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Firenze, 1497: lotte intestine e la pestilenza che infieriva PDF Stampa E-mail
SCHNITZER Giuseppe, Savonarola. Volume primo. FRATELLI TREVES EDITORI. MILANO. 1931 pag 505 8°  prefazione all'edizione italiana (1929), avvertenza, note, illustrazioni. ['Il Frate non si curò affatto né della scomunica né della promulgazione. In quella stessa domenica egli, come di solito, celebrò la messa, e lo stesso fecero i suoi frati: così pure nei giorni successivi (39). Naturalmente, i nemici del Frate difesero a tutta possa la validità della scomunica, la quale, perché si divulgasse, tradussero in volgare e dettero alle stampe. Il giudizio intorno alla scomunica era una questione di partito. I Frateschi la rigettavano, gli Arrabbiati per contro la difendevano, «per i cerchi della città di niente altro si ragionava, che se valeva o non valeva» (40). (...) La triste condizione in cui la città si trovava a causa delle intestine discordie di partito, nell'estate 1497 si rese ancora più grave per un morbo maligno che in brevi giorni spacciava, senza riguardo ad età o al fisico delle persone. «Morivano gl'huomini in pochi giorni, vecchi, giovani, maschi, femine, benetenuti et maletenuti sanza alcuno rimedio» (81). Alla fine di luglio il morbo mieteva giornalmente un centinaio di vittime; (82) e poiché, per uno strano caso, morivano tutte persone già adulte, mentre i fanciulli non erano tocchi, «pareva - dicevano i Frateschi - si verificasse el detto del Frate, della novazione della Chiesa e del mondo» che doveva operarsi a mezzo dei fanciulli e non dei vecchi (83). In considerazione della pestilenza che infieriva, si aveva riguardo a non colpire la città con l'interdetto già tanto sollecitato dagli Arrabbiati, perché il Frate non potesse tacciare di crudeltà la Santa Sede se questa avesse privato la cittadinanza, in tempi in cui ne aveva più bisogno, del nutrimento spirituale (84). Tale misura, inoltre, non avrebbe colpito le persone più ricche ed influenti, perché queste avevano già lasciato la città per recarsi nelle loro ville a respirare l'aria balsamica dei monti vicini (85). Ai primi di luglio il morbo penetrò anche in San Marco; (86). Non mancarono tuttavia tra i frati di San Marco alcuni che avevano più dei laici stessi paura della morte. Uno di essi fu Pier Paolo da Beccuto, (95) che fu severamente rimproverato dal Frate, con una lettera dell'8 agosto, per la sua pusillanimità' (pag 478-479)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

  

 
La 'democrazia cosmopolitica' rinnova l'antico sogno dello stato mondiale PDF Stampa E-mail
PANEBIANCO Angelo, Il potere, lo stato, la libertà. La gracile costituzione della società libera. SOCIETA' EDITRICE IL MULINO. BOLOGNA. 2004 pag 370 8°  introduzione note bibliografia indice nomi; Collezione di testi e di studi, Scienza politica. Angelo Panebianco è professore di Relazioni internazionali all'Università di Bologna. E' editorialista del Corriere della Sera. ['Il progetto della «democrazia cosmopolitica» è ispirato, ma solo in parte, alle idee kantiane sulla pace perpetua (cfr. Habermas 1996, trad. it., 1998, 177-215). I suoi proponenti assumono che lo stato sia ormai fortemente indebolito a casa della globalizzazione e che, per le stesse ragioni, anche la democrazia rappresentativa, là dove esiste, sia attanagliata da crescenti difficoltà. La proposta è di sfruttare la pressione dell'opinione pubblica mondiale (data per esistente, almeno allo stato embrionale) per avviluppare gli stati entro una rete di organizzazioni sovranazionali e transnazionali a carattere elettivo-rappresentativo. Si tratta di porre in essere un sistema rappresentativo, o una rete di sistemi rappresentativi, che creino 'constituences' democratiche, o una grande 'costituency' democratica, «attraverso» i tradizionali confini degli stati. In prospettiva, la democrazia cosmopolitica dovrebbe arrivare ad abbracciare tutti i gruppi umani esistenti. Nelle parole del suo più prolifico alfiere: «E' possibile concepire differenti tipi di impegno politico in un continuum che va dal locale al globale, con il locale contrassegnato da processi di democrazia diretta e partecipativa mentre gli ambiti più ampi e più popolari vengono progressivamente mediati da meccanismi rappresentativi»" (Held 2003, 175). Ancorché in veste «democratica», la democrazia cosmopolitica rinnova l'antico sogno dello stato mondiale (80). Si scontra, pertanto, proprio con le obiezioni che all'idea dello stato mondiale rivolgeva Kant. Per il quale, persino lo stato di guerra dovuto alla «separazione» di molti stati vicini e indipendenti «val sempre meglio, secondo l'idea della ragione, che la fusione di tutti questi Stati per opera di una potenza che si sovrapponga alle altre e si trasformi in una monarchia universale, poiché le leggi, a misura che la mole del governo aumenta, perdono di forza, e un dispotismo senz'anima, dopo aver sradicato i germi del bene, degenera da ultimo nell'anarchia» [1795 , trad. it. 1965, 313]. L'obiezione ha tanto più peso per il fatto che i proponenti della democrazia cosmopolitica sembrano preoccuparsi più della «democrazia» che della «libertà», sembrano più interessati a dare rappresentanza politica ai «popoli» (sic) del mondo che a limitare il potere di governo della (immaginata) democrazia cosmopolitica. Peraltro, della democrazia cosmopolitica si danno due versioni. In una prima versione, essa può nascere solo coinvolgendo stati che siano 'già' liberaldemocratici [Held 1993]. Osservo che in questo caso l'apporto della democrazia cosmopolitica alla causa della pace e del superamento dell'anarchia internazionale sarebbe modesto. Come si è visto, gli stati liberaldemocratici hanno già formato fra loro un'Unione pacifica, una comunità pluralistica di sicurezza, ma questo non ha eliminato lo stato di guerra, la condizione anarchica, che caratterizza i rapporti fra gli stati restanti, nonché fra l'Unione pacifica occidentale e il resto del mondo (81). In una seconda versione, la democrazia cosmopolitica dovrebbe coinvolgere anche gli stati autoritari. Si ipotizza, ad esempio, come primo passo, una riforma «democratica» delle Nazioni Unite, la formazione di un'assemblea mondiale i cui rappresentanti siano direttamente scelti dai «cittadini» di tutti gli stati, quale che sia il loro regime politico interno [Archibugi 1993; Held 2003]. Il problema è che negli stati autoritari non esistono «cittadini» ma sudditi' (pag 289-291)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]     
  

 
John Bellers (1695): 'i ricchi non vivono altrimenti, se non della fatica degli altri...' PDF Stampa E-mail
CAMPI Emidio RUBBOLI Massimo  a cura; testi di TURRETTINI BONNET HALLER LAVATER EULER OBERLIN MONTESQUIEU TOLAND DERHAM COLLINS SWIFT TINDAL LAW MANDEVILLE HUTCHESON BERKELEY BUTLER REID ANDERSON VITRINGA NIEUWENTIJT LEIBNIZ WOLFF BAUMGARTEN SPALDIN SEMLER REIMARUS LESSIN KANT HAMANN HERDER PONTOPPIDAN EGEDE SWEDENBORG SZIKSZAI FRANCKE BENGEL ZINZENDORF SPANGENBERG OLDENDORP VERRI ANNESLEY WESLEY OLIVERS ASTELL WITHEFIELD NEWTON WILBERFORCE BATTISTI FULLER CAREY PESTALOZZI FEDERICO II BION MALTHUS SEWALL WOOLMAN BENEZET MATHER DICKINSON CHAUNCY BREZ PEYRAN GENOVESI BACH HANDEL KLOPSTOCK WESLEY J. NEWTON BELLERS e altri, Protestantesimo nei secoli. Fonti e documenti. 2. Settecento. CLAUDIANA. TORINO. 1997 pag XXXI 448 8°  notizie sugli autori, prefazione, abbreviazioni, introduzione, foto illustrazioni iconografia, note ai testi, note, indice nomi storici, autori moderni, nomi di luogo, argomenti, Collana Protestantesimo nei secoli, Fonti e documenti. ['John Bellers (1654-1725) apparteneva alla Società degli Amici, era cioè un quacchero. Amico e contemporaneo di William Penn, il fondatore di Filadelfia e della Pennsylvania, dedicò la vita intera a proporre e tentare di attuare ogni sorta di riforme sociali, economiche e politiche. Alla pace e al superamento dei nazionalismi dedicò nel 1710 'Some reasons for an European State, proposed to the powers of Europe', che riprende un analogo pamphlet di Penn (1) e anticipa, in un'Europa sconvolta da decenni di guerre, le tematiche che poi saranno rese famose dall'Abbé de Saint Pierre, da Rousseau e da Kant. Il suo impegno a favore dei miseri e dei diseredati non era altro che l'aspetto vivente e concreto della sua fede di quacchero. Bellers era un facoltoso mercante londinese e i suoi progetti nascono dalla personale osservazione della realtà di Londra tra Seicento e Settecento, quando l'affermazione tumultuosa del grande commercio e della finanza, che avviava l'Inghilterra a un lungo predominio mondiale, s'accompagna alle spaventose condizioni della breve esistenza di moltitudini di miserabili. Questa realtà terribile si trova anche nelle pagine di altri, in quelle di Daniel Defoe, per esempio, ma questi riteneva che povertà e miseria derivassero soltanto da una sorta di vocazione negativa dei poveri alla pigrizia e all'indolenza. Bellers era invece convinto che derelitti e criminali fossero le vittime di circostanze fuori dal loro controllo; gli enormi problemi sociali richiedono a suo parere riforme concrete e misure preventive, non repressive, ad esempio riguardo all'educazione e all'istruzione popolare. Sul modello delle prime società per azioni, i ricchi avrebbero dovuto investire in quella sorta di ricca miniera che è la forza lavoro dei poveri, creando comunità di produzione da cui avrebbero tratto legittimo profitto. Per Bellers, d'altra parte, la riduzione del numero dei poveri mediante l'aumento dell'occupazione non è solo un dovere morale ma, pragmaticamente, un potente acceleratore del benessere di una nazione. Bellers è tra i primi ad abbozzare una teoria del valore fondata sul lavoro e ha perciò un posto di rilievo anche tra i pionieri della scienza economica, come fra gli altri gli riconosceranno John Owen, che ne riprenderà in parte i progetti a distanza di un secolo, e lo stesso Karl Marx'. (...) «Dato che i lavoratori arricchiscono gli uomini, se ci fossero più lavoratori ci sarebbero anche più ricchi, sempre che ci fosse terra sufficiente a dar lavoro e nutrimento. (...) il lavoro dei poveri è infatti la miniera dei ricchi. (...) Sono convinto che i poveri di questa nazione, attualmente dl tutto inutilizzati, siano in grado di produrre beni e manufatti che renderanno l'Inghilterra ricca quanto la Spagna con le sue miniere (...), perché ciò che valorizza di più la terra in Europa rispetto all'America o in Olanda in confronto all'Irlanda, è appunto l'abbondante popolazione; e un popolo ordinato - più che ogni altra cosa creata - è un tesoro di vita e di perfezione, forza delle nazioni e gloria di ogni principe. (...) [Ma] perché proporre di trovare lavoro per i poveri e non lasciare loro ogni profitto...? [Perché]... i ricchi non vivono altrimenti, se non della fatica degli altri; così i proprietari terrieri col lavoro dei fittavoli, e mercanti e artigiani con quello dei loro garzoni, salvo che costoro divengano 'levellers' (2) e mettano i ricchi a lavorare coi poveri. (...)» [fonte John Bellers, 'Proposals for raising a Colledge of Industry of all useful Trades and Husbandry, with Profit for the Rich, a Plentiful Living for the Poor, and a Good Education for Youth (...)', London, 1695, in 'John Bellers. His life, times and writings', a cura di George Clarke, London e New York, Routledge & Paul Kegan, 1987, pp. 53-54, 66, 68] (pag 255-256) [(1) William Penn, 'An Essay towards the Present and Future Peace of Europe (1693). Cfr. Giorgio Vola, a cura, 'I quaccheri. Eversione e non violenza. Gli scritti essenziali, 1650-1700', Torino, Claudiana, 1980, pp. 182-200 e Prot. sec., vol. I, pp. 320-4; (2) Una delle correnti più estremiste del Seicento inglese che intendeva «livellare» le differenze sociali e di classe] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

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Il trasformismo costituiva il vero "morbo italico" caratterizzato dall'arte del compromesso generale PDF Stampa E-mail
CERARDI Cosimo, Eugenio Curiel. Antifascismo e democrazia progressiva. LA MONGOLFIERA EDITRICE. DORIA DI CASSANO ALLO IONIO, COSENZA. 2011 pag 117 8°  prefazione di Roberto GHIRINGHELLI, introduzione dell'autore; appendice: 'Note e riflessioni sugli scritti di Eugenio Curiel', nota bibliografica, bibliografia (scritti di e su Eugenio Curiel). ['In lui vi era una perfetta combinazione di lavoro giornalistico illegale con quello di dirigente della gioventù e con quello dell'organizzazione del "Fronte della cultura", e ciò indicava quali capacità egli avesse, non solo culturali, ma anche politiche, morali ed ideali, doti di un combattente generoso. Quando giunse la notizia della morte di Giovanni Gentile, Curiel, tagliando netto ad ogni possibile obiezione, sostenne che la morte di Gentile rappresentava la grandezza della Resistenza, di quella Resistenza che non guardava in faccia nessuno e che colpiva duramente chi aveva scelto di allearsi con l'occupatore nazifascista. Con la Resistenza, l'Italia dell'eterna commedia trasformista, dove tutto finisce a "tarallucci e vino", finalmente giungeva alla catarsi della giustizia riparatrice, invocata da tutti coloro che avevano  subito la violenza del regime mussoliniano. Per Curiel la Resistenza si presentava come un vero antidoto non solo alla barbarie nazifascista, ma anche a quel trasformismo che costituiva il vero "morbo italico", assai caratterizzato da quell'arte del continuo compromesso generale, dove alla fine i vecchi reazionari e i nuovi conservatori avrebbero, a guerra finita, trovato i termini di una reiterata alleanza: proprio questo accadde, successivamente, alla fine del conflitto. Egli allora non poteva saperlo, ma probabilmente lo intuiva. Curiel venne ucciso il 24 febbraio a Milano, a Piazzale Baracca. È stato il suo sacrificio crudele, avvenuto proprio alla vigilia della liberazione, a fare del giovane antifascista triestino, medaglia d'oro della Resistenza, un simbolo: il capo della gioventù della Resistenza il fondatore del Fronte della Gioventù del Comitato di Liberazione Nazionale' (pag 60-61)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]     
  

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L'aumento dell'attivitą dei Krupp era legato alla produzione di armamenti chiesto dal Führer PDF Stampa E-mail
BERNARDINI Carlo MINERVA Daniela, L'ingegno e il potere. Disegno di un rapporto complesso, affascinante, inevitabile attraverso i tempi e i protagonisti. SANSONI EDITORE. FIRENZE. 1992 pag 274 8°  introduzione note appendice: cronologia delle principali scoperte e invenzioni tecniche; indice nomi; Sansoni Saggi. Carlo Bernardini è nato a Lecce nel 1930 ed è ordinario di Metodi matematici della fisica all'Università di Roma La Sapienza. Ha pubblicato vari testi divulgativi e universitari tra cui 'Fisica e strumenti matematici' (Editori Riuniti), 'Che cos'è una legge fisica', 'Fisica degli atomi e dei nuclei' (in collaborazione); Daniela Minerva è nata a Bologna nel 1958. Ha studiato filosofia all'Università di Bologna e giornalismo scientifico all'Università della California. Ha collaborato al settimanale L'Espresso. ['Nel 1933 Gustav Krupp, presidente della Confederazione dell'industria e contribuente ai fondi del partito, chiede l'introduzione del Führerprinzip in economia, che rafforzava la tendenza verso la concentrazione economica. Quasi contemporaneamente fu creato un consiglio per gli armamenti praticamente composto dai capitani d'industria. «Per avere un'idea  della compenetrazione dell'elemento nazista col grande capitale, basti osservare che, nel 1940, dei 384 milionari che sedevano nei consigli di amministrazione e di sorveglianza di 24 dei maggiori trust, soltanto 240 tenevano gli stessi posti prima del gennaio '33: 144 nuovi milionari erano quindi creature del nazismo (14). L'aumento dell'attività dei Krupp fu esclusivamente connesso con la produzione di armamenti e il Führer divenne un regolare visitatore delle fabbriche di Essen. Nel 1935 si insediò un nuovo direttore del reparto armamenti, il poi tragicamente celebre Erich Müller, che iniziò la sua attività con venticinque costruttori e trenta tecnici. Qualche tempo dopo i costruttori erano 2000. Sempre nel '35 uscì dai cantieri di Kiel un nuovo sottomarino e nel '39 si produceva un sommergibile al mese, insieme a corazzate, portaerei e incrociatori. Da Essen venivano cannoni, proiettili e quant'altro servì a Hitler per invadere l'Europa. Nel frattempo si insediava a Essen il giovane Alfred, quello che per sbarazzarsi degli altri eredi farà varare a Hitler la 'Lex Krupp' che riservava il diritto di eredità al primogenito maschio nell'industria. Il Führer, riconoscente per il buon acciaio, darà a Krupp parte del bottino di guerra: fabbriche e miniere in Francia, Belgio, Olanda e Austria, depositi di cromo in Jugoslavia, miniere di nichel in Grecia, ferriere e acciaierie in Unione Sovietica. Ma gli uomini di Essen partono per il fronte e la Gestapo porta ad Alfried prigionieri da Buchenwald e Auschwitz. Essen diventa un campo di concentramento nazista. È già degenerazione. E sarebbe fuorviante parlare degli 'Sklaven' di Alfried Krupp e dei campi di concentramento per bambini in un capitolo dedicato al complesso militare-industriale - ma ci è sembrato giusto prospettarne lo spettro' (pag 74-75) [dal capitolo '2.1. I Krupp e l'identità tra stato e complesso militare-industriale'] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]


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