spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
Home arrow News
News
Oltre 100 mila italiani in Germania trattati come lavoratori-schiavi al servizio del Terzo Reich PDF Stampa E-mail
CORTI Paola SANFILIPPO Matteo, L'Italia e le migrazioni. EDITORI LATERZA. ROMA BARI. 2012 pag XV 183 8°  introduzione, note, cartine, indice nomi e località; Collana Quadrante Laterza. Paola Corti insegna Storia contemporanea all'Università di Torino. Ha pubblicato numerosi volumi sulla storia economico-sociale dell'età contemporanea. Matteo Sanfilippo è professore associato di Storia moderna presso l'Università della Tuscia. Si occupa delle migrazioni di idee e di persone fra Vecchio e Nuovo Mondo e codirige l'Archivio storico dell'emigrazione italiana (www:asei.eu). ['Diversi tipi di migrazioni, sia in uscita, che in entrata, si sono intrecciati con la seconda guerra mondiale, benché in certi casi non ne siano stati la diretta conseguenza. Tra questi vanno annoverati innanzi tutto i movimenti dei lavoratori italiani che furono reclutati, in seguito alle richieste della Germania, per prestare la loro attività nelle campagne o nelle fabbriche tedesche sia alla vigilia che durante la guerra; in secondo luogo, le espulsioni e le fughe alimentate fin dall'avvio delle persecuzioni e dalle leggi antiebraiche tanto in Germania che in Italia; e, infine, le migrazioni provocate dalle conseguenze delle politiche fasciste in Africa o comunque per gli effetti di una pre-esistente politica espansionistico-coloniale. Mentre tra i fenomeni più strettamente correlati al conflitto vanno inclusi i movimenti innescati dall'estensione delle zone di guerra: una situazione, questa, già sperimentata nel corso del primo conflitto mondiale, quando circa 600 mila persone abbandonarono i più sanguinosi teatri di battaglia sui fronti del Piave e dell'Isonzo (51). Tra questi, occorre richiamare innanzi tutto quelli provocati dagli effetti dei trattati di pace, tanto sul territorio italiano che in Africa, e in secondo luogo il crocevia di migrazioni che, da un lato, riportò in Italia gli esuli antifascisti e gli ebrei sopravvissuti alle persecuzioni in diverse parti del mondo e, dall'altro, mise in fuga i gerarchi e i collaborazionisti del fascismo che spesso si erano macchiati anche di crimini di guerra, Iniziamo quindi dallo scambio di lavoratori italiani con la Germania, un atto dell'emigrazione di lavoro del periodo fascista apertosi nel 1937 - con la richiesta formale, da parte delle autorità tedesche, di manodopera agricola italiana nella misura di 2.500 lavoratori, preferibilmente di lingua tedesca - e conclusosi dopo l'8 settembre del 1943 con la trasformazione degli oltre 100 mila italiani in Germania in lavoratori-schiavi al servizio di un alleato ormai «tradito» (52). Questo episodio della storia dell'emigrazione italiana, a lungo trascurato dagli stessi studiosi, non solo rivela come il regime fascista accettasse di buon grado di esportare una disoccupazione pericolosa - che solo nel settore agricolo ammontava nel 1937 a circa 150.000 unità - ma mostra anche come l'invio di lavoratori diventasse uno strumento per procacciarsi materie prime e rimesse. Sta di fatto che già nel 1938 i braccianti partiti per la Germania furono in totale 31.071, mentre due anni dopo, tra fine 1938 e inizio 1939, sarebbero espatriati anche operai diretti al lavoro industriale: 9.500 in totale. Anche dopo l'invasione della Polonia, del resto, con la stipula di un nuovo accordo italo-tedesco si prepararono all'esodo altri 20.000 lavoratori. Ma la vera svolta qualitativa per la sorte degli italiani si raggiunse nel corso della guerra, quando in virtù dell'alleanza italo-tedesca le richieste dell'alleato si fecero così forti da indurre il Ministero delle Corporazioni, quello dell'Interno e la Confederazione fascista dei lavoratori dell'industria a predisporre un piano specifico di reclutamento. In base a questo piano, provincia per provincia, le aziende erano richiamate a compilare «una quota proporzionale di lavoratori da mandare in Germania, se possibile (sic!) su base volontaria e scelti, ovviamente fra le classi di età non soggette alla leva» (53). L'esodo nel Terzo Reich, in definitiva, fu una parentesi tutt'altro che edificante nella già travagliata storia dell'emigrazione nazionale, caratterizzato da profonde delusioni per i trattamenti subiti dai lavoratori italiani e per le condizioni materiali di vita alle quali essi dovettero adattarsi in Germania. Tale situazione fu aggravata spesso - e prima ancora dell'inizio degli internamenti coatti dei lavoratori rastrellati dai nazisti - da conflitti, tentativi di fuga, punizioni, forme di detenzione' (pag 131-132) [(51) D. Ceschin, 'Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande Guerra', Laterza, Roma Bari, 2006; (52) B. Mantelli, '«Camerati del lavoro». I lavoratori italiani emigrati nel Terzo Reich nel periodo dell'Asse, 1938-1943', La Nuova Italia, Firenze, 1992; (53) B. Mantelli, 'L'emigrazione di manodopera italiana nel Terzo Reich', in 'Storia dell'emigrazione italiana, cit., vol. 1, 'Partenze', p. 345] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
'Hitler, per potersi reggere, doveva rinnegare l'ereditą del diritto e della cultura tedesca' PDF Stampa E-mail
SCHUSCHNIGG Kurt von, Un requiem in rosso-bianco-rosso. Note del detenuto Dottor Auster. ARNOLDO MONDADORI EDITORE. MILANO. 1947 pag 462 8°  prefazione, traduzione dal tedesco di Herbert e Emma KIESLER. Titolo originale dell'opera 'Ein Requiem in Rot-Weiss-Rot'. Kurt Schuschnigg, nato in Austria il 14 dicembre 1897, fondatore e capo delle Obstmärkische Sturmscharen' per l'indipendenza dell'Austria; ministro della Giustizia dal 1932 al 1934 e nel 1934 anche ministro dell'Educazione; cancelliere federale dopo l'assassinio di Dollfuss nel luglio 1934; cancelliere e ministro della Difesa e degli Esteri dal 1936 al 1938 e della Sicurezza pubblica nel 1937; capo del Partito cristiano-sociale e del Fronte patriottico dal 1936 al 1938; arrestato dopo l'annessione nazista nel marzo del 1938, imprigionato prima al Belvedere Palace di Vienna, poi in un campo di concentramento vicino a Kassel, nella prigione della «Gestapo», all'Hotel Métropole di Vienna, e poi a Nordlingen in Baviera, al Wittelsbach Palace vicino a Monaco, a Sachsenhausen presso Oranienburg, a Flossenburg in Baviera, a Dachau, infine in Tirolo, dove fu liberato dagli americani e quindi trasportato a Capri. Dopo la guerra ha vissuto in Italia'. 'Questo di K. Schuschunigg, ultimo cancelliere austriaco prima dell' Anschluss, oltre che un diario, è la rappresentazione di un dramma di un popolo e di un uomo, dramma narrato con sincerità fatta di sofferenza e di meditazione. Dopo aver definito storicamente la posizione dell'Austria di fronte alla Prussia e all'Europa tutta, l'autore ne svela la tragedia negli anni dal 1936 al 1938 attraverso la sua diretta esperienza di cancelliere a contatto con i Ministeri europei e con gli uomini responsabili di allora, da Hitler a Mussolini, Laval, Chamberlain, Ribbentrop e Ciano. Quindi l'autore scava nel suo dramma di uomo che dal giorno dell'Anschluss viene trascinato da un campo di concentramento all'altro sino a Dachau.' ['Il pangermanesimo è una concezione che ha per obiettivo soltanto l'unificazione di ogni altra indipendenza statale tedesca, condannata come espressione particolaristica. Questo atteggiamento antiaustriaco nel principio e nel metodo, che - d'altronde incomprensibilmente - fa valere proprio Federico il Grande e Bismarck come suoi eroi, portò Schönerer fino ad Adolf Hitler, dall'antico radicalismo del culto della razza germanica al nazionalsocialismo, diventando così un pangermanesimo in quintessenza. In esso è radicata la tesi enfaticamente proclamata del «popolo dominatore tedesco» e delle sue pretese di supremazia in Europa, con tutte le logiche conseguenze. Fin da sempre, questo pangermanesimo ha anche elevato a dogma supremo il vangelo dell'intolleranza quale imperativo ideologico; non solo, ma la pretesa del monopolio della 'Weltanschauung, ins enso coscientemente anticattolico e sotto molti aspetti addirittura anticristiano; e da esso traggono origine il mito del sangue e la dottrina della razza. Immediatamente accanto a questo concetto pangermanico o germanico esclusivista viene quello totalgermanico. I totalgermanisti o comungermanisti vanno considerati da un punto di vista puramente storico e vano ricercati a partire dalla prima metà del XIX secolo; raggruppati, sul piano politico-economico, intorno al mondo concettuale di Friedrich List, per essi il problema consiste, a differenza delle conclusioni aggressive dei pangermanisti, in una questione tedesca di carattere puramente interno. Non Prussia o Austria, ma «tutta la Germania dev'essere la patria del tedesco». Con ciò è delineato il punto di vista della Grande Germania, che si volge contro i fautori di una Piccola Germania da cui l'Austria fosse esclusa. L'Austria stessa, il suo governo, il suo monarca e quella parte della sua popolazione che era essenzialmente d'appoggio allo stato, avevano sempre sostenuto il grangermanesimo fin quando la Prussia, nel 1866, con la forzata esclusione dell'Austria dalla compagine tedesca, non impose la soluzione nel senso della Piccola Germania. Dopo la prima guerra mondiale il concetto di Grande Germania assunse in Austria il significato politico di 'Anschluss'. Conseguentemente l'idea originaria che presupponeva l'influenza direttrice dell'Austria nello spazio tedesco ne veniva fortemente limitata. Tutti coloro che nell'ideologia pangermanica, più tardi nazionalsocialista, scorgevano i più gravi pericoli e addirittura una minaccia all'esistenza non soltanto per l'Austria, ma per il germanesimo come tale; che per mentalità e coscienza intimamente ripudiavano la soluzione violenta di Hitler; che tuttavia si dichiaravano, come per l'innanzi, nel senso di una comunanza tedesca di destini e di civiltà, si separarono nettamente e inequivocabilmente dalle avventure pangermaniche e da ogni forma di politica di 'Anschluss', definendo il loro orientamento spirituale col nome di «singergermanesimo». Così si evitava la storicamente più incisiva espressione di «gran-germanesimo», che però, com'è stato poc'anzi illustrato, aveva assunto un significato più ristretto di partito politico. Ne derivava quindi che con una definizione s'intendeva un concetto ideologico, con l'altra un concetto di politica di potenza. Chi ai nostri giorni diceva «grangermanico» intendeva con ciò (e nonostante il 1866!) Bismarck e Treitschke; mentre «singermanico» significava Konstantin Frantz, Onno Klopp, Janssen, e anche Richard von Kralik e Ignaz Scipel. La concezione singermanica non vedeva l'ideale tedesco realizzato in uno stato unitario, ma nel federalismo; e non scorgeva un vantaggio politico nazionale nella soppressione dell'indipendenza statale austriaca e in genere nel livellamento spirituale dei Tedeschi. Al contrario, essa mirava a salvaguardare un grande, antico retaggio: l'unità spirituale, culturale, economica e, in un senso più ampio e più nobile della parola, politica dei Tedeschi. Compito che diventava addirittura inassolvibile con la salita al potere di Hitler nello stato unitario tedesco. Per il semplice motivo che Hitler, per potersi reggere, doveva rinnegare se non distruggere le più preziose eredità del diritto e del patrimonio culturale tedesco. Il rapporto tra l'Austria e la Germania, agli occhi dei singermanisti, era forse paragonabile a quello esistente fra il Belgio e la Francia; la comunanza tedesca di destini e civiltà si sarebbe dovuta estrinsecare, nello spirito di Goethe e di Beethoven, a favore dell'avvicinamento dei popoli e dei grandi ideali dell'umanità e della pace; e quindi avrebbe dovuto evitare il ripetersi della catastrofe mondiale del 1919-'18' (pag 210-211)] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  
  

 
La guerra privata di Mussolini e Ciano termina in una rotta PDF Stampa E-mail
INNOCENTI Marco, L'Italia nel 1940. Come eravamo nel primo anno della guerra di Mussolini. UGO MURSIA. MILANO. 1990 pag 197 8°  ringraziamenti, introduzione, foto illustrazioni, bibliografia, indice nomi; Collana Testimonianze fra cronaca e storia. Guerre fasciste e seconda guerra mondiale. Marco Innocenti è nato a Milano nel 1946. Giornalista professionista, è responsabile del settore Esteri del 'Sole 24 ore'. Studioso di attualità politica internazionale e di storia contemporanea, ha già pubblicato 'Atlante politico' (1978), 'Le guerre degli anni Settanta (1981), e 'Le guerre degli anni Ottanta' (1988). ['Amaro dicembre. La storia si muove da sola e i sogni sono sul confine incerto degli incubi. Le nostre truppe che dovevano già essere ad Atene sono bloccate nel gelo delle montagne albanesi. La guerra di logoramento è una fornace che brucia uomini. La 'Julia' iene duro lungo la Vojussa in una guerra di posizione che ricorda quella di papà sul Carso e sull'Ortigara. Una campagna voluta per capriccio e per antagonismo si è trasformata in una tragedia. L'8 dicembre i greci occupano Argirocastro, in Albania, ed è una nuova giornata di festa per Atene. Anche in Inghilterra suonano le campane della propaganda. Aggredita da incessanti bombardamenti, con le città ridotte a un cumulo di macerie in un mare di fiamme, l'Inghilterra si galvanizza nell'udire che almeno uno dei suoi nemici, il più disprezzato, sta mordendo la polvere di fronte al piccolo popolo greco. Il 20 dicembre, proprio mentre nell'Africa settentrionale si delinea la rotta di Graziani che lo porterà alla perdita dell'intera Cirenaica, i greci conquistano sulla costa ionica Porto Palermo e poi Himara. Attraversiamo il momento peggiore. Si sfiora il panico, gira nell'aria la sensazione che dovremo ripiegare su Tirana, trincerandoci attorno alla capitale e all'aeroporto. La guerra privata di Mussolini e Ciano.doveva essere una passeggiata a passo romano, una cosa veloce, classica, indolore. «La guerra» amava dire Badoglio in tempi migliori, «si fa con i fanti, il fucile, il mulo e con qualche mitragliatrice». Sarebbe dovuta essere talmente facile e l'avanzata talmente rapida che non erano state distribuite le divise invernali, le cucine erano rimaste indietro e gli ospedali da campo non erano stati neppure approntati: come prima dell'attacco alla Francia, quando l'ordine per gli ufficiali era di lucidarsi bene gli stivali tanto doveva essere una passeggiata. La stampa scriveva: «I nostri soldati in avanzata sul fronte greco distribuiscono tra la popolazione divise da Balilla, suscitando nei giovani la più schietta e divampante letizia». Ora, invece, siamo in ritirata. In due mesi la 'Julia' si è ridotta da 9.000 a 800 uomini; dopo la campagna dovrà essere ricostituita. Abbiamo 160.000 uomini in campo, appena sufficienti per non farci spazzare via. L'Italia «proletaria e fascista» paga la leggerezza dei suoi capi. I soldati rimasti senza cibo consumano l'Energon destinato ai muli, imprecano e sperano che Cavallero riesca a fare qualcosa. La Grecia è una tragedia che prepara quella russa. Quelli che torneranno presenteranno il conto' (pag 167-168)] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  


 
Togliatti. La svolta di Salerno suggerita e concordata con Mosca PDF Stampa E-mail
CANFORA Luciano, La metamorfosi. EDITORI LATERZA. BARI ROMA. 2021 pag 85 8°  note, Postilla: 'La «terza via»'; Collana I Robinson Letture. Luciano Canfora professore emerito dell'Università di Bari. Dirige i 'Quaderni di storia' e collabora con il 'Corriere della Sera'. ['Era una scelta compiuta prima della partenza per l'Italia e dell'approdo a Napoli il 27 marzo del '44. Togliatti la illustra già l'11 aprile a Napoli e poi via via (luglio-settembre-ottobre) a Roma e a Firenze: L'aveva preannunziata nel discorso tenuto a Mosca il 26 novembre 1943 nella Sala delle colonne della Casa dei Sindacati (...). E' una linea politica decisa a prescindere dal vertice di partito operante nell'Italia del Sud (che aveva aderito alla pregiudiziale anti-monarchica emersa dal Congresso del Cln di Bari a fine gennaio '44), a prescindere dagli orientamenti dei dirigenti comunisti della lotta partigiana nel Nord Italia, a prescindere dagli esiti di quella difficile lotta in corso (...), Il fatto di indiscutibile rilievo costituito, un anno più tardi (fine aprile '45), dalla simultanea insurrezione delle grandi città del Nord Italia - prova non da poco di capacità insurrezionale - non sposterà di un millimetro la scelta dell'«unità nazionale» come formulata lungo tutto l'anno precedente. Scelta definitiva, che comportava ovviamente di lasciar cadere l'istanza di una parte del vertice partigiano, comunisti in primis, di un ruolo (o di un peso) governativo del Cln. La inutilmente accanita discussione (promossa dagli studi di Elena Aga Rossi) sulla 'vera' genesi della «svolta di Salerno» rivela, col tempo, tutta la sua pochezza. Che Togliatti si muovesse in sintonia con gli orientamenti e le decisioni operative della diplomazia sovietica (e di Stalin personalmente) era non solo ovvio, ma anche l'unico scenario possibile: né ci voleva un'indagine particolarmente acuminata per capirlo, vista la pronta e significativa decisione sovietica di riconoscere il governo Badoglio (verso il quale, appunto, si orientò la «svolta di Salerno»). Semmai la polemica ha avuto un senso come replica all'enfasi della «retorica di partito» su quella «svolta». Aga Rossi un po' trascurava, forse, l'altro aspetto della questione: l'affermazione - quasi ossessiva - che, da quel momento in poi (marzo 1944), il Pci diventava, si trasmutava in un «partito nuovo», le cui fattezze intendevano essere ben lontane da quelle della formazione nata nel '21 e vissuta  - nonostante tutto - nella clandestinità (1926-43) (16)" (pag 33-35) [(16) Scrive ancora Togliatti, appena dà vita alla sua rivista: «La massa del popolo intuisce, anche se non sarebbe capace di esprimerla chiaramente, la profonda differenza che passa tra 'la situazione odierna' del nostro paese e quella del primo sviluppo e affermazione del movimento socialista, quando la partecipazione al potere fu considerata inammissibile dalla parte 'sana e vitale' di questo movimento» ('Rinascita' n. 1, giugno 1944)] [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]


                                                                              

 
Deucalione, figlio dell'intelligente Prometeo il "primo martire dell'umanitą" PDF Stampa E-mail
PATTONI Maria Pia, Prometeo. Il dono del fuoco. CORRIERE DELLA SERA. MILANO. 2021 pag 159 16°  introduzione di Giulio GUIDORIZZI, 'Il racconto del mito' di Maria Pia PATTONI, genealogia, 'Variazioni sul mito' di Salvatore RENNA, antologia, bibliografia; Collana Grandi miti greci. Maria Pia Pattoni che ha compiuto i suoi studi universitari alla Scuola Normale Superiore di Pisa, è attualmente Professore ordinario di Letteratura greca presso la sede di Brescia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Ha lavorato ad una edizione commentata del 'Prometeo incatenato' di Eschilo per la collana dei Classici greci e latini dell'Accademia Nazionale dei Lincei. ["Ingegnoso e ribelle, il Titano che "pensa prima di agire" è incatenato a una rupe per aver donato il fuoco all'umanità. Così il mito ce lo ha consegnato. Cosa lo condannò a tale supplizio? L'ira di Zeus sa essere impietosa e un'azione scellerata come quella di Prometeo, che preferì l'uomo alla divinità, merita una punizione esemplare: legato a una roccia, tormentato da un'aquila intenta a dilaniargli il fegato quotidianamente rigenerato. Un tormento che ci ricorda i futuri martirii (...). Un personaggio mitico che si fa storia e con tutte le sue azioni, attraverso le parole di chi l'ha narrato - da Eschilo a Shelley, fino a Leopardi, Kafka e oltre -, accompagna anche noi oggi" (dalla quarta di copertina); "Alla fine della narrazione ovidiana del diluvio vengono presentati Deucalione (figlio di Prometeo, ndr) e Pirra, gli unici esseri umani a essere sopravvissuti grazie alle loro virtù, che sono rispettivamente il senso di giustizia e la devozione nei confronti degli dei. Quanto alla loro discendenza, Deucalione era figlio di Prometeo e Pirra era figlia di Epimeteo. Ai due sposi la terra si presenta vuota e desolata, come doveva apparire prima della creazione dell'uomo; di qui il desiderio di Deucalione di possedere le arti paterne di creare gli esseri umani. I due sposi si rivolgono allora a Temi, alla quale sono devoti (nel 'Prometeo Incatenato' essa era addirittura la madre di Prometeo). La dea risponde loro con il seguente vaticinio: «Uscite dal tempio con il capo velato e slacciate le vesti: poi gettatevi dietro le spalle le ossa della grande madre». Pirra, figlia del meno intelligente Epimeteo, non capisce, e crede di dover profanare la tomba di sua madre per disperderne le ossa; ma Deucalione, figlio dell'intelligente Prometeo, comprende il senso dell'oracolo: la grande madre è la terra e per ossa si intendono le sue pietre. Il processo si conclude con la separazione dei generi: «le pietre scagliate da Deucalione presero aspetto d uomini, da quelle lanciate da Pirra rinacque la donna». Anche la ri-creazione dell'umanità avviene dunque sotto il Segno del Titano. Il passaggio dalla materia informe ai corpi umani è narrato da Ovidio come una sorta di processo artistico (...)"  (pag 78-79); "I Greci antichi agganciavano a questo mito la spiegazione etimologica dell'analogia tra i due termini indicanti rispettivamente "popolo" (laòs) e "pietra" (lâas). Diversa è la morale che Ovidio trae dall'origine "petrosa" del genere umano, e che sente la necessità di spiegare esplicitamente al lettore: «Per questo siamo una razza dura e avvezza alle fatiche, / e diamo testimonianza dell'origine da cui siamo nati». La stessa spiegazione era presente già in Virgilio: «(...) nel tempo in cui per la prima volta / nel mondo vuoto Deucalione gettò pietre, dalle quali siamo nati noi uomini, dura razza»" (pag 80) 
Inno di Goethe: «Copri il tuo cielo, Giove, 
col vapor delle nubi!
E la tua forze esercita, 
come il fanciullo che svetta i cardi,
sulle querce e sui mondi!
Ché nulla puoi tu
contro la mia terra, 
contro questa capanna, 
che non costruisti, 
contro il mio focolare, 
per la fiamma tu
mi porti invidia. (...)
Io renderti onore? E perché?
Hai mai lenito i dolori
di me ch'ero afflitto?
Ha mai calmato le lacrime
di me ch'era in angoscia?
Non mi fecero uomo
il tempo onnipotente
e l'eterno destino,
i miei e i tuoi padroni?
Credevi tu forse
che avrei odiato la vita, 
che sarei fuggito nei deserti
perché non tutti i sogni
fiorirono della mia infanzia?
Io sto qui e creo uomini
A mia immagine e somiglianza,
una stirpe simile a me, 
fatta per soffrire e per piangere, 
per godere e gioire 
e non curarsi di te,
come me» (J.W. Goethe, 'Inni', trad. di G. Baioni, Einaudi, Torino, 1967) (pag 136-138)
"Lo scrittore [Brecht, ndr] tenta di far convergere il dato del'uso negativo del fuoco con l'interpretazione positiva che Marx [ha] dato del Titano filantropo, «primo martire dell'umanità», rimasta a lungo dominante in area socialista: i responsabili della distruzione operata dal fuoco sulla Terra diventano così gli dèi, e non Prometeo (o gli uomini stessi)" (pag 152)]  [ISC Newsletter N° 94] ISCNS94TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 28 - 36 di 1998
spacer.png, 0 kB

Cerca nel sito

spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB