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La rivoluzione di Ottobre, il crollo dell'impero ottomano e le trattative di Brest-Litovsk PDF Stampa E-mail
McMEEKIN Sean, Il crollo dell'Impero ottomano. La guerra, la rivoluzione e la nascita del moderno Medio Oriente, 1908-1923. EINAUDI. TORINO. 2017 pag XIV 552 8°  introduzione elenco delle cartine nota dell'autore ringraziamenti, foto illustrazioni, note bibliografia indice nomi e località; Collana La Biblioteca.  Sean McMeekin insegna Storia al Bard College, New York. Per alcuni anni ha insegnato all'Università Koç di Istabul e all'Università Bilkent di Ankara. Ha pubblicato: 'The Berlin-Baghdad Express','The Russia Origins of the First World War', 'July 1914'. ['Tra tutti i miracoli in punto di morte che avevano salvato l'Impero ottomano nell'era moderna, la rivoluzione di Lenin fu sicuramente il più grande. L'inverno precedente aveva visto la Turchia agli sgoccioli, mentre la Gran Bretagna e la Francia erano pronte a reclamare ciò che restava della carcassa ottomana. Con le armate russe che si stavano sciogliendo, Talât Pascià, ora gran visir, pensava che il colpo di Lenin avesse «aperto le porte alla realizzazione dell'Impero orientale turco». Quotidiani ottomani equilibrati come «Sabah» e «Tasvir-i-Efkar» discutevano dell'«immediato recupero di terre nell'Anatolia orientale e in Transcaucasia». Tradotto in politica, ciò significava che i diplomatici ottomani inviati ai negoziati per l'armistizio a Brest-Litovsk potevano chiedere non soltanto la restaurazione dei confini del 1914 tra Turchia e Russia, ma anche quelli del 1877, compresa l''Elviye-i-Selâse', le «tre province» di Kars, Ardahan e Batumi conquistate della Russia dopo l'ultima guerra russo-ottomana. Persino Baku, centro dell'industria petrolifera russa e porta del Mar Caspio e dell'Asia centrale turca, adesso poteva entrare in gioco, anche se lì i turchi avrebbero dovuto competere con i loro alleati tedeschi, che volevano il petrolio. Dopo un periodo orribile nel 1916, Enver sembrava destinato a entrare nella storia come il più grande turco vivente, l'uomo che aveva sconfitto l'acerrimo nemico dell'impero a nord. Ovviamente, trasformare Enver Pascià in un eroe «Gazi» non era proprio quello che i bolscevichi avevano in mente di fare prendendo il potere. Dalla prospettiva di Lenin, andava benissimo che il cessate il fuoco avesse accelerato la disintegrazione delle armate zariste, eliminando il tal modo l'arma più pericolosa della controrivoluzione. Ma ciò non significava che voleva consentire ai nemici della Russia di costruire i propri imperi a sue spese' (pag 368)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]     
  

 
'Sull'origine delle comunitā ebraiche in Europa Orientale' PDF Stampa E-mail
OVADIA Moni, L'ebreo che ride. L'umorismo ebraico in otto lezioni e duecento storielle. EINAUDI. TORINO. 1998 pag 224 16°  Confessione, glossario, note; Einaudi Tascabili, Stile libero. Moni Ovadia è nato a Plovdiv, in Bulgaria, nel 1946 da una famiglia ebraica. Nel 1993 si impone al grande pubblico con 'Oylern Goylem', sorta di teatro musicale in forma di cabaret (...). ['Un altro evento storico influisce, a parere di alcuni studiosi, sull'aggregarsi delle comunità ebraiche dell'est-Europa e sulla loro consistenza numerica: la dissoluzione dell'impero dei Khazari. Di origine etnica incerta, forse turco-finnica, i Khazari, giunti verso la metà del VI secolo nelle steppe del Caucaso, vi fondarono un potente impero che si estendeva dal basso Volga al medio Dnepr comprendendo la Crimea con capitale Itil' sul delta del Volga. Dediti al commercio, i Khazari godettero di grande fioritura economica grazie agli stretti rapporti con i Bizantini, con i quali frequentemente si allearono, arrivando anche ad imparentarsi con essi. Collocati in prossimità di due grandi imperi - come appunto quello bizantino e quello della potenza araba, entrambi sorretti culturalmente e spiritualmente da due religioni forti e monoteiste come il cristianesimo e l'islamismo - i Khazari sentirono il bisogno di emanciparsi da una «debole» fede animista e si rivolsero verso l'unica fede monoteista a portata di mano che non avrebbe potuto creare loro problemi di influenza egemonica: l'ebraismo. È documentato che verso la fine del 700, Re Bulan, 4.000 nobili della corte e una parte della popolazione si convertirono all'ebraismo. Una testimonianza di questo evento è il dialogo filosofico 'Il Khazaro o il re dei Khazari' di Guido Levita. Questa conversione non sortì, come d'abitudine in questi casi, devastanti effetti di intransigenza, perché i regnanti khazari mantennero nei confronti degli altri due monoteismi - così come verso l'antica fede animista - spirito di tolleranza e parità di diritti. Nel IX secolo, sotto i colpi prima dei magiari e poi dei russi, iniziò la loro decadenza, che doveva concludersi con la dissoluzione definitiva dell'impero khazaro nei primi due decenni del X secolo' (pag 29)] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
 
Pearl Harbor: attraverso quattro intercettazioni, Roosevelt apprese dell'azione militare giapponese PDF Stampa E-mail
STINNETT Robert B., Il giorno dell'inganno. La verità su Pearl Harbor. IL SAGGIATORE. MILANO. 2004 pag 479 8°  personaggi, prefazione, appendice A. Proposta d'azione di McCOLLUM; appendice B. Ricerche per 'Il giorno dell'inganno'; appendice C. Una serie di avvenimenti del governo degli Stati Uniti; appendice D. Documenti scelti dei servizi informativi, 1940-1941; appendice E. Trentasei americani autorizzati a leggere le intercettazioni diplomatiche e militari giapponesi nel 1941; note, foto illustrazioni, indice nomi argomenti località; Collana Net Storica. 'Questo libro è dedicato allo scomparso esponente democratico del Congresso John Moss (rappresentante della California), a cui si deve la legge sulla libertà di informazione (Freedom of Information Act). Senza tale legge, questo libro non avrebbe visto la luce. Robert B. Stinnett, militare nella Marina degli Stati Uniti dal 1942 al 1946 e più volte decorato, ha lavorato come giornalista e fotografo per la Dakland Trbune fino al 1986, quando si è dimesso per dedicarsi al libro su Pearl Harbor. Esperto della guerra del Pacifico, ha collaborato con la BBC e la rete giapponese NHK'. ['Dopo il ritorno alla Casa Bianca, il 1° dicembre, Roosevelt discusse per più di un'ora con il ministro della Marina Knox, il segretario di Stato Hull e con l'ammiraglio Stark, l'unico ufficiale militare presente. Almeno quattro messaggi diplomatici tra Giappone e Germania attendevano il presidente. Durante l'ultima settimana di pace, il ministro degli Esteri giapponese, Shigenori Togo, il suo ambasciatore in Germania, il barone Hiroshi Oshima, e l'ambasciatore di Washington Kichisaburo Nomura, furono loquaci nelle loro trasmissioni puntolinea come lo era stato l'ammiraglio Nagumo (12). Attraverso queste quattro intercettazioni, Roosevelt apprese che l'azione militare giapponese era vicina. Tutte e quattro furono raccolte da una delle postazioni di ascolto del Pacifico, la stazione SAIL di Seattle, che ascoltò di nascosto le trasmissioni radio del ministro degli Esteri e i messaggi inviati in codice Purple, il più sicuro dei sistemi di codifica per le missioni diplomatiche d'oltreoceano. Un'intercettazione della stazione SAIL del 28 novembre riporta: "Nel giro di pochi giorni i negoziati tra Stati Uniti e Giappone saranno di fatto interrotti, non date l'impressione che i negoziati siano già cessati". Seguirono altri due dispacci di Togo; contenevano istruzioni per l'ambasciatore Oshima a Berlina e fornivano ulteriori informazioni circa le intenzioni del ministro degli Esteri. Erano diretti a Adolf Hitler e al suo ministro degli Esteri, Joachim von Ribbentrop. Uno di questi dispacci recitava: "Comunica loro in massima segretezza che esiste un serio pericolo che la guerra possa scoppiare improvvisamente tra le nazioni anglosassoni e il Giappone attraverso qualche scontro d'armi. Potrebbe accedere più in fretta di quanto si possa immaginare". Roosevelt chiese una copia del messaggio da conservare nel suo archivio personale (13). Sebbene nessuno dei dispacci in codice Purple citati sopra menzionasse Pearl Harbor come bersaglio dell'attacco, una quinta intercettazione ricevuta a metà settimana avrebbe eliminato qualsiasi dubbio' (pag 209)] [(12) Cfr. i messaggi del ministro degli Esteri Shigenori Togo in PHPT 12 pag. 195 (Togo all'ambasciatore Nomura a Washington: "Non dia l'impressione che i negoziati si siano interrotti", 28 novembre 1941), pag 204 (un messaggio in due parti dall'ambasciatore Oshima a Berlino: "Comunichi a Hitler che esiste un estremo pericolo che scoppi la guerra con gli Stati Uniti", 30 novembre 1941), pag. 206 (Togo all'ambasciatore Oshima a Berlino: "gli Stati Uniti considerano il Giappone un nemico", 30 novembre 1941), pag. 208 (Togo all'ambasciatore Nomura a Washington: "Per impedire che gli Stati Uniti diventino eccessivamente sospettosi dica che i negoziati sono ancora in corso", 1° dicembre 1941); (13) Per la richiesta di F.D.R. di avere una copia del dispaccio di "estremo pericolo", cfr. Feis, Herbert, 'The Road to Pearl Harbor', Princeton University press, 1950, pag 346] [ISC Newsletter N° 93] ISCNS93TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
 

 
La Germania sapeva che la produzione bellica del nemico era quantitativamente superiore... PDF Stampa E-mail
MILWARD Alan S., L'economia di guerra della Germania. FRANCO ANGELI. MILANO. 1972 pag 228 8°  abbreviazioni prefazione note appendici: tabelle, bibliografia opere bibliografiche. La prima analisi dell'economia nazista: come era organizzata - quali erano i rapporti tra il partito nazista e la grande industria - il ruolo di Speer e di Hitler. Superiorità qualitativa negli armamenti. ['In tutto questo periodo (gennaio 1942 - dicembre 1944, ndr), la Germania ebbe come antagonisti paesi potenzialmente molto più forti. Nessun responsabile dell'economia tedesca riteneva che la produzione interna potesse raggiungere i livelli degli avversari. La Germania, sebbene impegnata in una lunga guerra, non sperava di superare i livelli produttivi degli avversari. Dato il livello degli armamenti tedeschi Hitler dubitava, dopo Stalingrado, che la guerra sul fronte orientale potesse essere vinta con un altro attacco massiccio (2), sebbene le sue opinioni al riguardo abbiano spesso registrato profondi mutamenti. Ma sia Hitler, sia il Ministero di Speer erano convinti che fosse ancora possibile vincere la guerra. Hitler riteneva che nelle condizioni imposte da una lunga guerra la società tedesca fosse in grado di sopportare lo sforzo molto meglio di quella russa o americana. Ma i suoi calcoli strategici non erano basati su questi pregiudizi facilmente individuabili, bensì sul concetto di «superiorità qualitativa». Hitler assumeva che la tecnologia tedesca poteva sempre fare un passo innanzi agli avversari nel settore degli armamenti. La Germania non poteva impedire che la produzione bellica del nemico fosse quantitativamente superiore: ma poteva ancora vincere la guerra contro la produzione di massa affidando alla propria tecnologia e alla scienza il compito di mantenere una superiorità qualitativa in molti armamenti specifici (3)" (pag 115-116) [(2) Hitler, Legebesprechungen, 1942-1945, pag. 122; (3) Rapporto Speer n. 6]. A.S. Milward, ha ricostruito in questo saggio le vicende dell'economia di guerra nazista, mettendo in relazione le scelte di strategia politica e bellica con l'organizzazione economica, evidenziando fatti e personalità - come ad esempio il ruolo di Speer e di Todt - che rendono vivissima la lettura di queste pagine di storia economica recente, offrendo spunti attuali di riflessione e consentendo una migliore e più acuta comprensione della realtà del regime nazista. A.S. Milward, insegna presso l'Università di Londra (1972) (quarta di copertina)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
  

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'Sopravvalutazione dello spirito internazionalista del partito socialista e delle sua capacitā...' PDF Stampa E-mail
ISNENGHI Mario, Le guerre degli italiani. Parole, immagini, ricordi. 1848-1945. CORRIERE DELLA SERA. MILANO. 2020 pag VII 385 8°  introduzione alla presente edizione di Nicola LABANCA introduzione di Mario ISNENGHI, note bibliografia indice nomi; Serie: 'Le guerre degli italiani', a cura di Nicola LABANCA, 25. ['Ciò che era fallito (o si era voluto evitare) il 24 maggio, riesce in maggior misura l'8 novembre 1917, nel cosiddetto proclama di Peschiera. L'esercito ha appena «fatto» Caporetto e nell'antica fortezza austriaca sul Lago di Garda sono convenuti i capi politici e militari dell'Intesa per stabilire se e che cosa sia ancora in grado di fare l'Italia, che la rotta di ottobre presenta in quel momento come il ventre molle dell'alleanza. (...) Il proclama regale era stato un sigillo istituzionale su tutto questo e un riequilibrio delle forze e dei valori in campo in senso tradizionalista e dinastico. Dopo Caporetto, questo non è più consigliabile né possibile. Sciolta l'ipoteca dinastica, la guerra può continuare e riprendere vittoriosamente solo se si rigenera come guerra unanimista di sentimenti e di valori, mobilitando tutte le energie sociali, facendo appello ai borghesi quanto ai militari, chiamando in causa il civismo, l'unità nazionale, persino «il popolo che lavora». A Peschiera, accanto al Re e ai ministri di parte liberale, c'era anche il ministro Bissolati, socialista e patriota. Già da un anno Cesare Battisti, un altro parlamentare socialista, è divenuto apostolo e martire di una riunificazione nazional-popolare. Persino per Filippo Turati l'Italia è al Piave. Quello che sta venendo è il momento di coloro che gli internazionalisti bollano sprezzantemente come «socialpatrioti». L'appello alle virtù sociali non esclude affatto, anzi, si combina con quello alle virtù nazionali. L'ipotesi politica è quella del blocco unico di resistenza, capace di lasciare da parte ogni conflitto e partito, e anche ogni divisione nell'analisi delle cause dell'accaduto. Qui bisogna tenere presente che, viceversa, intanto, si era scatenata la ridda delle interpretazioni, delle accuse e delle chiamate di correo per Caporetto: sconfitta militare o «sciopero» dei soldati, disgrazia o sabotaggio, sfortunate contingenze o tradimento vero e proprio? Correvano tutte le voci, accreditate - anche le più aspre e inquietanti - ai massimi livelli di autorità. Lo stesso generale Cadorna, è risaputo, aveva cercato di far ricadere la colpa su alcuni reparti che avrebbero volutamente tradito e gettato le armi, arrendendosi: la «brigata Scappa» di cui molti sussurrano. Dietro quest'interpretazione di Caporetto - che il Governo cerca affannosamente di bloccare - c'è la sopravvalutazione, effettiva o strumentale, dello spirito internazionalista del partito socialista e della sua volontà e capacità di organizzare in concreto l'estraneità e l'insubordinazione delle masse' (pag 71-73)] [ISC Newsletter N° 92] ISCNS92TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]   
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