spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
Home arrow News
News
La macchina da guerra sovietica nella guerra civile, 1918-20 PDF Stampa E-mail
DEI Francesco, La rivoluzione sotto assedio. Storia militare della guerra civile russa. Volume I. 1917-1918. MIMESIS. MILANO. 2018 pag 244 8°  avvertenza introduzione note tabelle appendice I, carte appendice fotografica; Passato prossimo, collana diretta da Paolo BERTELLA FARNETTI.  Francesco Dei (Siena 1975) laureato in Scienze politiche, si è specializzato in Storia e cultura dell'Estremo Oriente e in Storia e cultura della Russia e dell'Europa slava. Per questo lavoro ha dedicato sei anni di studio, numerose ricerche e viaggi in Russia. ['Si impone uno sguardo ai numeri della macchina da guerra sovietica che, a seguito di arruolamenti volontari e forzati, si andò espandendo nel corso degli anni. Lo scopo finale, richiesto espressamente da Lenin, era di raggiungere i 5.000.000 di combattenti, probabilmente in vista di obbiettivi che andavano ben oltre gli ambiti di una guerra civile e, più propriamente, quelli di una rivoluzione internazionale. In realtà non tutti i soldati della 'Kransnaja Armija' furono coinvolti nella guerra civile. La maggior parte di essi fu dispersa per le province più amene con il compito di sedare piccoli focolai di rivolta, contrastare i partigiani ribelli verdi o neri (movimenti di opposizione non allineati) e, infine, di servire come guardie di frontiera o di guarnigione. Questi numeri ovviamente non potevano essere supportati dal solo proletariato. La preponderanza della truppa era di origine contadina (nel 1920 erano circa il 70%). Essa spesso nutriva avversione per i bolscevichi a causa delle requisizione forzate che aveva subito. Tale fattore aveva compromesso l'affidabilità politica dell'esercito tanto che, una volta superata la fase dell'arruolamento volontario, l'Armata rossa (come le forze bianche) iniziò presto a soffrire di un forte tasso di diserzioni. Di fatto, il numero delle truppe disponibili era in continuo mutamento e seguiva il corso stesso della guerra, per cui il soldato tendeva a rimanere fedele nella vittoria, mentre nella sconfitta era propenso a darsi alla macchia. Secondo alcuni calcoli provenienti da fonti sovietiche, nel biennio 1919-20 ci furono 2.846.000 disertori (31), di cui circa la metà si ripresentarono nel corso della guerra, in cambio dell'immunità. Fin dall'ottobre del 1918 erano stati avviati i corsi di specializzazione militare. Solo dal marzo del 1919 i futuri ufficiali della 'Kransnaja Armija', imbevuti di dottrina bolscevica, avrebbero gradualmente sostituito la figura degli "specialisti" (che, per ironia della sorte, erano gli stessi istruttori di queste scuole) e dato vita ad uno Stato maggiore esclusivamente comunista. A tale scopo vennero aperte cinquanta scuole militari in tutta la Russia e, durante il periodo 1918-1920, furono istruiti 39.900 'kursanty' (cadetti bolscevichi), ripartiti per specialità (...)' (pag 40-41) [(31) Kakurin N.J., 'Strategiceskij ocerk grazdanoskoy vojny', Evrolinc, Moskva, 2004] [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

 
Conquista. La catastrofe demografica, la destrutturazione economica, sociale, culturale, mentale PDF Stampa E-mail
WACHTEL Nathan, La visione dei vinti. Gli indios del Perù di fronte alla conquista spagnola. GIULIO EINAUDI EDITORE. TORINO. 1977 pag 414 8°  introduzione foto illustrazioni cartine tabelle grafici note allegati appendice: Fonti sulla demografia del Perù del XIV secolo; glossario bibliografia indice nomi; traduzione di Gabriella LAPASINI; Collana Einaudi Paperbacks. Etnologo, linguista, sociologo Nathan Wachtel non ancora quarantenne (1977), insegna all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, ed ha al suo attivo una serie di ricerche "sul campo" in Perù e Bolivia. Ha pubblicato una raccolta di saggi di storia e antropologia andina 'Sociedad e ideologia' (Lima, 1973). Un suo saggio sull'acculturazione è compreso nel primo volume di 'Faire l'histoire', a cura di Pierre Nora (Gallimard, 1974, in traduzione presso Einaudi). ['[C]on il vocabolo 'destrutturazione' vogliamo intendere il sopravvivere di vecchie strutture, o di loro elementi parziali, ma al di fuori del contesto relativamente coerente entro il quale si collocavano: dopo la Conquista, i frammenti dello Stato inca permangono; viene, invece, disintegrato il cemento che li univa. Perché questa disintegrazione? Dobbiamo anzitutto prendere in considerazione il fatto stesso della dominazione spagnola. La Conquista si è realizzata con la violenza, e la violenza è continuata anche dopo. Non si tratta di riprendere, in questo caso, la troppo facile «leggenda nera»: vogliamo dire che la violenza, con il suo permanere, caratterizza la società coloniale come un elemento strutturale. Certo, la violenza non è estranea ad altre società, a cominciare dallo stesso Impero inca, costituitosi attraverso conquiste successive; né il governo dell'Inca - nonostante le leggende - fu privo di durezza. Tuttavia, i conquistatori inca fondarono il loro Impero assumendo come proprie le istituzioni tradizionali che s'erano in precedenza sviluppate al livello stesso della comunità; e, in questo senso, si può dire che - nonostante la sua complessità - la società inca conservasse una certa coerenza. Certamente, come abbiamo già visto, l'estensione stessa dell'Impero determinava lo sviluppo di istituzioni nuove, come quelle degli yana, che avevano in sé il germe d'una organizzazione sociale di tipo diverso: quest'evoluzione, però, era il risultato di una dialettica interna. Gli spagnoli, invece, hanno imposto brutalmente e dall'esterno un gruppo sociale dalla cultura del tutto estranea (religione cristiana, economia di mercato, ecc.): e così la Conquista ha determinato la sovrapposizione di due settori, l'uno minoritario e dominante, l'altro maggioritario e dominato. Coesistenza dunque di due diverse culture, ma non radicale dicotomia: i due settori che costituiscono la società coloniale non sono vissuti in semplice giustapposizione, senza legami l'uno con l'altro: anzi, il settore spagnolo è potuto vivere soltanto traendo la propria sussistenza da quello indio e proprio attraverso il gioco della dominazione e della violenza. La società india, forzatamente sottoposta a un sistema estraneo alla propria tradizione, ne è stata profondamente sconvolta. Questo capitolo riassume gli effetti negativi della Conquista sul mondo indigeno. Concentreremo il nostro interesse sugli aspetti demografici, economici e sociali: ma non dobbiamo dimenticare che in questi settori passa anche la dimensione religiosa e che essi coinvolgono sempre l'atteggiamento mentale (1)' (pag 127-128)] [(1) Ricordiamo che il periodo da noi preso in esame ricopre una quarantina d'anni (dal 1532 al 1570 circa), e che il governo del viceré Toledo ha impresso una svolta alla storia del Perú coloniale] [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Brecht: marxismo e arte borghese PDF Stampa E-mail
BRECHT Bertolt, Scritti sulla letteratura e sull'arte. EINAUDI. TORINO. 1975 pag 342 8°  nota introduttiva di Cesare CASES, note notizie sui testi, indice nomi; traduzione di Bianca ZAGARI; Collana Reprints Einaudi. ['Scrivere in maniera realistica non è una questione di forma. Tutti gli elementi formali che ci impediscono di giungere al fondo della causalità sociale debbono venire eliminati; tutti gli elementi formali che ci aiutano a giungere al fondo dalla causalità sociale, debbono venir chiamati a raccolta. Se si vuole parlare al popolo, bisogna farsi capire dal popolo. Ma anche in questo caso non si tratta di una questione puramente di forma. Non è che il popolo capisca soltanto le vecchie forme. Marx, Engels e Lenin, per rivelare al popolo la causalità sociale, hanno fatto ricorso a forme nuovissime. Lenin non solo diceva cose diverse da Bismarck, le diceva anche in modo diverso. Non si preoccupava né di parlare nella forma vecchia né in una forma nuova. Egli parlava in una forma adeguata. Gli sbagli e gli errori di alcuni futuristi sono manifesti. Su un enorme cubo posavano un enorme cetriolo, dipingevano il tutto di rosso e lo battezzavano 'ritratto di Lenin'. La loro intenzione era che Lenin non assomigliasse a niente di ciò che si era già visto in qualunque luogo e in qualunque epoca. Il risultato era che il loro ritratto non assomigliava a nessun ritratto che si fosse mai visto. Il ritratto non doveva ricordare in nessun modo ciò che era noto dai vecchi tempi maledetti. Il guaio era che non ricordava neanche Lenin. Sono episodi spaventevoli. Non per questo hanno però ragione gli artisti i cui ritratti ricordano, è vero, Lenin ma in maniera di dipingere che non ricorda affatto il modo di combattere di Lenin. E anche questo è evidente. La lotta contro il formalismo dobbiamo condurla da realisti e da socialisti' (1938, circa) (pag 175)] [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  


 
Infiltrazione della polizia segreta zarista nelle organizzazioni rivoluzionarie russe PDF Stampa E-mail
FREEMANTLE Brian, Il KGB. Storia della più potente organizzazione spionistica del mondo. MURSIA. MILANO. 1997 pag 189 8°   cartine, appendici: A. Il glossario dello spionaggio; B. Organizzazioni del servizio segreto in Russia a partire dal 1917; Capi delle Organizzazioni; C. Schema dei servizi del KGB all'estero; bibliografia ringraziamenti; traduzione dall'inglese di Iole Luisa RAMBELLI. Brian Freemantle è stato corrispondente all'estero del 'Daily Express' e del 'Daily Sketch' e redattore per l'estero del 'Daily Mail'. Ha lavorato in più di 30 paesi, compresi ex URSS, Vietnam e USA. nel 1975 ha organizzato l'unico ponte aereo britannico per gli orfani vietnamiti prima del crollo del Vietnam del Sud. Nello stesso anno ha lasciato il giornalismo attivo per dedicarsi alla professione di scrittore. ['Lo zar riteneva che la sua vera forza stesse nell'altro strumento di controllo: l'organizzazione della polizia segreta. Alle dipendenze del ministero degli Interni esisteva il Dipartimento della Polizia di Stato, istituito nel 1880, consistente in uno speciale dipartimento centrale, l''Osobyi Otdel', e di una rete di divisioni di sicurezza estesa in tutto il Paese, l'Okhrannye Otdeleniya. Per la popolazione, quella tirannica organizzazione odiatissima era semplicemente l'Okhrana. Per mezzo dell'Okhrana lo zar cercò di infiltrarsi nei vari movimenti rivoluzionari che minacciavano il trono e neutralizzarli. Tenendo conto del fatto che disponeva sorprendentemente di pochi effettivi - nel 1916 contava poco più di 15.000 persone - si deve riconoscere che ottenne risultati notevolissimi. Per ironia del caso, i più importanti furono conseguiti proprio nell'ambito del Partito bolscevico, destinato infine a sostituirsi allo zar nel dominio della Russia. Lenin, il rivoluzionario figlio di un ispettore scolastico, nel 1906 dovette riparare in Svizzera per sfuggire all'Okhrana. Lasciò in Russia Roma Malinovskii come suo principale portavoce. Malinoviskii, membro del Comitato centrale bolscevico, era un fedele agente dell'Okhrana. Quando nel 1912, a Pietroburgo, venne fondata la «Pravda», Malinovskii ne divenne il direttore. Tra il 1908 e il 1909, quattro dei cinque membri del Comitato del Partito bolscevico di Pietroburgo era al servizio dell'Okhrana. Così come vi fu l'infiltrazione vi furono anche le epurazioni. Centinaia di dissidenti sospetti furono arrestati. Alcuni vennero rinchiusi, altri liquidati' (pag 13)] [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]


  

 
'Le dure condizioni proposte da Mussolini dopo una settimana di guerra in Francia' PDF Stampa E-mail
BENOIST-MECHIN Jacques, Soixante jours qui ébranlérent l'Occident. La bataille de France. II. 10 mai-10 juillet 1940. EDITIONS ALBIN MICHEL. PARIS. 1956 pag 542 8°  elenco opere autore cartine e schizzi fonti bibliografia. ['Au cours de la nuit, Hitler a quitté en train spécial son Q.G. de Charleville, accompagné de M. von Ribbentrop et de quelques membres de ses maisons militaire et civile. En cours de route, son train est arrêté à une petite halte dans la Forét Noire. C'est l'ambassadeu Hewel; de l'Etat Major de Rittentrop, qui a pris des dispositions pour faire stopper le convoi. Il arrive en avion de Berlin, porteur d'une note écrite du gouvernement espagnol (*), confirmant officiellement la demande d'armistice formulée par le gouvernement français. Hitler, Ribbentrop et quelques officiers descendent du train et s'avancent au devant de l'ambassadeur Hewel. Celui-ci, d'un air joyeux, tend à Hitler la note du gouvernemen espagnol. Hitler, l'ayant lue, donne libre cours à sa joie. Il esquisse quelques pas de danse sur le terre-plein le long duquel s'est arrété son wagon. «Lorsque je vis cette scène aux actualités, écrira plus tard l'ambassadeur Abet, j'en reçus une impression pénible. Les gestes et l'attitude du Führer ne me paraissaient pas convenir à la gravité du moment. Je pensai alors à Frédéric II, tant admiré par Hitler, qui, après la guerre de Sept ans, se fit jouer un choral de Jean-Sebastian Bach dans la solitude d'une église de Berlin, au lieu d'assister au défilé de la victoire (**)». Puis Hitler, Ribbentrop et leur suite remontent dans leur train, qui repart en direction de Munich. Quelles sont les pensées du maître du IIIe Reich, tandis qu'il roule à la rencontre du chef de l'Italie fasciste? «Durant les années qui avaient précédé la guerre, écrit William L. Langer, le grand objectif d'Hitler en politique étrangère avait été d'arriver à un accord avec la Grande Bretagne qui lui laisserait les mains libres à l'Est. Dans ses calculs, la France n'avait tenu qu'une place secondaire. Il semble avoir eu, de l'armée française, une opinion beaucoup plus défavorable que la plupart de ses généraux. Néanmoins, la victoire de l'Allemagne sur la France survint plus rapidement qu'il ne s'y attendait lui-même et la demande d'armistice le prit au dépourvu... L'intérêt que Hitler portait à la France était limité, et celui qu'il attachait aux colonies françaises extrémement faible. Son souci principal était l'Angleterre et son grand espoir était de parvenir à un arrangement avec elle, si possible sans nouvelles opérations militaires. D'une façon générale, son but était de ne pas accroître l'antagonisme des Français, au point de les amener à resserrer leur coopération avec la Grande-Bretagne. «Mussolini, en revanche, était dépourvu de toute finesse. Quoique ses troupes n'eussent récolté aucune gloire, au cours de cette guerre d'une semaine contre la France, le Duce se trouvait du côté du gagnant et il ne se proposait par seulement de prendre son dû, mais de saisir tout ce qui tomberait entre ses mains. En route pour Munich, il approuva donc un programme que ses subordonnés avaient tracé pour lui. Celui-ci comportait la démobilisation de la France et la remise de tous ses armements, l'occupation, par l'Italie, de tous les territoires situés à l'est du Rhône, aisni que de la Corse, de la Tunisie et de la Somalie française; de plus l'occupation à tout moment, si elle devenait nécessaire, de points stratégiques en France, dans les colonies et dans les mandats français, en particulier les bases navales d'Alger, d'Oran et de Casablanca; enfin, le reddition de la flotte de guerre et des force aériennes françaises (373). «Ces plains furent balayés par Hitler, qui exposa ses espoirs en une paix prochaine avec la Grande-Bretagne, et son désir de ne pas accroître l'hostilité des Français» (374)"] [(*) Elle avait été remise à la Wilhelmstrasse par l'Ambassadeur d'Espagne à Berlin; (**) Abetz, 'Histoire d'une politique franco-allemande, p. 126 (...); (373) Papiers du Maréchal Graziani (inédits). Rapport de l'Etat-Major italien, le 18 juin 1940 (374) Langer, 'Our Vichy Gamble', 47-48] (pag 319-321)] [ISC Newsletter N° 88] ISCNS88TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 



Leggi tutto...
 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 19 - 27 di 1587
spacer.png, 0 kB

Cerca nel sito

spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB
spacer.png, 0 kB