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'La principale differenza tra la Jihad e la razzia stava nelle implicazioni strategiche' PDF Stampa E-mail
WATT MONTGOMERY W., L' islam e l' Europa medioevale. MONDADORI. MILANO. 1991 pag 144 16°  prefazione, note, indice nomi argomenti località; traduzione di Elisabetta CORNARA; Collana Oscar Storia Mondadori. ['Per gli abitanti della Spagna l'invasione del 711 fu probabilmente un fulmine a ciel sereno, ma per i Musulmani era la normale continuazione di un processo iniziato quando ancora viveva  Maometto, ed era una evoluzione della pratica della razzia nomade. Da secoli le tribù nomadi arabe avevano l'abitudine di fare scorrerie o razzie contro altre tribù, in genere allo scopo di appropriarsi dei cammelli o di altro bestiame. Lo schema preferito era quello di compiere un attacco di sorpresa, con una superiorità schiacciante di uomini, contro un piccolo gruppo dell'altra tribù. In queste circostanze non era disonorevole fuggire se si era attaccati, e così in molte razzie c'erano poche perdite umane. A volte, però, le cose si facevano più serie. Dopo il trasferimento di Maometto a Medina, nel 622, alcuni dei suoi seguaci, specialmente quelli che erano emigrati con lui dalla Mecca, incominciarono ad intraprendere vere razzie. Forse con l'obiettivo di incoraggiare altri ad unirsi in queste incursioni che il 'Corano' definiva "combattere per il Signore", o "battersi per il Signore". Il termine arabo per "battersi" o "fare sforzi per ottenere un particolare obiettivo" è 'jahada', con il nome verbale 'Jihad'. Questo termine può essere usato per definire uno sforzo morale o spirituale, ma è giunto ad essere associato soprattutto con la lotta contro l'infedele, e viene quindi tradotto come "guerra santa" (5). Benché questa traduzione sia appropriata propongo di mantenere il termine Jihad qui, dal momento che esistono differenze tra la concezione islamica della Jihad e la concezione cristiana della crociata. Per quanto riguarda l'origine della Jihad dalla razzia nomade, è probabile che molti partecipanti fossero mossi più da avidità materiale che da zelo religioso. La principale differenza tra la Jihad e la razzia stava nelle implicazioni strategiche. Una tribù nomade non compiva mai una scorreria contro un gruppo con cui era alleata. Per molti aspetti i Musulmani di Medina fungevano da tribù, o da federazione di tribù. Con l'affermazione del potere e dell'autorità di Maometto molte tribù e gruppi minori vollero allearsi con lui, ed egli richiese che diventassero musulmani e lo riconoscessero come profeta' (pag 16-17) [W. Watt Montgomery, 'L'islam e l'Europa medioevale', Mondadori, Milano, 1991] [(5) La Jihad o "guerra santa" è discussa in Watt 'Islam and the Integration of Society' (Edinburgh, 1968), 14-19. L'apparente motivazione religiosa dei conflitti cristiano-musulmani nei secoli XII e XIII è studiata da John L. La Monte con il titolo "Crociata e Jihad", in 'The Arab Heritage', edito da Nibih Amin Faris (Princeton, 1946), 159-98. L'articolo "Djihad" di E. Tyan in EI (Encyclopaedia of Islam) si occupa prevalentemente di aspetti giuridici] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 

 
Fu alle bande della gioventù dorata che si fece ricorso per spezzare la resistenza dei giacobini PDF Stampa E-mail
LEFEBVRE Georges, I Termidoriani. GIULIO EINAUDI EDITORE. TORINO. 1955 pag 300 8°  nota introduttiva, nota bibliografica (bibliografia ragionata). ['Ma per la seconda volta, fu alle bande della gioventù dorata che si fece ricorso per spezzare la resistenza dei moderati. Dal 25 nevoso almeno (14 gennaio 1795), le loro imprese si moltiplicarono. Le bande assalivano ormai i caffé giacobini, e - fatto nuovo e curioso - la gioventù si sforzava di conquistare il favore dei sanculotti dei 'faubourgs', mandando loro delegazioni per invitarli a fraternizzare, ed effettivamente riuscì ad accaparrarsene un certo numero offrendo pranzi da Février, al Palazzo Égalité. Il 29 il «Messager du soir» annunciò che la gioventù dorata aveva deciso di purificare le tribune della Convenzione e di bruciare pubblicamente, il 2 piovoso, un fantoccio rappresentante un giacobino coperto di sangue, ciò che fu fatto. Il 30 nevoso (19 gennaio), un artista del teatro di Feydeau, di nome Gaveaux, aveva cantato alla sezione Guglielmo Tell la sua canzone, 'Le Réveil du peuple contre les terroristes' ('Il risveglio del popolo contro i terroristi'), di cui Souriguères aveva composto la musica, e che per vari mesi sarà l'inno della reazione, mentre sarà proscritta la «Marsigliese», considerata come il canto dei «bevitori di sangue». Cominciò allora la guerra dei teatri; nei primi giorni di piovoso, gli attori giacobini, Fusil al teatro della Repubblica, Trial a quello dell'Opéra furono costretti a fare ammenda onorevole; a ogni rappresentazione, si reclamava il 'Réveil du peuple', scatenando di solito un parapiglia generale, poiché la platea giacobina rispondeva con clamori e inni rivoluzionari. Finalmente, il 12 piovoso (31 gennaio), venne inaugurata agli ordini di Martainville, la caccia ai busti di Marat nella sala Feydeau. I comitati li fecero rimettere al loro posto; il 14 furono nuovamente abbattuti e, questa volta, il disordine si estese alle strade e ai caffè; in via Montmartre un busto venne gettato nella fogna. In seguito alle proteste dei sanculotti, scoppiarono risse un po' dovunque. I comitati capitolarono prontamente, e il 20 (8 febbraio) Dumont fece decidere senza opposizione che gli onori del Pantheon e simili non potessero d'ora in avanti essere accordati se non dopo dieci anni dalla morte dell'interessato. Al provvedimento fu dato effetto retroattivo (...). Contemporaneamente veniva chiuso il club Lazovski nel 'faubourg' Marceau, e quello dei 'Quinze-Vingts', nel 'faubourg' Antoine. Babeuf venne di nuovo colpito da decreto di arresto e sfuggí solo momentaneamente alla prigione. (...) La gioventù dorata si riteneva ormai così potente che Fréron, per averle raccomandato la calma, perse di colpo la sua popolarità (...)" (pag 84-86) [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
Dopo lo scoppio della rivolta, Stalin ostacolò l'invio di aiuti agli insorti PDF Stampa E-mail
DAVIES Norman, edizione italiana a cura di Maurizio PAGLIANO, La rivolta. RIZZOLI. MILANO. 2004 pag 797 8°  cartina prefazione foto illustrazioni appendici note referenze fotografiche indice nomi; traduzione di Caterina BALDUCCI Camilla FIORINA Enzo PERU e Andrea ZUCCHETTI; Collana Storica Rizzoli. Norman Davies è Fellow del Wolfson College di Oxford, della British Academy e della Royal Historical Society, e professore emerito dell'Università di Londra. E' autore di una monumentale 'Storia d'Europa' (Bruno Mondadori, 2002). ['Ora, molto si può dire con certezza della politica sovietica. Stalin assunse una posizione dura e inflessibile non appena si prospettò l'avanzata in Polonia nell'inverno 1943-44. Posò gli occhi su metà del territorio del Paese e programmò una radicale riorganizzazione del governo. Insediò una commissione composta da esponenti al suo servizio e ordinò l'eliminazione di tutti gli agenti e i soldati fedeli alle legittime autorità. Dopo lo scoppio della rivolta, respinse il piano di Rokossovskij per la liberazione di Varsavia, ostacolò gli sforzi occidentali per inviare aiuti agli insorti, dirottò la principale offensiva russa verso i Balcani e approvò solo timide e tardive misure di appoggio. Una volta che il settore centrale del fronte della Vistola si fu ripreso dal contrattacco tedesco, mantenne Rokossovskij essenzialmente sulla difensiva. Non si può che definire un simile atteggiamento come insensibile. Ciò che si ignora, tuttavia, è se Stalin sarebbe diventato più malleabile di fronte a una ferma presa di posizione occidentale" (pag 700); "L'elenco delle manchevolezze all'interno della coalizione alleata è talmente lungo che a raccontarlo rischia di divenire noioso. L'attività di intelligence alleata concernente Varsavia, ad esempio, fu a dir poco deplorevole. Gli inglesi ricevevano informazioni contrastanti dalle fonti polacche e russe, ma non presero seri provvedimenti per risolvere il dilemma. Il fallito viaggio di Jozef Retinger servì solo a sprecare mesi di tempo prezioso, s concluse con un fallimento e non ebbe seguito. Quanto ai servizi segreti sovietici, chiusi nella loro camicia di forza ideologica, si dimostrarono del tutto incapaci di un'analisi efficace. Nelle otto settimane della rivolta, un'unica spia russa girovagava solitaria per Varsavia, senza parlare con nessuno d'importante, cercando di scoprire i dati più elementari, tipo dove fossero localizzate le formazioni ribelli e chi le comandasse. L'intelligence statunitense non fu certo migliore. (...) Il collegamento militare e politico fu quasi inesistente. Gli inglesi aveva piazzato un sacco di ufficiali in Jugoslavia, Albania e Grecia, ma nemmeno uno in Polonia' (pag 710-711)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

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Il concetto di "catastrofe" e di "trasformazioni molecolari" in Gramsci PDF Stampa E-mail
BADALONI Nicola, Espansione democratica e controllo sulle catastrofi in Togliatti «politico» e «interprete» di Gramsci. ESTRATTO DA 'CRITICA MARXISTA'. ROMA. N° 4, LUGLIO-AGOSTO 1985 pag 25-42 8°  note; 'Politica e cultura'. ['Più complessa e più diversificata è la concezione della «catastrofe» in Gramsci e in Togliatti. È noto che, morto Gramsci, Togliatti scrisse su di lui uno studio assai impegnato, intitolato 'Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana'. Ricostruendo il clima che aveva reso possibile a Giolitti di affermare che il pensiero di Marx era stato «messo in soffitta», Togliatti attribuisce al movimento socialista il carattere di protagonista della storia dell'Italia moderna e a Gramsci quello di restauratore del marxismo. (...) Togliatti nel 1937 non conosceva i 'Quaderni', ma Gramsci aveva seguitato a pensare sul concetto di «catastrofe». Dopo avere esemplificato, nel modo più semplice, un rapporto catastrofico in quella funzione della piccola borghesia che «consiste nel contendere "politicamente" al contadino coltivatore di migliorare la propria esistenza, perché ogni miglioramento della posizione relativa del contadino sarebbe catastrofica per la sua posizione sociale» (18), Gramsci sposta il discorso su un piano politico più generale e precisamente sul tema del cesarismo o bonapartismo. Questo «esprime una situazione in cui le forze in lotta si equilibrano in modo catastrofico, cioè si equilibrano in modo che la continuazione della lotta non può concludersi che con la distruzione reciproca. (...) La strategia, che Gramsci proponeva, implicava, in primo luogo, la liberazione da questo equilibrio imposto a mezzo della violenza dei gruppi marginali che il fascismo aveva saputo esprimere; il ritorno a una diversa situazione di equilibrio fondata su un regime rappresentativo e su ciò che egli chiamava «guerra di posizione» cioè a una concezione della lotta che venisse concepita non come sola distruzione, «meccanicisticamente», ma come una «distruzione-ricostruzione» (22), perché vincolata da una superiore capacità razionale della forza antagonistica progressiva. Una tale lotta per l'egemonia, che non escludeva compromessi sulla base di tale superiore consapevolezza, avrebbe reso possibile di controllare, per un periodo di tempo non breve, la tendenza catastrofica. L'equilibrio così controllato, che, tuttavia, non si sarebbe mantenuto indefinitamente, avrebbe permesso alle due forze fondamentali di spiegare tutte le loro potenzialità in modo costruttivo, se pure antagonistico. Gramsci affidava, poi, all'azione corrosiva delle «trasformazioni molecolari», cioè al verificarsi di una serie di mutamenti consci e inconsci nell'uno o nell'altro campo, la possibilità di far emergere lo schieramento più dotato di capacità egemoniche e quindi di sviluppare le sue energie latenti, attraendo anche gli strati marginali. La teoria degli equilibri catastrofici subiva così un profondo mutamento. La guerra di liberazione, la «svolta di Salerno», aprivano per l'appunto la strada a un modo costruttivo di affrontare il tema della «catastrofe». (...) Le forze reali che possono produrre il risultato di stabilire un equilibrio nuovo col mondo proprietario, non più di tipo catastrofico, sono, per Togliatti, quelle del lavoro, assunte alla direzione dello Stato, indipendentemente dalla loro ideologia che è affare dei «singoli» (27)' (pag 29-33) [(18) A. Gramsci, 'Quaderni del carcere', vol. III, Torino, 1975, p. 1606; (22) Ivi, p. 1612; (27) P. Togliatti, 'Per una costituzione democratica e progressiva', in Opere, vol. V, p. 247] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
L'amministrazione Roosevelt si attenne rigidamente alla sua strategia «prima la Germania» PDF Stampa E-mail
IMMERWAHR Daniel, L'impero nascosto. Breve storia dei Grandi Stati Uniti d'America. EINAUDI. TORINO. 2020 pag 603 8°  introduzione: 'Oltre la mappa-logo', Una nota sulla lingua, foto illustrazioni cartine, abbreviazioni, note, crediti delle illustrazioni, ringraziamenti, indice nomi argomenti località; traduzione di Chiara VELTRI e Paolo BASSOTTI; Collana La Biblioteca. Daniel Immerwahr è professore associato di Storia alla Northwestern University e autore di 'Thinking Small: The United States and the Lure of Community Development' che ha visto il Merle Curti Intellectual History Award. ['Douglas MacArthus osservò lo svolgimento di questi eventi con seria preoccupazione (Il Giappone decise di dare l'indipendenza alle Filippine, non di prometterla come avevano fatto gli Stati Uniti, ndr). L'economia militare del Giappone non era nulla in confronto a quella degli Stati Uniti. Nel 1941, un anno in cui gli Stati Uniti erano in 'pace', avevano prodotto più del quintuplo di velivoli e del decuplo di navi del Giappone (83). Ma questi aerei e queste navi andavano principalmente in Europa. Il motivo era da una parte la priorità: l'amministrazione Roosevelt si attenne rigidamente alla sua strategia «prima la Germania». Ma dall'altra era di natura geografica. La distanza tra il quartier generale di MacArthur a San Francisco e l'Australia era più del doppio di quella tra New York e l'Inghilterra. E, mentre le linee di rifornimento atlantiche collegavano porti grandi e affermati come quelli di New York e di Liverpool, le linee del Pacifico dovevano affidarsi a porti sviluppati frettolosamente, alcuni costruiti da zero, come quelli in località remote quali Guadalcanal, Tutuila, Kwajalein e Manus. Finché non furono costruiti tutti, MacArthur dovette accontentarsi di quella che definì «attrezzatura da budget ridotto» (84). Si adirò con Washington per la sua avarizia, con pochi risultati (85). Il suo comandante dall'aviazione, che arrivò alla metà del 1942, rimase sconvolto quando scoprì che ad aspettarlo c'era una forza aerea «penosamente risicata», con soli sei B-17 operativi (86). I piani alleati prevedevano contro il Giappone un'offensiva limitata, che ne avrebbe intaccato le forze finché la Germania non fosse stata sconfitta. Persino questa, inizialmente, era una prospettiva scoraggiante. Le forze giapponesi non solo avevano conquistato le Filippine, si stavano espandendo a sud sulle Indie orientali olandesi, sulla Nuova Guinea e sulle Isole Salomone. Gli strateghi militari australiani, prevedendo un'invasione, si prepararono a sacrificare il Nord del continente (87). MacArthur non aveva le risorse per sconfiggere i giapponesi e riprendersi tutti i territori perduti dagli Alleati. Invece divenne un genio dell'economia. Smise di giocare a Risiko! e cominciò a giocare a Go, facendo saltare le sue unità sulle posizioni giapponesi. MacArthur aveva capito (insieme all'ammiraglio Chester Nimitz nel Pacifico centrale) che, nell'era dell'aviazione e su un campo di battaglia costituito da isole, non occorreva mantenere un fronte continuo, da mischia di football. MacArthur poteva aggirare le roccaforti giapponesi, tagliare le loro linee di rifornimento e lasciarle «isolate e tagliate fuori dagli aiuti esterni» (88). Chiamò questa filosofia «colpiscili quando loro non lo fanno, falli avvizzire». Funzionò. MacArthur si lamentò dicendo che avrebbe funzionato molto meglio se Washington gli avesse dato una corazzata, ma i suoi progressi sulla mappa furono comunque regolari: Guadalcanal (agosto 1942), Buna (novembre 1942), Capo Gloucester (dicembre 1943), Los Negros e Manus (febbraio 1944), Hollandia (aprile 1944), di vittoria in vittoria su per la Nuova Guinea e le isole del Sud Pacifico. Nimitz, spostandosi nel Pacifico dalle Hawaii, fece lo stesso. Le campagne gemelle nel Pacifico furono lunghe e brutali (...)' (pag 235-236) [(83) Michael H. Hunt and Steven I. Levine, 'Arc of Empire: America's Wars in Asia from the Philippines to Vietnam', Chapel Hill (N.C.), 2012, p. 78; (84) Rem. p. 168; (85) Manchester, 'American Caesar', cit., pp: 284-86; (86) George C. Kenney, 'The MacArthur I Know', New York, 1951, pp. 70, 48; (87) Manchester, 'American Caesar', cit., pag 206; (88) Rem., pp. 195, 169] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  


  

 
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