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L'opuscolo di Lassalle sulla 'Guerra d'Italia e sul dovere della Prussia' PDF Print E-mail
MENGHINI Mario, Ferdinando Lassalle in Italia. Dalla 'Nuova Antologia', 16 marzo 1935. SOCIETA' ANONIMA NUOVA ANTOLOGIA. ROMA. 1935 pag 264-274 8°  note. ['Non è difficile stabilire per quale ragione il Lassalle si accingesse a fare un viaggio in Italia nel novembre del 1861. Due anni prima egli aveva pubblicato un opuscolo sulla 'Guerra d'Italia e sul dovere della Prussia', nel quale alcune idee che potevano sembrare giuste, si scontravano con altre non si può dire se ingenue o campate in aria. L'opuscolo era stato scritto in un momento in cui, mentre ferveva la guerra sui piani di Lombardia, la stampa tedesca si sbizzarriva a proclamare il principio che il Governo prussiano doveva compire una diversione sul Reno per soccorrere l'Austria nella lotta contro la Francia; ed è risaputo che questo atteggiamento ostile preoccupò la mente imperiale e decise Napoleone III a troncare a Villafranca il conflitto e a deludere le aspirazioni degli italiani. Nel suo opuscolo il Lassalle si era proposto di combattere questo concetto; egli era ben lungi dall'aver dichiarato la sua professione di fede socialista, ché anzi Karl Marx lo riguardava con sospetto misto a disdegno, sia pure che delle accuse che gli erano mosse il Lassalle tentasse giustificarsi, dichiarando che esisteva disaccordo non già sul principio, ma sulla politica da seguire. Egli era sempre l'antico rivoluzionario del 1848, che aveva protestato contro lo scioglimento brutale dell'Assemblea Costituente, per cui era stato processato e per otto anni gli era stato proibito il soggiorno di Berlino. Imbevuto di idee democratiche, era naturalmente avverso a Napoleone III, e tuttavia riteneva giusta la causa dell'Italia, per quanto il suo campione fosse un «usurpatore». «L'Italia», scriveva nel suo opuscolo, «ha reso troppi servigi alla civiltà, la sua arte e la sua letteratura sono troppo grandi, perché si possa rifiutare ad essa il diritto di essere libera» mentre l'Austria cioè «il principio reazionario per eccellenza», non meritava «se non l'odio della democrazia». Non ostante la sua avversione per Napoleone III, per «l'uomo del 2 dicembre», affermava che «l'Austria era ancor più da temere, poiché, dopo tutto, il principio bonapartista era democratico, per quanto il suo rappresentante fosse al servizio della reazione». Ammetteva il Lassalle che «gli uomini passavano, mentre i principii svolgevano le loro conseguenze»; e aggiungeva che «la democrazia aveva un interesse più diretto di permettere l'abbassamento dell'Austria, cioè di questo principio reazionario, di questo nemico mortale d'ogni libertà»" (pag 264)] [ISC Newsletter N° 89] ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]


 
Medioevo: uno degli esempi piů caratteristici del miscuglio di zelo religioso e di mondanitŕ PDF Print E-mail
HUIZINGA Johan, Autunno del Medioevo. SANSONI. FIRENZE. 1978 pag XXXVI 523 8°  introduzione di Eugenio GARIN, prefazione dell'autore, note, elenco delle citazioni in francese antico tradotte in italiano, cronologia, indice nomi argomenti, foto illustrazioni; Collana Biblioteca di grandi saggi. ["Johann Huizinga ha inteso vedere nei secoli XIV e XV non già gli albori del Rinascimento, ma il tramonto del Medio Evo" (dal risvolto di copertina); "Lo stesso Filippo il Buono è uno degli esempi più caratteristici di questo miscuglio di zelo religioso e di mondanità. L'uomo dalla feste sontuose e dai numerosi bastardi, dall'astuta politica e dall'orgoglio e dall'ira sfrenati, è seriamente devoto. Dopo la messa, rimane a lungo nel suo oratorio. Digiuna a pane ed acqua quattro giorni ogni settimana e, inoltre, tutte le vigilie della Madonna e degli Apostoli. Spesso alle quattro del pomeriggio non ha ancora mangiato nulla. Fa molta elemosina e sempre in segreto. Dopo la presa di Lussemburgo ascolta la messa, immerso nel suo breviario e in speciali preghiere di ringraziamento, sicché il suo seguito che l'aspetta a cavallo - giacché il combattimento non è ancor terminato - s'impazientisce e dice che il duca farebbe bene a rimettere tutti quei paternostri a un'altra volta; lo si avverte che è pericoloso indugiare oltre. Ma Filippo risponde soltanto: «Si Dieu m'a donné victoire, il la me gardera» (2). Non si deve vedere in tutto ciò dell'ipocrisia o della vana bigotteria: era una tensione fra due poli spirituali, appena concepibile per la coscienza moderna, Il netto dualismo di una fede che separa il regno di Dio dall'opposto mondo del peccato, rende ciò possibile. Nello spirito medioevale tutti i sentimenti più puri e più elevati sono assorbiti della religione, mentre gli istinti naturali e sensuali, consapevolmente abbietti, dovevano cadere al livello di una mondanità peccaminosa" (pag 246)] [ISC Newsletter N° 89] ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
Sviluppo ineguale nei vari settori di una formazione economico-sociale PDF Print E-mail
LUKÁCS György, a cura di Alberto SCARPONI, Ontologia dell'essere sociale. II. EDITORI RIUNITI. ROMA. 1981 pag 331 8°; note Nuova biblioteca di cultura, collana diretta da Ignazio AMBROGIO. 'Il lavoro, la riproduzione sociale, l'estraniazione, nell'ultima opera sistematica del filosofo ungherese'; ['Esattamente come nell'economia stessa la tecnica è una parte importante, ma sempre derivata, dello sviluppo delle forze produttive, e anzitutto degli uomini (il lavoro) e delle divisioni interumane (divisione del lavoro, stratificazione di classe, ecc.), così anche le categorie militari specifiche, come tattica e strategia, non derivano dalla tecnica ma da rivolgimenti che intervengono nelle fondamentali relazioni economico-sociali tra gli uomini. Abbiamo già detto che la superiorità della tecnica bellica antica nei confronti di quella «civile» trova le sue ragioni nell'economia schiavistica, né è difficile scorgere che le differenze sono basate sugli stessi caratteri economico-sociali di questa formazione, giacché l'eccezione che si verifica nel settore del mondo militare non ne tocca i fondamenti. Alla medesima maniera vanno le cose quando si danno questi sviluppi ineguali in altre formazioni. E perfino il «caso paradigmatico» cui storicamente si è soliti richiamarsi per feticizzare la tecnica e che ha acquistato una certa popolarità, di fatto non è storicamente sostenibile: la presunta circostanza per cui la condotta bellica feudale sarebbe finita per l'invenzione e l'impiego della polvere da sparo. Delbrück a tale proposito dice giustamente: «Il pezzo più importante, l'origine delle armi da fuoco, lo rimando al prossimo capitolo. Cronologicamente questa indagine rientra in effetti nel medioevo. Ma un'importanza sostanziale quest'arma, sebbene già in uso da un secolo e mezzo, non l'ottiene, come abbiamo visto, che nel 1477: la cavalleria non soltanto non è stata superata, come si sente ancora dire, da questa invenzione, ma al contrario è stata superata dagli uomini appiedati con armi bianche, quantunque ancora alla fine essa cercasse di rafforzarsi introducendo armi da fuoco» (9). Soltanto lo sviluppo del capitalismo, la nuova stratificazione sociale da esso provocata e le sue conseguenze nell'organizzazione, nella tattica e nella strategia militari hanno dato alle armi da fuoco un posto di primo piano. Quanto Marx ritenesse importante interpretare correttamente questi nessi ci viene detto, al tempo in cui stava lavorando al 'Capitale' di nuovo in una lettera a Engels: «La nostra teoria della determinazione dell''organizzazione del lavoro attraverso i mezzi di produzione' dove trova conferma più splendida se non nell'industria di macellare gli uomini?». E anzi egli invita Engels a lavorare su questi collegamenti scrivendo qualcosa che, firmato da Engels stesso, potesse venir inserito come appendice apposita nella propria opera capitale' (pag 239-240) [(9) Hans Delbrück, 'Geschichte der Kriegskunst', Berlin, 1923, III, p. 668; (10) MEGA, III, 3, p. 345 [lettera del 7 luglio 1866, trad. it., di M.A. Manacorda e M. Montinari, in 'Opere complete', XLII, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 257]  ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
'Il liberale Missiroli e le idee politiche della Destra. La formula dello Stato etico' PDF Print E-mail
BISCIONE Michele, La filosofia politica del Novecento in Italia. BONACCI EDITORE. ROMA. 1981 pag 273 8°  avvertenza note indice nomi; Collana I fatti della storia, diretta da Renzo DE-FELICE. Michele Biscione (Potenza 1918) ha insegnato Filosofia della Storia all'Università di Roma. E' stato allievo di Carlo Antoni e ha curato alcune raccolte di scritti postumi del Maestro. E' autore di uno studio sulla formazione dell' idea di Rinascimento nella storia della cultura dell'Ottocento e di una serie di saggi sullo sviluppo dello storicismo crociano. ['Ma gli articoli che più chiaramente mostrerebbero il filonazionalismo di De Ruggiero sono secondo Zeppi (*), quelli che si intitolano «La mentalità reazionaria» (1913) e «La monarchia socialista» (1914), comparsi sul «Carlino» il primo e sull'«Idea nazionale» il secondo (68). «La mentalità reazionaria» sembra a Zeppi un'apologia della reazione (69). In realtà l'articolo, che non certo è uno dei più espliciti e persuasivi di De Ruggiero, esprime una preoccupazione senza dubbio giustificata per certi aspetti non solo politici, ma in generale pratici della società dell'epoca, e in particolare per il gusto estetizzante ed irrazionalistico coagulato intorno al mito dell'individuo d'eccezione, di evidente origine letteraria, ma di diffusione quasi popolare. De Ruggiero guarda con ansia all'incremento di certe abitudini di disordine, e ritiene che il fastidio per questi atteggiamenti sia oramai così esplicito e pronunziato da costituire un vero e proprio rifiuto dell'anarchia. Questo rifiuto costituisce appunto la «mentalità reazionaria». (...) Né la situazione migliora per l'altro articolo, che è la recensione che De Ruggiero fa alla 'Monarchia socialista' di Missiroli. Lo scritto poteva fornire a Zeppi l'occasione di esaminare meglio il concetto di "reazionarismo", poiché il tema torna in discussione con riprese e motivazioni assai importanti. Zeppi invece lo esamina frettolosamente e in superficie, quasi suggerendo la lettore che si tratti di cosa irrilevante, mentre l'articolo è essenziale per comprendere gli orientamenti politici di De Ruggiero alla vigilia della prima guerra mondiale. Vi scorge niente di più che la preconizzazione di un evento politico nuovo, cioè «il trionfo di una rinnovellata e non più prematura ed incompresa Destra» (75). Qui non è possibile riesaminare il complesso articolo di De Ruggiero, anche perché questo inevitabilmente imporrebbe un riesame dello stesso libro di Missiroli. Ma si può almeno osservare che Missiroli, partito dalla assunzione del punto di vista «nazionalista e liberale» con la dichiarata intenzione di mostrarne l'assurdità (76), appare di fatto a De Ruggiero così pervaso dalle idee politiche della Destra da fornire di essa una forse involontaria esaltazione, incongruente rispetto a quel punto di vista cattolico, di cui Missiroli voleva farsi sostenitore. Cioè De Ruggiero si rende perfettamente conto che è proprio la formula intrinsecamente religiosa dello stato etico, difesa della Destra, ad esercitare un vivissimo fascino su Missiroli. Vi è una specie di affinità segretamente operante tra Missiroli e la Destra' (pag 95-97) [Il pensiero politico dell'idealismo italiano] [(68) Rispettivamente il 30 giugno del 1913 e il 7 maggio el 1914; (69) Zeppi, op. cit., p. 245; (75) Cfr. De Ruggiero, op. cit., p: 107, nota; (76) De Ruggiero, op. cit., p. 113] [(*) Stelio Zeppi, Il pensiero politico dell'idealismo italiano e il nazionalfascismo', 1973] [ISC Newsletter N° 89] ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
'Céline č un caso tipico di razzismo piccolo-borghese innestato su fondamenti anticapitalistici' PDF Print E-mail
CASES Cesare, Il boom di Roscellino. Satire e polemiche. EINAUDI EDITORE. TORINO. 1990 pag 270 8°  premessa: 'Satira e polemica', avvertenza bibliografica, note; Collana Saggi. ['La tesi dell'ultimo libro di Bernard-Henry Lévy, 'L'ideologia francese' (pubblicato in Italia da Spirali edizioni), è che la Francia è la vera patria del nazionalsocialismo, perché la destra nazionalista criticava il capitalismo, e i socialisti e i comunisti erano nazionalisti e spesso non rifuggivano dall'antisemitismo. Il regime di Vichy sarebbe stato l'incarnazione di questa reale coincidenza dei finti opposti. In questa tesi c'è del vero in quanto il consenso a quel regime è stato molto più vasto di quanto ci abbiano poi voluto far credere, ma l'esagerazione mostra che anche l'autore, a suo modo, è un nazionalista, poiché viole che il suo paese sia il primo della classe anche nel male. In realtà la prima della classe è pur sempre la Germania: è qui che l'anticapitalismo di destra; le cui origini risalgono al romanticismo, è servito a riconquistare le masse al capitale. In Francia questa destra non sarebbe mai andata al potere senza la sconfitta militare. Quel che c'era prima era comunque meglio. Lévy confondo tutto in una notte in cui tutte le vacche sono nere. Anche le vacche ideologiche: Sorel o Lafargue in lui sembrano più o meno uguali a Maurras o all'antisemita Drumont. Prova del nove del nazionalsocialismo francese: Céline. Nel suo articolo Lévy individua in Céline due fasi: prima egli descrive un orrore senza riscatto, poi ne individua le cause nell'ebreo. In tal modo l'orrore diventa da fatale transitorio e Céline diventa ottimista, anzi progressista. Il che va benissimo perché, come sostiene Lévy, razzismo e progressismo sono in fondo la stessa cosa, rappresentano la stessa «volontà di guarire»: chi vuole la guarigione invoca la cacciata o lo sterminio del microbo che ha provocato l'infezione. Perciò c'è una sola religione (nel senso etimologico di forza che lega) della società moderna, ed è quella fascista. Se Faust diceva che le parole servono quando mancano i concetti, la nuova ideologia francese se ne serve per distorcerli. Non è affatto vero che razzismo e socialismo siano inseparabili, anzi si escludono a vicenda. Il razzismo è un esito normale dell'anticapitalismo romantico, ai cui occhi il mondo borghese appare come qualcosa di irrazionale, di diabolico, che si può spiegare solo con l'intervento di un fattore esterno. Il socialismo non ha bisogno di simili spiegazioni, ha già una sua plausibile teoria sulle origini del capitalismo, di cui riconosce la necessità (ciò che lo spinge spesso al compromesso e alla capitolazione, e allora l'anticapitalismo romantico appare talora come il più intransigente. Naturalmente i confini non sono netti. Paul Massing ha dimostrato come Franz Mehring, una delle massime personalità della Seconda Internazionale, che proveniva dal campo conservatore, si fosse portato dietro una sottile vena antisemita che non riuscì mai a eliminare del tutto e che contribuì alla sottovalutazione dell'antisemitismo da parte della socialdemocrazia tedesca. Il socialismo piccolo-borghese alla Proudhon non rinuncia mai a personalizzare l'avversario nell'ebreo. E tutti conosciamo la reviviscenza dell'antisemitismo in Urss in epoca staliniana e post-staliniana. Ma altro è dire che i confini non sono netti, altro che non ci sono, che il socialismo e il razzismo sono due facce della stessa medaglia. Céline è un caso tipico di razzismo piccolo-borghese innestato su fondamenti anticapitalistici" (pag 237-238)] [ISC Newsletter N° 89] ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  

 
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