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La crisi mondiale muta gli equilibri dell'età giolittiana e della «conciliazione silenziosa» PDF Stampa E-mail
SPADOLINI Giovanni, Coscienza laica e coscienza cattolica. Le due Rome fra '800 e '900. LE MONNIER. FIRENZE. 1988 pag XIX 465 8°  prefazione dell'autore, note bibliografiche, appendice: introduzione, 'La questione romana e i rapporti tra Chiesa e Stato nelle pagine della «Nuova Antologia» (1867-1945) [brani di Antonio Scialoja, Diomede Pantaleoni, Quintino Sella, Vilfredo Pareto, Terenzio Mamiani, Marco Minghetti, Ruggero Bonghi, Francesco Nobili Vitelleschi, Raffaele De-Cesare, Romolo Murri, Luigi Luzzatti, Gioacchino Volpe, Ernesto Nathan, Francesco Ruffini, Arturo Carlo Jemolo, Tommaso Tittoni, Luigi Salvatorelli', documenti, cronologia: 'Stato e Chiesa, 1798-1945', postfazione: 'Perché le due Rome', indice nomi, referenze fotografiche e iconografiche (378 tavole, illustrazioni fuori testo). ['È l'epoca liberale, evocata in questo nostro libro. L'epoca che va dal 1861 al 1914, che accompagna l'adolescenza di una nazione appena nata. Una nazione contrastata e insidiata, al suo interno, da due grandi opposizioni che talvolta tendono a stringersi la mano sulla testa delle istituzioni liberali, incomplete, fragili, malferme, nate dal miracolo del riscatto nazionale: l'opposizione cattolica , attendata enlle catacombe del «non expedit» e l'opposizione operaia, destinata ad alimentare la potente protesta del socialismo, in dialettico raccordo coi filoni della democrazia artigiana sopravvissuti al mazzinianesimo. Due Rome anche allora: la Roma laica e la Roma cattolica che si fronteggeranno, quasi con le armi al piede, per i ventidue anni contrastati del regno di Umberto I, fino alla distensione dell'età giolittiana, fino all'avvio della conciliazione silenziosa interrotta solo dalla tempesta devastatrice della guerra e del primo dopoguerra. È la grande crisi mondiale: la crisi che parte dalla successione di Salandra a Giolitti, dalle violenze del «radiosomaggismo» che impone il sopruso interventista ad un paese in grande maggioranza incerto o perplesso. È la crisi che mette alla prova, durante oltre tre anni di atroci vicende belliche, la legge delle Guarentigie, elaborata dai successori di Cavour, nello spirito del conte, che consente di affermare il successo dell'esperimento, il ponte dell'asino felicemente superato. È la crisi che, nel grande turbamento e disorientamento del dopoguerra, ripropone l'attualità del neutralismo cattolico, ridà un significato e un valore alla parola di pace e di imparzialità, levatasi dal magistero vaticano con l''Ad beatissimi' e con l'«inutile strage», permette ai cattolici politici di entrare per la prima volta nell'agone parlamentare, senza inibizioni e senza schermi, all'insegna di quel partito popolare in cui la conciliazione con la democrazia è avviata, in cui il rancore dell'antirisorgimento è in via di consumazione. È la grande crisi mondiale che non si conclude con il dopoguerra che si esaspera con l'avvento della dittatura fascista, che rimette in discussione tutti i faticosi e gelosi equilibri realizzati nell'età giolittiana, che annulla lo spirito di quella «conciliazione silenziosa» come conciliazione delle coscienze, in cui anche il partito popolare aveva potuto dispiegarsi e fiorire' (pag XVII-XVIII, prefazione]  [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]  
  

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Diritto di rivolta: quanto tollerare il tiranno e quando respingerlo PDF Stampa E-mail
SANTONASTASO Giuseppe, Il pensiero politico di S. Tommaso d'Aquino. NUOVA ANTOLOGIA. ROMA. N° 2079, MARZO 1974 pag 332-335 ['L'uomo è per natura un animale socievole. Il comando spetta a uno solo, che diriga al bene comune: il compito dello Stato riguarda i beni esterni dell'individuo, che sono «integrati»  dai beni spirituali, dominio della Chiesa. Scopo della legge naturale è la tranquillità materiale degli uomini; e il fare la legge spetta al popolo o ai suoi rappresentanti. L'ideale politico supremo per S. Tommaso è il governo misto: nella trattazione sulle forme di governo (monarchia, aristocrazia, politìà) e di quelle degeneri (tirannide, oligarchia, democrazia) egli segue ancora Aristotele. San Tommaso ammette il diritto di rivolta contro il tiranno, ma distingue il tiranno da tollerare e quello da respingere a seconda delle conseguenze dell'azione tirannica; confuta la tesi dell'usurpazione del potere, perché il popolo esercita un'autorità pubblica tramite il rappresentante ufficiale della comunità. San Tommaso non giunge al tirannicidio, come Giovanni da Salisbury, ma sostiene che si deve sopportare una tirannide limitata per tema di un maggior danno. Poiché lo Stato si fonda sui patti, il diritto di opposizione riguarda in modo particolare l'amministrazione della cosa pubblica, non la somma del potere politico. La legge deve essere in concordanza con la religione e in rapporto con la legge di natura. In relazione alla funzione legislativa è la funzione giudiziaria; il giudice deve sempre giudicare secondo la legge scritta. Uno dei problemi fondamentali affrontato da S. Tommaso è quello della proprietà: con Aristotele, egli ammette che la proprietà privata delle cose esterne è legittima, ma condanna sia l'individualismo,sia le forme di vita sociale in cui tutto è comune (4). L'uomo non deve considerare le cose esterne come proprie, ma estese a tutti. Secondo il diritto naturale, non v'è distribuzione di proprietà che poggi su un contratto umano: essa dev'essere interpretata in rapporto alle condizioni storiche. S. Tommaso si oppone perciò alle grandi disuguaglianze provocate dalla proprietà e alle alienazioni in perpetuo, che tendono solo a salvaguardare il principio della successione di parentela' (pag 333-334) [(4) N. Petruzzellis, Lineamenti di filosofia politica, Napoli, 1955, pp. 92-107; C.M. Moschetti, Gubernare navem, gubernare rem publicam', Milano, 1966, pp. 202-218] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

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L'antisemitismo, il nazismo e Jung PDF Stampa E-mail
PITTO Andrea, Jung l'eretico. Misticismo, esoterismo, meccanica quantistica, nazismo. TRANSEUROPA. MASSA. 2022 pag 252 8°  introduzione, note, bibliografia citata e di riferimento. ['Nel febbraio 1934 la rivista 'Neue Zurcher Zeitung' pubblica un articolo dello psichiatra svizzero Gustav Bally che, con toni ironici e incalzanti, chiede ragione a Jung della sua alleanza con le istituzioni naziste e, a proposito della distinzione da lui fatta fra psicologia ebraica e tedesca, Bally scrive: «Cosa intende Jung con questo? Vuole che a proposito di un lavoro scientifico, noi ci domandiamo: è germanico o ebraico? E come vuoi distinguere la psicologia germanica da quella ebraica? Quale valore avrebbe per la ricerca in scienze umane il fatto di considerare "altrimenti" le opere dell'ebreo Husserl e quelle di Meinong e Dilthey, di applicare il criterio razziale al lavoro degli psicologi della Gestalt tra i quali si trovano dei germanici come Von Ehrenfels, Wolfgang Kohler, ma anche ebrei come Koffa e Wertheimer (...). Perché dunque (Jung) non si obbliga prima di tutto a dire chiaramente in cosa consiste (...) questa così importante distinzione senza giudizio di valore tra Ebrei e germani, distinzione da cui egli si aspetta la salvezza della futura psicoterapia? (307)». Jung si impegna immediatamente a dare le risposte che il collega svizzero richiede con tanta urgenza. Innanzitutto Jung è convinto che vi sia la necessità assoluta di mantenere i contatti con gli psicoterapeuti tedeschi, considerando che, con l'avvento del nazismo, la psicoterapia potrebbe essere eliminata completamente. Egli vuole offrire il suo contributo affinché ciò non avvenga e dichiara che farebbe la medesima cosa se questa necessità emergesse a Mosca o a Pietroburgo. Porre l'attenzione sulla questione ebraica, anche sotto il profilo psicologico, non deve essere inteso in senso razzistico e denigratorio, ma come fenomeno da studiare alla stregua di qualsiasi altro e per farlo è necessario essere presenti in Germania altrimenti ogni canale di comunicazione tra certe idee e quelle naziste verrebbero meno. Jung, con la fama che si porta appresso, è l'uomo giusto per ottenere quel poco che è possibile nella situazione drammatica e minacciosa presente in Germania dopo l'avvento di Hitler al potere. Nella sua replica a Bally, Jung si sofferma molto sulla questione delle differenze. In effetti, sostiene, cominciando il suo ragionamento, che la necessità di uniformità non nasce in Germania, ma nasce almeno in ambito europeo, dalle pretese totalitarie della Chiesa che al tempo non usava filo spinato, ma 'faceva un largo consumo di legna da ardere'. Niente di nuovo dunque se in Germania la popolazione era costretta a esprimere segni di fedeltà con giuramenti sui principi del nazionalsocialismo' (pag 185-186) [dal cap. XII, 'L'antisemitismo e Jung' (pag 175-204)] [(307) 'Jung e l'ebraismo', 2001, p.46-47] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Genova: il ruolo del Magistrato dei Padri del Comune Conservatori del Porto e dei Moli PDF Stampa E-mail
BOSCASSI Angelo, Il Magistrato dei Padri del Comune Conservatori del Porto e dei Moli (1291-1797). STABILIMENTO FRATELLI PAGANO. GENOVA. 1912 pag 80 8° grande  presentazione, elenco cronologico dei Padri del Comune; elenco alfabetico dei Padri del Comune. ['Dopo il periodo delle invasioni barbariche e del governo dei Conti, istituito da Carlomagno, sorsero in Genova le Compagne, ossia aggregati di famiglie di cittadini, riunite col vincolo della mutua difesa contro il nemico o le prepotenze dei Conti, o dei Marchesi messi al governo dei confini della Marca. La Compagna precedette il Comune, perché questo ebbe vita dall'associazione delle Compagne. A capo di queste, ciascuna delle quali deliberava le sue leggi con pubblico parlamento, stava il Console rappresentante il potere esecutivo. Egli, nell'assumere l'ufficio, doveva giurare l'osservanza del Breve o Statuto. D questo regime non si hanno notizie certe che a datare dal 1100, cioè dalla serie dei Consoli conservataci dagli annali del Caffaro e dei suoi continuatori. Dapprima i Consoli furono 4 perchè 4 furono le prime Compagne di Genova; indi il numero dei Consoli si accrebbe fino a 10, dividendosi i Consoli dello Stato da quelli dei placiti: i primi preposti al governo della cosa pubblica; i secondi dall'amministrazione della giustizia. Le Compagne di Genova furono dapprima, come si disse, in numero di 4, poi di 7, denominate dalla regione in cui rispettivamente era diviso il Comune, cioè: Castello, S. Lorenzo, Macagnana, Piazzalunga, Porta, Soziglia, Portanova: infine si aggiunge l'ottava Compagna intitolata dal Borgo, fuori cinta. Cresciuti i cittadini in ricchezza, e quindi aumentate le ambizioni, si venne al rivolgimento del governo dai Consoli al Podestà forastiero nel 1217, e da questo nel 1257 ai Capitani del popolo, che governarono fino al 1339, anno in cui Simone Boccanegra assunse i titolo di Dux ed ebbe principio la serie dei Dogi popolari a vita, durata con varii intervalli di soggezioni straniere fino alla riforma di Andrea Doria del 1528, in cui iniziò la serie dei Dogi biennali, continuata fino a cadere della Repubblica nel 1797. Se nei primi tempi la somma del governo era accentrata, come si disse, in pochi, di mano in mano che il Comune acquistava vigore all'interno e preponderanza al difuori, si sentì il bisogno di suddividere i servizi pubblici e di preporre altrettanti Magistrati al governo degli affari: cosicché ne nacquero i massari del Comune, i clavigeri, gli ufficiali di credenza, l'ufficio di Gazaria, i Padri del Comune, ecc. Quest'ultimo Magistrato sorto dapprima col nome di 'Salvatores portus et moduli', aveva fra le sue principali mansioni: la conservazione e il miglioramento del porto, la costruzione dei moli e degli scali per l'approdo delle navi, il governo delle acque pubbliche, la pulizia dei rivi e dei fossati che che sboccavano in porto. Successivamente, per l'aggiunta di nuove e svariate attribuzioni, s'intitolò dai 'Patres Communis Conservatores portus et moduli', formando come la magistratura che sopraintendeva, oltreché al porto ed affari connessi, alla costruzione e restauro del pubblico acquedotto e delle cisterne, alla pulizia e mantenimento delle strade; aveva la sorveglianza di tutte le corporazioni d'arti e mestieri della Città, e l'autorità di giudicare le differenze sulla proprietà dei siti pubblici delle due riviere e di là dai Giovi, non che le cause dei negozii fatti per mezzo di pubblici mediatori; in altri termini questo Magistrato, che formava uno dei tanti rami di governo, per la specialità dei servizii di polizia, d'edilizia e d'igiene locali, cui disimpegnava, aveva molta analogia colle Amministrazioni Comunali di oggidì' (pag 3-5)] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]
  

 
Da 'Beati i poveri' a 'Beati i poveri di spirito': il cristianesimo primitivo e la sua base sociale PDF Stampa E-mail
DONINI Ambrogio, La basi sociali del cristianesimo primitivo. Corso pareggiato di "Storia del Cristianesimo" tenuto nell'anno accademico 1945-1946. Appunti raccolti da Ivia Serra e Franca Borrozzino. EDIZIONI DELL'ATENEO - UNIVERSITA' DI ROMA. ROMA. 1946 pag 127 8° (F)  introduzione, dati bibliografici. ['Studiare le basi sociali del Cristianesimo vuol dire vedere in mezzo a quali ambienti, a quali strati sociali (mercanti, artigiani, contadini, schiavi, ecc.) è nata la predicazione evangelica in Palestina; in mezzo a quali gruppi sociali si è diffusa nel mondo mediterraneo e in che modo i rapporti economici e sociali si sono riflessi nel movimento religioso cristiano. Ciò non significa diminuire l'importanza di questa ideologia, o ridurla alle cause economiche e sociali che l'hanno determinata; una volta che un'idea, sorta in determinati ambienti, è divenuta strumento di una massa umana, essa acquista a sua volta una forza autonoma e agisce sui rapporti sociali, spesso addirittura modificandoli. I gruppi ereticali del medio evo, difatti, o le correnti mistiche del dugento, erano movimenti che sorgevano sulla base di vasti spostamenti economici e sociali, delle aspirazioni dei contadini servi della gleba all'indipendenza e alla libertà; ma sarebbe ridicolo ritenere che S. Francesco, per es., fosse mosso da motivi economici. Questo vale naturalmente, oltre che per la storia del Cristianesimo, per tutte le religioni e per qualunque fenomeno storico. Alla luce di quest'indagine si spiegano soprattutto le contraddizioni e le diversità del testo nei documenti evangelici. Quando nel vangelo di Luca si legge "Beati i poveri, perché di loro è il regno di Dio" evidentemente si fa allusione ai miserabili, agli sfruttati, ai diseredati, tra cui la predicazione evangelica si era diffusa, e che aspettavano la venuta del regno di Dio sulla terra in un'epoca molto prossima, apportatrice di benessere materiale e di una rivincita morale sui loro oppressori. Nel vangelo di Matteo: "Beati i poveri di spirito perché di loro è il regno dei cieli". Questo adattamento fu determinato in seguito al diffondersi del cristianesimo in un ambiente, che non era più quello originale dei "pitocchi", secondo il significato originale del termine evangelico) ma era formato da gente che aveva larghi mezzi e non poteva permettere che il regno di Dio fosse solo per i miserabili' (pag 5-6)] [ISC Newsletter N° 96] ISCNS96TEC [Visit the 'News' of the website: www.isc-studyofcapitalism.org]    
  

 
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