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'La storia è fatta... di ciò che lo storico trova negli archivi al momento delle sue ricerche' PDF Stampa E-mail
ROMANO Sergio, Memorialistica della seconda guerra mondiale e del dopoguerra. (in) Le fonti diplomatiche in età moderna e contemporanea. Atti del Convegno internazionale Lucca, 20-25 gennaio 1989. MINISTERO PER I BENI CULTURALI E AMBIENTALI - UFFICIO CENTRALE PER I BENI ARCHIVISTICI. ROMA. 1995 pag 394-403 8° (F)  note; Pubblicazone degli Archivi di Stato, Saggi. ['Veniamo così all'ultimo criterio, quello delle motivazioni, con cui è utile distinguere diari e memorie. I libri a cui ho fatto cenno mi sembrano confermare che questo genere letterario risponde generalmente a due sollecitazioni principali. Vi è in primo luogo la motivazione del protagonista, preoccupato dal timore che la storia, quando verrà scritta, trascuri la sua parte o gli riservi un ruolo minore di quello a cui egli ritiene di aver diritto. I diari che egli scrive e i documenti che egli raccoglie sono quindi una sorta di «prenotazione della storia», tanto più efficace quanto più egli riesce a fornire una documentazione abbondante e appassionante. Il migliore esempio di questa strategia storico-letteraria è probabilmente un libro che non appartiene alla memorialistica italiana, ma concerne in buona parte gli avvenimenti italiani fra il 1943 e il 1945. Mi riferisco ai 'Diari di guerra' di Harold MacMillan apparsi a Londra nel 1984, quando l'autore era ancora vivo, e da noi nel 1987, un anno dopo la sua morte. Come erede di grandi editori, MacMillan sapeva che la storia è fatta non di ciò che è realmente accaduto, ma di ciò che lo storico trova negli archivi al momento delle sue ricerche. Non appena Churchill, alla fine del 1942, lo volle rappresentante del governo britannico in Africa settentrionale con titolo di «ministro residente» egli si dette da fare perché negli archivi futuri vi fosse uno scaffale intitolato al suo nome. Per meglio assicurarsi contro tutte le piaghe che generalmente affliggono i diari e i loro scrittori - pigrizia, cadute di continuità, dispersioni, smarrimenti e errori di trascrizione - egli s'impose una disciplina che dette eccellenti risultati. Raccontava gli avvenimenti della giornata, soprattutto all'inizio della sua missione, in lettere alla moglie a cui allegava ogni sorta di documentazione confidenziale: appunti, verbali, corrispondenza con altre persone. Nella cronaca dei grandi avvenimenti politici del momento egli inseriva spesso aneddoti, episodi divertenti e qualche elegante annotazione autobiografica sui suoi gusti archeologici e letterari. Sapeva istintivamente infatti che il lettore dei diari non può sopportare all'infinito il clima eroico della storia e ama di tanto in tanto sbirciare l'autore dal buco della serratura. Più tardi abbandonò la finzione epistolare e prese a scrivere «sui più vasti tipi di carta che [si] trovav[a]  sotto mano (bloc-notes o foglietti da appunti) mentre er[a] in aereo, in sale d'aspetto, di notte nella [sua] camera da letto e a volte sotto una tenda o baracca dove er[a] ospite di qualche comando militare (...)». Ma non abbandonò l'abitudine di mandare gli appunti a sua moglie affinché li conservasse e li facesse trascrivere a macchina. Più tardi, all'inzio degli anni Ottanta, bastò correggere qualche nome, eliminare qualche ripetizione, sopprimere qualche annotazione familiare e «censurare» qualche riferimento pesantemente critico a persone ancora vive. I diari erano pronti per la pubblicazione' (pag 401-402)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]     
  

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Alfredo Tirpitz: l'importanza politica della marina tedesca nelle relazioni internazionali PDF Stampa E-mail
TIRPITZ Alfredo von, Memorie. La Marina Prussiana dal 1866 al 1914. ARTI GRAFICHE G. MARANGONI, EDITORE. MILANO. 1932 pag 290 8°  prefazione dell'autore (1919), note, traduzione dal tedesco di Raffaele DE-COURTEN; Collana della Grande Guerra; Alfredo Tirpitz, Grande Ammiraglio della Marina tedesca. ['Il rapporti del nostro ambasciatore a Londra indussero il principe Bülow ad iniziare con me, nell'inverno 1908-09, un accurato esame della situazione. Fin dal gennaio 1909, nel corso di queste conversazioni col cancelliere, mi dichiarai propenso informare il governo inglese che noi ci saremmo appagati di un definitivo costante rapporto di potenzialità fra le due flotte, il quale sanzionasse in modo duraturo il principio di una certa preponderanza della flotta britannica. All'inizio proposi, come punto di partenza per ulteriori trattative, il rapporto di potenzialità 3 a 4; più tardi mi dichiarai disposto ad accettare la proporzione 2 a 3 e, alla fine, mi fermai su rapporto 10 a 16, proposto dall'Ammiragliato britannico sotto Winston Churchill e subito accettato da me. Benché l'offerta di Churchill fosse accompagnata da alcune riserve, che nella realtà finivano con l'assicurare alla flotta inglese una preponderanza maggiore di quella fissata dalla proporzione 16 a 10, non attribuii grande importanza ad esse, nella convinzione che la sistematica realizzazione della legge navale avrebbe soddisfatto gli scopi difensivi, ai quali avevamo sempre ed esclusivamente mirato. Questa determinazione di un rapporto di potenzialità fra le marina offriva all'Ammiragliato inglese la prova concreta che, in sostanza, la flotta da noi creata non aveva nessuna intenzione offensiva. Secondo l'opinione di tutti i competenti, in arte militare marittima, la condizione necessaria perché chi attacca sul mare possa avere una probabilità di successo è che esso disponga di una preponderanza numerica del 30 per cento circa. Noi consentivamo agli inglesi un margine di superiorità notevolmente grande: non potevamo dimostrare in modo più impegnativo quanto esulasse da noi qualsiasi proposito aggressivo. Era evidente che gli inglesi avrebbero preferito che noi non possedessimo neppure una flotta più debole del 50%, addirittura, del cento per cento della loro. La storia della guerra marittima dimostra infatti come, in parecchie circostanze, sia pure per caso, anche quelli che erano intrinsecamente più deboli, favoriti da particolari fattori e dalla fortuna delle battaglie, abbiano potuto vincere. Ma l'importanza politica della marina tedesca derivava soprattutto dalla capacità che essa dava all'impero tedesco di stringere alleanze politiche internazionali; e, anche se la politica di alleanze della Germania si era fatta giocare dalla diplomazia britannica, tuttavia questo stato di cose poteva modificarsi. Per conseguenza potevamo guadagnarci il plauso riconoscente dell'Inghilterra, solo a prezzo della completa rinuncia alla costruzione della flotta. In quegli anni perciò l'opera infaticabile della diplomazia inglese mirò specialmente a disamorarci della flotta ed a svalutare, se possibile, la legge navale, facendola cadere in prescrizione' (pag 256-257)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]     
  

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Moderna teoria dello Stato: per Hobbes la società civile è intesa come un grande artificio PDF Stampa E-mail
HOBBES Thomas, a cura di Mariano BIANCA, Teoria del sapere e scienza della politica. Antologia. LE MONNIER. FIRENZE. 1981 pag 153 8°  introduzione (pag 3-23), vita e opere di Hobbes, nota bibliografica, avvertenza, antologia, note; Classici del pensiero, collana diretta da Sergio MORAVIA. ['Hobbes (...) non ritiene che l'uomo sia per natura atto a vivere socialmente; la società civile, per questo, non nasce in modo spontaneo o casuale, bensì è il prodotto di una scelta che viene fatta liberamente dagli uomini con l'ausilio delle passioni, della volontà, e soprattutto della ragione, e che si concretizza con un accordo reciproco stipulato tra tutti quegli uomini che desiderano farlo. La società civile viene così intesa come un grande artificio e ciò fa di Hobbes uno dei fondatori della moderna teoria dello stato, non più inteso come qualcosa che deriva ed appartiene al mondo naturale, ma come il prodotto più specifico dell'uomo ed in particolare della ragione umana. Prima della nascita della società civile gli uomini vivevano (e vivono nel caso non si sia costituita un tale tipo di società) allo stato di natura, in una condizione cioè, in regnano soltanto le passioni, non esistono leggi che regolano il comportamento umano, né un potere in grado di farle osservare; quindi, ogni uomo è libero di commettere qualsiasi azione pur di salvaguardare il suo utile ed in particolare la sua sopravvivenza fisica. In effetti, in questo stato di cose ciò che muove le azioni umane è solo l'istinto di conservazione. (...) La società civile è un grande artificio non solo per ché sorge da un patto tra gli uomini, ma perché deve essere continuamente preservata per mezzo delle leggi civili e di un potere sovrano che sia in grado, oltre che di salvaguardare la vita di ogni cittadino, anche di far osservare le leggi, salvaguardare la pace, il benessere e la sicurezza interna e la difesa esterna da altri stati che tra loro si trovano e si troveranno sempre come gli individui singoli nello stato di natura, cioè in stato di guerra' (pag 15, 23, introduzione del curatore)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

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Anche Bismarck si rendeva conto che la scomparsa dell'Austria avrebbe sconvolto l'equilibrio europeo PDF Stampa E-mail
AVARNA-DI-GUALTIERI Carlo  a cura; AVARNA Giuseppe BOLLATI Riccardo, Il carteggio Avarna-Bollati. Luglio 1914 - Maggio 1915. ESI - EDIZIONI SCIENTIFICHE ITALIANE. NAPOLI. 1953 pag XV 102 8°  prefazione dell'Ambasciatore Vittorio CERRUTI, premessa di Carlo AVARNA DI GUALTIERI, note appendice: 'Lettera Avarna-Bodio, Lettera Tisza-Avarna, Lettera Avarna-Tisza, Appunto di Avarna', indice nomi; Quaderni della Rivista Storica Italiana. ['Assai opportuna è (...) la pubblicazione curata con reverenza filiale del generale Carlo Avarna, duca di Gualtieri, della corrispondenza sconosciuta sinora in cui due diplomatici, estranei entrambi alla politica di partiti, servitori fedeli del Paese, conoscitori profondi dei problemi internazionali, diversi per origini ed abitudini di vita, dotati di temperamento dissimile, si scambiano le loro idee e le loro preoccupazioni dalle quali traspare lo stesso travaglio sentimentale, l'intimo tormento per quanto accadeva in Italia dopo la dichiarazione di guerra dell'Austria-Ungheria alla Serbia e la pazzesca attitudine assunta da vari Stati che, anzichè adoperarsi per circoscrivere il conflitto o evitare per lo meno che si estendesse soverchiamente, si buttarono nella mischia con voluttà come se si trattasse di partecipare ad un festino e non già ad un orrendo massacro. Entrambi erano pervasi dal timore che la guerra in cui l'Italia avrebbe dovuto finire per entrare creasse fatalmente situazioni internazionali che potessero riuscire funeste, forse fatali per il nostro Paese. (...) Avevano in comune entrambi questi diplomatici una, dirò così, lacuna: la loro carriera non si era mai svolta nei paesi anglosassoni talchè non avevano avuto agio di approfondire la mentalità britannica ed americana che riusciva loro difficile comprendere attraverso la lettura, dato che conoscevano solo ad un dipresso la lingua inglese. Possedevano però un'ampia visione dei problemi internazionali, con particolare riguardo a quelli balcanici che alla fine del secolo scorso ed allo inizio dell'attuale costituivano il substrato della politica estera mondiale. Entrambi consideravano quanto avveniva nel turbolento settore del Vicino Oriente non solo come interessanti episodi di storia contemporanea , ma come altrettanti elementi da tenere presenti e da vagliare onde evitare che l'Italia si trovasse un giorno a dover fronteggiare due forze di molto superiori alla propria: il pangermanesimo e il panslavismo. Entrambi scorgevano nell'esistenza di una Austria-Ungheria vitale e forte il mezzo per evitare che tutti i tedeschi si unissero in un solo blocco per imporre poi la propria volontà all'Europa e che, smembrandosi il mosaico di nazionalità ch'era la monarchia asburgica, avessero vita e soprattutto nutrissero aspirazioni nazionaliste altri Stati slavi che, in epoca più o meno vicina, avrebbero finito per cadere tutti nell'orbita della Russia. Non altrimenti aveva pensato e conseguentemente agito il principe di Bismarck, di cui nessuno porrà certo in dubbio il proposito di fare grande la Germania. Eppure, egli, quando fu vincitore dell'Austria, si guardò bene dall'annientarla e rinunciò ad annettere alla Germania i sudditi tedeschi dell'Imperatore Francesco Giuseppe perchè si rendeva conto che la scomparsa dell'Austria avrebbe innanzi tutto sconvolto l'equilibrio sul quale si basava la politica europea, suscitato problemi di soluzione assai ardua e rafforzato in ogni caso il panslavismo che si sarebbe estero paurosamente verso il centro dell'Europa' (pag V-VI, VIII-IX) [dalla prefazione di Vittorio Cerruti]  [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
 
  

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Battaglia di Normandia. La crisi di fiducia serpeggia tra i comandi alleati PDF Stampa E-mail
HASTINGS Max, Overlord. Il D-Day e la battaglia di Normandia. MONDADORI. MILANO. 1984 pag 478 8°  cartine note riferimenti bibliografici appendici: I. glossario, II. Cronologia della campagna di Normandia; III. Schieramento di battaglia alleato; IV. Forze terrestri tedesche contrapposte allo schieramento alleato in Normandia; bibliografia e nota sulle fonti ringraziamenti, indice nomi argomenti località; Collana Oscar Storia. Max Hastings, laureato a Oxford e giornalista, studioso di storia e teoria militare, è famoso per le sue corrispondenze da più di cinquanta paesi, dall'Indocina all'America centrale al Medio Oriente. Per i suoi servizi dalle Falkland, nel 1982 è stato nominato in Inghilterra "giornalista dell'anno". ['Era una scena che si ripeteva in Normandia centinaia di volte al giorno da entrambi i lati degli schieramenti contrapposti. Quota 112 fu occupata per breve tempo dal battaglione duramente provato della fanteria leggera del duca di Cornovaglia, e perduta poi per un contrattacco tedesco. A questo punto Montgomery dovette affrontare una crisi di sfiducia nella sua azione di comando che avrebbe distrutto i nervi di un uomo più sensibile. Nei vasti meandri dello SHAEF in Inghilterra si era sempre annidata dell'animosità nei suoi confronti e parecchi subalterni di Bradley non lo potevano sopportare. La tensione scoppiò ora in forme di aperta critica. Il comandante Butcher, rappresentante per eccellenza degli ufficiali di stato maggiore che sguazzavano nei pettegolezzi, ebbe a scrivere al ritorno dalla sua prima puntata in Francia il 1° luglio: «Parecchie delle persone con cui ho parlato non temono di dire che Monty ha indugiato troppo a sferrare l'attacco permettendo così ai tedeschi di stabilirsi solidamente in posizioni difensive e di far affluire riserve» (8). Patton, nemico dichiarato del generale britannico, scriveva velenosamente nel suo diario dopo una capatina al quartier generale tattico di Montgomery il 7 luglio: «Montgomery si è dato un gran da fare a spiegare perché i britannici non abbiano fatto nulla». Perfino Eisenhower, sotto la pressione di Washington e del suo stato maggiore, frustrato dall'impossibilità di influenzare direttamente eventi di cui aveva sulle spalle l'enorme responsabilità, quel giorno scrisse una lettera al comandante in capo del 21° gruppo d'armate da cui traspariva il risentimento represso insieme con la preoccupazione per il fatto che si fosse concesso ai tedeschi di consolidare il loro schieramento: «A me sembra che dobbiamo usare ogni energia disponibile al fine ben determinato di evitare uno stallo o di trovarci nella necessità di condurre una battaglia difensiva entro il perimetro poco profondo della nostra testa di sbarco... Non abbiamo ancora tentato sul fianco sinistro un attacco in grande stile sostenuto da tutto quanto potremmo mettere in campo...» (9). La  stampa americana esprimeva ormai critiche aperte perché in Francia non si registrava alcun progresso, causando a Washington grattacapi che, come sempre, erano di gran lunga superiori a quelli che la stampa britannica potesse mai dare al governo del suo paese. Si avanzava l'ipotesi che gli alleati occidentali si accontentassero di segnare il passo lasciando ai sovietici l'impegno di combattere sul serio per sconfiggere le armate di Hitler. Ancor più pericolosa per la difficile situazione di Montgomery era la crescente impazienza di Churchill. Il primo ministro non aveva esitato a dire a Eisenhower pochi giorni dopo lo sbarco che era sufficiente che il comandante supremo esprimesse la sua insoddisfazione nei riguardi di un ufficiale britannico, «di qualunque grado fosse», perché quello venisse rimosso. Churchill era convinto che, ove non si fosse operato rapidamente lo sfondamento dopo il D-Day, ci sarebbe voluto un anno o anche più prima che gi alleati arrivassero alla Senna. I ricordi che aveva della battaglia delle Fiandre illuminavano di luce sinistra la sua visione della battaglia di Normandia nel 1944, specie quando correva gli elenchi delle perdite della fanteria. La sera del 6 luglio Churchill fece a Brooke una grossa sparata contro Montgomery. Non aveva mai provato molta simpatia per quel suo freddo, scomodo generale; ora, ricordando le dichiarazioni baldanzose che Montgomery aveva fatto alla conferenza di Saint Paul a proposito del colpo d'ariete delle forze corazzate e della necessità di «piantare i nostri picchetti nell'entroterra», aveva l'impressione che le aspettative suscitate da quelle parole fossero state tradite. A Brooke era saltata la mosca al naso e aveva ribattuto con pari calore in difesa del suo protetto: «Mi prese una gran rabbia e gli chiesi se non poteva decidersi a fidarsi dei suoi generali almeno per cinque minuti invece di insultarli e svilirli di continuo» (10)" (pag 293-294) [(8) Butcher, diario, Biblioteca Eisenhower; (9) Eisenhower Papers, vol. III, p. 1982; (10) Bryant, intervista con l'autore, p. 229] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
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