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1923: i comunisti di fronte al movimento populista e alla rivoluzione conservatrice in Germania PDF Stampa E-mail
AZZARÀ Stefano G., Comunisti, fascisti e questione nazionale. Germania 1923: fronte rossobruno o guerra d'egemonia? MIMESIS. MILANO - UDINE. 2018 pag 229 8°  note bibliografia. Parte seconda: 'Comunismo e movimento nazionale. Schlageter: una disputa', scritti di Karl RADEK Paul FRÖLICH, Ernst REVENTLOW, Arthur MOELLER VAN DEN BRUCK, premessa alla terza edizione; Collana Eterotopie, collana diretta da Salvatore VACCARO e Piero DALLA-VIGNA. Stefano G. Azzarà (Messina, 1970), insegna Storia della filosofia politica all'Università di Urbino. E' segretario alla presidenza della 'Internationale Gesellschaft Hegel-Marx' e dirige la rivista 'Materialismo storico'. Il suo lavoro si concentra sul confronto delle grandi tradizioni filosofiche e politiche degli ultimi due secoli: conservatorismo, liberalismo, marxismo. Ha pubblicato numerosi articoli e libri, tra i quali 'Democrazia cercasi', 'Friedrich Nietzsche dal radicalismo aristocratico alla Rivoluzione conservatrice', 'Nonostante Laclau'. ['Paul Frölich: "Voi dite, conte Reventlow: «Noi 'volkisch' non abbiamo pregiudizi, accettiamo aiuto da qualunque parte venga offerto». Anche noi. Voi pretendete che non aggrediamo più i 'volkisch' e non li insultiamo. Non avremo occasione di farlo se i 'volkisch' cambieranno fronte e invece di marciare contro gli operai marceranno contro il vero nemico interno del popolo tedesco. E perciò, rompere con la reazione, rompere con i cospiratori internazionali della controrivoluzione, rompere con i venduti che sfruttano i movimenti reazionari per gli interessi del capitale e per interessi ancora più infami (pensiamo ai finanziatori della grande industria e al processo Fuchs-Machhaus (4)), rompere con le organizzazioni di assassini come [i Freikorps di] Erhardt e i suoi camerati, porre fine alla persecuzione degli operai e al loro assassinio" [dall'articolo di Paul Frölich 'Una risposta al conte E. Reventlow] (pag 201); Ernst Reventlow: "Nel testo "Schlageter" (pubblicato dalla Vereinigung Internationaler Verlagsanstalten di Berlino), Paul Frölich si occupa del mio articolo "Con Radek?", che avevo pubblicato nel "Reichswart" per prendere posizione sul discorso di Radek dal titolo 'Leo Schlageter, il viandante nel nulla'. Nella sua risposta il signor P. Frölich mi pone alcune domande, alle quali vorrei qui rispondere per quanto è possibile in un articolo. Secondo il signor P. Frölich c'è contraddizione se dico che noi 'völkisch' siamo schietti e rigorosi avversari delcapitalismo ma che d'altro canto non conosciamo e non vogliamo classi! Il signor Frölich motiva così la sua affermazione: chi parla di capitalismo, contrappone la classe dei capitalisti alla classe operaia; e ne trae tacitamente la conclusione che chi voglia combattere il capitalismo debba di conseguenza riconoscere la classe come un dato di fatto e condurre perciò una 'lotta di classe'. Io non condivido questa prospettiva, perché intendo il concetto di capitalismo in maniera assai più vasta. Al capitalismo non sono ostili e non si contrappongono soltanto i lavoratori dell'industria ma anche 'tutti' gli altri strati e ceti professionali che ne sono esponenti agiati. In generale, un concetto di Stato che si razionale e fondato sul diritto e la giustizia deve essere anticapitalistico e deve farsi Stato in maniera conforme. Considero le classi e la lotta di classe come manifestazioni di una malattia ['der Ungesundheit'»] e le ritengo nocive perché lacerano l'unità organica del popolo nella sua profondità ['die im Grunde organische Volkseinheit']. E in tal modo allargano le crepe preesistenti e impediscono che i tedeschi di diverse professioni e gradi di istruzione si intendano tra loro, che cerchino di avvicinarsi gli uni agli altri e infine che acquistino fiducia gli uni verso gli altri, come si addice al 'Volksgenossen'. Il signor Frölich dice: le classi esistono, non si lasciano spazzar via a parole! A parole certamente non è possibile e però possono essere eliminate con il lavoro comune all'interno del popolo" [Ernst Reventlow, 'Un tratto di strada?', Rote Fahne, 176, 2 agosto 1923] (pag 203)'] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  1923. 
  

 
M. Grant: 'i mediterranei sono una razza inferiore e la loro immigrazione in Usa è un pericolo' PDF Stampa E-mail
GRAMSCI Antonio, Contro il populismo. CENTOAUTORI. VILLARICCA, NAPOLI. 2019 pag 113 8°  nota editoriale; Collana Le idee. ['Madison Grant (scienziato e scrittore di grande fama), presidente della Società biologica di New York ha scritto un libro 'Una grande stirpe in pericolo' in cui «denuncia» il pericolo di un'invasione «fisica e morale» dell'America da parte degli Europei, ma restringe questo pericolo nell'invasione dei «mediterranei», cioè dei popoli che abitano nei paesi mediterranei. Il Madison Grant sostiene che, fin dai tempi di Atene e di Roma, l'aristocrazia greca e romana era composta di uomini venuti dal Nord e soltanto le classi plebee erano composte di mediterranei. Il progresso morale e intellettuale dell'umanità fu dunque dovuto ai «nordici». Per il Grant i mediterranei sono una razza inferiore e la loro immigrazione è un pericolo, essa è peggiore di una conquista armata e va trasformando New York e gran parte degli Stati Uniti in una «cloaca gentium». Questo modo di pensare non è individuale: rispecchia una notevole e predominante corrente di opinione pubblica degli Stati Uniti, la quale pensa che l'influsso esercitato dal nuovo ambiente sulle masse degli emigranti è sempre meno importante dell'influsso che le masse degli emigranti esercitano sul nuovo ambiente e che il carattere essenziale della «miscela delle razze» è nelle prime generazioni un difetto di armonia (unità) fisica e morale nei popoli e nelle generazioni seguenti un lento ma fatale ritorno al tipo dei vari progenitori. Su questa quistione delle «razze» e delle «stirpi» e della loro boria alcuni popoli europei sono serviti secondo la misura della loro stessa pretesa. Se fosse vero che esistono razze biologicamente superiori, il ragionamento del Madison Grant sarebbe abbastanza verosimile. Storicamente, data la separazione di classe-casta, quanti romani-ariani sono sopravvissuti alle guerre e alle invasioni? Ricordare la lettera di Sorel al Michels, «Nuovi Studi di Diritto, Economia e Politica», settembre-ottobre 1929: «Ho ricevuto il vostro articolo su la "sfera storica di Roma», le cui tesi sono quasi tutte contrarie a ciò che lunghi studi m'hanno mostrato essere la verità più probabile. Non c'è paese meno romano dell'Italia; l'Italia è stata conquistata dai Romani perché essa era tanto anarchica quanto i paesi berberi; essa è rimasta anarchica per tutto il Medio Evo, e la sua propria civiltà è morta quando gli Spagnoli le imposero il loro regime amministrativo; i Piemontesi hanno compiuto l'opera nefasta degli Spagnoli. Il solo paese di lingua latina che possa rivendicare l'eredità romana è la Francia, dove la monarchia si è sforzata di mantenere il potere imperiale. Quanto alla facoltà di assimilazione dei Romani, si tratta di uno scherzo. I Romani hanno distrutto la nazionalità sopprimendo le aristocrazie». Tutte queste quistioni sono assurde se si vuole fare di esse elementi di una scienza e di una sociologia politica' (pag 99-101)] [A. Gramsci, 'America e Europa', Quaderno 2 (XXIV) § 45] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

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Eccidio Valdesi ad opera del «Piemontese sanguinario, che madri e bambini scaraventò giù dai dirupi» PDF Stampa E-mail
PALTRINIERI Marisa e altri, John Milton. ARNOLDO MONDADORI EDITORE. VERONA. 1968 pag 133 8°  foto illustrazioni iconografia, La vita, i contemporanei, le opere, antologia, critica letteraria, 'Milton oggi', bibliografia; Collana I giganti della letteratura mondiale, direttore Enzo ORLANDI. [Il volume contiene il brano antologico: 'Ho dato il meglio di me alla mia patria e al mondo' (pag 5) [da 'Seconda difesa del popolo inglese: Lettera in latino ai Diodati, 1637; La ragione del governo della chiesa; Seconda difesa: id.; Difesa di se stesso']; "L'esecuzione di Carlo I d'Inghilterra. La vita pubblica di Milton gravita intorno al regicidio, di cui è convinto assertore. Eppure ancora oggi Carlo I trova difensori del calibro di Winston Churchill" (pag 6) [Da 'Libertà e Stato sovrano', 2° volume della 'Storia dei popoli di lingua inglese', di W.S. Churchill, Libro 5°, cap. 8°, ed. Mondadori]; 'L'eccidio dei Valdesi. Quello che più impressionò il poeta puritano, tra i tanti drammi del suo tempo, fu forse l'eccidio dei Valdesi, ordinato dal duca di Savoia il 24 aprile 1653'. «Vendica, o Signore, i Tuoi Santi massacrati, e le gelide ossa loro, disperse sulle montagne; custodivano la Tua verità, quando ancora i nostri padri adoravano ceppi e pietre. Non dimenticare. Nel Tuo libro registra i loro gemiti, di agnelli scannati nel vecchio ovile dal Piemontese sanguinario, che madri e bambini scaraventò giù dai dirupi». Così scrisse John Milton nel suo sonetto 'Sul recente massacro in Piemonte'. E protestò anche ufficialmente a nome di Cromwell, presso il duca di Savoia, scrivendo nel contempo lettere di stato a Danimarca, Svezia, Olanda, Svizzera e Francia perché si unissero nella protesta. In questa pagina, alcune stampe del Seicento illustranti i supplizi subiti dai Valdesi. Nella strage del 1653 furono trucidate 1712 persone (pag 24); 'L'affermazione dei diritti della coscienza individuale, le difese della libertà di stampa e del divorzio costituiscono gli aspetti più attuali del pensiero miltoniano' (pag 132)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
'Sono pazzo io che vedo cose che agli altri sfuggono, oppure sono pazzi gli altri che le tollerano?' PDF Stampa E-mail
TOLSTOI Leone, a cura di Clara TERZI PIZZORNO, Resurrezione. RIZZOLI. MILANO. 1989 pag 339 8°  foto illustrazioni, traduzione di Clara TERZI PIZZORNO. Basato su un episodio realmente accaduto al procuratore Koni, amico di Tolstòj. ["Vivissimo era invece in lui il ricordo di tutti gli infelici che soffocavano in quell'aria asfissiante, sdraiati sulla broda fetida che colava dal bigoncio. L'immagine del povero ragazzo dal viso innocente addormentato sulla gamba del forzato non gli dava tregua. Altro è sapere che, in un dato luogo, magari lontanissimo, c'è chi tormenta e corrompe i propri simili esponendoli a ogni sorta di umiliazioni e di sofferenze inumane; altro è assistere per tre mesi consecutivi allo spettacolo di questi maltrattamenti inflitti dagli uni e subiti dagli altri. E Necliudov ne faceva la prova. Più di una volta, nel corso di quei tre mesi, s'era domandato: "Sono pazzo io che vedo cose che agli altri sfuggono, oppure sono pazzi gli altri che le fanno e le tollerano?". Ma gli altri - ed erano molti - agivano con la tranquilla certezza di compiere non soltanto il proprio dovere, ma un dovere molto importante e utile. Stentava a credere che fossero tutti pazzi, e d'altra parte non poteva ammettere d'essere pazzo lui, perché le sue idee gli sembravano chiare e giuste. E perciò non sapeva a che partito appigliarsi. "Possibile che sia tutto effetto di un malinteso? Come conservare a tutti questi funzionari il loro stipendio e anzi premiarli purché si astengano dal fare ciò che fanno?", pensava Necliukov. E su questa considerazione, già dopo il secondo canto dei galli, nonostante le pulci che al minimo movimento gli saltellavano addosso come gli spruzzi di una fontana, si addormentò in un sonno profondo" (pag 314-315)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

  

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2° guerra mondiale: 'i militari avevano preferito ai carri pesanti, soldi e scorte di benzina' PDF Stampa E-mail
CASTRONOVO Valerio, Giovanni Agnelli. TEA - EDITORI ASSOCIATI. MILANO. 1994 pag XIV 807 8°  premessa alla presente edizione, nota introduttiva, fonti e bibliografia  indice nomi; Collana Tea Storica. Valerio Castronovo è ordinario di Storia contemporanea all'Università di Torino. Tra le sue opere: 'L'industria italiana dall'Ottocento a oggi' (1981) e 'Grandi e piccoli borghesi' (1988). I rapporti con la Germania nazista. La "Deutsche Fiat". "La Fiat, in coincidenza con il notevole impulso dato dal regime nazista allo sviluppo della motorizzazione, aveva anzi voluto portarsi in Germania su un piano di «collaborazione costruttiva», passando dal semplice commercio d'esportazione alla fabbricazione sul posto, nel Württemberg, di propri modelli in serie con manodopera e tecnici tedeschi: nell'ambito dello stesso «piano quadriennale» elaborato dal governo tedesco per il riassorbimento della disoccupazione e il potenziamento dell'economia. Dalla NSU - ricostruita con l'appoggio della Dresdner Bank e alla cui sovrintendenza Agnelli aveva dislocato uno degli uomini più abili del suo 'staff', Piero Bonelli -, uscivano più di diecimila vetture l'anno. E nell'agosto 1938 Mussolini aveva voluto che proprio nella fabbrica di Heilbronn venisse sancita, anche a livello operaio, la rinnovata intimità di rapporti con la Germania nazista. Più di duecento lavoratori della Fiat erano stati così trasferiti in Germania, per una settimana, tra l'8 e il 13, ospiti del Fronte del lavoro, per una serie di cerimonie di «cameratismo e di solidarietà», che avevano visto, fra l'altro, la presenza ufficiale della delegazione italiana al grande raduno indetto da 'gauleiter' Julius Streicher per la demolizione della sinagoga di Norimberga. Ciò non toglie che, dietro l''entente' politica e la stessa consistenza dei rapporti economici stabiliti con il governo di Berlino, continuassero ad agitarsi difficili problemi di convivenza tra la Fiat e l'industria tedesca, allorché il confronto si spostava sul mercato internazionale, in particolare nei paesi dell'Europa orientale"  (pag 570-571); La guerra imminente. La questione dei carri armati pesanti (1939). "Di fatto i tecnici della Fiat, sulla base dell'esperienza in Etiopia, ma anche in Spagna, sul materiale inviato dai tedeschi e dai russi, si erano preoccupati nel settembre 1939 di stendere un inventario dell'armamento italiano nel campo dei mezzi corazzati e degli autotrasporti. Ne erano venute fuori valutazioni estremamente scoraggianti. Per cominciare, i carri d'esplorazione, presi in esame dal Ministero della Guerra nel lontano 1928 e modificati nel 1935, dovevano considerarsi superati sotto tutti gli aspetti, quanto ai carri di rottura e di accompagnamento per la fanteria, il materiale era meno decrepito (i capitolati d'appalto risalivano al 1937), ma era già stata una fatica far accettare allo stato maggiore una modifica di peso di otto tonnellate. Oltretutto, i reparti che li avevano avuti in dotazione non erano motorizzati che in minima parte e le commesse passate alla Fiat non erano andate più in là di un centinaio di unità, ripartite in dieci esemplari al mese. In sostituzione del carro leggero da tre tonnellate, armato di mitragliatrice e difeso da una corazza che arrestava solo il tiro della fucileria, la famosa «scatoletta di sardine», la Fiat-Ansaldo aveva proposto nel settembre 1938 un carro di cinque tonnellate, meglio munito e protetto; ma il progetto era stato respinto e, poiché le due aziende avevano continuato a proprie spese a costruirne dei campioni, il ministero della Guerra era intervenuto per autorizzarne la fabbricazione soltanto per la richiesta dei governi esteri! Quanto ai carri medi, l'andamento delle operazioni belliche in Spagna aveva dimostrato - secondo i dirigenti della Fiat - la necessità di aumentare  tonnellaggio, velocità e protezione dei carri. Ragion per cui Agnelli aveva pensato di accantonare il carro M. 11 per proporne un altro, l'M. 13 da 14 tonnellate e mezzo. Ma come per il carro L. 6, così anche per quest'ultimo modello non era stata presa alcuna decisione da parte dell'autorità militare, che aveva preferito risparmiare soldi e scorte di benzina. Ma le note più dolenti cadevano a proposito dei mezzi pesanti, per via - così si legge nel documento della Fiat  - dell'«ossessione del ponte militare in dotazione al Genio Pontieri, che ha contenuto il tonnellaggio dei carri armati»; né del resto erano mutate le vetuste concezioni di una guerra alpina, di semplice posizione. Ferma era rimasta anche la produzione di autoblindo-mitragliatrici, i cui campioni erano pur stati allestiti nel secondo semestre del 1937: alcuni esemplari erano finiti alla polizia coloniale, ma l'iniziativa non aveva avuto altri sviluppi. In conclusione, al settembre 1939 la Fiat aveva in corso di produzione per l'esercito italiano un solo tipo di carro armato, l'M 11, che sarebbe uscito dalle officine soltanto nella tarda primavera del 1940. Quanto all'autotrasporto militare, la situazione  non era meno arretrata, dato che decine di milioni continuavano ad essere spesi a foraggiare e custodire un vastissimo parco di «trazione animale». Soltanto dopo ripetute pressioni di Balbo si era evitato di imbarcare per la «quarta sponda» vecchi automezzi, buoni tutt'al più per le strade alpine, con motori che si usuravano dopo 2.000 km. e con ruote che si insabbiavano appena fuori dalla litoranea" (pag 582-583)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 

 
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