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Rivoluzione tedesca: i seri limiti organizzativi della Lega Spartaco PDF Stampa E-mail

LUXEMBURG Rosa EBERLEIN Hugo, a cura di Claudio OLIVIERI e Giorgio SALMON, Cosa vuole la Lega Spartaco? Il dibattito programmatico nel congresso di fondazione della KPD. PE - PROSPETTIVA EDIZIONI. PONTASSIEVE, FI.. 2016 pag 171 8° introduzione di Claudio OLIVIERI: 'I messaggi di Rosa Luxemburg nella tempesta che viviamo', premessa di Giorgio SALMON, documenti allegati cronologia, elenco organizzazioni e giornali note biografiche bibliografia; Quaderni Rosa Luxemburg. ['La nostra organizzazione. Intervento di Hugo Eberlein (dopo il Discorso sul Programma di Rosa Luxemburg): "(...) Compagni, non voglio mettervi paura con lo stato d'assedio. Non ci spaventa. Non ci siamo spaventati quando si trattava di condurre la lotta contro la classe capitalista, contro la borghesia e non indietreggeremo intimoriti di fronte agli Scheidemann e compagnia che hanno in mano il potere oggi. Tutto questo ve lo dico solo per ribadire che anche le forme organizzative della Lega Spartaco nelle modalità avute finora non possono costituire le basi per la nuova organizzazione che deve essere creata. Se quindi da una parte non possiamo prendere come base i vecchi comitati elettorali e dall'altra neanche le forme organizzative avute finora dalla Lega Spartaco, ci dobbiamo chiedere che tipo di forme organizzative siano quelle più adatte oggi . E qui c'è una cosa che vorrei sottolineare. Oggi è stata giustamente richiamata l'attenzione da parte della compagna Luxemburg sul fatto che da quando è iniziata la rivoluzione sono sorti nuovi organismi che hanno preso il potere. Penso in primo luogo ai Consigli degli operai e dei soldati. Sarà necessario che riflettiamo molto bene, mentre appoggiamo i Consigli operai e chiediamo che prendano in mano tutto il potere economico, se non sia opportuno trovare, in connessione con questi Consigli degli operai e dei soldati, anche le forme organizzative che riteniamo migliori e più auspicabili per noi. Chiediamo ai lavoratori di formare Consigli nelle officine, nelle aziende e nell'industria che si occupino dell'amministrazione complessiva delle imprese e che siano in grado di prendere in mano l'industria nell'ambito della ristrutturazione generale dello Stato nel suo complesso. Non solo, chiediamo che abbiano il compito di prendere il potere nelle proprie mani anche dal punto di vista politico per rappresentare gli interessi della classe operaia e realizzarne gli obiettivi. Forse in questo senso sarebbe opportuno considerare seriamente se non sia possibile costruire la nostra organizzazione di partito organizzando gli aderenti non più solo su base territoriale ma introducendo l'organizzazione di partito nelle grandi aziende, nelle officine, in tutta l'industria, eleggendo in nostri fiduciari nelle imprese perché cerchino di raggruppare gli aderenti nelle aziende in comunità, in unioni all'interno dell'azienda. (...) Ci aspettiamo che le nuove forme organizzative garantiscano l'autonomia dei singoli distretti, che la Direzione centrale abbia fondamentalmente il compito di assumere la direzione ideale e politica, ricomporre un quadro d'assieme di ciò che avviene nel paese, di dare istruzioni e sostenere l'organizzazione nel territorio, fin dove le forze a disposizione della Direzione centrale lo rendano possibile. Ci siamo sempre sforzati di far venire a Berlino le persone più capaci, le menti più lucide del partito, facendo sì che i migliori teorici partecipassero al nostro lavoro anche per essere concretamente in grado di assumere la direzione politica e ideale del movimento. E se in questo senso non abbiamo soddisfatto le vostre esigenze e ritenete che le persone migliori siano fuori, in provincia, allora mandatele a Berlino e eleggetele nella Direzione centrale. Pensiamo anche che la questione della stampa non debba essere regolata centralmente e che le organizzazioni locali debbano avere dappertutto la possibilità di fondare i propri giornali e di pubblicare i propri volantini e opuscoli. Ma ciò che è emerso concretamente è che purtroppo su questo non c'è la benché minima comprensione fra i compagni. Alcuni compagni ci hanno attaccato dicendoci: se ci pubblicate voi un giornale, cosa ce ne facciamo? Non serve a niente, ne pubblichiamo uno noi. Ma una volta pubblicato risultava che non era un giornale ma a dir poco un fogliaccio!" (pag 103-107)] [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 

 

 
'Si può dire che nella storia mondiale il 1941 assume la stessa importanza periodizzante del 1917' PDF Stampa E-mail
VILLANI Pasquale, L'età contemporanea. XIX-XX secolo. IL MULINO. BOLOGNA. 1999 pag 787 8°  introduzione: 'Il mondo contemporaneo', premessa cartine tabelle grafici cronologia (1945-1997), nota bibliografica indice nomi; Collana 'La civiltà europea nella storia mondiale', III, 'Le vie della civiltà'. Pasquale Villani ha insegnato Storia contemporanea alla Facoltà di lettere dell'Università di Napoli. Ha condotto studi sul Settecento, il Mezzogiorno, l'età napoleonica. ['Nel giugno del 1941, quando Hitler lanciò le sue truppe all'attacco dell'Unione Sovietica, nell'Europa continentale non vi era più alcun governo ostile o men che amico della grande e potente Germania. Altro è il discorso per l'opinione pubblica e per i sentimenti popolari. Nella stessa Italia, e addirittura fra gli stessi fascisti, il prepotere dell'alleato suscitava preoccupazioni e paure. La svolta dell'estate 1941 e gli avvenimenti degli ultimi mesi di quell'anno - che dimostrarono innanzitutto come non fosse facile aver ragione dell'Unione Sovietica e che si conclusero con l'attacco giapponese di Pearl Harbor e con l'ingresso degli Stati Uniti nella guerra - aprivano una nuova fase non soltanto nel conflitto, ma nelle prospettive della storia mondiale. Sul piano strettamente militare, alle capacità di resistenza e di organizzazione dell'Unione Sovietica bisogna aggiungere il contrattacco britannico in Egitto e in Cirenaica, che, fra il novembre e il dicembre, impadronendosi nuovamente di Bengasi, annullava i risultati della brillante azione condotta da Rommel in aprile. Più in generale, si può dire che nella storia mondiale il 1941 assume la stessa importanza periodizzante del 1917. La situazione è ovviamente del tutto diversa, ma un'analogia è da riscontrare nel fatto che, come allora, l'importanza della svolta derivava dagli avvenimenti che coinvolgevano gli Stati Uniti e la Russia. Questi due stati, considerando globalmente l'estensione del territorio, il numero degli abitanti e lo sviluppo industriale, erano già allora le maggiori potenze del mondo. Ed erano probabilmente anche quelle che negli ultimi decenni avevano vissuto esperienze e trasformazioni fra le più traumatiche. In primo luogo è certamente da porre il radicale sovvertimento politico e sociale avvenuto un Russia con la rivoluzione bolscevica e poi con la forzata e rapida industrializzazione; ma una scossa, per alcuni aspetti non meno psicologicamente violenta e spesso anche materialmente incisiva, avevano provocato negli Stati Uniti la grande depressione, la disoccupazione di massa e le risposte che Roosevelt aveva dato con il New Deal. (...) La guerra diventa mondiale. (...) Hitler aveva sottovalutato questa dimensione mondiale che il conflitto stava per assumere. Il pur possente esercito tedesco e la solida base industriale della Germania, anzi le risorse di una gran parte dell'Europa di cui i tedeschi potevano ormai disporre, si trovavano già di fronte ad ostacoli che non sarebbe stato facile superare. Certo, nell'Europa orientale, l'Unione Sovietica aveva mostrato di non voler concedere assoluta libertà d'azione alla Germania hitleriana, rifiutando le proposte tedesche di disinteressarsi della regione in cambio del riconoscimento di una sua sfera di influenza nel Medio Oriente, tutta da costruire e conquistare. Hitler poteva inoltre sperare che, eliminando rapidamente l'Unione Sovietica e conquistando gran parte dei suoi territori europei, avrebbe allargato la base agricola e produttiva del suo impero e procurato quello spazio vitale per la razza ariana che era nei suoi antichi disegni, congiunto al disprezzo per i popoli slavi destinati a lavorare al servizio del popolo eletto. (...) Quali che fossero le considerazioni che spinsero Hitler ad attaccare, il 22 giugno 1941, l'Unione Sovietica, l'avvenimento segnò una svolta nella conduzione e nelle prospettive della guerra. Nonostante fosse preparata con meticolosa accuratezza, secondo le regole dello stato maggiore tedesco, fosse attuata con grandissimo spiegamento di forze, cogliesse Stalin e l'esercito russo impreparati, conseguisse nei primi mesi spettacolari successi, mettendo fuori combattimento milioni di uomini e conquistando vastissimi territori, già al cadere dell'inverno era chiaro che l'operazione «Barbarossa» non aveva ottenuto la vittoria decisiva e che Hitler si era cacciato in un'avventura dall'esito incerto per la vastità del territorio, per l'enorme estensione quindi delle linee di comunicazione fra reparti avanzati e basi logistiche, ma soprattutto per l'inattesa resistenza' (pag 525-528)]  [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
'Italia, senza alcun peso dopo le guerre, per l'assenza di un'azione coerente di politica estera' PDF Stampa E-mail
DE-RISIO Carlo, La storia non scritta, 1939-1941. STH - SCIENCE TECHNOLOGY HISTORY EDITRICE. ROMA. 1989 pag 216 8°  prefazione note foto illustrazioni bibliografia indice nomi. Giornalista professionista, Carlo De Risio è nato nel 1935 e si è occupato di questioni storiche e militari con articoli e saggi su riviste specializzate e quotidiani. Ha lavorato per Il Tempo. Per conto dell'Ufficio Storico della Marina Militare ha compitato due volumi della serie "La Marina italiana nella seconda guerra mondiale". Ha pubblicato tra l'altro: "Generali, servizi segreti e fascismo. La guerra delle spie" (1982), "Il secondo suicidio dell'Europa. Dalla crisi di Danzica al 10 giugno 1940". ['(...) Mussolini avrebbe dovuto riflettere sul "peso" dell'interlocutore americano e riflettere altresì sulla frase pronunciata trent'anni prima dal ministro degli Esteri inglese, Edward Grey: «Gli Stati Uniti sono come una gigantesca caldaia: una volta che sotto di essa è acceso il fuoco, non esistono limiti alla potenza che può generare». O chinarsi sui dati statistici. C'era più acciaio nel Golden Gate di San Francisco che in tutti gli alti forni italiani. Nel 1939, circolavano in Italia 290.000 autovetture, in Germania 713.000, in Gran Bretagna 2.034.000, negli Stati Uniti 26 milioni 140 mila. L'"arsenale delle democrazie" avrebbe dimostrato, di lì a poco, di essere in grado di soverchiare le potenze dell'Asse e del Tripartito, grazie alla sua immensa capacità industriale e finanziaria. Summer Welles (*), a Roma, notò anche il disastroso stato psicofisico di Mussolini. «L'uomo che avevo davanti pareva di quindici anni più vecchio dei suoi cinquantasei. Era statico e massiccio, piuttosto che vigoroso. Si muoveva con pesantezza elefantina, come se ogni passo gli costasse uno sforzo troppo grosso per la sua statura, col viso che, quando era in riposo, gli cadeva in rotoli carnosi. I capelli rasati erano bianchi come neve». In effetti, Mussolini era in preda ad una tensione fortissima. Come superare l''impasse' di quella difficile congiuntura? Il 1° marzo 1940, puntualmente, la Gran Bretagna annunciò che il carbone tedesco, caricato dai mercantili italiani, era stato bloccato e confiscato. L'effetto politico e psicologico fu immenso. Il 2 marzo Ciano fece notare a Noel Charles - sostituto dell'ambasciatore Percy Loraine, indisposto - «che il controllo sul carbone appartiene a quella categoria di decisioni che servono a spingere l'Italia nelle braccia della Germania. Sarebbe assurdo non ammettere che le azioni britanniche hanno oggi perso molti punti». Tra l'altro, proprio in quei giorni i francesi stavano applicando, in modo greve, le misure di blocco. Mentre infatti le unità della Royal Navy impartivano ai mercantili italiani l'ordine di fermarsi solo a mezzo segnali - con bandiere e con la radio - le navi francesi intimavano l'alt a colpi di cannone: a volte, al "colpo in bianco" seguiva il colpo a palla, senza giustificati motivi. L'intrinseca fragilità e vulnerabilità dell'Italia si era rivelata appieno, nonostante il clamore che si era sempre fatto sulla efficacia del dispositivo aeronavale nazionale. La situazione economica, industriale e finanziaria italiana si era aggravata in quanto erano le "grandi democrazie" a detenere il potere, soprattutto il potere navale. Non un grammo poteva pervenire all'Italia via mare senza essere prima "ispezionato" dagli anglo-francesi. Vent'anni di fascismo, in definitiva, non avevano mutato granché la condizione dell'Italia che era quella di sempre, rilevata da un antifascista di notevole levatura come Gaetano Salvemini: militarmente importante durante le guerre o subito prima, in funzione della sua geografia; paese senza alcun peso dopo le guerre, in funzione della mancanza di una azione coerente di politica estera. Il che equivale a dire che la geografia mette l'Italia in situazioni che la debolezza del paese non consente né di sfruttare, né di evitare' (pag 64-66) [(*) inviato da Roosevelt in missione in Italia, ndr]  [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org] 
 
Programma «Prestito-affitto», il più grande piano di aiuti stranieri mai attuato in tempo di guerra PDF Stampa E-mail
PATEL Kiran Klaus, Il New Deal. Una storia globale. EINAUDI. TORINO. 2018 pag XVIII 531 8°   premessa all'edizione italiana, ringraziamenti abbreviazioni prologo note foto bibliografia indice nomi argomenti località; traduzione di Alessandro MANNA, Massimiliano NICOLI e Monica GUERRA (premessa); Collana La biblioteca. Kiran Klaus Patel insegna Storia europea e globale all'Università di Maastricht. Tra i suoi libri: 'Soldiers of Labor. Labor Service in Nazi Germany and New Deal America, 1933-1945' ['La guerra (...) consolidò le interconnessioni globali americane in forme inedite rispetto agli anni del New Deal. La produzione di armi non era destinata solo alle forze armate statunitensi. Durante i primi sei mesi  della Seconda guerra mondiale i produttori americani consegnarono a Gran Bretagna e Francia un numero di aerei quattro volte maggiore rispetto a quelli prodotti per gli Stati Uniti (5). A partire dal 1941 l'America iniziò a rifornire anche l'Unione Sovietica, la Cina e gli altri alleati nel quadro del programma Leand-Lease, «Prestito-affitto», ovvero il più grande piano di aiuti stranieri mai attuato in tempo di guerra. Nel complesso il 16 per cento della spesa bellica statunitense fu inviato all'estero (6). A differenza della politica emisferica degli anni del New Deal, gli Stati Uniti rafforzarono i collegamenti transatlantici e le connessioni del Nord del pianeta. Dopo Pearl Harbor si unirono alla guerra, e secondo alcuni studiosi furono addirittura l'unico paese a combattere un conflitto globale nel vero senso della parola, in quanto dispiegarono forze e risorse consistenti in tutti i teatri di guerra dell'epoca (7). Le imprese contribuirono in maniera sostanziale a questa svolta globale e al boom interno che ne conseguì. Sotto l'egida del trentottenne Clay P. Badford, la Kaiser Industries costruì un gigantesco cantiere navale a Richmond, in California. Questo progetto trasformò una cittadina sonnecchiante in una vivace città industriale di 150.000 abitanti nell'arco di soli tre anni (8). Altre città simili a Richmond spuntarono come funghi in tutti gli Stati Uniti. Ne scaturì un processo di riqualificazione dell'Ovest del paese che non aveva precedenti nella storia americana moderna. In passato questa regione era stata caratterizzata da un'economia coloniale basata sull'estrazione di materie prime; in seguito la crisi economica e ambientale degli anni Trenta l'aveva trasformata in una «zona di preoccupazione nazionale». La guerra, invece, proiettò l'Ovest in un'economia diversificata dalle forti componenti industriali e tecnologiche (9). Nello stesso tempo venne meno il predominio economico del Nord-Est, a dimostrazione di quanto fosse profondo il cambiamento in atto (10). Gli anni della guerra videro altresì entrare in scena i lavoratori: il numero di adesioni ai sindacati quasi raddoppiò, passando da 6,6 milioni nel 1939 a 12,6 milioni nel 1945. Ciononostante, i lavoratori non riuscirono a far fronte al nuovo ruolo dell'impresa, che ebbe spesso la meglio (11)' (pag 344-345) [(5) Klein, 'A Call to Arms, p. 66; (6) Erlandson, 'Lend-Lease'; (7) Showalter, 'Global Yet Not Total'. Sulla Seconda guerra mondiale come guerra globale cfr. Weinberg, 'A World at Arms'; (8) Heiner, 'Henry J. Kaiser, American Empire Builder', pp. 119-23; (9) Dorman, 'Hell of a Vision', p. 76; (10) Nash, 'The American West Transformed'; (11) Troy, 'Trade Union Membership', p. 1]; 'L'economia americana restò concentrata sull'impresa bellica molto meno delle economie della maggior parte degli altri paesi in guerra, e le risorse materiali e fisiche del paese non arrivarono mai a un punto di rottura. Insomma, durante gli anni della guerra gli americani nel loro paese si sacrificarono e soffrirono ben poco, a differenza della maggior parte delle altre potenze' (pag 352)] [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

   
 
Abituati all'analisi, alla dialettica erano pronti a usare l'intelligenza come strumento di governo PDF Stampa E-mail
NEGRI Guglielmo, Il sistema politico degli Stati Uniti d'America. Le istituzioni costituzionali. NISTRI-LISCHI EDITORI. PISA. 1969 pag 377 8°  dedica premessa di Guglielmo NEGRI, Foreword di  R. TAYLOR COLE, note indice degli autori citati, indice analitico elenco delle riviste citate elenco delle sentenze citate; Studi e testi di storia costituzionale americana. Guglielmo Negri è nato a Roma nel 1926. Dopo essersi perfezionato in studi politici e costituzionali comparati ad Harvard ed Oxford, egli ha insegnato nelle Università di Roma e Firenze, tenendo anche corsi e seminari all'estero. Ha diretto il Servizio Studi, Legislazione ed Inchieste parlamentari della Camera dei Deputati. Tra i contributi principali dell'autore ricordiamo: 'Il leader del partito anglosassone', La direzione della politica estera nelle grandi democrazie (Stati Uniti ed Inghilterra)' e la cura della edizione italiana del 'Federalist' e delle raccolte 'Le Costituzioni italiane', 'La formazione degli Stati Uniti d'America' insieme ad altri studiosi. Ha scritto l'introduzione a 'I partiti politici americani' del Binkley (Nistri-Lischi, Pisa). ['«Chi erano i 'New Dealers?'» si domanda Arthur M. Schlesinger nel secondo volume della trilogia dedicata all'età di Roosevelt, e scrive che «essi rappresentavano tutte le classi, da quelli nati in buone famiglie come Franklin Roosevelt, Averell Harriman, Francis Biddle, fino a quelli nati nella miseria come Harry Hopkins; ma la maggior parte proveniva dalle classe medie. Rappresentavano una gran varietà di professioni, ma per lo più erano avvocati, professori universitari, economisti ed assistenti sociali. Venivano da tutte le parti del Paese, dalle città e dalle campagne, sebbene la maggioranza avesse frequentato le Università statali oppure quelle della 'Ivy League', e molti avevano avuto la loro prima esperienza politica nella lotta per migliorare l'amministrazione civica. Ce n'erano di tutte le età, benché quasi tutti fossero nati fra il 1895 e il 1905. Ma il legame che li teneva uniti, come osservò acutamente Herman Kahn, era di appartenere al mondo delle idee. Erano abituati all'analisi e alla dialettica; ed erano pronti ad usare l'intelligenza come strumento di governo. Erano ben più che specialisti. E, come ebbe ad aggiungere Kahn, erano, o meglio, si sentivano capaci di considerare le cose da un punto di vista generale, in modo da poter applicare la logica ad ogni problema sociale. Piaceva loro di esercitare liberamente la mente. Non appartenevano però tutti alla medesima scuola di pensiero». E in effetti l'arco della collaborazione era straordinariamente ampio: dagli epigoni della scuola economica liberale classica tipo Lewis Douglas e Cordell Hull all'interessante e complessa compagine della nuova sinistra di Rexford Tugwell. Questo gruppo di uomini sotto la guida di Franklin Delano Roosevelt iniziò, con spirito pragmatico, entusiasmo, profonda fede religiosa ed umana l'esperimento teso a dimostrare che la democrazia 'poteva' affrontare e risolvere una crisi economica, anche di enormi proporzioni, quale quella che si era aperta nella Federazione americana perché lentamente preparata da una serie di fattori negativi (la diminuzione dell'indice di natalità, la scomparsa della «frontiera», il disordine nel sistema bancario, la precarietà della condizione operaia, il distacco profondo tra 'politica' e 'cultura', lo squilibrio industriale strutturale tra Nord e Sud, l'arretratezza tecnologica di molte zone ecc.). I 'New Dealers' accettavano, cioè, la 'sfida' che la crisi intimava al sistema democratico, nel momento in cui a Roma e a Berlino il «nuovo ordine» sociale ed economico regnava sovrano e a Mosca sembrava ormai consolidato definitivamente il potere socialista nella versione stalinista (3)' (pag 286-287) [dal cap. VI: 'La rivoluzione politica e sociale del New Deal'] [(3) Giustamente l'Einaudi, nell'acuta introduzione all'opera cit. ('La rivoluzione di Roosevelt', ed.it., Torino, 1959, ndr), scrive di vedere la rivoluzione di Roosevelt «in primo luogo, come uno sforzo per ristabilire il senso della collettività in una libera società industriale e per affrontare le esigenze, e in secondo luogo come il più importante tentativo del secolo ventesimo per affermare la validità e il ruolo fondamentale degli strumenti politici della democrazia dinanzi alla crisi del nostro tempo. Mentre in tutto il mondo la democrazia veniva messa in rotta dai totalitari e dai tecnici, trionfava negli Stati Uniti»] [ISC Newsletter N° 87] ISCNS87TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 
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