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Un severo giudizio di Angelo Tasca su Stalin (1929) PDF Stampa E-mail
GORI William, Togliatti, personaggio in cerca di autore. (Giorgio Bocca - Silvia Giacomoni, 'Palmiro Togliatti', Laterza, Bari, 1973, pp. 748 L. 4.500), GIOVANE CRITICA, ROMA, N. 37, ESTATE 1973, pag 26-30 ['Accomiatandosi da Bucharin (1929), Tasca così scrive a Togliatti e agli altri dirigenti comunisti italiani: «Tutta la situazione gravita su Stalin. L'I.C. non esiste; il P.C. dell'URSS non esiste; Stalin è il "maestro e donno" che muove tutto. Egli è all'altezza di una simile situazione? È egli in grado di portare una così tremenda responsabilità? La mia risposta è netta: 'Stalin è smisuratamente al di sotto di essa'. Rivedete tutta la sua produzione: non troverete un'idea sua. E' un rimasticatore di idee altrui, che ruba senza scrupolo, e poi presenta in quella sua forma schematica, che dà l'illusione di una forza di pensiero, che non c'è. Le idee sono per lui delle pedine che egli dispone, per vincere, partita per partita. Taluni a Mosca si commuovono pensando che Stalin "fa come Lenin" che più volte ha tolto ad avversari argomenti (...). Paragonare i due, anche su questo terreno, è profanazione e cortigianeria. Lenin ha strappato spesso le armi dalle mani degli avversari e se ne è servito talvolta, 'per attuare i principi che egli stesso aveva elaborato (...)'. Stalin plagia perché non può fare altro, perché è intellettualmente mediocre e infecondo, e perciò odia in segreto la superiorità intellettuale di Trockij, Bucharin etc., cui non sa perdonare, si serve delle loro idee, caso per caso, di volta in volta, secondo le circostanze e, dopo averle fatte sue, passa all'offensiva contro i derubati, perché non i principi contano, ma il monopolio del potere» (G. Bocca, op. cit., pp. 184-185)'] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]

 
F. Scott Fitzgerald, la lotta contro la sconfitta PDF Stampa E-mail
FITZGERALD F. Scott, 28 racconti. ARNOLDO MONDADORI EDITORE. MILANO. 1960 pag 840 16°  premessa di Malcolm COWLEY (F. Scott Fitzgerald, vita e opere, ndr); traduzione di Bruon ODDERA; Collezione Medusa. ['Negli anni 1935 e 1936, subì un completo tracollo fisico ed emotivo (...). Le cause del tracollo non sono misteriose e Arthur Mizener le ha descritte  con molta comprensione in 'The Far Side of Paradise'. I sintomi, descritti dallo stesso Fitzgerald, furono dolorosi in modo straziante, ma per nulla inconsueti. (...) Fitzgerald, nonostante tutti i suoi tormenti, si trovava ancora in purgatorio e non in quei gelidi gironi dell'inferno in cui il cuore si raggela. Proprio perché si avvinghiò alla sua sincerità e al suo senso dei valori, soffrì più degli autentici dannati. "Era disperazione, disperazione, disperazione... disperazione giorno e notte" disse un'infermiera che lo aveva curato nel 1936. Fitzgerald passava le notti insonni meditando incupito su ciò che non era riuscito a compiere. Verso le tre del mattino, scrisse, il vero orrore "prendeva forma sui tetti, e negli striduli clacson dei tassì, i gufi della notte. Orrore e sperpero... (...) In momenti come questi l'uomo conserva il senno con la forza di volontà, oppure lo perde mediante ciò che equivale a una deliberata decisione. Fitzgerald non si rifugiò nei sogni o nelle illusioni o in alcun altro surrogato dell'utero materno. V'era un nucleo duro  nel suo carattere - chiamatelo puritanesimo del Middlewest, se vi piace, o cattolicesimo irlandese della borghesia, o semplicemente ostinazione - ed esso gli impedì di rinnegare gli obblighi che aveva con la famiglia, con i creditori, con il proprio talento in quanto artista. (...) Fino al momento della morte Fitzgerald aveva scritto circa 160 racconti; non sarebbe facile determinarne il numero esatto perché una parte del suo lavoro si trovava sulla linea di confine tra la narrativa e il saggio brillante, o "articolo da rivista". I quarantasei racconti inclusi nelle quattro antologie pubblicate comprendono quasi tutti i migliori, ma non proprio tutti, in quanto Fitzgerald era un giudice acuto ma bizzarro del proprio lavoro. L'ultima raccolta, 'Taps at Reveille', apparve nel 1935 e i racconti degli ultimi anni non sono mai stati ristampati. Su tutto ciò si basa la presente scelta, nella quale ho tentato di riunire i migliori racconti scritti in ogni fase della carriera di Fitzgerald. Complessivamente, i ventotto racconti formano una storia non ufficiale di due decenni di vita americana, o meglio di un decennio con le sue lunghe ripercussioni. (...) Ma non si limitano a parlare per il loro tempo, in quanto parlano anche per l'Autore; e, considerati nel loro insieme, costituiscono una sorta di diario di tutta la sua carriera. Fu una carriera diversa da quella che ci eravamo aspettata dopo aver letto i suoi primi libri e dopo aver saputo del suo declino. Quel che sembra assumere importanza, ora, non consiste nei primi successi, nell'abbandono e nello scoramento degli anni successivi, e neppure nel contrasto tra i due periodi, che offre facili spunti ai romanzi d'altri scrittori; si tratta soprattutto della lotta contro la sconfitta, e del genere di ben definito trionfo cui egli pervenne grazie a tale lotta. Fitzgerald rimane un esempio e un archetipo, ma non soltanto del 1920 e degli anni seguenti; egli rappresenta, in ultima analisi, lo spirito umano in una delle sue forme definitive' (Malcolm Cowley, premessa) (pag 32, 34-35, 39-40)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
La brutalità di gran parte della narrativa popolare militare post bellica PDF Stampa E-mail
MOSSE George L., Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti. EDITORI LATERZA. BARI ROMA. 1999 pag 284 8°  ringraziamenti, introduzione: 'Una diversa specie dei guerra', note, foto, illustrazioni, indice nomi; traduzione di Giovanni FERRARA DEGLI UBERTI; Collana Biblioteca Universale Laterza. George L. Mosse (1918-1999) è stato uno dei più grandi storici del nazismo e del fascismo, di cui ha rinnovato profondamente l'interpretazione. Ha insegnato nell'Università di Madison (Wisconsin) e nell'Università ebraica di Gerusalemme. Tra le sue opere tradotte in italiano: 'Le origini culturali del Terzo Reich', Milano, 1994; 'La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania, 1815-1933', Bologna 1984. Per i tipi della Laterza: 'Intervista sul nazismo', 'Il razzismo in Europa', 'L'uomo e le asse nelle ideologie nazionaliste'. ['Più importanti furono i tentativi di riscattare l'immagine del soldato, ma senza far riferimento alle SS. In 'Null-Acht-Fünfzehn (08/15, 1954), il più popolare romanzo di vita militare pubblicato nella Germania postbellica, Hans Hellmut Kirst ce ne offre un compendio: «Il mestiere delle armi (...) diventa qualcosa di negativo soltanto se la causa per cui si combatte è malvagia. Supponiamo che Hitler abbia iniziato una guerra sapendo bene che cosa stava facendo (...) allora i migliori soldati diventano i membri di una banda di assassini. Ma il mestiere delle armi in quanto tale (...) è qualcosa di completamente diverso» (55). Era forse da considerarsi ovvio che dopo la guerra un gran numero di libri e giornali continuassero, specialmente nella loro descrizione dei combattimenti, a promuovere gli ideali guerreschi dell'eroismo e del coraggio virile. Il più delle volte non sono menzionati né il nazismo né Hitler (diverso è il caso del romanzo di Kirst, che è antinazista). Ma, pur criticando i vincoli della vita militare e facendo osservazioni antinaziste, anche 'Null Acht-Fünfzehn' evita di affrontare i temi specifici che discendono dalla guerra e dalla sconfitta. Tipici di questa riappropriazione della guerra sono i «Landserhefte» («Diari di fante», libricini comparsi irregolarmente a partire dai tardi anni Cinquanta, e che si sono venduti letteralmente a milioni di copie: ancor oggi è possible acquistarle presso tutte le rivendite di giornali. Come c'informa il loro sottotitolo - 'Resoconti di esperienze della seconda guerra mondiale' - essi contengono storie di battaglie e di imprese eroiche. Si tratta di storie brutali, in cui al nemico si rompono le ossa, gli si sfonda il cranio, lo si impala su una baionetta. I «Landserhefte» sono aggressivamente antibolscevichi, con titoli come 'Cacciando Tito' o 'Le fiamme inghiottono Stalingrado'. Né  vengono risparmiati gli italiani (questi 'maccaroni') e gli slavi. Eccettuati  i libretti dedicati agli ex eroi di guerra, al centro della scena sta la rude figura del fante (di qui il titolo della serie); e sino alla fine degli anni Sessanta lo sfondo storico offerto dalla narrazione era nel migliore dei casi assai sommario. In seguito, una maggior mole di ricerca storica sembra essersi riversata in questi libriccini. Un decennio più tardi, comparvero dichiarazioni antibellicistiche: «cinquantacinque milioni di esseri umani persero la vita durante l'ultima guerra. Ciò non dev'esser dimenticato. È questa la ragione dell'esistenza dei 'Landserhefte'». (...) Definire questa letteratura marginale sarebbe inesatto - ha avuto un pubblico troppo grande - benché sembri probabile che la maggior parte dei suoi lettori vi abbiano cercato non l'elogio di un'immagine guerresca della mascolinità, ma semplicemente delle storie d'avventure. I «Landserhefte» s'inquadrano nella brutalità di gran parte della narrativa popolare post bellica (...)']  (pag 241-242) [(55) Hans Helmut Kirst, 'Null-Act-Fünfzehn', Wien, 1954, p. 304 (trad. it. '08/15. La rivolta del caporale Asch', Milano, 1964; '08/15. La strana guerra del sottufficiale Asch', Milano, 1965; '08/15. La vittoria finale del tenente Asch', Milano, 1967] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]


 
1925: la dura condanna di Ernesto Buonaiuti da parte della Curia romana PDF Stampa E-mail
BOATTI Giorgio, Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini. EINAUDI. TORINO. 2001 pag 336 16°  presentazione introduzione note indice nomi. Giorgio Boatti, giornalista, ha al suo attivi molti volumi dedicati alla storia contemporanea. [L' 8 ottobre 1931 Mussolini impone ai professori universitari il giuramento di fedeltà al regime fascista. Dodici ordinari su 1250 rifiutano di piegarsi al duce, perdendo nello stesso tempo la cattedra e la libertà: Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi della Vida, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Francesco ed Edoardo Ruffini, Lionello Venturi, Vito Volterra] [La dura condanna di Buonaiuti da parte della Curia. 'Ma più che da queste vicende politiche Buonaiuti è incalzato dall'azione della Curia che reitera le condanne: la scomunica a termine, l'inserzione nell'Indice dei libri proibiti di tutti i suoi libri e scritti, il divieto di tenere conferenze e insegnare nelle scuole pubbliche su temi attinenti la religione. E poiché Buonaiuti continua invece a non rinunciare alla cattedra s'arriva il 28 gennaio 1925 a un più duro provvedimento: i Cardinali Inquisitori Generali oltre a ribadire le precedenti sanzioni privano Buonaiuti "(...) del diritto di vestire l'abito ecclesiastico a tutti gli effetti penali che ne derivano...(...)". Trascorre qualche mese. Non potendo più contare sulla protezione del cardinale Gasparri, sempre più impegnato peraltro a tessere la tela di quella che sarà la Conciliazione tra Stato e Chiesa, Buonaiuti scrive una lettera a Pio XI chiedendo la remissione dei provvedimenti che lo hanno colpito. Il papa manda come suo inviato presso Buonaiuti padre Agostino Gemelli, (...). Tra Buonaiuti e il francescano - che la Segreteria di Stato ha chiamato a Roma, per compiere la sua missione, con un telegramma in cui viene detto che dovrà «assistere un malato» - si succedono diverse riunioni «tutte penose e amare». La rinuncia alla cattedra universitaria viene ribadita in tutte le tonalità come condizione preliminare a ogni perdono. Addirittura Gemelli, saputo che è in corso di pubblicazione presso Zanichelli un volume su Lutero e la Riforma frutto di un suo corso accademico, si dichiara pronto a correre a Bologna ed acquistare in contanti l'intera tiratura dell'opera così che non venga messa in commercio, proteggendo in questo modo - secondo il fondatore della Università Cattolica - le coscienze dei credenti dal veleno distillato dall'insegnamento e dagli scritti di Buonaiuti. Sfinito dagli incontri - all'ultimo partecipano anche quattro allievi come testimoni - Buonaiuti sta quasi per cedere alla richiesta di dimissioni. Si è già seduto alla scrivania e sta vergando la lettera in cui rinuncia alla cattedra quando «un imperioso comando dall'intimo mi irrigidì la mano». Il documento non viene sottoscritto. Gemelli, sempre più irritato, raccoglie le sue carte e se ne va: «Voi, Buonaiuti, avete preposto una cattedra universitaria al sacerdozio». Arriva una nuova deliberazione dalla Curia romana. È la sanzione massima: col decreto del 25 gennaio il sacerdote Ernesto Buonaiuti scomunicato nominalmente e personalmente...». La comunità ecclesiale allontana come un appestato la pecora nera. Secondo i dettami del codice canonico allora in vigore se uno scomunicato vitando entra in chiesa lo si dovrà espellere dall'edificio e quindi provvedere a una rinconsacrazione del luogo. Se, invece, per sbaglio la sua salma finisse in terra consacrata bisognerà riesumarla, affidandola a terreno profano' (pag 256-257-258)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
L'Italia in Libia: 'la distinzione fra colonialismo giolittiano e fascista è solo di comodo...' PDF Stampa E-mail
HOLMBOE Knud, Incontro nel deserto. Un danese convertito all'Islam attraversa nel 1930 il Nord Africa scoprendo il vero volto del colonialismo italiano. LONGANESI. MILANO. 2005 pag 330 8°  premessa dell'autore, cartina, postfazione di Alessandro SPINA, traduzione e note di Eva KAMPMANN; Il Cammeo. Knud Holmboe (1902-1931) nacque in una famiglia della borghesia danese. Cominciò giovanissimo a scrivere resoconti di viaggio per un quotidiano di Copenaghen: nel giornalismo vide un'opportunità per fuggire dalla grigia monotonia di un ambiente che la sua indole non sopportava. Dal 1924 viaggiò in Africa, Persia, Iraq, Turchia e nei Balcani. Affascinato dalla civiltà araba, si convertì all'Islam assumendo il nome di Ali Ahmed. Nel 1931 fu assassinato mentre si trovava in Arabia. ['Chi conosce la letteratura coloniale potrebbe citare mille altri esempi. Ebbene il Croce, nella sua 'Storia d'Italia dal 1871 al 1915', pubblicata nel 1928, testo di riferimento per tanta parte dell'antifascismo italiano, dopo aver sommariamente spiegato perché nell'11 l'Italia 'andava a Tripoli', se la sbrigava così, di quel cumulo di morti: «...queste ragioni fecero sentire la loro forza a un uomo come Giolitti, punto fantasioso e retore, ma che comprese quel che l'Italia desiderava, come un padre che si avvede che la figliola ormai è innamorata e provvede a darle, dopo le debite informazioni e con le debite cautele, lo sposo che il suo cuore ha scelto». Scritto bene? Senza dubbio, però la metafora è di una banalità agghiacciante, anzi repellente. Un altro esempio? Il conte Sforza, ministro degli Esteri (...). Il lettore avrà notato che siamo andati a scegliere due esempi (Croce e Sforza) in zona per così dire alta. Lasciamo andare i gazzettieri, i viaggiatori, i letterati eccetera. Una curiosità della letteratura coloniale è che i libri migliori li hanno scritti i militari, come il colonnello De Agostini col suo fondamentale studio sulle tribù della Cirenaica: altro che i nostri intrepidi giornalisti (la guerra di Libia cominciò nell'11, ben prima dell'avvento del fascismo, e acutamente Eugenio Garin ha indicato in quella letteratura l'annunzio dei tempi funesti che difatti seguirono a distanza di un decennio). Ancora più in alto potremmo ricordare uno scritto di Giovanni Pascoli, addirittura imbarazzante nella sua formulazione, proprio il poeta che si inteneriva su tutto e che i cannoni invece esaltavano (suggerendo una soluzione per 'la grande proletaria'; il problema demografico che spinge avventurati popoli ad accettare emigrando ogni umiliazione per un tozzo di pane, passa da una nazione all'altra, precedente che oggidì si trascura in saccenti e altezzosi articoli sul drammatico stato demografico mondiale); per non parlare di D'Annunzio che invece aveva l'esaltazione facile e che scrisse tanti versi (brutti in verità, persino quell'invidiabile talento si afflosciava in questa disgraziata bisogna). Mi chiedevo che mai avrebbe scritto Giosuè Carducci se fosse stato vivo, lui romano di ispirazione o restauratore della romanità. Ma qualche volta si è felicemente smentiti. Trovai una sua dichiarazione, al tempo di Crispi, in cui diceva, cito a memoria, che non era possibile che l'Italia del Risorgimento si imbarcasse in una guerra coloniale, dichiarazione che gli fa onore. Abbiamo detto che la distinzione fra colonialismo giolittiano e fascista è solo di comodo. Così pure fa sorridere la generosità di certi circoli oggi nella condanna della guerra etiopica mentre si sorvola sulla Libia, forse per non rendere involontariamente un servizio al mondo arabo. C'è un razzismo più abominevole di tutti, che si esercita sui morti, gli esempi sarebbero imbarazzanti. Come ricorda E.E. Evans-Pritchard, Badoglio, nel 1928, quindi in un anno vicino a quello del viaggio del Nostro, avuta la direzione riunita delle due province della colonia «marked his appointment with a flamboyant proclamation offering the Arabs the choice between unconditional surrender and extermination». Come volontà di 'civilizzazione' va riconosciuta un'indefettibile determinazione (di cui la Memoria farebbe bene a occuparsi, certo). Poco più avanti (queste citazioni possono servire a facilitare la lettura del libro), siamo nel 1929, si osserva che in nove anni di «'constant fighting' 'Cirenaica verde di piante' had, as Mussolini wrote, became 'rossa di sangue'». Lasciamo la citazione in inglese, palese trucco per ricordare al lettore che parla non una voce 'orientale' ma un rappresentante nobile della nazione che negli anni Quaranta liberò insieme entrambi i paesi, l'Italia e la Libia, dalla tirannia' [Alessandro Spina: Postfazione] (Alessandro Spina (Bengasi, 1927 - Rovato, 11 luglio 2013) è stato uno scrittore siriano naturalizzato italiano) (pag 324-325-326-327) [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]       



 
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