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Saint-Just e Robespierre stretti tra gli interessi della borghesia e i sanculotti PDF Stampa E-mail
SAINT-JUST Louis de, a cura di Albert SOBOUL, Frammenti sulle Istituzioni repubblicane, seguito da testi inediti. GIULIO EINAUDI. TORINO. 1975 pag 313 8°  introduzione di Albert SOBOUL (in italiano), preambolo Frammenti, note, Pages de Carnet, testo a fronte, traduzione di Giuliano PROCACCI; Collana Reprints Einaudi. ['I sanculotti non costituivano un partito. E neppure formavano una classe; se tra di loro si trovava una minoranza di proletari, vi si riscontrava soprattutto una maggioranza di bottegai e artigiani pervenuti alla proprietà e di piccolo borghesi delle professioni liberali. Ci che univa quegli uomini era soprattutto la comune ostilità al sistema capitalistico di produzione, che minacciava di livellare tutti al rango di salariati al servizio della borghesia. Di qui le loro reazioni difensive contro i ricchi e i 'gros'. Di qui le loro aspirazioni egualitarie e utopistiche e il loro desiderio, non già di sopprimere la proprietà (della quale molti di loro già godevano), ma d'imporle un limite e di conservarne solo benefici, sopprimendone i pericoli. Qui ancora ha origine la contraddizione che impedì agli 'enragés', agli hebertisti, ai roberspierristi e allo stesso Saint-Just di elaborare un programma economico e sociale coerente. I sanculotti erano a un tempo ostili al capitalismo, che minacciava di ricacciarli nelle file del proletariato, e attaccati all'indipendenza della bottega, dell'artigianato e della proprietà rurale, seguaci in questo del liberismo economico caro alla borghesia. Se, politicamente, i sanculotti rappresentavano il partito più avanzato della Rivoluzione, economicamente erano tuttavia condannati a tramontare insieme al sistema di produzione tradizionale, fondato sull'artigianato e sulla bottega: contraddizione che destinava all'insuccesso tutti gli sforzi dei sanculotti per dar fondamento nell'anno II a quella repubblica egualitaria che li avrebbe salvati; contraddizione che diede al movimento dialettico della storia tutto un carattere drammatico. Abbiamo qui insistito su questi aspetti della mentalità sanculotta solo perché Saint-Just partecipa di queste contraddizioni. Quest'uomo, che alcuni ci presentano come di bronzo e dominante la storia con l'enigmaticità della sua figura, è anche lui un uomo del suo tempo e ne divide sia le grandezze che i limiti. C'era in lui, come in Robespierre, troppo acume politico perché egli sottovalutasse la bilancia delle forze sociali e trascurasse la funzione preponderante della borghesia nella lotta contro l'aristocrazia dell'antico regime. Qui è senza dubbio una delle più profonde ragioni della disfatta dei roberspierristi, troppo curanti degli interessi della borghesia per attaccarsi del tutto ai sanculotti e troppo attenti ai bisogni dei sanculotti per trovar grazia agli occhi della borghesia. Ma, per la sua origine, la sua formazione, il suo temperamento, Saint-Just appare più sensibile alle aspirazioni dei sanculotti: aspirazioni che egli seppe tradurre, in forma sublime, nei suoi decreti di ventoso o nelle 'Institutions républicaines'. Nato e formatosi in un ambiente contadino (1), Saint-Just passò la sua infanzia e adolescenza a Blérancourt, nell'Aisne, paese a grandi colture, dove una borghesia rurale di grandi fittavoli dominava un numeroso proletariato' (pag 24-25)] [dall'introduzione di Albert Soboul] [(1) M. Dommanget, 'La famille de Sant-Just', "Annales révolutionnaires", 1913, t. VI, p. 517] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
  

  

 
"Barbari", razzismo e guerra totale moderna PDF Stampa E-mail
LOSURDO Domenico, Il revisionismo storico. Problemi e miti. LATERZA. BARI ROMA. 1997 pag 281 8°  note riferimenti bibliografici (bibliografia); Collana Biblioteca di cultura moderna. Domenico Losurdo (Sannicandro, Bari, 1941) è ordinario di Storia della filosofia contemporanea presso l'Università degli Studi di Urbino. ['Cade così in crisi la tesi cara a Schmitt (e al revisionismo storico), secondo cui l'avvento della guerra totale è da mettere sul conto esclusivamente della tradizione politica rivoluzionaria e della guerra civile internazionale da essa proclamata. E' uno schema insostenibile non solo per il fatto che, in occasione di crisi acute, i teorici della conservazione e della reazione bandiscono anche loro la crociata. Più ancora del fanatismo ideologico e della despecificazione politica-morale, è l'irruzione dei barbari a far cadere radicalmente in crisi lo 'jus publicum europaeum' e lo 'jus in bello'. Illuminante è quello che si verifica nel corso della guerra di Secessione. Man mano che essa si prolunga e diviene più aspra, i neri del Sud e del Nord si arruolano in massa nell'esercito dell'Unione. Jefferson Davis e la Confederazione non solo chiamano ad insorgere l'opinione pubblica mondiale dei bianchi contro lo scandalo rappresentato dall'arruolamento nelle file dell'Unione di barbari, membri di una «razza inferiore», ma si rifiutano anche di considerare normali prigionieri di guerra i neri e gli ufficiali bianchi alla testa delle unità militari di colore, essi stessi meritevoli della morte in quanto responsabili di istigazione all'«insurrezione servile» (142). Siamo portati a pensare alla guerra di secessione dei bianchi, deprecata soprattutto in Germania e negli USA per l'intervento delle truppe di colore in un conflitto tra popoli civili. Se, nonostante tutto, resiste nella prima tappa della Seconda guerra dei Trent'anni, lo 'jus publicum europaeum' cade radicalmente in crisi nella seconda. Come la Confederazione i neri, così il Terzo Reich colloca fuori del diritto internazionale gli «indigeni» dell'Europa orientale; mentre il trattamento previsto per i comandanti bianchi delle unità nere fa pensare al trattamento riservato da Hitler ai commissari politici dell'Armata Rossa, ai quadri statali e di partito, nonché agli ebrei, considerati il nerbo del bolscevismo, e quindi già per tale ragione assimilati alle precedenti categorie. E' per questo che la crisi più lacerante dello 'jus publicum europaeum' si verifica ad est e vede come protagonista il paese alla testa della crociata per la riscossa bianca e ariana' (pag 174) [(142) Du Bois, 1992, pp. 113-14] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
La serie di errori di Bonaparte nella guerra contro la Russia PDF Stampa E-mail
MONTANELLI Indro CERVI Mario, Due secoli di guerre. Volume secondo. La Francia contro l'Europa. EDITORIALE NUOVA. MILANO. 1981 pag 298 8° grande foto illustrazioni iconografia profili biografici cronologia cartine. ['Non c'è biografo di Napoleone che non si sia chiesto come mai egli commise quell'imperdonabile errore che fu la guerra contro la Russia; anzi, quella serie di errori, perché di sbagliato, nella campagna non c'era solo la sottovalutazione dei pericoli che venivano dal clima, dall'immensità del territorio e dal valore del soldato russo. C'era un po' di tutto: l'impiego di un'Armata 'multinazionale' - cioè infida -, la stagione troppo avanzata, la carenza dei servizi logistici, e, non ultima, l'idea di puntare su Mosca invece che su Pietroburgo. Il fatto che, centotrent'anni dopo, Hitler dovesse cadere nella stessa trappola non può illuminarci, perché Hitler era uno stratega dilettante, mentre Napoleone era quel che si dice un genio della guerra. La verità, probabilmente, è che la campagna di Russia - come d'altronde quella di Spagna - non fu affrontata per scelta, ma si impose come fatale conseguenza di quello che era stato il vero errore di fondo: il Blocco Continentale. Prima di proclamarlo, Napoleone aveva, in teoria, qualche 'chance' di arrivare alla pace con gli inglesi. Avrebbe dovuto pagarla con pesanti rinunce, e sappiamo che, in pratica, non era disposto a farle. La carta del compromesso tuttavia, rimaneva, e si poteva tentare di giocarla. Ma quando l'Inghilterra si accorse che il Blocco giovava alla sua economia anziché danneggiarla e, al tempo stesso, metteva in crisi il sistema napoleonico, ogni intenzione di pace svanì per cedere il posto a una politica di lotta ad oltranza, non dissimile da quella che gli Alleati avrebbero adottata nei confronti dell'Asse e del Giappone durante la seconda guerra mondiale. E finché l'Inghilterra restava in campo, invulnerabile nella sua isola, ma pronta a sobillare - e a elargire finanziamenti - Napoleone era condannato a combattere. (...) La Russia (...) aveva finito per decidere di uscire ufficialmente dal Blocco, che già stava violando sottobanco. E Napoleone era altrettanto deciso a impedirglielo. Senza la Russia, il suo intero sistema sarebbe crollato, non fosse altro che per i nuovi canali di contrabbando che si sarebbero aperti: e questo, egli non poteva tollerarlo" (pag 181-183) ['La campagna di Russia'] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 


 
Agnelli e Gualino: fanno affari in comune ma presentano singolari analogie e differenze spiccate PDF Stampa E-mail
DE-IANNI Nicola, Gli affari di Agnelli e Gualino, 1917-1927. PRISMI - EDITRICE POLITECNICA NAPOLI. NAPOLI. 1998 pag 146 8°  prefazione note fonti e bibliografia indice nomi indice imprese ed enti; 'Storia dell'industria e della finanza', collana diretta da Francesco BALLETTA e Nicola DE-IANNI. Nicola De-Ianni (1953) è stato docente di Storia dell'Industria presso la facoltà di Economia dell'Università Federico II di Napoli. Si è occupato particolarmente di storia finanziaria italiana nel XX secolo. Ha pubblicato: 'Operai e industriali a napoli tra grande guerra e crisi mondiale, 1915-1929', Droz, Genève, 1984, 'Per la storia dell'industria a Napoli', ESI, Napoli, 1990; 'Capitale e mercato azionario. La Fiat dal 1899 al 1961', ESI, Napoli, 1995. ['In estrema sintesi, Giovanni Agnelli e Riccardo Gualino nel momento in cui si avviano a vivere una intensa stagione di affari in comune presentano singolari analogie e differenze spiccate. Entrambi usciranno molto rafforzati dalla guerra, dopo anni di difficili crisi, come quella del 1907 per Agnelli e quella del 1913 per Gualino. Viceversa, sia sul piano meramente caratteriale, sia su quello operativo, i due mostrano profonde diversità; prudente e guardingo Agnelli, spericolato e scoperto Gualino; schivo e riservato Agnelli, accogliente ed estroverso Gualino; estremamente misurato Agnelli, pericolosamente generoso Gualino. Quando si incontrano, nel 1916, Agnelli è un algido cinquantenne arrivato che crede comunque di avere ancora molto da fare, Gualino è un vulcanico trentasettenne innamorato delle fantastiche realizzazioni che affida a se stesso come una sfida. La loro autorevolezza così come il patrimonio sono ancora notevolmente disuguali. Ma molto proficuo risulterà lo scambio di una comunanza di interessi che, in tutti i sensi, arricchirà entrambi' (pag 33)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

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Guerra nel deserto: la «qualità» dei mezzi corazzati soverchiava di molto la «quantità» PDF Stampa E-mail
FALDELLA Emilio, L'Italia e la seconda guerra mondiale. Revisione di giudizi. CASA EDITRICE CAPPELLI. FIRENZE. 1967 pag 430 8°  prefazione cartine tabelle note documenti; Collana Universale Cappelli, Storia e politica. ['Una guerra perduta offre facili argomenti a recriminazioni e polemiche, favorendo così la formazione di opinioni che, col trascorrere del tempo, la critica storica rivela in gran parte inficiate di errori di fatto e di giudizio. Questa osservazione vale in particolare per il tema, al quale il generale Emilio Faldella ha dedicato uno studio ricco e completo: 'L'Italia nella seconda guerra mondiale', che, quando apparve nel 1959, fu accompagnato da larghi consensi di critica e di pubblico e che ora viene ristampato in edizione economica. Nonostante che nel frattempo siano apparse altre opere d'insieme e monografie specializzate, nonostante che la memorialistica nella seconda guerra mondiale sia continuamente alimentata da nuovi contributi, la ricerca del Faldella conserva una sua validità in virtù soprattutto di un particolare schema d'impianto, di una attenta e severa scelta di documenti, di un vigilato senso critico. Per quanto scritta da un generale, questa non è una storia militare del conflitto: o meglio, non è soltanto una storia militare, poiché gli elementi di natura politica e diplomatica occupano largo spazio in questa ricostruzione degli avvenimenti, così ricca  di particolari, così chiara nell'esposizione' (dal risvolto di copertina); 'L'11 aprile fu completato l'accerchiamento di Tobruk, con l'intervento della divisione Brescia. Fra il 12 ed il 30 aprile Rommel effettuò ripetuti attacchi alla Piazza, difesa dalla 9ª div. australiana, senza riuscire ad espugnarla, mentre reparti italiani e tedeschi giungevano sulla linea di confine, di fronte a Sollum, sistemandovisi a difesa. La Cirenaica era stata riconquistata in 30 giorni; la sola piazza di Tobruk rimaneva ai Britannici e minacciava le retrovie italo-tedesche. Rommel aveva trasformato un attacco locale in offensiva a grande raggio per la constatazione che i Britannici si ritiravano. Valutando con molto acume la situazione, conducendo personalmente le truppe nella puntata su el Mechili, ovviando a gravi inconvenienti derivanti dalla difficoltà della marcia nel deserto, meritò di essere considerato artefice di un clamoroso successo. La sua fama di magnifico comandante, già viva dopo la campagna di Francia, si affermò. Senza voler diminuire i suoi grandi meriti, bisogna riconoscere che ebbe di fronte un nemico né manovriero, né tenace nella resistenza La 10ª armata italiana, malgrado la straordinaria carenza di mezzi, aveva certamente conteso la Cirenaica con maggior tenacia e spirito di sacrificio. Fattore del successo tedesco fu anche la superiorità tecnica dei carri armati germanici, specialmente per la maggiore velocità e la maggiore gittata dei cannoni. Ciò conferma quanto la «qualità» dei mezzi soverchiasse nel deserto la «quantità»; e dà una decisiva risposta a quanti, in Italia e fuori, vollero attribuire la sconfitti di Sidi el Barrani e la ritirata della Cirenaica a scarsa combattività del soldato italiano, a deficiente azione di comando degli ufficiali, ad errori di Graziani. Dinnanzi a Tobruk l'azione di Rommel non fu brillante: la ripetizione di ben tre attacchi sanguinosi, senza una conveniente preparazione, rivelò una valutazione inesatta della situazione; dopo il fallimento del primo tentativo avrebbe dovuto attendere di avere a disposizione forze sufficienti, e, soprattutto, artiglierie pesanti. Magnifico generale nella guerra di movimento, per intuito, valore personale e soprattutto audacia, era inferiore a se stesso quando queste qualità non potevano avere influenza sullo sviluppo dell'azione. Erano ormai di fronte due eserciti presso a poco equivalenti per forza e disponibilità di mezzi corazzati; le divisioni britanniche e le due tedesche (la 15ª entrò in azione con i primi elementi fra il 10 ed il 15 aprile) erano completamente motorizzate; quelle italiane erano soltanto in minima parte «autotrasportate» e la divisione Ariete era armata con carri di qualità scadente. Tuttavia la migliore «qualità» dei carri tedeschi procurava una superiorità decisiva. Rommel non era in grado di spingere oltre l'offensiva, lasciandosi alle spalle la piazza di Tobruk, fortemente presidiata e largamente rifornita dal mare' (pag 194-195)] [ISC Newsletter N° 90] ISCNS90TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
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