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'Conosco ormai troppo bene gli italiani e la loro storia per farmi illusioni...' PDF Stampa E-mail
ROSSI Ernesto, a cura di Manlio MAGINI, Elogio della galera. Lettere 1930-1943. EDITORI LATERZA. BARI. 1968 pag XI 548 8°  prefazione di Ferruccio PARRI, nota del curatore Manlio MAGINI, lettere 1930-1943, indice nomi; Biblioteca di cultura moderna. ['(...) Quasi in ogni tua lettera riaffermi la sicurezza nel prossimo trionfo delle mie idee; ma chi non ci crede son proprio io, e devo avertelo già scritto altre volte. E bisogna che anche tu ti rassegni, come da un pezzo io mi sono rassegnato. Qualunque sia la situazione politica avvenire, noi siamo destinati a buscarne finché viviamo. È una facile profezia. Prima di tutto perché la funzione dei veri liberali è quella di buscarne. Ogni gruppo che si afferma al potere tende ad impedire il sorgere e lo svilupparsi delle idee e delle forze politiche che potrebbero entrare in concorrenza: quindi, chi crede nella utilità del contrasto, e vorrebbe ridurre al minimo gli attriti dei passaggi da una situazione di equilibrio all'altra è costretto a rimaner sempre all'opposizione, «a Dio spiacente, ed a' nemici sui». Nel '19 mi son trovato con i fascisti contro la dittatura comunista; oggi sono in galera con i comunisti contro la dittatura fascista. E niente è più facile che domani dovessi esser considerato «sovversivo» dai comunisti... Nei paesi di maggior educazione politica non si arriva a questi estremi (e ciò ha enorme importanza, perché le questioni politiche sono essenzialmente questioni di grado), ma il fenomeno è della stessa natura. In secondo luogo, conosco ormai troppo bene gli italiani e la loro storia per farmi illusioni. Cavour fu un inglese, nato per sbaglio in un paese balcanico. E non si cambiano in due o tre generazioni le caratteristiche d'un popolo abituato per secoli a liberarsi col confessionale d'ogni preoccupazione sulla valutazione dei problemi morali, ed a rinunciare nelle mani dei dominatori stranieri ad ogni dignità di vita sociale. Ma questo poco importa. C'è chi ha la funzione di firmare decreti, e chi ha la funzione di crepare in trincea o di marcire in galera. È una divisione del lavoro anche questa. E si può preferire la seconda alla prima funzione, quando si crede di affermar così due valori che costituiscono la ragione stessa della nostra vita.. La forza può aver ragione di noi individualmente, ma mantenerci fedeli a noi stessi vuol dire trasmettere alle generazioni avvenire, con l'esempio che vale più della parola, quella che riteniamo la parte più luminosa del pensiero ereditato dalle generazioni passate (..:)' [Ernesto Rossi alla madre, dal Reclusorio di Pallanza; 7 settembre 1931] (pag 62)  [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

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L'onere del funzionamento dell'istruzione superiore pesa di pił sui lavoratori dipendenti PDF Stampa E-mail
DE-FRANCESCO Corrado TRIVELLATO Paolo, L'università incontrollata. Alcune cose da sapere prima di iscriversi. FRANCO ANGELI. MILANO. 1985 pag 146 8°  introduzione, note, tabelle, bibliografia. Corrado De Francesco è autore del primo e secondo capitolo, Paolo Trivellato è autore del terzo e quarto capitolo. Entrambi sono ricercatori nel Dipartimento di Sociologia dell'Università di Milano. ['Oltre che dal punto di vista dell'efficienza, un aumento della spesa così com'è distribuita attualmente è indifendibile sul piano dell'equità. Nel nostro sistema, finanziato per il 90% dall'erario, siamo lontani da una situazione di equità sotto due aspetti: primo anche chi non frequenta l'università contribuisce al suo funzionamento; secondo, tutti gli iscritti, indipendentemente dal reddito della famiglia pagano lo stesso importo di tasse universitarie, pur avendo capacità contributiva differenziata e, quel che più conta, non usufruendo in eguale misura del servizio, dato che non vengono fatti osservare standard di studio e di frequenza. Se lo stato espandesse la dimensione del suo intervento, usando le risorse così come sono raccolte oggi, opererebbe in modo iniquo, poiché aggraverebbe l'onere del funzionamento dell'istruzione superiore che pesa sui lavoratori dipendenti e in particolare su quelli che non mandano i figli all'università. Infatti in Italia come in altri paesi sono i lavoratori dipendenti a dare maggior contributo al gettito fiscale; e la parte più numerosa di questa categoria, costituita dagli operai, è quella che proporzionalmente manda meno i figli all'università rispetto ad altri gruppi (cfr. Cerea, 1977). Ne consegue che se ulteriori risorse vanno fatte affluire al sistema universitario queste dovrebbero provenire almeno in buona parte non dall'erario, ma da chi usufruisce in concreto dell'università. Come primo passo in questa direzione, sarebbe necessario modificare la struttura delle tasse di iscrizione e dei contributi di laboratorio, non tanto aggiornando il loro importo in proporzione all'aumento del costo della vita, quanto rapportando il loro ammontare al costo effettivo del servizio (v. la condizione degli studenti part-time, ndr) (...)" (pag 131-132)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
Gramsci accusava il socialismo di «non avere avuto una ideologia, non averla diffusa tra le masse» PDF Stampa E-mail
TURI Gabriele, Il fascismo e il consenso degli intellettuali. EDIZIONE CLUB DEL LIBRO. MILANO. 1981 pag 394 8°  introduzione (ringraziamenti), note, indice nomi. Gabriele Turi, insegna a Firenze Storia dell'Italia contemporanea alla facoltà di Lettere e Filosofia. Ha studiato il periodo delle riforme settecentesche e dell'occupazione francese in Italia, pubblicando nel 1968 il volume 'Viva Maria: la reazione alle riforme leopoldine, 1790-1799'. Da alcuni anni si occupa della cultura italiana del Novecento. Collabora a Studi storici, Movimento operaio e socialista e Italia contemporanea. (1981). ['Nel 1923, quando si aprì fra questi intellettuali (liberali e socialisti, ndr) un vasto dibattito sulla sconfitta dello Stato liberale e del movimento operaio, mentre Gramsci accusava il socialismo di «non avere avuto una ideologia, non averla diffusa tra le masse» (15), quasi con le stesse parole Gobetti affermava che «i partiti d'opposizione non hanno alimentato alcuna grande ideologia, il socialismo non ha trapiantato Marx in Italia», per cui «il trionfo fascista si connette a queste condizioni di impreparazione» (16), e Ugo Guido Mondolfo sosteneva che «da una ripresa di idealismo il nostro movimento non può che trarre nuova forza e nuovo impulso», o cercava di dimostrare che poteva «essere morale e vantaggiosa (....) quella che si chiama la 'collaborazione di classe'» (17); più in generale, la discussione sul marxismo che si svolse nel 1923-26 su «Critica sociale», «Rivoluzione liberale» e «Quarto stato», rimase «condizionata più che mai dall'idealismo dominante, e non poco ancora, da quello più accentratamente soggettivistico, l'attualismo gentiliano» (18). Così, se ancora nel marzo del 1925 «Il Mondo» , dopo aver negato l'esistenza di un «nesso tra le riforme gentiliane e le ideologie fasciste», poteva registrare il fallimento del fascismo nel tentativo «di attrarre nella sua orbita uomini di studio e di dottrina, di circondarsi della così detta classe intellettuale» (19), nell'ottobre dello stesso anno - dopo il Manifesto degli intellettuali fascisti del 21 aprile - Croce, pur osservando che il fascismo «non solo è indifferente alla letteratura e alla cultura, ma intimamente ostile, sentendo che dalla cultura e dal pensiero sono venuti i pericoli (...) all'ordine sociale», era costretto a notare gli 'affaccendamenti inutili e mal graditi' di «un certo numero» di intellettuali - e fra questi «parecchi nostri ex-compagni di studi ed ex-amici» - che si erano messi al servizio del fascismo in una situazione di «assoggettamento a ferrea disciplina» (20). A Croce sfuggiva tuttavia l'ampiezza e la qualità del fenomeno, in quanto era e rimarrà convinto che tra fascismo e cultura ci fosse un'opposizione in termini' (pag 16-18)] [note: (15) A. Gramsci, 'Che fare?' (1923), in 'Per la verità. Scritti 1913-1926', a cura di R. Martinelli, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 269; (16) P. Gobetti, 'La nostra cultura politica' (1923), in 'Scritti politici' a cura di P. Spriano, Torino, Einaudi, 1969, pp. 457, 459; (17) U.G. Mondolfo, 'Una battaglia per il socialismo', a cura di E. Bassi, Bologna, Tamari, 1971, pp. 177, 185; (18) C. Luporini, 'Il marxismo e la cultura italiana del Novecento', in 'Storia d'Italia, vol. V, I documenti, t. 2, Torino, Einaudi, 1973, p. 1604; (19) 'Il fascismo e la cultura', in 'Il Mondo', 6 marzo 1925 (anonimo); (20) B. Croce, 'Pagine sparse', Bari, Laterza, 1960, vol. II, pp. 498, 500-502] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Si volle attribuire a Eisenhower la responsabilitą della mancata presa di Roma PDF Stampa E-mail
MACK-SMITH Denis, La storia manipolata. EDITORI LATERZA. BARI ROMA. 2000 pag 112 8°  indice nomi, traduzione di Marina CHIARINI; Collana Economica Laterza.  ['Dopo la disastrosa e assolutamente imprevista sconfitta militare a Caporetto, nel 1917, venne nominata una commissione di esperti per cercare di individuare che cosa non avesse funzionato, eppure i suoi membri furono poi costretti dalle autorità politiche a cancellare tredici pagine della loro relazione riguardanti il generale Badoglio, sul quale principalmente si appuntavano i sospetti di incompetenza. Tali 'omissis' consentirono quindi al re di promuovere questo militare tanto criticato alla carica di capo di Stato maggiore, ruolo che egli sfortunatamente mantenne fino al novembre del 1940, quando le forze dell'Italia fascista subirono un'altra inaspettata sconfitta per opera del piccolo esercito greco. Nel 1943 l'incapace Badoglio, dopo essere stato incaricato dal re di sostituire Mussolini in qualità di capo del governo, riuscì a escogitare un altro espediente per nascondere la sua personale responsabilità in un'altra disfatta militare, di portata molto maggiore. Il suo primo errore, dopo la destituzione del duce, fu quello di temporeggiare, con l'unico risultato che i combattimenti contro la coalizione anglo-americana si protrassero per altre sei settimane senza alcuna utilità. In seguito, egli accettò con riluttanza le condizioni dettate dal generale Dwight Eisenhower per un armistizio, sebbene non ne fosse intimamente convinto e, quasi sicuramente, non avesse intenzione di mantenere i patti che aveva firmato. Badoglio acconsentì a mutare alleanza e ad appoggiare gli angloamericani nel settembre del 1943, proprio quando questi avevano già iniziato la mobilitazione nelle basi africane per sbarcare a Salerno. Tuttavia, inizialmente egli riuscì a ottenere da Eisenhower una concessione, cioè che gli alleati indebolissero l'attacco così ben preparato per utilizzare parte delle truppe disponibili in un simultaneo e rischioso attacco su Roma. Però, proprio quando gli aerei e i paracadutisti americani stavano per decollare dalle basi aeree siciliane per atterrare nei pressi di Roma, egli ritirò la sua promessa di appoggiare questa operazione, insistendo perché Eisenhower rinunciasse a un attacco che lo stesso governo italiano aveva richiesto. La decisione fu disastrosa, prima di tutto, perché l'assenza dell'unica divisione aviotrasportata mise a repentaglio a Salerno quello che doveva essere il primo sbarco alleato sul continente europeo; in secondo luogo, perché il grosso dell'esercito italiano, che si trovava nei pressi di Roma, dove sarebbe risultato estremamente utile per abbreviare la guerra, fu lasciato da Badoglio senza ordini, senza informazioni e addirittura senza un comandante in capo, per cui i tedeschi catturarono mezzo milione di soldati italiani dopo poche ore di resistenza coraggiosa ma disorganizzata. Fu quindi escogitata in fretta e furia una delle solite falsificazioni per attribuire al comandante americano la responsabilità di non essere riuscito a portare a termine l'attacco alla capitale italiana. L'Italia subì le dannose conseguenze del fatto che Badoglio era uno dei molti leader militari e civili promossi non sulla base della loro competenza tecnica, ma per ragioni di correttezza politica e di fedeltà alla monarchia. Non soltanto Mussolini diffidava dei subordinati che dimostrassero competenza e iniziativa, ma possedeva egli stesso un senso della storia molto superficiale (...)' (pag 101-103)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

  

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L'interpretazione della rivoluzione francese dello storico Alfred Espinas. PDF Stampa E-mail
GALANTE GARRONE Alessandro, Buonarroti e Babeuf. FRANCESCO DE SILVA EDITORE. TORINO. 1948   prefazione, illustrazioni, ritratti, note, indice nomi; 'Maestri e compagni', Biblioteca di studi critici e morali. ['L'Espinas (a), ad esempio, nel suo studio per tanti rispetti pregevole su 'Socialismo e la rivoluzione francese', e in quello di 'Babeuf e il babuvismo' vede una linea continua dalla filosofia egualitaria alla Costituente, da questa alla Convenzione e al Comitato di Salute Pubblica, dal Saint-Just al babuvismo. Socialisti sono, più o meno, tutti i rivoluzionari; ben poche differenze sono fra girondini e giacobini; gli uni e gli altri ricalcano la filosofia egualitaria del settecento; il socialismo della rivoluzione è questa stessa filosofia, a cui si aggiunge, senza cangiarla, l'elemento sovvertitore della violenza rivoluzionaria: questa, in sintesi la tesi dell'Espinas. Ma è un po' semplicistico questo ridurre il socialismo della rivoluzione a filosofia settecentesca più violenza. Non vede l'Espinas che la violenta azione rivoluzionaria è per se stessa portatrice e suscitatrice di ideologie estreme, che la stessa violenza diventa, a un certo momento, proposito di conquista rivoluzionaria del potere e di instaurazione di nuovi ordinamenti sociali a favore delle classi oppresse: da questo concreto indirizzo nasce il nuovo socialismo della rivoluzione, che sfocerà direttamente nel babuvismo. Sfugge sopra tutto all'Espinas il significato dei violentissimi contrasti, del conflitto di classi vero e proprio, che si produsse durante la rivoluzione e la recente storiografia francese ha così efficacemente messo in luce. Egli non vede nel socialismo che un riflesso delle ideologie settecentesche. In realtà. a quel socialismo teorico si aggiunge e sovrappone, assai più vivo, il socialismo o - se così vuol dirsi piuttosto, una tendenza al socialismo, scaturita dalle stesse lotte della rivoluzione, come rivendicazioni di classi, di strati sociali anelanti al meglio. È questo il socialismo «latente» che differenzia i giacobini dai girondini, che freme torbido nelle oscure aspirazioni delle masse e nelle invettive degli 'enragés', che ispira perfino le ultime misure legislative del Terrore: ed a questi tipici aspetti socialistici della rivoluzione, che non sono tutta la rivoluzione, ma il suo estremo sviluppo, il suo informe tentativo di rivolgimento sociale rimasto incompiuto; a questi uomini audaci, a queste forze inquiete il babuvismo risale, come alla sua prima e più importante corrente. Le dottrine settecentesche hanno, nel babuvismo, un valore secondario e riflesso, come sopra si è accennato (1)' (pag 240-241) [(a) A. Espinas, 'Le socialisme et la Révolution française' in 'La philosophie sociale du XVIIIe siècle et la Révolution', Paris, 1898; (1) La natura di questo socialismo rivoluzionario, distinto dal socialismo utopistico del settecento, era stata intuita da Antonio Labriola, come risulta da una sua lettera al Croce dell'11 novembre 1896: «Certo che, durante la rivoluzione francese, oltre il comunismo esplicito, ci fu il socialismo latente. Per molti anni nel programma dei miei corsi (non potuti mai svolgere per intero) ho usato appunto di codesta espressione. È quel socialismo che risulta 'logicamente' (ma solo 'logicamente') dal principio egalitario; è il socialismo che produce il babouvismo (e quindi il blanquismo). Saint-Just è l'estremo di tale democrazia egalitaria, come risulta dai  suoi scritti e dai suoi discorsi. Morì troppo giovane per arrivare a tutte le illazioni dei suoi principii... Cotesto socialismo, che è una 'illazione' del principio democratico, va studiato a parte, cioè indipendentemente da ogni socialismo religioso, o di origine economica unilaterale, o puramente utopico». Le sottolineature sono del Labriola. A. Labriola, La concezione materialistica della storia, ediz. a cura di B. Croce, Bari, 1938, Appendice, pp. 288-89] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
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