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La serie di errori di Bonaparte nella guerra contro la Russia PDF Print E-mail
MONTANELLI Indro CERVI Mario, Due secoli di guerre. Volume secondo. La Francia contro l'Europa. EDITORIALE NUOVA. MILANO. 1981 pag 298 8° grande foto illustrazioni iconografia profili biografici cronologia cartine. ['Non c'è biografo di Napoleone che non si sia chiesto come mai egli commise quell'imperdonabile errore che fu la guerra contro la Russia; anzi, quella serie di errori, perché di sbagliato, nella campagna non c'era solo la sottovalutazione dei pericoli che venivano dal clima, dall'immensità del territorio e dal valore del soldato russo. C'era un po' di tutto: l'impiego di un'Armata 'multinazionale' - cioè infida -, la stagione troppo avanzata, la carenza dei servizi logistici, e, non ultima, l'idea di puntare su Mosca invece che su Pietroburgo. Il fatto che, centotrent'anni dopo, Hitler dovesse cadere nella stessa trappola non può illuminarci, perché Hitler era uno stratega dilettante, mentre Napoleone era quel che si dice un genio della guerra. La verità, probabilmente, è che la campagna di Russia - come d'altronde quella di Spagna - non fu affrontata per scelta, ma si impose come fatale conseguenza di quello che era stato il vero errore di fondo: il Blocco Continentale. Prima di proclamarlo, Napoleone aveva, in teoria, qualche 'chance' di arrivare alla pace con gli inglesi. Avrebbe dovuto pagarla con pesanti rinunce, e sappiamo che, in pratica, non era disposto a farle. La carta del compromesso tuttavia, rimaneva, e si poteva tentare di giocarla. Ma quando l'Inghilterra si accorse che il Blocco giovava alla sua economia anziché danneggiarla e, al tempo stesso, metteva in crisi il sistema napoleonico, ogni intenzione di pace svanì per cedere il posto a una politica di lotta ad oltranza, non dissimile da quella che gli Alleati avrebbero adottata nei confronti dell'Asse e del Giappone durante la seconda guerra mondiale. E finché l'Inghilterra restava in campo, invulnerabile nella sua isola, ma pronta a sobillare - e a elargire finanziamenti - Napoleone era condannato a combattere. (...) La Russia (...) aveva finito per decidere di uscire ufficialmente dal Blocco, che già stava violando sottobanco. E Napoleone era altrettanto deciso a impedirglielo. Senza la Russia, il suo intero sistema sarebbe crollato, non fosse altro che per i nuovi canali di contrabbando che si sarebbero aperti: e questo, egli non poteva tollerarlo" (pag 181-183) ['La campagna di Russia'] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 


 
Agnelli e Gualino: fanno affari in comune ma presentano singolari analogie e differenze spiccate PDF Print E-mail
DE-IANNI Nicola, Gli affari di Agnelli e Gualino, 1917-1927. PRISMI - EDITRICE POLITECNICA NAPOLI. NAPOLI. 1998 pag 146 8°  prefazione note fonti e bibliografia indice nomi indice imprese ed enti; 'Storia dell'industria e della finanza', collana diretta da Francesco BALLETTA e Nicola DE-IANNI. Nicola De-Ianni (1953) è stato docente di Storia dell'Industria presso la facoltà di Economia dell'Università Federico II di Napoli. Si è occupato particolarmente di storia finanziaria italiana nel XX secolo. Ha pubblicato: 'Operai e industriali a napoli tra grande guerra e crisi mondiale, 1915-1929', Droz, Genève, 1984, 'Per la storia dell'industria a Napoli', ESI, Napoli, 1990; 'Capitale e mercato azionario. La Fiat dal 1899 al 1961', ESI, Napoli, 1995. ['In estrema sintesi, Giovanni Agnelli e Riccardo Gualino nel momento in cui si avviano a vivere una intensa stagione di affari in comune presentano singolari analogie e differenze spiccate. Entrambi usciranno molto rafforzati dalla guerra, dopo anni di difficili crisi, come quella del 1907 per Agnelli e quella del 1913 per Gualino. Viceversa, sia sul piano meramente caratteriale, sia su quello operativo, i due mostrano profonde diversità; prudente e guardingo Agnelli, spericolato e scoperto Gualino; schivo e riservato Agnelli, accogliente ed estroverso Gualino; estremamente misurato Agnelli, pericolosamente generoso Gualino. Quando si incontrano, nel 1916, Agnelli è un algido cinquantenne arrivato che crede comunque di avere ancora molto da fare, Gualino è un vulcanico trentasettenne innamorato delle fantastiche realizzazioni che affida a se stesso come una sfida. La loro autorevolezza così come il patrimonio sono ancora notevolmente disuguali. Ma molto proficuo risulterà lo scambio di una comunanza di interessi che, in tutti i sensi, arricchirà entrambi' (pag 33)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

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Guerra nel deserto: la «qualità» dei mezzi corazzati soverchiava di molto la «quantità» PDF Print E-mail
FALDELLA Emilio, L'Italia e la seconda guerra mondiale. Revisione di giudizi. CASA EDITRICE CAPPELLI. FIRENZE. 1967 pag 430 8°  prefazione cartine tabelle note documenti; Collana Universale Cappelli, Storia e politica. ['Una guerra perduta offre facili argomenti a recriminazioni e polemiche, favorendo così la formazione di opinioni che, col trascorrere del tempo, la critica storica rivela in gran parte inficiate di errori di fatto e di giudizio. Questa osservazione vale in particolare per il tema, al quale il generale Emilio Faldella ha dedicato uno studio ricco e completo: 'L'Italia nella seconda guerra mondiale', che, quando apparve nel 1959, fu accompagnato da larghi consensi di critica e di pubblico e che ora viene ristampato in edizione economica. Nonostante che nel frattempo siano apparse altre opere d'insieme e monografie specializzate, nonostante che la memorialistica nella seconda guerra mondiale sia continuamente alimentata da nuovi contributi, la ricerca del Faldella conserva una sua validità in virtù soprattutto di un particolare schema d'impianto, di una attenta e severa scelta di documenti, di un vigilato senso critico. Per quanto scritta da un generale, questa non è una storia militare del conflitto: o meglio, non è soltanto una storia militare, poiché gli elementi di natura politica e diplomatica occupano largo spazio in questa ricostruzione degli avvenimenti, così ricca  di particolari, così chiara nell'esposizione' (dal risvolto di copertina); 'L'11 aprile fu completato l'accerchiamento di Tobruk, con l'intervento della divisione Brescia. Fra il 12 ed il 30 aprile Rommel effettuò ripetuti attacchi alla Piazza, difesa dalla 9ª div. australiana, senza riuscire ad espugnarla, mentre reparti italiani e tedeschi giungevano sulla linea di confine, di fronte a Sollum, sistemandovisi a difesa. La Cirenaica era stata riconquistata in 30 giorni; la sola piazza di Tobruk rimaneva ai Britannici e minacciava le retrovie italo-tedesche. Rommel aveva trasformato un attacco locale in offensiva a grande raggio per la constatazione che i Britannici si ritiravano. Valutando con molto acume la situazione, conducendo personalmente le truppe nella puntata su el Mechili, ovviando a gravi inconvenienti derivanti dalla difficoltà della marcia nel deserto, meritò di essere considerato artefice di un clamoroso successo. La sua fama di magnifico comandante, già viva dopo la campagna di Francia, si affermò. Senza voler diminuire i suoi grandi meriti, bisogna riconoscere che ebbe di fronte un nemico né manovriero, né tenace nella resistenza La 10ª armata italiana, malgrado la straordinaria carenza di mezzi, aveva certamente conteso la Cirenaica con maggior tenacia e spirito di sacrificio. Fattore del successo tedesco fu anche la superiorità tecnica dei carri armati germanici, specialmente per la maggiore velocità e la maggiore gittata dei cannoni. Ciò conferma quanto la «qualità» dei mezzi soverchiasse nel deserto la «quantità»; e dà una decisiva risposta a quanti, in Italia e fuori, vollero attribuire la sconfitti di Sidi el Barrani e la ritirata della Cirenaica a scarsa combattività del soldato italiano, a deficiente azione di comando degli ufficiali, ad errori di Graziani. Dinnanzi a Tobruk l'azione di Rommel non fu brillante: la ripetizione di ben tre attacchi sanguinosi, senza una conveniente preparazione, rivelò una valutazione inesatta della situazione; dopo il fallimento del primo tentativo avrebbe dovuto attendere di avere a disposizione forze sufficienti, e, soprattutto, artiglierie pesanti. Magnifico generale nella guerra di movimento, per intuito, valore personale e soprattutto audacia, era inferiore a se stesso quando queste qualità non potevano avere influenza sullo sviluppo dell'azione. Erano ormai di fronte due eserciti presso a poco equivalenti per forza e disponibilità di mezzi corazzati; le divisioni britanniche e le due tedesche (la 15ª entrò in azione con i primi elementi fra il 10 ed il 15 aprile) erano completamente motorizzate; quelle italiane erano soltanto in minima parte «autotrasportate» e la divisione Ariete era armata con carri di qualità scadente. Tuttavia la migliore «qualità» dei carri tedeschi procurava una superiorità decisiva. Rommel non era in grado di spingere oltre l'offensiva, lasciandosi alle spalle la piazza di Tobruk, fortemente presidiata e largamente rifornita dal mare' (pag 194-195)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Fascismo e II guerra mondiale: collaborazione con il regime e successiva presa di distanza PDF Print E-mail
GALLI Giancarlo, Gli Agnelli. Una dinastia un impero, 1899-1998. MONDADORI. MILANO. 1997 pag 358 8°  note bibliografia indice nomi foto illustrazioni; Collana Ingrandimenti. Giancarlo Galli, cronista politico-economico è nato a Gallarate nel 1933. Ha pubblicato molte opere tra cui 'Padrone dei padroni. Enrico Cuccia, il potere di Mediobanca e il capitalismo italiano' (Garzanti, 1995). ['Non precorriamo i tempi. In quel maggio del 1939, ultima primavera di pace per l'Europa, Mirafiori proietta l'immagine di un'Italia possente, imperiale, tecnologicamente all'avanguardia. Mussolini, megalomane, la ritiene creatura del fascismo divenuto maggiorenne, non supponendo che un nuovo potere, industrial-finanziario, proprio partendo da lì, scalzerà il primato della politica. Nemmeno Giovanni I, con tutta probabilità, presagisce simili orizzonti di gloria. Di vecchio stampo, nutre ancora un certo rispetto per i governanti: pur diffidando, ha fiducia, al pari dei colleghi industriali, nel «genio» di Mussolini. Viaggiando, in qualità di membro della Commissione esteri del Senato, verifica che l'Italia è rispettata come non mai. Poi, gli affari. Ci siamo annessi l'Albania e la Fiat ha subito presentato un programma per l'utilizzo delle miniere sull'altra sponda dell'Adriatico; alla Francia ha fornito duemila autocarri; per la Finlandia, che si sta battendo contro l'Urss, ha riempito tanti vagoni ferroviari di pezzi di ricambio per aerei, purtroppo rimasti bloccati in Germania. Come nel 1914, appena i cannoni cominciano a tuonare, Giovanni I dà prova del massimo realismo, ritenendo che il bene della nazione s'identifichi con la neutralità. Nel settembre 1939 presenta un memoriale segreto sulle deficienze in materiali (19) e invita a non sottovalutare l'America, che potrebbe intervenire a fianco di una Gran Bretagna minacciata dalla sopravvivenza. Con gli Usa gli Agnelli hanno solide relazioni, che giungono sino al presidente Roosevelt. Quando questi (maggio 1940) fa pervenire, in almeno due riprese, a Mussolini un messaggio col quale esorta l'Italia a «non intervenire», Giovanni I, preavvertito attraverso i canali della diplomazia del 'big business', fa sapere di essere totalmente d'accordo. Non ascoltato, si adegua e partecipa, in compagnia degli altri potentati industriali (Terni, Oto, Ansaldo, Iri), al banchetto delle forniture. Alla Fiat viene chiesto di dotare l'esercito di una «autovettura di tipo militare». «Fu data una tinta mimetica alla 1100 e questa fu spacciata idonea alle operazioni belliche, mentre di militare aveva solo il colore e la scomodità» (20). Il 24 ottobre 1940 Giovanni I è ricevuto da Mussolini, per concordare un programma che preveda l'intensificazione della produzione militare. Vittorio Valletta ha già assicurato al generale Carlo Favagrossa, alto commissario e ministro per le Fabbricazioni di guerra, «che la Fiat non ha bisogno di speciali previdenze, contando sulla saldezza di tutti i suoi uomini e sulla efficienza ed elasticità della sua organizzazione, in un ambiente di così ardente patriottismo e fierezza fascista qual è quello di Torino e del Piemonte». Per gli intimi, Valletta conia lo slogan «Collaborare con l'inevitabile», e subito passa a chiedere che le autorità militari collaborino al mantenimento della «disciplina più ferrea» nelle fabbriche, traendone grandi e inquantificabili profitti (21). Sino ala primavera del 1942 (l'offensiva che porta le truppe italo-tedesche a El Alamein), gli ambienti economici operano in sostanziale armonia col regime (...). L'inevitabile, cioè la sconfitta, si avvicina. Le catastrofi di El Alamein, Stalingrado, i bombardamenti a tappeto sulle città del Nord, inducono i maggiori industriali a prendere le distanze dal fascismo, contattando gli Alleati. Alla spicciolata. (...) I torinesi accarezzano l'idea di una pace separata, di un fascismo senza Mussolini con una Monarchia autorevole. (...) [S]ebbene il 15 febbraio Giovanni rassicuri Mussolini che «Torino intatta nella sua virilità morale [c'è stato un ennesimo bombardamento], nella sua disciplina fattiva, saprà superare la crisi e sviluppare i compiti che la Patria le ha assegnato». Otto giorni più tardi, il 23, inizia a defilarsi: nomina Vittorio Valletta amministratore unico, riservandosi la presidenza" (pag 96-98) [(19) L'intervento in Spagna a sostegno di Franco ci era costato 1900 cannoni moderni e 10.000 mitragliatrici. I carri armati s'erano rivelati inadeguati, al pari delle batterie antiaeree; (20) Cfr. Roberto Battaglia, 'La seconda guerra mondiale', Roma, Editori Riuniti, 1966, p. 97; (21) «Tra forniture belliche e affari privati, la Fiat ingrassa a vista d'occhio. Un documento dei servizi di polizia del 1941 segnala che Agnelli, Valletta, gli industriali di Prato hanno fatto colossali investimenti in immobili a Firenze. L'IFI si fa avanti risolutamente...acquista tenute agricole in Umbria e altre regioni; ammassa nuove partecipazioni per un valore complessivo di seicento milioni. I rapporto ai problemi sollevati dai bombardamenti aerei del 1942, Valletta chiede che siano facilitati la costituzione di società commerciali o l'acquisto di casamenti, cascinali, tenute, senza il pagamento dell'imposta sulle plusvalenze. A titolo d'indennità di guerra, la Fiat chiede la cessione del complesso Cogne e delle attrezzature Standard Oil esistenti sul territorio nazionale» (Pietra, op. cit., pp. 123 sgg.] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Nell'era staliniana estetica e tecnologia dovevano marciare di pari passo PDF Print E-mail
PIRETTO Gian Piero, Gli occhi di Stalin. La cultura visuale sovietica nell'era staliniana. RAFFAELLO CORTINA EDITORE. MILANO. 2010 pag 247 8°  ringraziamenti introduzione note foto fonti delle illustrazioni; Collana Saggi. Gian Piero Piretto insegna Cultura russa e Metodologia della cultura visuale all'Università degli Studi di Milano. Ha pubblicato diversi saggi sulla letteratura russa dell'Ottocento e del Novecento e specificamente sul tema della città in letteratura. Da alcuni anni si occupa di studi culturali in particolare dell'aspetto visuale della cultura russa in epoca sovietica. ['Mosca doveva essere-apparire splendida, monumentale, attraente, efficiente. Ricalcando, anche se mai fu apertamente dichiarato, le orme che l'antagonista Pietroburgo aveva tracciato all'inizio della propria esistenza: stupire, incantare... magari superandola in grandezza. Non solo per la maestosità delle sue proporzioni e l'originalità delle sue prospettive, come era stato per la capitale del Nord, ma, in perfetto stile staliniano, anche per la straordinaria funzionalità della tecnica e delle strutture che stavano alla base di ogni iniziativa e di ogni realizzazione (8). Estetica e tecnologia dovevano marciare di pari passo verso la conquista del comunismo, dopo che a metà degli anni Trenta era stata solennemente annunciata la realizzazione del socialismo. Come nel caso dell'urbanistica haussmanniana, stigmatizzata da Benjamin, "nobilitare necessità tecniche con finalità artistiche" (9)' (pag 128-129) [(8) E' scontato rimandare all'esempio più eclatante di questo stato di cose, la metropolitana di Mosca. Vedi J. Bouvard, "La città del futuro: la metropolitana di Mosca", in A. De Magistris (a cura), 'URSS anni '30-'50. Paesaggi dell'utopia staliniana', tr. it. Mazzotta, Milano, 1977, pp. 47-61 (...). Meno ovvio è citare il canale Mosca-Volga (vedi il capitolo 3 in questo volume), prontamente battezzato Canale "Mosca" (antropomorfizzazione della città e sua trasformazione in elemento umano, vivo e attivo; vedi V. Papernyj, 'Kul'tura dva', Ardis, Ann Arbor, 1996, p. 188) che, a differenza del suo omologo del Mar Bianco, fu concepito, su base architettonica e non solo tecnica, "come insieme unico che aveva inizio sulla Volga, con le gigantesche statue di Lenin e Stalin, e terminava a Mosca, con l'elegante edificio della stazione fluviale, opera dell'architetto Ruchljadev. Le chiuse e le stazioni di pompaggio furono decorate nello stile dell'architettura russa fine XVIII secolo-inizio XIX e lussuosamente abbellite con statue, bassorilievi, sopraelevazioni e simboli ideologici" (D. Chmel'nickij, 'Architektura Stalina. Psichologija i stil', Progress Tradicija, Moskva, 2007, p. 213; (9) W. Benjamin, 'Parigi capitale del XIX secolo. I "passages" di Parigi', tr. it., Einaudi, Torino, 1986, p. 182] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
 
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