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'La battaglia per l'anima operaia negli anni di Weimar. La militanza operaia nel partito di Hitler' PDF Print E-mail
FERRARI Vanessa, La fabbrica in versi. Nazionalsocialismo e letteratura operaia. NEW DIGITAL FRONTIERS. PALERMO. 2019 pag 412 Euro 18.0 prefazione di Andrea D'ONOFRIO, sigle e abbreviazioni, lessico e glossario, introduzione, note, appendice, bibliografia, indice selettivo dei nomi, ringraziamenti; 'Lavori in corso', Collana di studi e ricerche di storia del lavoro direttore Luca BALDISSARA; SISLav - Società italiana di storia del lavoro. FERRARI Vanessa, La fabbrica in versi. Nazionalsocialismo e letteratura operaia. NEW DIGITAL FRONTIERS. PALERMO. 2019 pag 412 Euro 18.0 prefazione di Andrea D'ONOFRIO, sigle e abbreviazioni, lessico e glossario, introduzione, note, appendice, bibliografia, indice selettivo dei nomi, ringraziamenti; 'Lavori in corso', Collana di studi e ricerche di storia del lavoro direttore Luca BALDISSARA; SISLav - Società italiana di storia del lavoro. ['Il nazionalsocialismo non mancò poi di ispirarsi ad altri due importanti intellettuali di Weimar: August Winnig e Ernst Niekisch, che nel 1926 avevano fondato l'Alte Sozialdemokratische Partei (ASP). Tale organizzazione politica si poneva l'obiettivo di creare un socialismo nazionale. Sebbene il partito sia sopravvissuto solo pochi anni, fino al 1932, esso rivestì un importante ruolo all'interno della politica della Sassonia. Ernst Niekisch era considerato il portavoce del nazionalbolscevismo, nonché rappresentante della rivoluzione conservatrice; ex membro della SPD e della USPD, partecipò alla rivoluzione di novembre, distanziandosi però ben presto dall'internazionalismo del movimento operaio per approdare al nazionalismo, promuovendo una dottrina, il nazionalbolscevismo, che coniugava revanscismo e lotta al capitale. August Winnig visse una storia simile a quella di Niekisch; in più, si rivelò una figura chiave per la politica operaia nazionalsocialista anche durante gli anni di regime. Ex-operaio, ex-sindacalista ed ex-socialdemocratico, Winnig si era distinto per le sue riflessioni dedicate al Sozialimperialismus, teoria per cui l'imperialismo andrebbe sostenuto come presupposto necessario al socialismo, un modello per il socialismo nazionale e del patriottismo operaio. Entrambe queste figure furono corteggiate dal partito nazista, che tentò di attrarli a sé e ne sfruttò la fama e la produzione teorica. Grazie anche a questi riferimenti culturali, i nazisti fecero propaganda operaia sin dagli anni Venti: le loro proposte e i loro inviti si susseguivano dalle colonne dei giornali di partito, senza tuttavia riuscire a perdere quella vaghezza e quella retorica che li contraddistinguevano. Col tempo, le armi della propaganda nazionalsocialista si andarono affinando; i giornali, in particolare il "Völkischer Beobachter", organo ufficiale del partito, per primo, iniziarono sempre più ad utilizzare l'attacco contro i partiti socialisti per convincere gli operai ad abbandonarli, cominciando a sostenere la NSDAP. Le accuse a SPD e KPD erano di aver ingannato la classe operaia, abbandonandola nelle mani dell'ebreo. Per raccogliere nuovi iscritti, presero inoltre a proporre il genere delle testimonianze operaie. Iniziarono dunque a pubblicare racconti e testimonianze di operai, ex-SPD o ex-comunisti, che - persuasi dell'errore - avevano deciso di abbracciare la causa nazionalista. Di questi Überläufer (disertori, voltagabbana) è piena la storia della NSDAP. Tali figure furono centrali soprattutto per la propaganda dei primissimi anni di regime. Le storie-modello di molti voltagabbana erano infatti presentate agli operai quali inviti a passare dall'altra parte della barricata. (...) I racconti, a metà tra finzione e realtà, erano parte integrante della propaganda operaia della NSDAP. Le riviste che ospitavano queste testimonianze operaie o ripubblicavano alcuni punti del programma del partito ben presto iniziarono a privilegiare sempre più una letteratura di finzione, lasciando spazio a poesie, racconti in prosa o a stralci di romanzi. Emerse così una Arbeiterliteratur nazionalsocialista' (pag 70-73)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

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In Babeuf, accanto alla fatica del pensatore, c'Ŕ anche quella dell'agitatore, del rivoluzionario PDF Print E-mail
SANGIGLIO Cristino G., Interpretazione di Babeuf. MOVIMENTO OPERAIO E SOCIALISTA - CENTRO LIGURE DI STORIA SOCIALE. N. 3-4 LUGLIO-DICEMBRE 1964 pag 305-318  8°  note. ['Questa compenetrazione tra attività teorica e attività pratica, questa continuità tra il teorizzatore e l'uomo d'azione in Babeuf è evidente e dovrebbe essere tenuta per fondamentale nel caratterizzare l'importanza e il significato della sua opera. Infatti gli studi più recenti tendono sempre più ad allontanare Babeuf dal filone utopistico del socialismo, a staccarlo dalla cornice settecentesca ed illuministica di cui pure la sua azione e i suoi scritti sono imbevuti; occorre ora svincolare Babeuf da ogni remora di questo tipo ed immergerlo, per così dire, nella storia della Rivoluzione francese di cui, dovrebbe essere pacifico, fu, ad un certo momento e ad un certo stadio sociale ed economico, un momento fondamentale. Del resto ciò era stato intuito dal Jaurès nel suo fervido libro «Le socialisme et la vie», laddove, ricordando l'azione del proletariato francese da 1789 al 1793, il suo incidere su tutta la struttura sociale, il culminare delle sue aspirazioni nelle infiammate parole del Babeuf, molto acutamente notava: «Così, per l'azione dei proletari, il comunismo cessa d'essere una vaga speculazione filosofica per diventare un partito, una forza vivente. Così il socialismo sorge dalla rivoluzione francese ... non è dunque una utopia astratta». Ecco perché lo stesso Jaurès parlava di «riserve di comunismo latente» accumulatesi durante la Rivoluzione: per Jaurès, e gli studi recenti lo hanno confermato, le premesse di ogni moderno socialismo sorgono proprio in quegli anni e specialmente sotto il Terrore: il babouvismo, lo si ripete, non è altro che la ripresa e lo svolgimento di quelle premesse. Eppure non soltanto i manuali scolastici, ma anche una gran parte di lavori più specializzati continuano ad includere Babeuf come un socialismo utopistico e situarlo nella linea dei Campanella, dei Moro, dei Fourier, dei Saint-Simon, dei Cabet e di tanti altri, significa, a nostro modo di vedere, non tener conto di differenze essenziali, per non parlare poi della grossolanità del paragone con il pensiero sociale platonico ed aristotelico (...). Tutt'al più, ritornando in argomento, il pensiero di Babeuf può essere accostato ed interpretato come lo svolgimento e continuazione delle teorizzazioni di un Mably e di un Morelly che incontestabilmente influirono nel pensiero babouvista: rimano però la differenza sostanziale ed ineliminabile che alla pura teorizzazione del Mably e del Morelly corrisponde in Babeuf, accanto alla fatica del pensatore, anche quella dell'agitatore, del rivoluzionario, del cospiratore. In altri termini: Babeuf è il primo che, sorpassando lo stadio della riflessione cui s'erano fermati Mably, Morelly e tutti gli altri utopisti, tentò con l''azione' l'instaurazione del comunismo o almeno di una società senza discriminazioni economiche e sociali' (pag 306-307)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  
  

 
Le truppe dislocate oltremare furono sacrificate per il timore della rappresaglia tedesca PDF Print E-mail
COLLOTTI Enzo SALA Teodoro VACCARINO Giorgio, L'Italia nell'Europa danubiana durante la seconda guerra mondiale. ISTITUTO NAZIONALE PER LA STORIA DEL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE - LA TIPOGRAFIA MONZESE. MONZA. 1966 pag 123 8°  note; Quaderni de "Il movimento di liberazione in Italia". '[M]olte delle azioni armate contro i tedeschi, che subito dopo l'8 settembre furono intraprese da interi reparti o da larghi gruppi di militari italiani, spesso affiancati da civili, trascesero il campo di qualsiasi congetturabile forma di obbedienza. Ciò che in particolare fecero molte delle truppe italiane nei Balcani non può essere considerato come un comportamento tradizionale di «servizio», ma come un'azione liberamente voluta di «resistenza». Le forze italiane dislocate in questa parte d'Europa l'8 settembre 1943 [ammontavano complessivamente ad] una trentina di divisioni italiane, forti di circa 700.000 uomini, estremamente disseminati su un vasto territorio ostile, dalle difficili comunicazioni. Il massimo frazionamento era ovviamente rappresentato dai preside nelle isole. Per tali ragioni l'ordine importati tra gli ultimi giorni d'agosto e i primi di settembre dal Comando supremo (da cui dipendevano direttamente tutte le forze suddette, tranne quelle della 2° Armata, dipendenti dallo Stato maggiore dell'esercito), di studiare un piano che consentisse alle truppe di concentrarsi verso la costa (2), era così tardivo, di fronte ad un compito di tale impegno, da essere condannato fin dall'inizio all'insuccesso. Ma, ma così grande era il timore nel governo che il segreto delle trattative con gli Alleati trapelasse, provocando la terrificante rappresaglia tedesca, che esso preferì sacrificare, alla sicurezza dell'esercito sul territorio metropolitano, quello dislocato oltre mare'] (pag 95-96) [Giorgio Vaccarino, 'La partecipazione degli italiani alla Resistenza nei Balcani' (pag 95-121)] [(2) Giacomo Zanussi, Guerra e catastrofe d'Italia', Roma, Casa editrice libraria Corso, 1945, vol. II, p. 140] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  
  

 
La parabola politica di Ivanoe Bonomi negli anni turbolenti del primo dopoguerra PDF Print E-mail
VAINI Mario, L'azione politica di Ivanoe Bonomi nel Mantovano dal 1912 al 1921. MOVIMENTO OPERAIO E SOCIALISTA - CENTRO LIGURE DI STORIA SOCIALE. N. 2-3 APRILE-SETTEMBRE 1963 pag 119-148 8°  note. ['Come scriverà più tardi il Bonomi, la tentata fusione dei radicali, riformisti e combattenti è l'ultima fatica di Leonida Bissolati. Il 'leader' cremonese cerca di dare vita ad un organismo, che traduce in pratica gl'ideali dell'interventismo di «sinistra». Il programma steso dallo stesso Bonomi si richiama in politica estera al patto di Londra, secondo l'interpretazione che il Bissolati ne ha dato alla fine della guerra; in politica interna indica una radicale riforma degli istituti parlamentari (...). Tra la fine del '20 e gli inizi del '21 il fascismo mantovano risente fortemente degli avvenimenti di Palazzo d'Accursio e dell'avanzata registrata dal fascismo nell'Emilia. Nel giro di qualche mese anche nel Mantovano la borghesia agraria aderisce al fascismo e ne fa lo strumento del proprio disegno reazionario di distruggere gli organismi proletari. Nonostante questi avvenimenti Ivanoe Bonomi e la sinistra democratica mantovana non ritirano la propria adesione all'Associazione provinciale di difesa, ma una volta indetti i comizi nella primavera del '21 vi partecipano fianco a fianco dei fascisti, dei nazionalisti e dei liberali, mentre cadono le prime vittime della guerra civile. In un discorso pronunciato il 5 maggio Ivanoe Bonomi dà la spiegazione più vera e più esauriente della sua azione politica (1). Prescindendo dalla difesa fatta del secondo gabinetto Nitti, cui apparteneva come ministro della guerra, vi sono alcuni motivi sui quali conviene soffermarsi. Innanzi tutto il Bonomi sottolinea come a breve distanza dalle elezioni politiche del '19, il movimento socialista abbia dimostrato la propria debolezza. (...) Non mancano richiami alla idealità della sinistra democratica - fine del regime economico di guerra, audace politica finanziaria, terra ai combattenti - ma nell'economia del discorso esse non rivestono alcuna importanza. Ben poco resta ormai di quella fedeltà «al metodo delle graduali realizzazioni» in questo «antico milite delle schiere più estreme della democrazia», come il Bonomi amava definirsi. In verità, il piano perseguito ha come fine il ritorno alla situazione dell'anteguerra, caratterizzata dal riformismo e dal giolittismo, ma è inevitabile che tale politica nella situazione creatasi nel '21, diventi e sia realmente sinonimo di conservatorismo disposto ad appoggiare la violenza fascista, magari senza chiamarla col proprio nome. Questo spiega, come vedremo più avanti, l'appoggio che il Bonomi avrà dai socialisti riformisti e dai fascisti cittadini. (...) Il dramma dell'uomo politico mantovano è quello d'essere rimasto, nonostante gli adattamenti e i compromessi, un riformista e d'essersi illuso di poter fare trionfare il proprio programma. La riprova è nel disegno di un'alleanza con socialisti riformisti e fascisti cittadini, contro comunisti e fascisti agrari. Ciò avvenne perché il deputato mantovano, e con lui moltissimi altri, non comprende i cambiamenti avvenuti nei rapporti fra le classi su scala mondiale, per cui, particolarmente in Italia, il capitalismo non ha più alcuna possibilità di manovra nell'ambito del liberalismo e il proletariato pone sul tappeto, più o meno confusamente, il problema della conquista dello Stato. In definitiva, l'azione di Bonomi serve come giustificazione ideologica provvisoria, come estremo elemento di copertura e di richiamo per quelle forze del capitalismo agrario, orientate in passato verso il liberalismo conservatore e che ora stanno per trovare nel fascismo lo sbocco della propria crisi. Una volta messo di fronte all'evidenza dei fatti, il Bonomi rifiuta di lasciarsi catturare dal fascismo - nel 1924 voterà contro la legge Acerbo e si presenterà come candidato di opposizione -, ma ciò significa per lui e per le forze della sinistra borghese la scomparsa dalla storia politica mantovana' (pag 135-146) [(1) E' riportato integralmente in I. Bonomi, 'Dieci anni di politica italiana', cit., p. 229-245] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
Secolo XVII: l'Europa guarda e si apre al vasto mondo PDF Print E-mail
BLOM Philipp, Il primo inverno. La piccola era glaciale e l'inizio della modernità europea (1570-1700). MARSILIO. VENEZIA. 2019 pag 286 8°  prologo foto illustrazioni ringraziamenti note al testo bibliografia indice nomi; traduzione di Francesco PERI; Collana UE Feltrinelli. Philipp Blom (Amburgo, 1970) ha studiato filosofia, storia moderna e cultura ebraica a Vienna e a Oxford. Storico, giornalista, autore e traduttore, scrive per riviste e quotidiani europei e americani, tra cui 'Financial Times', 'The Indipendent', 'The Guardian'. Ha pubblicato per Marsilio nel 2019, 'La grande frattura. L'Europa tra le due guerre (1918-1919)'. ['Per far carriera in un ambiente urbano occorrevano capacità diverse da quelle spendibili nelle campagne, e anche in questo campo gli olandesi sono stati dei pionieri, come del resto gli inglesi. Nelle città l'ascesa sociale risultava più agevole che in passato: affermarsi e fare strada grazie al talento personale e al duro lavoro non era più del tutto impossibile. Per limitarci a un solo esempio ben noto, Rembrandt van Rijn (1606-1669) era figlio di un mugnaio di Leida, e soltanto una generazione prima, molto probabilmente, avrebbe rilevato l'impresa di suo padre. Ora invece aveva potuto studiare, ricevere una formazione umanistica, iscriversi all'università e poi abbandonare gli studi per entrare a bottega dal pittore Jacob Isaacszoon van Swanenburgh e poi da Pieter Lastman, ad Amsterdam, prima di farsi una posizione indipendente nella metropoli. Nell'ambiente dinamico di una città in rapida crescita Rembrandt non aveva trovato soltanto clienti facoltosi, ma anche una finestra sul vasto mondo. Comprava e rivendeva opere d'arte e acquistava gli oggetti esotici che le navi mercantili portavano dall'Asia e delle altre regioni del mondo. Non gli servivano soltanto da accessori alle proprie composizioni: il collezionismo di oggetti extraeuropei era una moda che rispecchiava anche una certa consapevolezza del mondo, un mondo che andava ben al di là dei confini dell'Olanda e dell'Europa' (pag 82-83)] [ISC Newsletter N° 91] ISCNS91TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 



 
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