spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
Home arrow News
News
Il Giappone entra nel 2° conflitto mondiale con una economia già in sintonia con la macchina bellica PDF Stampa E-mail
FREDDUZZI Carlo, Il Giappone negli anni Settanta. CRITICA MARXISTA. ROMA. N. 5-6, SETTEMBRE-DICEMBRE 1971 pag 89-105 8°  note. ['Con la firma dell'atto di capitolazione a bordo dell'incrociatore 'Missouri' nel golfo del Tonchino si chiude una pagina di storia del Giappone e se ne apre un'altra. La firma dell'atto di capitolazione è però solo il suggello formale di una fine che si chiama Hiroshima e Nagasaki. Il carico atomico di due B-52 dell'Usaf non ha infatti solo seppellito sotto un cumulo di rovine due tra le più fiorenti città nipponiche, ma ha definitivamente chiuso il capitolo dell'impero del Sol Levante, di un'epoca le cui origini risalivano alla 'restaurazione Meiji' del 1868, cioè a quel possente moto di rinnovamento che aveva saldato il cerchio delle rivoluzioni borghesi che avevano fatto del capitalismo un sistema abbracciante ormai tutto il mondo (1). Il Giappone entra nel sistema capitalistico mondiale non certo come oggetto destinato a giocare una parte di terz'ordine. Uscito dal suo isolamento feudale, il paese si inserisce subito con autorità nel campo imperialista, come dimostra la sua intensissima storia dell'ultimo secolo contrassegnata da una lunga teoria di guerra di conquista che si snoda fino alle soglie della seconda guerra mondiale e porta il Giappone a dominare Formosa (1894), scontrarsi con la Cina (fine novecento) e la Russia (1904-1905), a conquistare la Corea (1910) e invadere la Manciuria (1931). Le mire espansionistiche dell'imperialismo nipponico lasciano inoltre profonde tracce in Indocina, Malaysia, Birmania, Thailandia, Indonesia, Filippine e Singapore. La casta militare sfrutta le difficoltà dell'economia giapponese all'indomani del primo conflitto mondiale (2) per portare a termine negli anni trenta la "fascistizzazione" della nazione come sbocco dell'alleanza tra grandi agrari e capitale finanziario attraverso la mediazione degli 'zaibatsu', le potentissime 'trading house' che affondavano le loro radici nell''era Meiji (3). Il Giappone entra così nel secondo conflitto mondiale con un meccanismo economico già in sintonia con una macchina bellica che sembra travolgere tutto e che trova resistenza solo davanti all'esercito di liberazione cinese. Dopo i primi facili successi il risveglio finale alla realtà è tragico e amaro: 2 milioni di caduti sui fronti di guerra; 4 milioni e mezzo di invalidi; oltre 8 milioni di sfollati; decine di miliardi di yen di danni per i bombardamenti Usa; l'industria pesante è esausta per la costrizione violenta alla produzione bellica che non ha risparmiato neppure aziende medie e piccole e addirittura fabbrichette artigianali; l'agricoltura è da anni in crisi per la massiccia chiamata alle armi di giovani e anziani e perché è tutta diretta a mantenere gli operai dell'industria militare (4). Più ancora dell'attività economica interna ha un crollo pauroso il commercio estero a causa della liquidazione degli 'zaibatsu', della perdita di Formosa e della Corea, in seguito alla costituzione della Rpc, paesi verso i quali si svolgeva il 40 per cento degli scambi prebellici giapponesi. Nel 1946 le esportazioni sono pari al 7.5 per cento e le importazioni al 18 per cento del livello prebellico (1934-1936). Tutto ciò sta ad indicare il prezzo che il paese è stato costretto a pagare a conclusione del conflitto' (pag 89-90) [note: (1) N.I. Konrad, "Stoletie japonskiej revoljucii', Narody Azii i Afriki', n. 4, 1968; (2) La riconversione dell'industria di guerra avrebbe provocato una recessione e un ritorno all'economia arcaica, per cui le classi dirigenti rifiutarono questa soluzione e scelsero quella di andarsi a prendere le materie prime dove si trovavano, cioè sul continente, dando pieni poteri alle forze militariste. Cfr. Paul Akamasu, 'Au Japon: l'armée et le prince Konoe', Annales Esc, n. 1 1964; (3) Kaoru Kataghiri, 'Il fascismo nel Giappone degli anni trenta', Critica marxista, n. 6 1969; (4) B.G. Sapoznikov, 'Japonija i uroki vtoroj mirovoj vojny', Nadory Azii i Afriki, n. 5, 1970] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]



 
Lo 'sturm und drang' finanziario della Fiat nel corso della crisi del 1907-1909 PDF Stampa E-mail
MORI Giorgio, La Fiat dalle origini al 1918. CRITICA MARXISTA. ROMA. N. 6, NOVEMBRE-DICEMBRE 1970 pag 72-99 8°  note. ['Due anni dopo, nel pieno dello scandalo esploso all'annuncio dell'inchiesta giudiziaria, Giovanni Agnelli, offrendo all''Avanti!' una delle sue rare esibizioni pubblicistiche, affermerà che la «depressione del 1907-1908 non fu creata dalla Fiat ma da questa subita», aggiungendo poi con pesante e magari ricercata ironia- l'uomo doveva esserne capace - che «... nell'industria automobilistica si originarono anche fortune, ma che nell'alterna vicenda dei giochi di borsa è solo chi perde quello che si fa vivo e grida...». Ma avevano ragione da vendere tanto il quotidiano socialista quanto Luigi Einaudi a parlare, allora e in tempi successivi, di "parco buoi" condotto al macello. Fuori di metafora, di centinaia e forse di migliaia di modesti risparmiatori, illusi dall'ascesa travolgente dei titoli prima ed indotti perciò a comprare e rovinati poco dopo dal repentino crollo, obbligati come furono a vendere a 10 ciò che avevano pagato 100, 500 e fors'anche di più. Nel dare la notizia del formale rinvio a giudizio dei dirigenti della Fiat - e fu il primo giornale a farlo - l''Avanti!' riassumerà seccamente in un articolo firmato «remengo» uscito il 12 agosto 1909 il significato di questa specie di 'sturm und drang' finanziario della Fiat (...). Il 25 maggio 1912 - erano dovuti passare tuttavia quasi tre anni - giunse la sentenza di assoluzione in prima istanza, dopo che il Pubblico ministero aveva chiesto due anni di reclusione per il cav. Agnelli e per l'ing. Fornaca, direttore tecnico della Fiat dalla morte dell'ing. Enrico. Il 6 luglio 1913 essa fu poi definitivamente confermata. È nostra opinione che tali epiloghi siano stati a dir poco generosi nei confronti del gruppo di comando dell'impresa torinese. «Grande bandito dell'industria», così Gramsci apostrofava Giovanni Agnelli nel 1916, e forse pensava anche a quei fatti. Ma doveva essere lo stesso Gramsci, cinque anni più tardi - e in un periodo acutissimo di tensione e di lotte operaie - a scrivere che, sino alla guerra, tanto Agnelli che i suoi collaboratori «...avevano saputo provvedere ottimamente ad organizzare la loro industria ed a metterla in grado di affrontare con successo l'accanita concorrenza delle migliori case straniere...» concludendo poi che «... essi erano allora veramente capitani di industria, esperti, sagaci, arditi e prudenti». I due giudizi non sono necessariamente contraddittori. La «vertigine del far denaro senza la mediazione del processo produttivo» intravista da Marx li aveva pure sedotti, e come e in quali proporzioni, ma gli uomini della Fiat - a differenza di numerosi altri - non ne rimasero travolti. Il «termine medio inevitabile», il «male necessario», la produzione di merci e di plusvalore al tempo stesso insomma, era stata oggetto di attenzione e di cure almeno pari alla spietata decimazione del "parco buoi" che li aveva condotti fin sulla porta del carcere']  [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
L'insicurezza dei lavoratori sotto la forma di una durevole disoccupazione di massa PDF Stampa E-mail
ZANINI Adelino, Ordoliberalismo. Costituzione e critica dei concetti (1933-1973). IL MULINO. BOLOGNA. 2022 pag 568 Euro 40.0 introduzione, note, fonti e bibliografia, indice nomi; Collana Studi e ricerche. Adelino Zanini insegna Filosofia politica e Storia del pensiero economico all'Università politecnica delle Marche. Autore di numerose opere, tra cui «Filosofia economica. Fondamenti economici e categorie politiche» (2005, trad. ingl. 2008), per il Mulino ha pubblicato «Principi e forme delle scienze sociali. Cinque studi su Schumpeter» (2013) e curato l'edizione italiana di J.A. Schumpeter, «Il fenomeno fondamentale dello sviluppo economico. Due capitoli dalla 'Theorie der wirtschaftlichen Entwicklung' (1911)» (2015). ['La sproporzione già menzionata «tra le eccezionali prestazioni offerte dalle scienze naturali e dalla tecnica, da un lato, e l'insufficienza degli ordinamenti, dall'altro, [avrebbe dovuto] essere superata (144), perché in essa si sarebbe (ri)-generata la 'soziale Frage' dell'epoca moderna e, conseguentemente, la legittimazione di politiche economiche centralizzate, come poi diremo, intese quale «mezzo più che certo al fine di dar lavoro a ogni individuo» (145), ma foriere, in realtà, di un impossibile compromesso tra sicurezza e libertà (146). Le forme in cui, nel corso del Novecento, la 'soziale Frage' si era ripresentata furono di certo ben diverse rispetto al passato, sebbene per molti aspetti più problematiche. In passato sarebbe stata da stigmatizzarsi, in particolare, l'assenza di libertà economiche e sociali che accompagnava il lavoro industriale. Questa era la situazione assunta da Marx. Con la fine del Primo conflitto mondiale, però, la situazione mutò. Al centro della nuova questione sociale, dice Eucken - non vi fu più una palese ingiustizia distributiva - già oggetto d'attenzione da parte del legislatore -, bensì «l'insicurezza sotto forma di una durevole disoccupazione di massa» (147) - ciò che condusse a sviluppare una nuova politica sociale basata non più su interventi mirati e puntuali, ma sull'operare costante di una politica economica caratterizzata dalla formazione di 'Machtkörper' sociali e tesa alla realizzazione della piena occupazione. Il tutto determinò una potente tendenza, che spinse alla trasformazione dell'ordinamento economico in direzione di un processo centralmente amministrato. A fronte del bisogno (causato, ad esempio, dalla disoccupazione), al governo non toccò più la sola opera di contenimento (Linderung), ma un vero e proprio compito di rimozione (Vermeidung) (148), tanto che, in caso di necessità (malattia, invalidità), lo Stato avrebbe dovuto provvedere con una forma assicurativa propria (staatliche Versicherung). Qui si generò l'importante svolta, tra 'Verstaatlichung' e 'Sozialisierung' (149) (nazionalizzazione e socializzazione, ndr). Il lavoratore (e non solo lui) - aveva scritto Eucken nel suo contributo alla 'Festgabe' per Alfred Weber, poi sostanzialmente ripreso nei 'Grundsätze' - era «finito con l'essere subordinato agli ingranaggi dello Stato e ad altri poteri pubblici». In molti paesi, il contratto di lavoro era divenuto «un rapporto di diritto pubblico, le cui condizioni [erano] stabilite dallo Stato»; il singolo lavoratore non disponeva più «della libera scelta rispetto al posto di lavoro» - e un tale mutamento dell'ordinamento economico aveva portato con sé non solo grandi questioni di politica economica, ma anche una trasformazione dell'ordinamento sociale (150)" ((pag 64-66) [(144) W. Eucken, 'Grundsätze der Wirtschaftspolitik, cit., p. 16; (145) Ivi, p. 123; (146) Nawroth, Die Sozial- und Wirtschaftsphilosophie des Neoliberalismus, cit., pp 79-80; (147) Eucken, 'Grundsätze der Wirtschaftspolitik, cit., p. 186; (148) Eucken, 'Nationalökonomie - wozu?, cit, pp. 46-47; (149) Cfr. F. Ewald, 'L'Etat providence, Paris, Grasset, 1986; (50) W. Eucken, 'Die soziale Frage'', in E. Salin (a cura) 'Synopsis. Festgabe für Alfred Weber', Heidelberg, Verlag L. Schneider', 1948, pp. 116-117)]  [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]


Leggi tutto...
 
R. Aron: 'la guerra stessa obbliga i paesi protagonisti ad una sorta di irrazionalità' PDF Stampa E-mail
ARON Raymond, Dimensions de la conscience historique. UNION GENERALE D'EDITIONS. PARIS. 1961 pag 384 16°  introduzione, bibliografia: opere dell'autore, indice nomi argomenti; Collana 10/18. ['Una potenza marittima è costretta, per conservare il dominio dei mari, a sottomettere una dopo l'altra le isole, gli istmi, vicino alle isole che vuole dominare. La proposizione è evidentemente troppo vaga, perché il valore strategico delle isole varia secondo la tecnica della guerra navale, secondo le risorse delle popolazioni stabilite sulle basi, ecc. Essa resta intelligibile perché è conforme alle necessità della lotta mortale. La potenza marittima cerca di controllare le isole da cui una potenza rivale potrebbe minacciarla e gli istmi o le isole che dominano le vie di passaggio. A questa necessità astratta, Tucidide ha constatato che Atene non aveva potuto sottrarsi. Non ha cercato, come un sociologo, di giustificare o precisare la proposizione, enumerando le circostanze che ne determinano o ne limitano l'applicazione. Egli l'ha mantenuta implicita, in modo che il determinismo della guerra non si separi dagli uomini nel momento stesso in cui li tirannizza. Queste verosimiglianze, psicologiche o psicosociali, rendono intelligibili allo stesso tempo l'umanità e l'inumanità, il carattere tragico del destino storico. La potenza marittima è spinta a una sorta di fuga in avanti dalle costrizioni del controllo dei mari e l'obbligo d'essere o di apparire sempre più forte al fine di mantenere il proprio impero. Ma per accrescere la propria forza, essa deve intraprendere delle nuove conquiste (Sicilia), esigere dai suoi alleati più navi e più denaro. L'impero di Atene, per il fatto stesso della guerra, si fa sempre più pesante. Atene deve mostrarsi inesorabile contro i rivoltosi e i dissidenti perché non può più contare - essa lo afferma - sulla buona volontà dei suoi alleati o dei suoi tributari. Al livello inferiore della battaglia, tre fattori generano il contrasto tra le intenzioni e gli accadimenti: lo shock delle intenzioni, la perdita della disciplina (ossia l'ordine voluto) dei protagonisti, l'intervento di un fenomeno imprevisto, in particolare cosmico. A livello della politica, le cause del divario tra intenzioni e accadimenti sono altre, più complesse e soprattutto più tragiche. La guerra stessa obbliga i partecipanti a una sorta di irrazionalità. Questa è stata provocata in occasione di conflitti secondari, per via della paura che la potenza ateniese ispira alle città greche e singolarmente a Sparta (...)' (pag 164-166)] [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

 
Montanelli, brillante inviato, seguì la guerra in Finlandia e la Seconda guerra mondiale PDF Stampa E-mail
MENALE Ilenia, La guerra oltre la notizia. Note sul giornalismo di guerra. MATTIOLI 1885. FIDENZA, PARMA. 2016 pag 101 8°  prefazione di Franco DI-MARE, foto, riquadri, note, ringraziamenti, bibliografia; Collana Archivi storici.  Ilenia Menale, giornalista pubblicista e insegnante di giornalismo (Napoli 1983), laureata nel 2010 presso l'Università di Napoli Federico II. Scrive per varie testate su vari temi: economia, politica, inchieste. Indro Montanelli (1909-2001). ['Nel 1937 approdò in Spagna per conto de 'Il Messaggero'. La guerra civile rappresentò un'occasione fondamentale per il suo lavoro di inviato oltre che, come già detto, un decisivo punto di svolta per il giornalismo di guerra  Il giornalismo italiano proseguì con questo conflitto il lavoro propagandistico, iniziato con la campagna d'Africa, di cui Montanelli scrisse dei resoconti dall'Abissinia, dove si trovava in qualità di soldato. Come tutta la stampa di destra, il Paese si schierò a fianco dei franchisti, esaltandone le vittorie e screditando gli avversari. Pur non nutrendo simpatie per la sinistra, il giovane reporter si distinse per la mancanza di retorica. Esemplare, a questo proposito, il suo resoconto della battaglia di Santander, che si spoglia dell'inneggiamento all'eroismo delle truppe filo franchiste italiane, fatto dagli altri giornalisti. «(...) quella dei miliziani sul fronte di Santander non è stata una rotta, ma una "ritirata strategica" (...). Ci fermammo e facemmo il bilancio: 20 chilometri di avanzata senza sparare un colpo di fucile (...). Una lunga passeggiata e un solo nemico: il caldo. Un caldo a picco, insistente e brutale. Una avanzata tirata avanti, invece che a furia di fuoco, a furia di acqua (...)" (26). In seguito all'articolo, poco gradito, venne espulso dal sindacato dei giornalisti e dal partito fascista e, grazie all'intervento di Giuseppe Bottai, venen mandato a dirigere l'Istituto di cultura italiana in Estonia. A salvare la sua carriera ci pensò il direttore del 'Corriere della Sera', Aldo Borelli, che lo assunse in qualità di "redattore viaggiante" per trattare temi lontani dalla politica. Si trovò a viaggiare per l'Europa fino ad arrivare in Germania nel 1939, dove incontrò Hitler. I suoi articoli, però, di impronta filo polacca, ancora una volta, risultarono sconvenienti per il regime, che lo fece espellere dalla Germania. Viaggiò, quindi, verso l'Estonia, giungendo a Tallin nel momento della sconfitta a favore dell'esercito sovietico, che non apprezzò la sua presenza. Montanelli, perciò, nello stesso anno, raggiunse la Finlandia, fermandosi ad Helsinki, per trovarvi rifugio, ma il posto non era sicuro: Stalin si preparava all'attacco per estendere i confini della Russia. Il confronto che ne sarebbe seguito era impari, dato il dislivello tra i due eserciti. Contrariamente alla volontà del suo direttore, il giornalista decise di rimanere e questo gli offrì l'occasione di essere testimone dell'incredibile resistenza finlandese. I suoi articoli rivelano tutte le qualità dello scrittore, che si esprime con uno stile diretto, capace di ricreare l'atmosfera vissuta in quei luoghi, prediligendo ad argomentazioni ideologiche la descrizione dei fatti, anche apparentemente insignificanti e di poca importanza, e dei personaggi, di cui mette in luce la psicologia. Il pubblico italiano apprezzò molto i suoi resoconti dalla Finlandia al punto che la censura fascista non poté fare molto per impedirgli di proseguire la sua missione. A bloccare l'azione del regime fu lo stesso direttore che permise la pubblicazione degli articoli, raccolti in seguito nel volume 'I cento giorni della Finlandia', oltre che l'anticomunismo fascista e l'incertezza della posizione politica italiana. Ciò che emerge dai suoi pezzi è l'esaltazione della resistenza del popolo finlandese, che, motivato dalla volontà di conservare la propria libertà e non diventare prigioniero di uno stato totalitario, mise in campo tutte le sue virtù. Di contro, l'esercito russo, pur essendo superiore da uomini sprovveduti, impregnati di propaganda, che non comprendevano realmente i motivi di quella guerra. Divenuto famoso per la sua copertura della guerra in Finlandia, seguì, in qualità di inviato, per conto del 'Corriere della Sera', anche la Seconda guerra mondiale, denunciandone atrocità e meschinità con il suo stile chiaro ed efficace, che faceva emergere la tragicità del momento e della situazione dalle vicende personali dei soldati. Nel 1942 iniziò a lavorare anche per 'Tempo' di Arnaldo Mondadori, occupandosi della rassegna stampa estera. Durante il governo di Badoglio, poi, scrisse, per i due giornali, articoli diffamatori contro Mussolini, che gli procurarono, nel 1944, la prigione. (...)' (pag 33-34)  [ISC Newsletter N° 95] ISCNS95TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 19 - 27 di 2093
spacer.png, 0 kB

Cerca nel sito

spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB