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Non ci sono le prove per suffragare la tesi di una guerra preventiva PDF Stampa E-mail
WEBER Claudia, Il patto. Stalin, Hitler e la storia dell'alleanza mortale, 1939-41. EINAUDI. TORINO. 2021 pag XXIV 264 8°  introduzione, ringraziamenti, elenco abbreviazioni, foto, appendice: 'Trattato di non aggressione tedesco-sovietico; Trattato tedesco-sovietico di delimitazione e amicizia', bibliografia (archivi, bibliografia), indice nomi e località; traduzione di Monica GUERRA; Collana La Biblioteca. Claudia Weber è docente di Storia dell'Europa contemporanea all'Europa-Universität Viadrina di Francoforte sull'Oder. ['Il 5 maggio 1941 Stalin preparava l'esercito e il governo alla guerra. I preparativi della guerra e la tesi della guerra preventiva. Nelle settimane successive il governo sovietico avviò una serie di preparativi sia sul piano militare che politico, sempre con l'obiettivo prioritario di ritardare l'attacco tedesco il più possibile, nel migliore dei casi fino al 1942. Se queste misure comprendessero anche un attacco sovietico è stata una tesi a lungo dibattuto e addirittura confermata da storici come Bogdam Musial e Vladimir Nevezin sulla base del discorso di Stalin del 5 maggio. Venivano considerate prove della cosiddetta «tesi della guerra preventiva» - vale a dire che il 22 giugno la Wehrmacht avesse solo anticipato un attacco sovietico-, oltre al resoconto d Alexander Werth, soprattutto i brindisi che Stalin aveva pronunciato al ricevimento tenuto immediatamente dopo il suo discorso. I brindisi furono poi riportati nel corso di interrogatori da prigionieri sovietici a Gustav Hilger, il quale, in un secondo momento li mise per iscritto. Pare che Stalin vi avesse annunciato la fine dell'«era della politica di pace» e l'inizio dell'«era dell'espansione violenta del fronte socialista», caratterizzata da un «approccio offensivo». "Adesso però, - disse Stailn, - che il nostro esercito è stato ricostruito ed è sufficientemente equipaggiato di tecnologia per la battaglia moderna, dal momento che siamo diventati forti, dobbiamo passare dalla difesa all'attacco. (...) L'Armata Rossa è un esercito moderno, un esercito moderno è però un esercito che attacca".  Nella primavera del 1941 Stalin pianificava dunque di prevenire l'attacco tedesco? Probabilmente no, e insieme a molte altre buone ragioni che contraddicono questa tesi, decisiva era la riluttanza di Stalin a rompere il patto prima di Hitler e a presentarsi come aggressore, o a poter essere definito tale. Aveva rigorosamente evitato di assumere questo ruolo già nel settembre del 1939, quando Hitler aveva dovuto aspettare più di due settimane prima che i sovietici invadessero la Polonia. Da allora il suo atteggiamento non era cambiato e, se proprio la guerra era inevitabile, allora doveva cominciare su suolo sovietico. A differenza di Stalin, a Hitler sottigliezze del genere importavano meno, anche se un attacco sovietico nel giugno del 1941 gli avrebbe risparmiato alcune bugie della propaganda. Il fatto che Stalin non volesse attaccare non significava però che, nei più elevati circoli militari e governativi, non si fossero svolte simulazioni e riflessioni in questo senso. Al contrario, erano al centro degli scambi di opinione sulla strategia militare che alla vigilia della guerra Stalin teneva con i suoi ufficiali e, in una situazione tesa come quella, comportarsi altrimenti sarebbe stato segno di negligenza. In quel momento «simulare» tutte le opzioni, compresa quella di un attacco militare, era assolutamente necessario. Boris Saposnikov, vicecommissario per la Difesa, aveva già presentato la dettagliata elaborazione di un possibile piano di invasione tedesco che si sarebbe rivelato molto simile a quello che la Wehrmacht mise effettivamente in atto nel giugno del 1941. Stalin deve aver pensato anche a un proprio attacco e forse vi accennò al ricevimento. Non la si può tuttavia considerare una prova della tesi della guerra preventiva o, come si è tentato in varie occasioni, addirittura come la giustificazione dell'attacco di Hitler all'Unione Sovietica' (pag 214-215)  [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
 
La paura delle sommosse del popolo anonimo «terribile bestiame da governare» PDF Stampa E-mail
DELUMEAU Jean, La paura in Occidente (secoli XIV-XVIII). SEI - SOCIETA' EDITRICE INTERNAZIONALE. TORINO. pag 648 8°  ringraziamenti, introduzione: 'Lo storico alla ricerca della paura', note; traduzione di Paolo TRANIELLO; Collana Saggi.  Jean Delumeau è nato a Nantes nel 1923 (morto a Brest nel 2020). È stato professore al College de France dove ha ricoperto la cattedra di Storia delle mentalità religiose nell'Occidente moderno. Una reputazione internazionale gli è venuta dai suoi lavori sulla cultura e la società nell'epoca moderna: 'Rome au XVIeme siécle', 'La Civilisation de la Renaissance' , 'Naissance et affirmation del la Réforme', 'Le Catholicisme va-t-il mourir?', tradotto in Italia: 'Il cattolicesimo sta per morire?'.[La paura della sovversione. 'Spesso le sommosse duravano poco e molte rivolte erano vinte. Per i sediziosi disarmati, veniva allora il momento della ricaduta nella paura. Si temeva la repressione, che poteva effettivamente rivelarsi terribile - così accadde nel 1525 dopo la disfatta dei contadini tedeschi e, nel 1567, quando il duca d'Alba divenne governatore dei Paesi Bassi. O ancora, dopo lo scacco di un movimento antifiscale si poteva temere, non senza ragione, un ritorno in forze dei gabellieri e un nuovo inasprimento dell'apparato dello Stato. In compenso restava nei vincitori e nei notabili l'ossessione della folla anonima e incontrollabile, «terribile bestiame da governare», confessava un amministratore normanno nel 1709, e il timore del rovesciamento delle gerarchie. Testimonianze impreviste su questo argomento sono quelle di autori di «pronostici» le cui cupe predizioni, instancabilmente ripetute, sembrano riflettere l'inquietudine permanente di tutti quelli che tenevano all'ordine stabilito: «1518: Si solleveranno grandi dispute e avversità... fra il popolo comune e la nobiltà». «1576: Quest'anno si vedrà [il popolo] uscire totalmente dai limiti del suo dovere e agitarsi e sollevarsi in grandi dispute nei confronti dei suoi superiori; fra essi parecchi saranno puniti per giustizia, tuttavia il loro errore... grandemente diminuirà l'autorità dei pubblici ufficiali». « 1590: Ancor più si verificherà una grande discordia fra il popolo tanto nei confronti dei superiori che dei soggetti, e parimenti il figlio contro il padre, la moglie contro il marito e il servo contro il padrone». «1602: Bisogna temere [quest'anno] le ire, furori e rivolte dei popoli». Il timore del popolo anonimo si precisava spesso, tanto in città che in campagna, in quello più concreto dei mendicanti. In effetti sulle strade e nelle città d'Europa dell'Ancien Régime, si ebbero ben altri vagabondi che i sottoprodotti instabili egli eserciti studiati precedentemente. Menzioniamo, certamente, a partire dal XV secolo, gli zingari, altresì chiamati «saraceni», «egiziani» o «zigani», «la gioventù libertina di tutte le nazioni», scriveva nella sua 'Cosmografia' S. Münster. Ai margini della società per i loro costumi e i loro abiti, gli zingari facevano paura: li si accusava di rapire i bambini. Ma i nomadi più numerosi furono gli «uomini superflui» di un tempo, quelle vittime dell'evoluzione economica già incontrati a proposito delle violenze millenariste: piccoli proprietari soppiantati dall'azione metodica dei latifondisti; braccianti rurali al limite della sopravvivenza a motivo dell'ascesa demografica e delle frequenti carestia; operai urbani raggiunti dalle recessioni periodiche e dalla disoccupazione' (pag 291-292)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

 
Papa Pio IX si scaglia contro il socialismo e il comunismo e difende la proprietą privata PDF Stampa E-mail
BARBERO Alessandro, Le parole del papa. Da Gregorio VII a Francesco. GEDI GRUPPO EDITORIALE. TORINO. 2017 pag 113 8°  introduzione: 'I pugni di papa Francesco', fonti e bibliografia, indice nomi; 'La storia raccontata da Alessandro Barbero'. ['E, infine, il papa torna a menzionare e denunciare esplicitamente i novissimi nemici: «Gli attuali nemici di Dio e dell'umana famiglia» contano «di ammorbare l'Italia coll'empietà delle loro dottrine e colla peste dei loro nuovi sistemi», e bisogna fare i nomi. «Tutto il mondo conosce che il loro scopo primario si è di spargere nel popolo, abusando delle parole di libertà e di eguaglianza, i perniciosi trovati del 'comunismo' e del 'socialismo', avvegnacché adoperino metodi e mezzi differenti, hanno per iscopo comune di tenere in continua agitazione ed avvezzare a poco a poco ad atti, anche più criminosi gli operai e gli uomini d'inferior condizione, ingannati dal loro scaltrito linguaggio e sedotti dalle promesse di una vita più felice. Essi contano di servirsi poi del loro braccio per attaccare il potere d'ogni autorità superiore, per invadere, saccheggiare, oltraggiare, dilapidare le proprietà della Chiesa dapprima, e poi di tutti gli altri particolari, per violare finalmente tutti i diritti divini ed umani, disperdere dal mondo il culto di Dio e sovvertire da capo a fondo le civili società». Perciò la Chiesa ha un dovere, che, enunciato per la prima volta con chiarezza in questa enciclica del 1849, un anno appena dopo la pubblicazione del 'Manifesto' di Marx ed Engels, rimarrà al vertice delle sue priorità per un buon secolo: predicare contro il socialismo e il comunismo, spiegando agli ingenui che le promesse dei mestatori sono solo illusioni, che chi crede alla loro propaganda affretta la propria rovina, che è vano proporsi di cambiare l'ordine sociale e che disubbidire alle autorità significa agire contro natura: «In così grande pericolo per l'Italia, egli è vostro dovere, Venerabili Fratelli, di spiegare tutte le forze dello zelo pastorale per far intendere al popolo fedele che, se essi si lasciano trascinare a queste opinioni da questi perversi sistemi, ne avranno per solo frutto l'infelicità temporale e l'eterna perdizione. I fedeli affidati alle vostre cure siano dunque fatti avvertiti che è essenziale alla natura stessa dell'umana società, che tutti ubbidiscano all'autorità legittimamente in essa costituita». La disuguaglianza è naturale, e perciò immutabile. E lo stesso vale per la proprietà privata, di cui i papi dei secoli precedenti si erano preoccupati ben poco, ma che a partire da questo momento diverrà una delle parole più importanti nei loro discorsi, dato che lì si appunta la minaccia comunista all'ordine costituito, in un modo che nessun empio sovvertitore aveva mai immaginato prima d'allora. La proprietà privata, si affanna a ribadire Pio IX, non è solo naturale, ma è prescritta da Dio, che ha dato all'uomo i Dieci Comandamenti con la precisa intenzione di difenderla; ché, «nella condizione delle cose umane, è cosa naturale ed invariabile che, anche tra coloro che non sono costituiti in autorità, gli uni soprastino gli altri, sia per diverse qualità di spirito o di corpo, sia per ricchezze od altri beni esteriori di questa fatta: e che giammai sotto nessun pretesto di libertà o di eguaglianza, può esser lecito invadere i beni od i diritti altrui, o violarli in un modo qualsiasi. A questo riguardo, i comandamenti divini, che sono scritti qua e colà nei libri santi, sono chiarissimi, e ci proibiscono formalmente non pure d'impadronirci del bene altrui, ma eziandio di desiderarlo»' (pag 60-62)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   




 
L'estrema coerenza di d'Holbach con la quale egli affronta il problema religioso PDF Stampa E-mail
BORRELLI Armando, L'ateismo militante del barone d'Holbach. (Rassegne) (Libri e problemi) IL PONTE, VALLECCHI EDITORE FIRENZE, N° 3, MAGGIO-GIUGNO 1988, pag 153-159. ['In particolare consiglierei di leggere sia il suo 'Sistema della natura', nel quale egli espone la concezione materialistica degli enciclopedisti, differenziandosi in parte da questi ultimi per l'estrema coerenza con la quale egli affronta il problema religioso; sia 'Il buon senso', riproposto da Garzanti nel 1985 con prefazione di Sebastiano Timpanaro. Si tratta di opere che il barone dovette pubblicare clandestinamente in Olanda o a Londra, sotto falso nome. Pierre Naville in 'D'Holbach e la filosofia scientifica del XVIII secolo' (Milano, Feltrinelli, 1976) documenta le principali condanne subite dalle opere del barone dopo il 1815. Tali condanne giustificano la prudenza del barone, specialmente quando affrontò questioni di carattere religioso. Il suo era un ateismo militante di grande coerenza e, secondo Naville, egli era in stato d'insurrezione permanente contro la Chiesa. Esercitò una grande influenza sugli illuministi del suo tempo, gran parte dei quali frequentavano il suo salotto (e la sua sala da pranzo). Secondo Timpanaro, anche Giacomo Leopardi dovette aver letto alcune opere del barone e il suo materialismo ne fu influenzato. (...) Come sottolinea Pierre Naville, per il barone il male è il dato primordiale dell'universo: se Dio esistesse sarebbe l'autore di tutto il male del mondo. Di qui la collera del libero pensatore contro l'impero clericale, contro i dogmi che spingono alla disperazione e dietro i quali non è difficile scorgere il gioco degli interessi potenti. «Si vuole che, formando l'universo, Dio non abbia avuto altro scopo che il rendere felice l'uomo. Ma, in un mondo fatto apposta per lui e governato da un Dio onnipotente, l'uomo è effettivamente felice? I suoi godimenti sono durevoli? I suoi piaceri non sono misti a dolore? Il genere umano non è la vittima perpetua dei mali fisici e morali? Questa macchina umana che ci viene additata come un capolavoro dell'industria del creatore non si guasta in mille modi? Rimarremmo ammirati dall'abilità di un artigiano che ci facesse vedere una macchina complicata, pronta a incepparsi ad ogni istante e destinata, dopo qualche tempo, a frantumarsi da sé?». Ed ancora: «Tutto ciò che avviene nel mondo ci mostra, nel modo più chiaro, che esso non è governato da un essere intelligente... Il fine di Dio, dicono, è la felicità della nostra specie: eppure una stessa necessità determina la sorte di tutti gli esseri sensibili, i quali non nascono che per soffrire molto, godere poco e morire. La coppa dell'uomo è piena di un misto di gioia e di amarezza; dappertutto c'è il bene, ma accanto c'è il male...». È ancora il barone a ricordare che Lattanzio attribuisce a Epicuro questa citazione: «O Dio vuole impedire il male e non può ottenerlo; o lo può e non lo vuole; o non lo vuole né lo può; o lo vuole e lo può. Se lo vuole senza poterlo, è impotente; se lo può e non lo vuole avrebbe una malvagità che non dobbiamo attribuirgli; se non lo può e né lo vuole, sarebbe insieme impotente e malvagio e quindi non sarebbe Dio; se lo vuole e lo può, donde viene dunque il male e perché Dio non lo impedisce?». Da più di duemila anni, commenta il barone, le persone sensate aspettano una soluzione ragionevole di questa difficoltà; e i nostri sapienti dicono che esse saranno rimosse soltanto nella vita futura" (pag 156)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
 
 

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Gentile finģ per arrendersi agli aspetti opportunistici che motivavano le concessioni alla Chiesa PDF Stampa E-mail
AMBROSOLI Luigi, Libertà e religione nella riforma Gentile. VALLECCHI EDITORE. FIRENZE. 1980 pag 228 8°  note bibliografiche, indice nomi;  Collana Il pellicano. Luigi Ambrosoli insegna storia della scuola e delle istituzioni educative nella Facoltà di Magistero dell'Università di Padova. Ha pubblicato tra l'altro: 'La formazione di Carlo Cattaneo' (1959). ['Giovanni Gentile fu «liquidato» da Mussolini il 30 giugno 1924, venti giorni dopo il delitto Matteotti di fronte al quale si era dimostrato titubante e preoccupato dell'indignazione dell'opinione pubblica per l'orrendo crimine e per le responsabilità che venivano attribuite ai fascisti. Il Mack Smith collega l'eliminazione di Gentile all'esigenza da parte di Mussolini, dopo la crisi Matteotti, di stringere un rapporto più stretto con la Chiesa al quale il filosofo siciliano poteva essere di impedimento in quanto rimaneva l'idealista che considerava la religione soltanto come un momento di transizione verso la verità che sarebbe stata attinta dalla filosofia. Gentile rimase comunque fascista e, dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, che segna il definitivo superamento della crisi Matteotti, non trovò di meglio che scrivere al Duce: «Il Paese tutto si sveglia e torna a Lei»; ma nel 1929 egli sopportò con molta rassegnazione il Concordato con la Santa Sede soprattutto per l'estensione dell'insegnamento religioso obbligatorio alla scuola secondaria che sconvolgeva completamente la giustificazione teoretica della riforma. Del gruppo idealista rimase presto solo o quasi; Lombardo Radice lo abbandonò subito dopo il delitto Matteotti, Codignola si staccò da lui più lentamente, infine si ebbe la rottura con Benedetto Croce destinato a diventare l'ispiratore dell'opposizione liberale al fascismo. Gli furono dati dal fascismo altri incarichi di grande autorità e prestigio e divenne l'interprete ufficiale del regime per i problemi della cultura, anche se la sua immagine politica rimase sbiadita e numerose furono le contraddizioni che rivelò. Alessandro Casati, chiamato a succederli, era amico più di Croce che di Gentile e aveva sostenuto le iniziative crociane nel periodo in cui Croce era stato ministro della Pubblica istruzione; anche la riforma Gentile, di conseguenza; aveva ottenuto il suo pieno consenso ed egli aveva collaborato con il ministro coerentemente con la linea di cui era stato sempre fautore. Casati era liberale (e il chiamarlo al ministero della Pubblica istruzione significava cercare ancora il consenso dei liberali) ed era anche cattolico, anche se un cattolico indipendente, come l'esperienza del «Rinnovamento» aveva dimostrato. Era stato comunque facile che Casati potesse essere più sollecito di Gentile alle richieste del Vaticano. Che Casati fosse entrato nel gabinetto presieduto da Mussolini dopo il delitto Matteotti era ragione di stupore del quale si rendeva interprete Filippo Turati scrivendo alla Kuliscioff: «che Casati entri nella masnada per surrogare il suo maestro e amico Gentile, è un'altra stranezza». L'influenza di Gentile era stata determinante, secondo l'interpretazione dello Scoppola, prima ancora del suo avvento al ministero della Pubblica Istruzione, perché il nazionalismo italiano, abbandonato il tradizionale pregiudizio anticlericale (la Chiesa era considerata come un fattore negativo per la storia d'Italia), prendesse coscienza dell'«importanza del fattore religioso come elemento di coesione e di esaltazione dell'anima nazionale»; la posizione di Gentile era però molto sottile e maturata culturalmente mentre l'accostamento del nazionalismo alle istanze religiose rimase rozzo e strumentale tanto che, come riconosce lo stesso Scoppola, non modificò nulla «della sua più profonda ispirazione anticristiana», che trovava sempre espressione nell'esaltazione della violenza e nei miti dell'imperialismo. Divenuto ministro e accostatosi sempre di più al fascismo fino ad aderirvi ufficialmente, Gentile finì per arrendersi agli aspetti opportunistici che motivavano le concessioni fatte alla Chiesa; egli subì, ad esempio, l'imposizione di Mussolini, in adesione alla richiesta della Santa Sede, che l'idoneità all'insegnamento della religione fosse riconosciuta dall'autorità ecclesiastica mentre tale insegnamento, secondo la sua impostazione, essendo stato voluto da una legge dello Stato, dallo Stato stesso avrebbe dovuto essere gestito senza interferenze della Chiesa' (pag 174-175)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  
 
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