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'Dal sindacalismo rivoluzionario all'anticamera di Vichy' PDF Stampa E-mail
RANCIÈRE Jacques, De Pelloutier à Hitler: syndicaliste et collaboration. ESTRATTO DA 'LES RÉVOLTES LOGIQUES' - EDITIONS SOLIN PARIS. N. 4 HIVER 1977 pag 23-61 8° (F)  note riquadri illustrazioni , 'Etudes'. ['Nel suo numero del 5 giugno 1943, 'L'Atelier', 'hebdomadaire du travail français commenta l'appello di due militanti dell'ex-CGT, Albert Guigui e Georges Buisson fatto dalla radio di Londra per la ricostituzione della CGT clandestina. L'editorialista si interroga sulle ragioni che possono spingere un militante un tempo «onesto» ad opporsi alla «rivoluzione nazionale» del Maresciallo Pétain e all'Europa «socialista» di Adolf Hitler' (pag 23); 'Bien sûr, cette figuration ne fait pas la réalité d'un héritage. Rares sont ceux qui passent sans transitions de la voie syndicaliste révolutionnaire ou des chemins de traverse anarchistes, aux antichambres de Vichy ou de la Propaganda-Staffel. Sans parler d'un Lagardelle, passé par le détour du socialisme mussolinien, les vieux cégétistes ont eu depuis 1914 le temps et l'occasion de perdre quelques illusions. Ce qui cimente l'unité des syndicalistes qui collaborant au régime de Vichy, c'est, plus que le souvenirs de l'époque héroïque, la pratique réformiste et anti-communiste de l'entre-deux guerres: la conversion à la concertation et à l'economie dirigée, héritées de l'industrie de guerre e de la reconstruction, pour certains la séduction du planisme ou les rencontres à Pontigny avec les patrons éclairés, pour tous la lutte contre la CGTU d'abord, contre les communistes dans la CGT réunifiée ensuite. La plupart étaient, dans les années précédant la guerre, regroupés dans l'aile droite de la CGT, la tendance Syndicats animee par celui dont Pétain allait faire son premier ministre du Travail, René Belin. La nouvelle scission de 1939 et la répression anti-communiste leur rendent les postes que les syndicalistes communistes leur avaient enlevés lors de la réunification de 1936. Reste que s'ils n'ont pas de nostalgie, ils affirment hautement n'avoir rien renié de leur passé comme de celui du mouvement ouvrier. Ils ne manquent jamais au milieur de mars et à la fin de mai de commémorer la naissance glorieuse et la morte héroïque de la Commune et rendent régulièrement hommage aux précurseurs, à Babeuf et à Varlin, comme à Fourier ou Saint-Simon' (pag 24-25)] [ISC Newsletter N° 89] ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
'Esponenti del sindacalismo francese collaborarono con il regime di Pétain' PDF Stampa E-mail
LÉVY Bernard-Henri, L'ideologia francese. SPIRALI EDIZIONI. MILANO. 1981 pag 280 8°  preambolo note traduzione dal francese di Sergio CONTARDI e Anna ZANON; Collana l'alingua. ["Più chiaro ancora il caso dei sindacati e della dipendenza di una parte di essi dal petenismo trionfante. Ci si è mai chiesti per quale mistero Lagardelle, erede di Georges Sorel e del sindacalismo rivoluzionario, sia potuto finire sulla poltrona di ministro del Maresciallo? (20). Come mai Yvetot, uno dei più degni sopravvissuti delle lotte operaie dell'inizio del secolo messosi nei panni di vittima delle bombe inglesi sia stato sepolto con gli onori e la fanfare della 'Wehrmacht'? Come mai Charles Dhooges l'anarchico, il ribelle, l'assiduo dei tribunali e delle prigioni del periodo prebellico svolga il ruolo di propagandista dell'STO ('Service du travail obligatoire') qualificato come "opera di giustizia sociale" (21)? Come mai Dumoulin, amico di Monatte, avversario della sacra unione nel '14, veterano incontestato dell'anarcosindacalismo agli esordi, svolga il ruolo di poliziotto, di delatore che segnala alla Gestapo la "posizione razziale" degli "ebrei Guigui e Buisson" (22)? Non c'è nessuna rottura: tutti questi uomini non mancano di raccogliersi alla fine di maggio sotto il muro dei Federati dove celebrano in silenzio la memoria della Comune. La corruzione non esiste o quasi: di fronte a un vecchi soldato che rinuncia alla pensione (sic!) per far loro dono della propria persona, i lavoratori francesi dichiarano di voler dare di sé l'immagine più proba e più degna dell'illustre esempio (23). E tanto meno esiste un'adesione subita, attendista, passiva, come è stato detto: ci tengono invece a ricordare che dopo tutto sono stati loro, i sindacalisti, a inventare e battezzare la collaborazione in corso con gli articoli di René Belin pubblicati nell'inverno del 1938 e intitolati appunto 'Discorsi sulla collaborazione' (24). Il fatto che i "Discorsi" in questione riguardassero la collaborazione di classe non cambia nulla: basteranno poche visite guidate nel paradiso del socialismo, e cioè in Germania, perché Dumoulin, Duvernet, Robert Ley scoprano il fascismo discreto di un "bel sogno d'altri tempi che vedremmo vivere, del tutto reale, presso i vicini" (25). E neppure cambia molto il fatto che Laval abbia avuto la diabolica idea di far firmare lo scioglimento della CGT da un suo eminente segretario diventato nel frattempo suo ministro del Lavoro, sempre secondo René Belin: il regime, contrariamente a quanto generalmente si crede, conferma "lealmente" le molte conquiste del '36 e altrettanto "lealmente" (26) Dumoulin e i suoi amici tentano l'esperienza della Carta. Ascoltiamoli questi rappresentanti del proletariato francese! Non sono minimamente consapevoli di cedere dinanzi a uno stato forte, poliziesco, dispotico: anzi pensano che sia uno stato debole, pateticamente lacerato, esposto agli incessanti complotti dei trust e della finanza che richiede un concorso ed una generosa assistenza di ampie masse popolari. (...)" (pag 39-41) [(20) Prima del '14 fu direttore del "Mouvement socialiste", pubblicazione di cui vedremo in seguito (parte II, cap. 2) l'estrema importanza nella formazione dell'anarcosindacalismo; (21) Seguo qui la poco nota e eminente analisi di Jacques Rancière, 'De Pelloutier à Hitler, syndicalisme et collaboration', in "Révoltes logiques" (in "L'atelier', 15, marzo 1941); (22) Ibid. p.24; (23) Ibid., p: 29, Georges Dumoulin "venera" ugualmente il Maresciallo "perché ha risparmiato la vita di un milione di giovani francesi" (in L'atelier', 15 marzo 1941); (24) Pascal Ory, op. cit., p. 139; (25) 'L'Atelier', 11 luglio 1942; (26) Cfr. l'articolo citato in 'Révoltes logiques', p. 31]; "Tranne qualche eccezione e fino al novembre del 1942 (la Germania hitleriana) lascia ad alcuni francesi il compito di organizzarsi come credono e di assumersi, come dice lo stesso Pétain, "le proprie responsabilità dinanzi alla storia" (3). La Francia deve a questo la fortuna, che diventerà ben presto disonore, di essere stato l'unico paese dell'Europa vinta a mantenere uno stato sovrano (*). Da qui proviene il suo privilegio - non lo si ripeterà mai abbastanza - di essere la sola a conservare un governo legale, che legiferi in suo nome. Il Maresciallo deve a questo di essere l'unico capo di stato dell'epoca a poter affermare pomposamente che "la Francia ha un solo governo, quello che io dirigo con i collaboratori scelti da me" (4). E così si spiega finalmente come il vecchio slogan "La Francia ai francesi", che si sarebbe potuto credere fuori luogo in quei tempi d'"occupazione" abbia potuto continuare come se niente fosse le sue devastazioni d'anteguerra (...)" (pag 50-51)] [ISC Newsletter N° 89] ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
L'opuscolo di Lassalle sulla 'Guerra d'Italia e sul dovere della Prussia' PDF Stampa E-mail
MENGHINI Mario, Ferdinando Lassalle in Italia. Dalla 'Nuova Antologia', 16 marzo 1935. SOCIETA' ANONIMA NUOVA ANTOLOGIA. ROMA. 1935 pag 264-274 8°  note. ['Non è difficile stabilire per quale ragione il Lassalle si accingesse a fare un viaggio in Italia nel novembre del 1861. Due anni prima egli aveva pubblicato un opuscolo sulla 'Guerra d'Italia e sul dovere della Prussia', nel quale alcune idee che potevano sembrare giuste, si scontravano con altre non si può dire se ingenue o campate in aria. L'opuscolo era stato scritto in un momento in cui, mentre ferveva la guerra sui piani di Lombardia, la stampa tedesca si sbizzarriva a proclamare il principio che il Governo prussiano doveva compire una diversione sul Reno per soccorrere l'Austria nella lotta contro la Francia; ed è risaputo che questo atteggiamento ostile preoccupò la mente imperiale e decise Napoleone III a troncare a Villafranca il conflitto e a deludere le aspirazioni degli italiani. Nel suo opuscolo il Lassalle si era proposto di combattere questo concetto; egli era ben lungi dall'aver dichiarato la sua professione di fede socialista, ché anzi Karl Marx lo riguardava con sospetto misto a disdegno, sia pure che delle accuse che gli erano mosse il Lassalle tentasse giustificarsi, dichiarando che esisteva disaccordo non già sul principio, ma sulla politica da seguire. Egli era sempre l'antico rivoluzionario del 1848, che aveva protestato contro lo scioglimento brutale dell'Assemblea Costituente, per cui era stato processato e per otto anni gli era stato proibito il soggiorno di Berlino. Imbevuto di idee democratiche, era naturalmente avverso a Napoleone III, e tuttavia riteneva giusta la causa dell'Italia, per quanto il suo campione fosse un «usurpatore». «L'Italia», scriveva nel suo opuscolo, «ha reso troppi servigi alla civiltà, la sua arte e la sua letteratura sono troppo grandi, perché si possa rifiutare ad essa il diritto di essere libera» mentre l'Austria cioè «il principio reazionario per eccellenza», non meritava «se non l'odio della democrazia». Non ostante la sua avversione per Napoleone III, per «l'uomo del 2 dicembre», affermava che «l'Austria era ancor più da temere, poiché, dopo tutto, il principio bonapartista era democratico, per quanto il suo rappresentante fosse al servizio della reazione». Ammetteva il Lassalle che «gli uomini passavano, mentre i principii svolgevano le loro conseguenze»; e aggiungeva che «la democrazia aveva un interesse più diretto di permettere l'abbassamento dell'Austria, cioè di questo principio reazionario, di questo nemico mortale d'ogni libertà»" (pag 264)] [ISC Newsletter N° 89] ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]


 
Medioevo: uno degli esempi più caratteristici del miscuglio di zelo religioso e di mondanità PDF Stampa E-mail
HUIZINGA Johan, Autunno del Medioevo. SANSONI. FIRENZE. 1978 pag XXXVI 523 8°  introduzione di Eugenio GARIN, prefazione dell'autore, note, elenco delle citazioni in francese antico tradotte in italiano, cronologia, indice nomi argomenti, foto illustrazioni; Collana Biblioteca di grandi saggi. ["Johann Huizinga ha inteso vedere nei secoli XIV e XV non già gli albori del Rinascimento, ma il tramonto del Medio Evo" (dal risvolto di copertina); "Lo stesso Filippo il Buono è uno degli esempi più caratteristici di questo miscuglio di zelo religioso e di mondanità. L'uomo dalla feste sontuose e dai numerosi bastardi, dall'astuta politica e dall'orgoglio e dall'ira sfrenati, è seriamente devoto. Dopo la messa, rimane a lungo nel suo oratorio. Digiuna a pane ed acqua quattro giorni ogni settimana e, inoltre, tutte le vigilie della Madonna e degli Apostoli. Spesso alle quattro del pomeriggio non ha ancora mangiato nulla. Fa molta elemosina e sempre in segreto. Dopo la presa di Lussemburgo ascolta la messa, immerso nel suo breviario e in speciali preghiere di ringraziamento, sicché il suo seguito che l'aspetta a cavallo - giacché il combattimento non è ancor terminato - s'impazientisce e dice che il duca farebbe bene a rimettere tutti quei paternostri a un'altra volta; lo si avverte che è pericoloso indugiare oltre. Ma Filippo risponde soltanto: «Si Dieu m'a donné victoire, il la me gardera» (2). Non si deve vedere in tutto ciò dell'ipocrisia o della vana bigotteria: era una tensione fra due poli spirituali, appena concepibile per la coscienza moderna, Il netto dualismo di una fede che separa il regno di Dio dall'opposto mondo del peccato, rende ciò possibile. Nello spirito medioevale tutti i sentimenti più puri e più elevati sono assorbiti della religione, mentre gli istinti naturali e sensuali, consapevolmente abbietti, dovevano cadere al livello di una mondanità peccaminosa" (pag 246)] [ISC Newsletter N° 89] ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
Sviluppo ineguale nei vari settori di una formazione economico-sociale PDF Stampa E-mail
LUKÁCS György, a cura di Alberto SCARPONI, Ontologia dell'essere sociale. II. EDITORI RIUNITI. ROMA. 1981 pag 331 8°; note Nuova biblioteca di cultura, collana diretta da Ignazio AMBROGIO. 'Il lavoro, la riproduzione sociale, l'estraniazione, nell'ultima opera sistematica del filosofo ungherese'; ['Esattamente come nell'economia stessa la tecnica è una parte importante, ma sempre derivata, dello sviluppo delle forze produttive, e anzitutto degli uomini (il lavoro) e delle divisioni interumane (divisione del lavoro, stratificazione di classe, ecc.), così anche le categorie militari specifiche, come tattica e strategia, non derivano dalla tecnica ma da rivolgimenti che intervengono nelle fondamentali relazioni economico-sociali tra gli uomini. Abbiamo già detto che la superiorità della tecnica bellica antica nei confronti di quella «civile» trova le sue ragioni nell'economia schiavistica, né è difficile scorgere che le differenze sono basate sugli stessi caratteri economico-sociali di questa formazione, giacché l'eccezione che si verifica nel settore del mondo militare non ne tocca i fondamenti. Alla medesima maniera vanno le cose quando si danno questi sviluppi ineguali in altre formazioni. E perfino il «caso paradigmatico» cui storicamente si è soliti richiamarsi per feticizzare la tecnica e che ha acquistato una certa popolarità, di fatto non è storicamente sostenibile: la presunta circostanza per cui la condotta bellica feudale sarebbe finita per l'invenzione e l'impiego della polvere da sparo. Delbrück a tale proposito dice giustamente: «Il pezzo più importante, l'origine delle armi da fuoco, lo rimando al prossimo capitolo. Cronologicamente questa indagine rientra in effetti nel medioevo. Ma un'importanza sostanziale quest'arma, sebbene già in uso da un secolo e mezzo, non l'ottiene, come abbiamo visto, che nel 1477: la cavalleria non soltanto non è stata superata, come si sente ancora dire, da questa invenzione, ma al contrario è stata superata dagli uomini appiedati con armi bianche, quantunque ancora alla fine essa cercasse di rafforzarsi introducendo armi da fuoco» (9). Soltanto lo sviluppo del capitalismo, la nuova stratificazione sociale da esso provocata e le sue conseguenze nell'organizzazione, nella tattica e nella strategia militari hanno dato alle armi da fuoco un posto di primo piano. Quanto Marx ritenesse importante interpretare correttamente questi nessi ci viene detto, al tempo in cui stava lavorando al 'Capitale' di nuovo in una lettera a Engels: «La nostra teoria della determinazione dell''organizzazione del lavoro attraverso i mezzi di produzione' dove trova conferma più splendida se non nell'industria di macellare gli uomini?». E anzi egli invita Engels a lavorare su questi collegamenti scrivendo qualcosa che, firmato da Engels stesso, potesse venir inserito come appendice apposita nella propria opera capitale' (pag 239-240) [(9) Hans Delbrück, 'Geschichte der Kriegskunst', Berlin, 1923, III, p. 668; (10) MEGA, III, 3, p. 345 [lettera del 7 luglio 1866, trad. it., di M.A. Manacorda e M. Montinari, in 'Opere complete', XLII, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 257]  ISCNS89TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
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