe CIRILLO Pasquale FEMIA Alberto INCOLLINGO Gian Maria PICCINELLI Domenico SARNO Antonio SCIAUDONE Gennaro TERRACCIANO. GianPaolo Ferraioli (Bagheria, 1969), è professore associato di Storia delle Relazioni Internazionali nell'Università degli Studi della Campania 'Luigi Vanvitelli'. Dipartimento di Scienze Politiche "Jean Monnet". E' l'autore de 'L'Italia e l'ascesa degli Stati Uniti al rango di potenza mondiale (1896-1909). Diplomazia e dibattito pubblico, emigrazione durante le amministrazioni di William McKinley e Theodore Roosevelt', Napoli, 2013; 'Federico Chabod e la Valle d'Aosta tra Francia e Italia', Roma, 2010; 'Politica e diplomazia in Italia tra XIX e XX secolo. Vita di Antonio di San Giuliano (1852-1914)', Soveria Mannelli, 2007. [Venezuela. 'In nome della formazione di un fronte comune delle nazioni progredite e civilizzate contro gli Stati "canaglia" dell'epoca, Theodore Roosevelt aveva dato il suo consenso, nel 1902-3, al blocco navale che l'Inghilterra, la Germania e l'Italia avevano messo in atto contro il Venezuela del generale Cipriano Castro. Quest'ultimo, da tempo, si rifiutava del resto di pagare i reclami che alcune ditte e sudditi inglesi, tedeschi e italiani vantavano nei confronti del Venezuela. Con questa loro azione militare, Roma, Berlino e Londra avevano fatto però anche un favore alle imprese e ai cittadini degli Stati Uniti e di tutte le altre nazioni aventi interessi in Venezuela, poiché Castro, piegandosi ad accettare di pagare i reclami anglo-tedesco-italiani, aveva dovuto dare il suo assenso affinché anche tutti gli altri reclamanti stranieri godessero dello stesso trattamento (72). Tuttavia, i vari contenziosi tra il Venezuela e il mondo "civile" non si erano potuti risolvere in quel modo. L'Italia, ad esempio, nel 1906 ancora attendeva che le fosse pagato il 25 per cento della somma pattuita tre anni prima (73). Nel 1908, essa si vide anche costretta a subire altri atti arbitrari di Castro, il quale negò ad alcuni emigranti dalla Penisola di entrare in Venezuela. D'altronde, il dittatore venezuelano asseriva che gli italiani fossero tutti degli anarchici e degli avventurieri e l'Italia il luogo stesso dove i fuoriusciti venezuelani trovavano asilo per organizzare rivoluzioni contro di lui (74). La stessa accusa fu da lui lanciata all'indirizzo dell'Olanda. Questa, a suo dire, permetteva che nelle isole olandesi del Mar dei Caraibi fossero organizzati attentati contro lo Stato venezuelano. Il governo dell'Aja, quindi, si vide costretto a interrompere il fiorente commercio che esisteva, tra le sue Antille e il Venezuela (75). Ma anche la Francia dovette sopportare ripetuti attacchi ai suoi interessi da parte di Castro. Questi impedì a una società francese specializzata nella posa di cavi sottomarini di operare davanti alle coste venezuelane, tanto che il governo di Parigi, dopo aver rotto le relazioni diplomatiche con Caracas, cominciò a valutare l'ipotesi di dare vita a un'azione armata contro il Venezuela (76). Non contento, Castro si inimicò pure l'Inghilterra. Infatti, interruppe la concessione che avevano alcune ditte inglesi per smerciare in Venezuela i sali e i fiammiferi in regime di monopolio (77). Infine, gli stessi Stati Uniti dovettero assistere alla circostanza di essere indicati come finanziatori di rivoluzioni anticastriste, tramite il 'trust' della New York & Bermudez Asphalt & Co. Il dittatore venezuelano, pertanto, pretese che quel 'trust' si sottomettesse al giudizio dei tribunali venezuelani, anche per stabilire se avesse o meno ragione riguardo ad alcuni suoi reclami. Sempre nel 1908, quindi, quei tribunali riuscirono a emettere il loro verdetto, condannando la New York & Bermudez Asphalt & Co al sequestro dei beni e a un forte risarcimento nei confronti del Venezuela. Washington, a questo punto, decise come la Francia e l'Olanda di interrompere le relazioni diplomatiche con Caracas (78). Dunque, era diventato evidente, in coincidenza con la fine della presidenza Roosevelt, che la questione venezuelana stesse entrando in una fase oltremodo critica, esattamente come sei anni prima. A Londra, Parigi, Roma e l'Aja si discuteva di una possibile e imminente azione navale contro Castro (79). Nelle capitali europee, tuttavia, si ammetteva anche che, se proprio la prova di forza fosse dovuta scattare, avrebbe dovuto ricevere prima l'avallo degli Stati Uniti, in omaggio alla Dottrina Monroe, e dopo aver ribadito a Washington che gli europei non si sarebbero presi porti o porzioni di territorio venezuelano. La Francia, a dire il vero, avrebbe voluto che fossero gli Stati Uniti ad agire contro il Venezuela anche in nome e per conto dell'Europa. Ma il Dipartimento di Stato, ancora guidato da Elihu Root, fece sapere alle cancellerie del Vecchio continente che a Washington non si vedevano margini per iniziare un'azione armata (...). Chi volle rompere gli indugi fu allora l'Olanda. Alla fine del 1908, proprio mentre Taft si apprestava a subentrare a Roosevelt e sfruttando anche la momentanea assenza di Castro dal Venezuela, in quanto si era recato in Germania per curarsi, la marina da guerra olandese mise in atto un aggressivo blocco navale davanti alle coste dello Stato latinoamericano (83)' (pag 298-299-300-301)] [(72) Sulla crisi venezuelana del 1902-3, come vista e gestita dall'Italia nelle sue relazioni con gli Stati Uniti, si rinvia a: G. Ferraioli, 'L'Italia e l'ascesa degli Stati Uniti, cit., p. 188 ss.; (73) La legazione a Caracas al ministero degli Esteri, 28 febbraio 1908, ASMAE, Serie politica P (1891-1916), b. 293, rap. 264/89; (74) Aldrovandi a Tittoni, 31 e 27 novembre, 11 dicembre 1908, ivi, rap. 568/148, 615/182 e 658/204; (75) Mayor a Tittoni, 22 luglio 1908, ivi, rap. 2373/762; (76) Aldrovandi a Tittoni, 30 agosto 1908, ivi, rap. 374/105; (77) Mayor a Tittoni, 25 luglio 1908, ivi, rap. 2417/778; (78) Mayor a Tittoni, 15 marzo e 4 luglio 1908, ivi, rap. 811/220 e 2182/697; Serra a Tittoni, 19 marzo e 22 giugno 1908, ivi, rap. 85/16 e 234/61; Mayor a Tittoni, 24 giugno 1908, ivi, b. 360, rap. 2057/669bis; (79) Cfr. Aliotti a Tittoni, 26 giugno 1908, ivi, b. 293, rap. 1800/791; (...) (83) Mayor a Tittoni, 16 dicembre 1908, ivi, rap. 4195/1228] [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
Nicola Chiaromonte, osservazioni critiche di un intellettuale 'indipendente' al pensiero di Marx PDF Stampa E-mail
GRIFFO Maurizio, La terza forza. Saggi e profili. CASTELVECCHI - LIT EDIZIONI. ROMA. 2018 pag 119 8°  introduzione note indice nomi; Collana Le Navi. Maurizio Griffo è professore di Storia delle dottrine politiche presso il dipartimento di Scienze politiche dell'Università Federico II di Napoli. Fra i suoi libri 'Thomas Paine. La vita e il pensiero politico' (2011) e 'Momenti e figure del liberalismo italiano' (2016) ["La nozione di terza forza aveva un carattere sostanzialmente negativo. Indicava infatti le forze politiche che non erano né democristiane né comuniste (o social-comuniste), ma non definiva un orientamento ideologico comune o una particolare opzione programmatica. Tale indeterminazione dipendeva in buona parte dal fatto che la terza forza, pur avendo confini ben precisi, non ha mai avuto una composizione unitaria" (pag 6, introduzione); "Nei primi decenni dell'Italia repubblicana le componenti politiche terzaforziste dovevano operare tra una sinistra massimalista o filo sovietica, una destra nostalgica se non revanscista, e un partito cattolico non sempre incline al riformismo pratico e troppo spesso appesantito dalla gestione del potere. Una navigazione difficile. Un'esperienza su cui valeva la pena di tornare a riflettere" (Quarta di copertina); "Più in generale, poi, la critica al comunismo si collega a una visione non ottimista della condizione dell'uomo moderno. Lo si comprende se si considerano le osservazioni che l'autore [N. Chiaromonte] svolge nel 1956, riguardo al pensiero di Marx. A suo parere, lo scrittore di Treviri si pone in netta discontinuità con la tradizione umanistica, che pregiava la ricerca della verità per se stessa, quando sostiene che «il pensiero e la verità hanno senso solo in quanto aiutano gli uomini incatenati a liberarsi»; in altre parole, secondo Marx, «l'intellettuale ha l'obbligo di non pensare che (...) dei pensieri efficaci». Ad avviso del pensatore tedesco, il filosofo non è tale «se non in quanto egli pensa con la massa, e nell'interesse della massa, dei pensieri i quali siano, oltre che pensieri, anche azioni possibili» (35). In questo senso, Marx ritiene di essere ancora all'interno della tradizione umanistica, ma in realtà la rovescia, sottomettendo il giudizio individuale alla necessità storica, o, piuttosto, a quella che egli giudica essere la necessità storica. Nella visione marxista, l'intellettuale, «per essere degno della sua missione», ha l'obbligo di «farsi una coscienza di massa, pensare e agire come se egli non fosse che un'unità nel gran numero» (36). Espressione piena di tale ragione tecnica e strumentale è il partito rivoluzionario, creato per sollecitare ed elaborare la coscienza delle masse. Una volta conquistato il potere, guidando la rivolta, esso «resta il guardiano geloso dello "sviluppo storico" ulteriore»" (pag 104-105) ['Nicola Chiaromonte, la politica, l'etica, la libertà'] [(35) N. Chiaromonte, 'La situazione di massa e i valori nobili', articolo pubblicato nell'aprile 1956, ora in 'Scritti politici e civili', cit, p. 239; (36) Ivi, p. 240] [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  


 
'Solo individui che hanno come particolare interesse, un interesse generale possono essere politici' PDF Stampa E-mail
AMODIO Luciano; DOLFINI Giorgio; FERGNANI Franco;, Il concetto dello Stato in Hegel e in Marx. Contributi metodologici (Amodio); Engels filologo (Dolfini); Il rapporto Marx-Feuerbach nel giudizio di L. Althusser (Fergnani); Tra Lenin e Luxemburg. Commentario al periodo "estremistico" di G. Lukacs 1919-1921 [Lukács e Max Weber; Primi scritti di G.L. in esilio; Radicalismo di sinistra; La teoria dell'offensiva; Coscienza e classe; appendice A. La révolution n'aura pas liue; appendice B. Gyorgy Lukács e Rosa Luxemburg] (Amodio). ESTRATTI DA RIVISTA 'IL CORPO' - MOIZZI EDITORE. MILANO. 1976 pag 103 8° (F) [(pag 27-32); (65-82); (311-322); (361-431)]  note [N. 1 marzo 1965; N. 2 settembre 1965; N. 4 giugno 1966; N. 5 maggio 1967]. ['La storia è per Hegel il prodotto delle relazioni tra Stati (2). Lo Spirito universale si produce sulla base della dialettica dei vari spiriti nazionali (Volksgeist) - è quindi il risultato di realtà storiche concrete e soltanto la positività della loro dialettica. In Hegel la cristallizzazione del concetto non è mai effettiva in un positivo semplice, in un immediato cogli attributi soliti dell'attualismo e del crocianesimo, di attività o di creazione, in cui gli elementi costitutivi del concetto diventano astratti nel senso di illusori e irreali. (...) Il paragrafo 260 contiene quello che è il problema dello Stato moderno per Hegel - conciliare la massima particolarità con l'universalità dello Stato. In sostanza per Hegel l'individuo non ha senso politico, «l'affare di stato» è qualcosa di qualitativamente diverso dagli affari privati (13). Perciò la massa di cittadini non può delegare nessuno in grado di avere questa coscienza. Soltanto individui che hanno per loro particolare interesse, un interesse generale, possono essere politici. Gli interessi individuali vanno quanto più mediati attraverso gli interessi di categoria, che portano le istanze concrete ai dirigenti politici, che possiedono l'universale solo formalmente. Il momento politico in Hegel è la distinzione ideale e la separazione sostanziale realizzata dallo stato dalla società civile. (...) Marx anzitutto rileva che non si tratta di «collisioni empiriche» (14) tra Stato e società civile, ma del «'rapporto essenziale' di queste sfere». Non solo gli interessi ma anche le leggi, le «determinazioni essenziali» della società civile e della famiglia sono dipendenti e subordinati allo Stato. Perciò il rapporto tra i due elementi è di «'esterna' necessità». Marx rimprovera a Hegel di invertire i rapporti: mentre nella realtà sono la famiglia e la società civile «i presupposti dello Stato» la parte attiva, in Hegel esse si presentano come poste dall'idea, che diviene soggetto. «Ciò che è reale diventa fenomeno, ma l'idea non ha per contenuto altro che questo fenomeno», osserva Marx, ma dà nello stesso tempo una specie di giustificazione alla posizione hegeliana. «La stessa idealità di una sfera reale potrebbe, tuttavia, esserci soltanto come 'scienza'» (15), afferma Marx (...)' (pag 27-28-29) (L. Amodio, Il concetto dello Stato in Hegel e in Marx) [(2) Hegel, Lineamenti di Filosofia del Diritto, Laterza, Bari, 1913, par. 340; (13) "I compiti del Governo sono di natura oggettiva, per sé già decisa secondo la loro sostanza" (Hegel: Op., cit. par. 291); (14) K. Marx, 'Critica della filosofia del diritto statuale hegeliano', in Opere filosofiche giovanili, Edizioni Rinascita, Roma, 1950, pag 14; (15) Op. cit. pag 20)] [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

  

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Campanella viene accostandosi a una visione deterministica e materialistica della natura PDF Stampa E-mail
CAMPANELLA Tommaso, a cura di Luigi FIRPO, Apologia di Galileo. UTET. TORINO. 1969 (1968) pag 195 8°  premessa introduzione di Luigi FIRPO: 'Campanella e Galileo', note illustrazioni, Fac-simile dell'edizione originale del 1622, nota bibliografica; Strenna Utet 1969. Contiene la riproduzione originale del testo del 1622 'Apologia pro Galilaeo' (pag 135-192). ['Si incontrarono a Padova nell'autunno del 1592. (...) Non fu, come si è sinora creduto, un incontro occasionale e senza seguito. Meno di un anno durò il soggiorno libero di Campanella in Padova, ma esso si rivela folto di interessi naturalistici e sperimentali, che solo il lunghissimo isolamento del carcere soffocò più tardi inesorabilmente. Dalle testimonianze ricuperate emerge l'assidua frequenza del giovane filosofo al «teatro anatomico» inaugurato di recente da Girolamo Fabrizi d'Acquapendente; là egli esegue minuziose dissezioni anatomiche dell'occhio, assiste a un'audace operazione di cataratta, isola e analizza ramificazioni nervose, sperimenta la coagulazione naturale e artificiale del sangue in funzione di terapie emostatiche, elabora la sua rivoluzionaria intuizione del processo febbrile come non morboso in sé, anzi rimedio spontaneo dell'organismo aggredito dal male. Al di là degli interessi fito-patologici specifici, Campanella viene accostandosi a una visione deterministica e materialistica della natura ispirata dalla tradizione democritea, partecipando alle discussioni di un eletto gruppo di scienziati, tra i quali si ravvisano non senza emozione i volti di Galileo, di Giambattista Della Porta, di Paolo Sarpi - il Sarpi matematico e naturalista della prima maturità - raccolti in un dibattito che si indovina alto e per più aspetti temerario. Poi le loro strade si divisero. Carcerato al cadere del 1593, tradotto a Roma in catene nell'ottobre del '94, Campanella si avviò al suo lungo calvario; Galileo, sempre più stimato, accarezzato, riverito, continuò il suo insegnamento padovano, studiando la meccanica e le fortificazioni, il magnetismo e la cosmografia, la stella «nova» del 1604 e il compasso di proporzione; nell'estate del 1609, raccolte vaghe informazioni provenienti dai Paesi Bassi e da Parigi circa l'invenzione di un «occhiale» capace di avvicinare oggetti remoti, ne intuì la struttura e, con l'ausilio di una sua tecnica manuale espertissima, costruì rapidamente strumenti via via più perfetti, non tardando a dirigerli verso i corpi celesti' (pag 9-10, introduzione di Luigi Firpo)] [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 

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F. Bacone: «la scoperta di tutte le cause e di tutte le scienze potrebbe essere fatta in pochi anni» PDF Stampa E-mail
HILL Christopher, Le origini intellettuali della rivoluzione inglese. IL MULINO. BOLOGNA. 1976 pag 455 8°  introduzione all'edizione italiana di Gian Paolo GARAVAGLIA, prefazione introduzione, note appendice indice nomi; traduzione di Alessio CA' ROSSA; Nuova collana storica. Christophe Hill è una delle figure più rappresentative della storiografia inglese contemporanea. Nato nel 1912, ha studiato al Balliol College di Oxford. Professore di storia all'Università di Oxford è stato anche membro della British Academy. E' autore di molte opere tra cui 'Puritanism and Revolution' (1965). [Il titolo di quest'opera riecheggia  volutamente un altro famoso libro 'Les origines intellectuelles de la Revolution française' di M. Mornet. 'La mentalità baconiana portava al rifiuto di qualsiasi autorità che non intendesse sottoporsi alla prova della pratica e dell'esperienza. E [Francesco] Bacone, come anche Nicholas Hill, aveva insistito nel dire che gli uomini dovrebbero esaminare le cose date per certe e quanto sembrava ovvio ed evidente, e l'esame doveva essere fatto con la mente sgombra da ogni pregiudizio. Ebbene, uno che avesse acquisito una mentalità baconiana, se avesse applicato il metodo di Bacone anche alla sola politica, non poteva certamente essere un tranquillo sostenitore dello 'status quo'; anzi; egli sarebbe stato scettico nei confronti di moltissime cose, fatta eccezione per la prova sperimentale: li conoscerete dalle loro opere. Bacone aveva detto: «Sono certo del mio orientamento, ma non sono certo della mia posizione», e, analogamente, Cromwell avrebbe affermato di sapere che cosa non voleva avere, anche se non poteva dire che cosa avrebbe, invece, voluto (129). I principi di Bacone non fornivano nessuna teoria politica, ma potevano fornire una guida per l'azione. Anche i suoi errori ebbero un significato storico. Infatti, egli sottovalutò grossolanamente la complessità dei compiti che egli proponeva all'umanità: «la scoperta di tutte le cause e di tutte le scienze potrebbe essere fatta in pochi anni» (130). Anche Marx faceva un errore analogo quando pensava che la rivoluzione fosse ormai vicinissima, e parimenti errava Lenin quando opinava che la società senza classi avrebbe potuto essere attuata dalla generazione che aveva fatto la Rivoluzione russa. E' vero però che in tutti e tre i casi la visione apocalittica agì da stimolo all'azione che, in fondo, giustificava proprio di quella visione il valore ultimo per la storia" (pag 161)] [(129) Bacone, 'Works', cit., vol. V, p. 559; vedi anche sir Philip Warwick, 'Memoirs fo the Reign of King Charles the First', London, 1813, p, 194; (130) Citata da H. Butterfield, 'The Origins of Modern Science', cit., p. 90];"Certo è che la nostra indagine sulle origini intellettuali della Rivoluzione inglese non ci ha rivelato nessun Rousseau e nessun Marx. Tuttavia, ci ha forse fatto intendere in che modo mutarono le mentalità e si disposero ad aprirsi verso nuovi orizzonti; e tutto questo fu opera di uomini che si erano offerti per servire il vecchio regime, il quale, invece, non seppe che farsene di loro e delle loro idee" (pag 394-395)] [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

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